Senza che nemmeno me ne accorga

di Rosario Dello Iacovo

1 Stamattina (Prologo)

Mi sveglio scazzato. Che novità, dirà qualcuno fra i più irriverenti dei miei sette lettori. Ma saranno cazzi miei, a costo di ridurre il già esiguo seguito, o no? Così, mi sveglio in piena libertà più scazzato che mai. Scazzatissimo. E guardandomi allo specchio mi vedo chiatto. Non è solo la fissa della modella anoressica che sono diventato, ad alimentare l’ossessione di un uomo che ha perso venti chili in poco più di tre mesi, ma anche la sana consapevolezza che i giorni del mio ritorno in padania hanno coinciso con una certa rilassatezza dei costumi.

Una rivendicazione epicurea del corpo, che stanco dei tormenti e dell’astinenza ha deciso senza mezzi termini di mandarmi a cacare. Con la “c”, s’intende. Mi ricorda impettito come un novello Epicuro che da giovani come da vecchi è giusto che ci dedichiamo a conoscere la felicità. Pure lui quindi vorrebbe la sua fetta. Solo che qua non c’è nessun Epicuro del cazzo a cui devo rendere conto, né tantomeno un Meneceo qualunque che aspetta sull’uscio di casa l’efebico e affaticato corriere che gli consegna con grazia la preziosa pergamena diligentemente arrotolata. Per quanto mi riguarda se la possono pure chiavare in culo: lui, Epicuro e Meneceo.

Ci siamo solo io, myself and I. Perciò, negli strani giorni appena trascorsi niente fame, celata dietro l’artificio verbale della dieta; niente corse mattutine nel parchetto sotto casa in sostituzione di quelle notturne, in buona parte solitarie, nella natia Partenope, con l’odore di salsedine a impregnarmi il naso e l’anima. Niente esercizi casalinghi a sbanfare con la mazza della scopa dietro la testa, girandomi alternativamente a destra e a sinistra per abbattere le maniglie dell’amore di stocazzo. Niente di niente. Un cazzo. Apatia totale.

Giornate trascorse a guardare la tivvù, come se mi piacesse, mentre intanto si faceva pomeriggio, notte e poi giorno un’altra volta. Senza che gli occhi accennassero anche soltanto a chiudersi. Così, pure per far vedere e basta. La ricomparsa dell’insonnia è stato il segno più evidente che l’assenza di un obiettivo praticabile sembrava aver svuotato in un colpo solo la sacca apparentemente inesauribile della mia volontà. Come se il corpo mi avesse detto: “Sei sceso venti chili? E a chi vuoi cacare il cazzo?”.

La domanda, palesemente retorica e posta con insopportabile arroganza, ha però il pregio di rimettermi in piedi. Perciò, guardo la sottile, quasi impercettibile, striscia di grasso depositatasi sul mio ventre e le intimo di tacere. Vade retro Satana! Smettila di darti delle arie con le citazioni dotte che nascondono soltanto i più biechi istinti goderecci. Per quanto il dubbio che potrebbe essere una mia fissa, perché in Padanistan non ho bilancia, né per pesarmi, né per pesare ciò che mangio, s’insinua con una certa ragionevolezza.

Ma dentro di me so che quel quarto di cannolo non avrei dovuto mangiarlo. E di quelle quattro fette biscottate integrali, non a colazione, ma dopo la luculliana cena accompagnata da un quinto di baguette surgelata del fottuto Carrefour, ne vogliamo parlare? E vi dirò, sopra ci ho messo anche un paio di cucchiaini di marmellata dietetica: il nome che qualche creativo particolarmente fantasioso ha affibbiato al nulla vagamente colorato di rosso, contenuto in un vasetto così microscopico da sembrare un ovetto di quell’olio che ci fumavamo con gusto nei gloriosi anni Ottanta.

Ma probabilmente il colpo di grazia è arrivato dalla Corona che ho bevuto guardando i rigori di Italia – Inghilterra. Completa di sale intorno all’orlo e una fettina di limone infilata nel becco. Quello è stato il punto di non ritorno, che ha interrotto quattro mesi di imbattibilità da qualsiasi tentativo del mellifluo e subdolo Bacco di mettermelo in culo.

2 Ritorno al parchetto

Come si dice? Non è ancora più grande chi si rialza dopo essere caduto? No, è una stratosferica cazzata degna della più insulsa bacheca di facebook, quindi non della mia. Però in assenza di altre e più plausibili giustificazioni, trasformo il mio scazzo in rabbia incontenibile, pallottola in cerca di bersaglio. Mi infilo le runners, mi precipito al parchetto e non aspetto nemmeno che l’ineffabile Don Salvatore, il vecchio stronzo, apra quando cazzo c’ha voglia. Scavalco il cancello intorno alle otto del mattino. Se mai faranno un film sulla mia vita voglio che sul manifesto ci sia la foto in posa stoica, a cavallo della recinzione, mentre rischio di aprirmi un secondo, ma probabilmente anche un terzo, buco del culo sugli spuntoni acuminati.

Un’oretta dopo arriva lui con le chiavi. Lo vedo apparire da lontano che avanza indolente prendendosela comoda. Una volta arrivato al cancello mi lancia uno sguardo incredulo che vira rapidamente verso il rassegnato. Poi apre per i comuni mortali, anche se in questa caricatura di parco non ci viene mai nessuno, alza gli occhi al cielo, borbottando qualcosa che non arriva ad assumere lo status di parola, e se ne va al bar a farsi il solito grappino. Io me ne fotto però, e continuo a correre, sudando come un vecchio maiale con lo spiedo infilato in culo che gli esce centrando dritto la mela che ha in bocca, mentre rosola beato sulla graticola a trentacinque gradi e seicentosettandue per cento di umidità dell’antica pianura insalubre del Padanistan.

Un’ora, svariati chilometri, cinquanta flessioni e settantacinque addominali dopo, schizzo dall’ingresso e mi dirigo al bar corricchiando ancora. Ordino un caffè ristretto, perché se qua non dici così ti danno la tazza di brodo dalla quale può uscire pure il tentacolo del polipo – è capitato -, e lo bevo amaro per aiutare il metabolismo a mantenere il ritmo in fuorigiri. Poi faccio un rapido saluto circolare con la testa, mentre Don Salvatore da Partinico si porta un dito alla tempia che batte poi ritmicamente a beneficio dei suoi compari di cicchetto, per indicare che ormai non ci sto più con la testa. Ma me ne frego, cazzo, e salgo a casa. M’infilo sotto la doccia ustionante e poco dopo sono col culo sprofondato nella metro che mi porta verso il Lido di Milano, la cosa più simile al mare che si trova da queste parti. Cioè, dopo l’idroscalo, si capisce. Solo che l’idroscalo è zanzaraland. Che sia giorno o stia calando la notte non fa differenza: sarà una zanzara che vi sommergerà.

3 Le ragazze dell’est

Scendo in piazzale Lotto e avvio una contrattazione col cinese che vende gli zainetti. Continua a insistere col suo: “GuaLda, ha le Luote”. Come se fosse proprio lui quel mitico primo uomo che tagliando gli angoli del quadrato, e poi quelli dell’ottagono ottenuto, avesse inventato lo straordinario manufatto destinato a cambiare il concetto di mobilità e più in generale il corso della storia del genere umano. “Sì, c’ha le ruote, – continuo a ripetergli io – ma pure se c’avesse le ali, col cazzo che te li darei i trentacinque euro che mi stai chiedendo”. Lui sorride, io pure, ma la trattativa si arena intorno ai ventisette virgola qualcosa. Non è disposto a recedere ulteriormente dalla voglia di palesare la sua entusiastica adesione all’economia di mercato. Ma nemmeno io a dargli ventisette fottuti euro per una cosa che a Chinatown a Napoli, l’ex Duchesca o Maddalena che dir si voglia, pagherei al massimo dieci. Perciò decido di tenermi la borsa del computer, che a furia di usare come aggeggio balneare ho mezza sfondato. Tanto se mi siedo sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere di questo stronzo, hai voglia di aspettare. E chi lo uccide questo? Così lo fanculizzo non senza un certo aristocratico garbo, dirigendomi con passo virile e marziale verso l’ingresso del Lido.

– Beh?!? – Chiedo al ragazzo che gestisce il chioschetto di fianco all’entrata, indicando con lo sguardo il cancello sbarrato. È più nero dei magrebini che sono seduti a uno dei tavoli. All’altro ci sono quattro tipe dell’Europa orientale che troieggiano guardandoci e dandosi di gomito l’una con l’altra. Lui è abbronzato da fare schifo, con i suoi vent’anni e la canottiera bianca aderente dalla quale emerge un corpo in discreta forma. Ormai sono fissato, lo so, perciò non cacate il cazzo e non infierite. Io nel pallore dei miei quarantasei a settembre, bardato da un paio di pantaloncini di jeans, i fantasmini bianchi che fanno appena capolino dalle Stan Smith dello stesso colore e una polo Burberry di un’eleganza che non si è mai vista in padania. Siamo un bel vedere, lo ammetto, a parziale discolpa delle quattro assatanate che continuano a tenerci gli occhi puntati addosso.
– Il lunedì è chiuso. Chiusura settimanale. – Mi fa lui con aria sinceramente dispiaciuta. Immagino sia più per i mancati introiti, che per il pensiero delle mie chiappe leggiadre esposte fuori dall’acqua alla calura lumbard.
– E mo’? – Gli chiedo, ma è come se parlassi a me stesso ad alta voce.
– E mo’, – Ribatte – o te ne torni a casa o te ne trovi una aperta. Ce ne sono un casino di piscine comunali a Milano. Non hai internet, lì? – Rivolgendo lo sguardo all’iPhone che come sempre tengo in mano. Saldato, praticamente.
– Sìssì. – Mi affretto a rispondere – La più vicina qual è, Lampugnano?
– Più o meno. Ma devi prendere la settantotto qui dietro.
Non so perché, ma qui lo dicono al femminile. Cioè, parlano della linea, non del pullman come facciamo noi a Napoli.
– Vabbè, mo’ chiamo. – Recupero il numero dal sito, clicco e pochi istanti dopo la ragazza alla reception mi dice che sono aperti fino alle sei e mezzo del pomeriggio. “Costa cinque euro e la cassa chiude alle diciotto.”, sente il bisogno di precisare come se fossi il coglione che va là alle sei a pagare per stare mezz’ora a mollo.

Metto giù, ringrazio il tipo e mi congedo un attimo prima che lui sia costretto a ripetere la tiritera a una signora col figlio che è visibilmente reduce da un infortunio alla gamba e zoppica, reggendo una stampella. Torno verso la piazza. Siccome non ho capito dove dovrei prendere questo fantomatico settantotto, mi dirigo al gabbiotto dell’Atm.

– Scusi.
– Dica.
– Dove si prende IL settantotto?
– Dove deve andare?
– Alla piscina comunale di Lampugnano.
– Ma non va bene LA settantotto, la lascia comunque molto lontano. Deve prendere LA sessantotto e comunque deve fare un tratto a piedi.
– Metro Lampugnano va bene?
– No, meglio Uruguay.
– Ok. Grazie mille e buon lavoro. – Dico al volo prima di attraversare la strada.

Qui, davanti alla fermata, becco due tipe bionde, magre, dinoccolate sui tacchi altissimi, con le gambe lasciate scoperte dalla minigonna. Non male. Hanno la carnagione bianchissima e un evidente accento dell’est che affiora, appena una delle due sorelle di Ivan Drago mi chiede:

– Sai duove si prende la settantuotto?
– State andando in piscina? – Certo che il moretto del chiosco ha fatto altre due vittime.
– Sì, si vede? – Ridacchia lei.
– No, leggo nel pensiero. – Replico lapidario col sorrisetto colmo di buon brigantaggio e aplomb partenopeo. Hanno una trentina d’anni, occhi chiari, decisamente carine e una certa spigliatezza nell’approccio che non fa mai male. – Comunque dovete prendere il sessantotto e resta un tratto da fare a piedi. Meglio la metro, fermata Uruguay. – Dico con l’aria dell’esperto in trasportistica milanese.
– Uhm… – Fa lei, poggiando l’indice sulla fossetta del mento mentre guarda negli occhi l’altra. – Ora vediamo un può. Ci vai anche tu? Nel caso ci vediamo là.
– Bene. – Annuisco, pensando in realtà: “Fate un po’ come cazzo volete”, ma non escludendo a priori la possibilità di una triangolazione stretta e veloce da buon calcio spettacolo di una volta.

4 Il vegliardo e il mio amico Rico

Intanto vado giù per le scale della M1, la rossa, e aspetto quasi dieci minuti. Un tempo straordinariamente lungo per gli standard locali. È la prima volta che scendo a Uruguay, perciò una volta fuori mi guardo intorno spaesato fra gli stradoni e gli alti palazzi che punteggiano le strade rese infuocate dal sole che picchia crudele. Apro Google maps, digito l’indirizzo e mi avvio, rassegnato a percorrere gli 1,8 chilometri che mi separano dalla meta. In giro non c’è praticamente nessuno, solo macchine, camion e qualche autobus che sfrecciano senza degnarmi di uno sguardo. Taglio attraverso un parchetto, uno dei tanti che vedo qui intorno. Cioè, siamo in periferia, ma abbondano parchi, impianti sportivi, la piscina che prima o poi troverò da qualche parte. Magari un milanese si lamenterebbe del degrado della zona, ma per me che sono cresciuto a Terzigliano, con l’albero più vicino a due chilometri, è veramente tutto grasso che cola. Insieme al sudore, che copioso mi scivola lungo la colonna vertebrale, infilandosi malandrino nel solco delle chiappe. Faccio un sacco di strada, ma dell’agognato specchio d’acqua nemmeno l’ombra, quando secondo la mappa dovrei essere a meno di duecento metri. Perciò mi avvicino a un anziano signore in pantaloncini che viene dalla direzione opposta, trascinandosi con evidente fatica sotto il solleone.

– Mi scusi, sa dov’è la piscina comunale?
– Da dove arriva?
Gli vorrei dire: “Da Napoli”, ma non ho neanche la forza di fare lo spiritoso, quindi mi limito a un sintetico:
– Da Uruguay.
Alura l’ha passata da bel un pezzo. Deve tornare indietro.
– Ma… il navigatore mi dice che è al numero 76, cioè qui dietro l’angolo.
– Non dia retta a queste diavolerie moderne. Abito qua da trent’anni, saprò dove si trova la piscina del quartiere… – Improvvisamente contrariato come se gli stessi offendendo la decrepita madre che deve averlo lasciato molto tempo fa.
– Non volevo mettere in dubbio quanto dice, ci mancherebbe. Mi lamentavo ad alta voce di questo aggeggio maledetto che mi sta facendo sfacchinare da mezz’ora sotto il sole, solo per scoprire che devo tornare indietro.
– Va là, che camminare fa bene pure ai giovanotti come lei. Io non rinuncio alla passeggiata quotidiana nemmeno con questo caldo.

Incassato il giovanotto, che fa sempre bene, vaglielo a spiegare al prototipo di vegliardo qui presente che con la strada che mi sono fatto a piedi in questi ultimi mesi sarei arrivato da Napoli a Milano, ma solo per proseguire verso la verde Svizzera. Mi limito pertanto a salutarlo e ringraziarlo, girando la testa al cavallo per tornare sui miei passi.

Imbocco via Lampugnano che da questa parte assume quasi un aspetto umano, con la carreggiata ridotta e le case basse che corrono sui lati, prima di ridiventare lo stradone infernale dal quale provengo. Dopo un centinaio di metri, sul marciapiede di fronte una figura attira la mia attenzione. Ha i pantaloni beige o giù di lì, non vado d’accordo coi colori, issati oltre l’ombelico. Questo fa sì che fra l’orlo e le scarpe da ginnastica ci siano almeno cinque centimetri. Sopra ha una camicia a quadri marrone, forse. Ulula, alternando sostanzialmente due versi e due frasi, che ripete a loop:
1) Aiiiiiiiiii
2) Aiiiiiiiiim
3) Dòna che la piang e cavall che süda hinn fals me Giuda
4) Va’ a dar via el cu!

Un’altra vittima del gentil sesso, mi dico, mentre rido sotto il baffetto senza darlo a vedere. Attaccarmi con un matto è l’ultima cosa che desidero in questo momento. Ma lui mi punta e dirige la litania proprio nella mia fottuta direzione, mentre io inizio a bestemmiare sotto voce mantenendo lo sguardo dritto davanti a me. Poi passa un tipo in bici, che fa:

– Ciao Rico. Come va?
Aiiiiiiiiii attacca Rico e aggiunge semplicemente: – Bene, Aiiiiiiiiim! – Continuando a guardare dalla mia parte.

Io non lo caco, lui resta fermo all’incrocio sfruttando l’ultimo scampolo di ombra che lo separa dal vialone, continuando la formula magica quadrifasica che ormai ho imparato a memoria, capendo perfino cosa dice la terza frase che in un primo momento mi era sembrato ostrogoto arcaico. Arrivato a un duecento metri di distanza però non resisto e mi giro. Lui mi fa segno di avvicinarmi, ma col cazzo, non ci penso proprio, procedendo senza esitazione verso la mia personalissima Mecca. Passano una trentina di secondi e sento la sua voce più vicina. Torno a voltarmi e lo spettacolo che mi si para davanti ha del mitologico. Rico è lanciato al galoppo. Sbuffa e rantola, senza rinunciare ai suoi versacci infernali. Io mi guardo intorno e vedo un ramo secco ai piedi di un albero. Resto fermo e lo lascio sfogare. Poi, quando cavallo pazzo inizia a perdere colpi e rallentare, io mi lancio in un largo sorriso, raccolgo il bastone e parto alla carica urlando: – Riiiicoooo sto venendo a prenderti.

Lui si blocca di colpo, respira a fatica e si piega con le mani appoggiate sulle ginocchia, mentre io riduco la distanza a grandi falcate continuando a ululare e a ridere. Rico, dopo aver ripreso fiato, galoppa all’indietro sull’asfalto che rimanda verso l’alto una nebbiolina torrida, sulla quale i suoi piedi sembrano galleggiare. Io mi fermo. Mi butto nell’erba ridendo a crepapelle, mentre lui resosi conto di essere a distanza di sicurezza, ricomincia:

1) Aiiiiiiiiii
2) Aiiiiiiiiim
3) Dòna che la piang e cavall che süda hinn fals me Giuda
4) Va’ a dar via el cu!

– Ciao Rico, stronzo. – Salutandolo con la mano. Fa la mossa di seguirmi, io batto il piede a terra e lui desiste definitivamente. Faccio un altro paio di centinaio di metri e finalmente la vedo sulla mia sinistra: la piscina comunale di Lampugnano!

5 Lampugnano Beach

– Buongiorno. – Faccio alla cassiera. Una donna di mezza età abbondantemente sovrappeso coi capelli decolorati. – Un biglietto.
– Tenga, sono cinque euro. – Mi dice lei porgendomi il tagliandino.

Mi cambio in un minuscolo loculo che funge da spogliatoio individuale, e dopo aver attraversato un atrio, dal quale si accede anche alla piscina olimpionica coperta e al guardaroba, tiro dritto. Immergo i piedi nella vasca quadrangolare che mi separa dalla piscina all’aperto ed entro. Anche questa ha grandi dimensioni, con le corsie ben separate dai cordoni galleggianti. C’è un sacco di gente, in parte sparsa sulla superficie di cemento che circonda la vasca e in parte spaparanzata sull’erba che si estende oltre dei tornelli di metallo che brillano alla luce del sole.

Non è un ambiente da Milano da bere. Per nulla. Non ci sono prototipi di via Montenapoleone e nemmeno anoressiche spilungone che per reggersi in piedi sfidano le leggi della statica. Io sono uno dei più bianchi e con la sola apparizione mando gambe all’aria le teorie sulle origini celtiche dei padani. Almeno di questi padani intorno a me, che nove su dieci avranno sangue terrone al cento per cento. Poi ci sono gli abbronzatissimi e le abbronzatissime. E infine, al vertice della scala degli scuri, un paio di neri e una manciata di pachistani, indiani, o lo sa il cazzo di dove sono. Comunque di quelle parti là. Sicuro.

Si respira un’atmosfera molto popolare che mi fa pensare a quei vecchi film che mi ostino a guardare. Roba tipo Rocco e i suoi fratelli, e mi sforzo di immaginarmi la scena in bianco e nero per renderla più verosimile. Solo che non ci sono quei busti che oggi considereremmo chiatti alla Maurizio Salvadori, ma è un trionfo di addominali e tatuaggi appariscenti che si spandono sui corpi sfatti o modellati eccessivamente da lunghe sedute in palestra. Se i presenti fossero un campione statisticamente attendibile, dovrei dedurre che l’ottanta per cento della popolazione milanese è tatuata e va in palestra. Il resto si crogiola nel sovrappeso. E il fumo non è un vizio esecrabile, vista la quantità di sigarette accese da guinness dei primati.

L’immancabile gruppetto dei peggiori, appollaiato in fondo e identificabile dalle teste rasate, dal doppio taglio e dagli immancabili tatuaggi sgargianti, invece si fuma direttamente le canne. Mi adocchiano appena stendo l’asciugamano sul cemento, ma non li caco proprio, visti i tatuaggi del Milan che un paio di loro esibiscono con malcelato compiacimento. Mi basta il ricordo dei peggiori che ho lasciato a Napoli, perciò voglio stare da solo e non ho voglia di chiacchiere inutili. A meno che non ne valga la pena. E chi ti arriva, un cinque minuti dopo, se non le due russe in compagnia di una terza fanciulla che coi suoi capelli neri e gli occhi blu le oscura, nonostante la più bassa statura?

– Ehi, ciao. – Mi fa quella di prima.
– Ciao. – Rispondo con educazione impeccabile da piccolo Lord di Terzigliano.
– Sei da solo?
– Sì, sono un tipo solitario. – Col sorriso che cerco di rendere un po’ mesto per accentuare l’aria da eremita misterioso.
– Ti dispiace se ci mettiamo qua? – Mi chiede lei furbetta.
– Ma no, c’è tanto spazio. – Continuando a sorridere sgargiante come un emerito coglione, mostrandomi sì disinteressato, ma anche senza levare gli occhi dagli occhi della moretta. E beh…

Loro si accomodano, tirano fuori di tutto dalle borse di Eta Beta, si cospargono di crema l’una con l’altra. Quella con cui ho parlato si mette a quattro zampe e massaggia la brunetta. Sembra un soft porno del cazzo e diventiamo immediatamente l’attrazione della piscina. Sento l’invidia degli uomini presenti focalizzarsi su di me, come se fossi un emiro del cazzo con la sua corte di mogli. Se non fosse che nemmeno so come si chiamano ‘ste tre!

– Come vi chiamate? – Chiedo per colmare la lacuna.
– Ekaterina (Екатерина). – Fa la chiacchierona. – E tu?
– Vladimir (Влади́мир).
– Ma è un nome russo. – Replica lei con la faccetta sorpresa. E poi guardando il mio tattoo in cirillico, Yuri, Юрий, il nome di mio nipote, aggiunge: – Ma sei russo?
– Sì, un russo napoletano. – E rido. – Un bisnonno di Novosibirsk. – Aggiungo poi, tirando fuori la vecchia menzogna dal mio repertorio.
Sembrano impressionate, ma per non farmi sgamare mi affretto a precisare che non so il russo. – Purtroppo. – Chioso con contrito rammarico, sbattendo le ciglia con aria innocente.
– Io sono Olga (Ольга). – Mi dice l’altra bionda, porgendomi la mano.
La stringo con delicatezza, mentre la terza mi fa sorridente:
– E io Irina (Ирина).

Sfilo la mano da quella della bionda e la do a miss occhibblù. Poi mi alzo con noncuranza e mi tuffo con un mezzo carpiato che palesa secoli, ma che dico secoli, millenni di cultura marinara, lasciando il popolo padano di pianura a riconoscermi il giusto e meritato tributo. Riemergo dalle acque al cloro come una Venere di foscoliana memoria dal Mare Egeo, e noto che le mie amichette russe stanno parlando fitto fitto tra loro. Non so cosa dicono e in fondo nemmeno me ne importa, anche se Irina è il top of the pops. Mi faccio sei vasche, fermandomi a riposare un sacco di volte col fiato corto e la spalla destra che mi fa male, ricordandomi la calcificazione dei tendini.

Perciò risalgo, mi accendo una sigaretta e passo il resto del pomeriggio a parlare con le ragazze che si rivelano molto simpatiche. Gli racconto la storia di Rico e loro si spanzano senza ritegno. Però un po’ mi dispiace, povero Rico. Chissà se qualcosa lo ha ridotto così o se ci è proprio nato. In ogni caso, non gli avrei mai fatto del male, stavo solo scherzando. Però il suo pensiero, unitamente a una pattuglia di nuvole basse che offusca momentaneamente il sole, un po’ mi rattrista.

Saluto le ragazze. Loro mi avvertono che vanno spesso al Lido. Sembrano quasi sorprese che non gli chiedo il numero, né tantomeno gli lascio il mio. Ma gli dico che magari ci vediamo lì, al di là di tutto la loro compagnia è piacevole. Poi osservo i palazzoni che circondano la piscina, le scie chimiche lasciate da misteriosi aerei nel cielo, che brilla di un blu intenso, ma non quanto gli occhi di Irina. Li guardo per l’ultima volta e penso che prima o poi da qualche parte dovrò ricominciare. Ne sono certo: accadrà senza che nemmeno me ne accorga.

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Un commento su “Senza che nemmeno me ne accorga

  1. Sfilo la mano da quella della bionda e la do a miss occhibblù. Poi mi alzo con noncuranza e mi tuffo con un mezzo carpiato che palesa secoli, ma che dico secoli, millenni di cultura marinara, lasciando il popolo padano di pianura a riconoscermi il giusto e meritato tributo.

    (mezzo carpiato?)l’unica cosa incredibile…il resto fa avvertire quanto possano aver bisogno di gente che lascia la propria città.

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