Le cose si possono fare

di Rosario Dello Iacovo

Capo Miseno e Procida si vedevano appena, nell’afa che sfumava con pennellate di aspro calore gli incerti contorni della costa. Ischia non c’era. Solo la cima del Monte Epomeo che affiorava dal nulla sopra le acque. Un sogno di speroni e roccia senza fondamenta, sospeso sulle onde che si muovevano silenziose e lente. Nisida e il capo di Posillipo si stagliavano invece con una certa nettezza, a breve distanza, oltre il pontile di Bagnoli. Il sole batteva inclemente, nonostante fosse ancora basso nel cielo nelle prime ore del mattino. In piscina quasi nessuno. Sulla spiaggia, poco al di là delle barriere, una piccola folla si dedicava alla tintarella. Qualche temerario addirittura si tuffò nel mare verdastro, giusto sotto il cartello “Divieto di balneazione”.

Era l’ultimo giorno che Marco trascorreva a Napoli, perciò osservò avidamente il panorama per farselo bastare a lungo. Ammucchiava immagini, luci, odori, suoni e colori. Sarebbero riaffiorati confusamente quando avrebbe potuto goderne solo attraverso la lente della nostalgia e della memoria. Un po’ era contento di partire. “Un modo per rompere gli indugi”, si era detto qualche giorno prima con sincera convinzione. Ma dentro di sé sentiva una profonda amarezza, perché stavolta non era prevista una data di ritorno. Si stava trasferendo di nuovo, dopo essere tornato nella primavera del 2009 giurando a se stesso che non se ne sarebbe più andato.

Alla fine si era rivelata una promessa da marinaio. Una delle tante, avrebbe detto vendicativa un’amante scelta a caso nel mazzo delle storie, in buona parte superflue, che avevano punteggiato la sua vita. Ma non era colpa sua se la città sembrava respingerlo ogni volta che provava a mettere radici. Il lavoro non offriva prospettive. Nemmeno irragionevoli speranze. I costi erano appena un pelo sotto la superficie delle entrate. Una piovra onnivora, fatta di fisco, banche, affitto, operazioni dall’esito deludente, si era appollaiata sopra la sua testa e non c’era stato verso di farle allentare i tentacoli.

Una città, la sua, che aveva ritrovato ripiegata su se stessa. Teatro di una guerra senza senso, dove ogni napoletano sembrava trovare il peggior nemico nel napoletano che gli sedeva affianco. Un gioco al massacro dal quale nessuno sarebbe uscito vincitore, quando invece avrebbero dovuto sollevarsi tutti come le dita di una mano sola e pretendere una possibilità per ricominciare a vivere. Era questo il limite maledetto di Napoli: credersi il centro del mondo, ma ridursi a praticare e riprodurre marginalità. Senza nemmeno provare a essere all’altezza dell’antica grandezza, nascosta dietro la spocchia di una superiorità presunta che non faticava a trasformarsi in arroganza distruttiva.

Prigioniera quasi compiaciuta dell’immagine che il nord e poi l’Italia le avevano cucito addosso, quella che era stata l’inarrivabile Partenope, ora si trascinava apparentemente furba e senza dubbio stracciona nella polvere dell’indolenza. Così convinta di essere brillante, nonostante i suoi figli migliori se ne stessero andando tutti. A spendere altrove gli indiscutibili pregi di una napoletanità sana che aveva dietro di sé tremila anni di storia. Non quella ridotta a macchietta con la quale invece tanti altri si limitavano a sciacquarsi la bocca. Impegnati nella più grottesca ed esagerata rappresentazione della propria subalternità.

Amava incondizionatamente la sua città e solo l’amore ferito poteva produrre l’autocritica spietata, la lucidità del giudizio, la ferocia del tiro ad alzo zero. A un certo punto si era sentito stanco di attraversare ogni giorno le stesse strade sperando che accadesse qualcosa. Non succedeva niente. Non succedeva mai niente. Uno stallo protrattosi per mesi, come un elastico che ogni tanto sembrava allungare il tiro della speranza solo per ritornare a colpirlo di ritorno con maggiore forza. Una violenza che gli apparve all’improvviso intollerabile. Non l’avrebbe più subita.

Non era la prima volta che se n’era andato. Anzi, aveva iniziato presto, a diciott’anni. Allora fu Londra, il sogno di una vita ancora breve e piena di aspettative. La vide apparire guardando fuori dal finestrino di un treno proveniente da Harwich, nella nebbia mattutina, con i mattoni rossi delle casette a schiera. In un’alba di settembre del 1984. Cadeva una pioggia fine, impalpabile, così sottile che sembrava galleggiare nell’aria sfidando la legge di gravità. Ed era tutto esattamente come l’aveva immaginato. Il primo pensiero fu che le cose si potevano fare: bastava volerlo. Volerlo davvero. Come lo aveva voluto lui durante un’adolescenza di periferia che non gli aveva dato nient’altro che cemento, amarezza e innocenza perduta prematuramente.

Ma quella volta era stata la voglia di vedere il mondo, più che quella di allontanarsi dal posto in cui era cresciuto. Di toccare con mano l’esistenza di vite vissute diversamente. Le abitudini di altri popoli. Altri cibi negli scaffali dei negozi, altri costumi. Un’altra lingua, che lo aveva sempre affascinato. Poi Berlino, Cagliari, Firenze, Milano. E via via un senso di smarrimento maggiore ogni volta che tornava. Si ricordò di quella volta sul bastione di Cagliari, col maestrale che scuoteva a fondo la cima delle palme e i suoi capelli arruffati. Mentre il mare si perdeva a vista d’occhio nell’abbraccio con un’alba nitida e glaciale. Gli sembrò tutto così simile a Napoli che considerò l’ostinazione a restare lontano una forzatura. Una bizzarria personale che doveva in qualche modo essere tenuta a bada. In fondo si trattava solo di arrivare alla sponda di fronte di quella stessa distesa d’acqua che bagnava entrambe le città. Invece fu come le altre volte e la delusione gli fece riprendere la via personale dell’esilio.

Chiudendo ancora una volta la propria vita nelle valige di sempre sperò che fosse l’ultima. Lo desiderò con tutto se stesso. Era stufo di traslochi e nomadismo. Forse con gli anni un altro accento si sarebbe sovrapposto a quello che si portava dietro da sempre. Ma ovunque fosse andato sarebbe rimasto napoletano. Di questo ne era certo. Figlio di quella città migliore che non smette di ricordare al mondo l’antica saggezza, l’origine greca, la tenacia di quella minoranza che non avrebbe abbandonato la lotta. Da lì alla stazione il tragitto fu breve, mise il piede oltre la porta di un treno e poi si sedette per addormentarsi profondamente. Avrebbe sognato un’altra realtà, dove a Napoli esisteva un mare azzurro e trasparente e lui insegnava a suo figlio a nuotare.

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5 commenti su “Le cose si possono fare

  1. Ti auguro di trovare cio’ che cerchi e di insegnare a tuo figlio a nuotare. Bel brano toccante, e quel sottofondo di tristezza-nostalgia che lo sottende si dissolve nell’immagine finale.
    Grazie ancora una volta. Looking forward to your book!

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