A morire non ci vuole veramente un cazzo (In trasferta con la 99 Posse)

di Rosario Dello Iacovo

“Sono morto”, è la prima cosa che penso mentre il monovolume sta per atterrarci addosso. L’ho visto nitidamente pochi istanti fa finire con le ruote sul cordolo in prossimità dell’uscita di Molfetta. Poi è decollato con un movimento non privo di una certa grazia, che a me è sembrato al rallentatore. Surreale, con la lamiera che riflette i raggi del sole sullo sfondo di un cielo azzurro da fare male. Ma a morire non ci penso proprio. Col cazzo. Anche se in un istante mi vengono in mente troppe cose per essere tutte lì nella mia testa nello stesso momento. Vedo mio nipote Yuri e gli sorrido. Poi c’è lei. La guardo negli occhi come facevamo allora. Come non facciamo più da un sacco di tempo. Infine gli amici che piangono al mio funerale e addirittura litigano, i coglioni, per portare la bara. Me la immagino la suburra a scatenare la rissa, fra gli sguardi sbigottiti degli astanti, inconsapevoli che sarebbe stato il miglior addio che avessi potuto desiderare.

Ma io sono qui e sono vivo. Perciò stringo le mani con forza sul volante, osservando la traiettoria dell’oggetto volante col quale sto per impattare. Non c’è traccia di panico nella mia reazione, ma una glaciale tranquillità che mi stupisce. Sembra la scena di un film, con un Rosario in poltrona che osserva con distacco un altro Rosario intento a salvarsi il culo. Il galaxy intanto attraversa obliquo la carreggiata mentre inizia a ruotare su se stesso intorno all’asse. Io cerco di calcolare il modo migliore per assorbire il colpo. Intanto freno e mi sposto sulla corsia di sorpasso. Evitarlo, non se ne parla proprio. Sarebbe una mossa azzardata dalle conseguenze imprevedibili. Se decelero troppo, rischio di prenderlo dritto col muso. E ci faremmo molto male. Decisamente. Se accelero, mi prende in coda e facile che mi metto a fare la trottola, in mezzo a questa infuocata A14 che sembra sprigionare vapore dall’asfalto, sotto i colpi crudeli del sole a quaranta gradi. Perciò scelgo di fare dei trenta quintali e delle grosse dimensioni del nostro furgone l’arma che ci salverà la vita.

L’urto è tremendo. Il monovolume ci prende con lo spigolo del tetto e schianta i nostri finestrini di destra, adagiandosi poi con le ruote al suolo. Cerco di bilanciare la sua spinta con leggeri colpi di sterzo, mentre la nostra fiancata sinistra striscia contro il guardrail di cemento sprigionando scintille. Scivoliamo affiancati per un centinaio di metri, fin quando il muso del Ducato tocca terra, non più sorretto dalla sospensione anteriore andata letteralmente in frantumi e dalle ruote divelte. Guardo dietro se arriva qualcuno. Nessuno. Poi, urlo agli altri di uscire. Ma dal loro lato è impossibile perché il Galaxy vi si è incastrato dentro. Perciò apro la mia portiera e nel ridottissimo spazio a disposizione mi isso sul guardrail, mentre P e F mi seguono. Mi tremano le gambe, non riesco quasi a stare in piedi. Ho i palmi delle mani che mi sanguinano, col segno evidente delle unghie che vi ho conficcato a furia di stringere il volante. Ma non me n’ero mica accorto, intento a salutare le persone che amo, e a immaginarmi improbabili gare d’affetto da parte dei miei amici. Seh, credeteci.

Il traffico si blocca a distanza di sicurezza, e questo evita che l’incidente assuma i tratti della tragedia. Non ho il coraggio di guardare nell’altra macchina. Quando poi mi decido a farlo, c’è solo una tipa stesa a terra alla quale qualcuno che non ho nemmeno visto arrivare sta prestando i primi soccorsi. È sotto shock. Continua a ripetere a un uomo che scopro essere il marito che lo sapeva. “Lo sapevo, lo sapevo”, urla fra le lacrime. E m’immagino una scenetta coniugale nella quale alla fine lui la convince che quel breve viaggetto in autostrada, viaggiando separati su due macchine, non avrebbe rappresentato un problema.

Poi, lei mi guarda dritto negli occhi e mi dice: “Mi dispiace, mi sono addormentata. Ho avuto un colpo di sonno”. In quel momento la odio. Lo so, non è una bella cosa, ma sono troppo scosso per esibirmi nel ruolo del buon samaritano del quale avrebbe bisogno. Penso al pericolo che abbiamo corso. Penso al concerto di stasera. Penso al carro attrezzi, al mezzo sostitutivo, agli strumenti che sono nel furgone. E alla Madonna santissima che vorrei bestemmiare in tutte le lingue del mondo. Se solo le conoscessi. All’ambulanza non faccio in tempo a pensare, perché arriva con insolita rapidità e si porta via la tipa. F si tiene il fianco ed è pallido da fare paura. L’impatto è avvenuto dal suo lato ed è ricoperto dei frammenti di vetro dei finestrini andati in frantumi. P si guarda intorno disorientato. Poi si siede a terra, come se si accasciasse, all’ombra di una fila di alberi che costeggia l’autostrada. Qualcuno ha avvertito la stradale, che poco dopo arriva. Due ragazzi con gli occhiali da sole, che prendono in mano la situazione bloccando il traffico e obbligando le macchine a uscire a Molfetta.

Chiamo la nostra produzione a Napoli e subito dopo l’assistenza dell’autonoleggio. Mi fanno aspettare un sacco di tempo in linea. Poi mi chiedono se il numero dal quale sto chiamando è quello giusto per contattarmi. Avuta conferma, mettono giù. Passano i minuti e non succede nulla. Dico al poliziotto che a breve dovrebbe arrivare il soccorso, ma lui mi manda a fare in culo con modi sgarbati e sbrigativi. Non ha nemmeno tutti i torti. “Stiamo chiudendo la A14 in una giornata di esodo”, dice calandosi nella parte e caricando le sue parole di una malcelata eccitazione, dietro gli occhiali a specchio, la paletta che agita frenetico e i pantaloni infilati negli alti stivali. A un certo punto temo voglia fare del buon surf sotto la pioggia di napalm, tanto si sta gasando nell’esercizio delle sue funzioni.

Intanto, l’assistenza mi continua a mandare ogni dieci minuti un sms che dice: “Serv. Assist. Stradale. Ricevuta sua richiesta delle 14:38. Causa intenso traffico le chiediamo di pazientare. Richiameremo appena possibile”. Chi invece di pazienza non ne ha più è la versione barese del colonnello Kilgore, che si caca il cazzo e chiama il soccorso stradale della zona. Arriva prima un mezzo. Il poliziotto lo cazzea brutalmente, asserendo di avere richiesti due. L’autista nega, e riceve in cambio l’esplicita minaccia che si concretizza nella frase: “Qua scriviamo!”. Intanto sono arrivate altre due ambulanze che si portano via i miei soci.

Io resto qui con un rottame da trenta quintali che sulla fiancata dice di essere il mio amico blu, svariate migliaia di euro di strumenti, amplificatori, radiomicrofoni e cazzi vari. Mentre il padre della tipa, sopraggiunto chissà come e quando, continua ad andare avanti e indietro a recuperare cose nel monovolume, beccandosi improperi e cazziatoni a raffica dall’irascibile polis. Dopo un lasso di tempo che mi sembra interminabile, perché il furgone proprio non ne vuole sapere di farsi sollevare dalla gru del carro attrezzi, finalmente ci avviamo. Mi chiama l’ufficio romano dell’assistenza. Prima ho chiamato un numero di Milano, ma ho parlato con una sarda. Riconosco l’accento con facilità, dopo le mie frequentazioni cagliaritane di qualche anno fa. E poi in Italia, pare che i call-center sono tutti in Sardegna. O almeno, io becco sempre i sardi. Chissà se un giorno non beccherò invece lei. Mi sa che se non cambio gestore telefonico sarà dura. Sarebbe bello però sentirla per caso. Sarebbe bello sentirla in ogni caso, mi correggo mentalmente mentre in quel momento la romana mi chiede il nome della ditta che si sta occupando della rimozione. Glielo dico, lei mi risponde che prenderanno in carico l’operazione e mette giù.

Arriviamo al casello di Bitonto e la polizia ci fa fermare. Gli consegno i documenti del mezzo, la mia patente e la carta d’identità. Non che quest’ultima serva a qualcosa, ma nella concitazione del momento non ci penso e gliela mollo. Credo mi facciano l’alcol test, o quello per gli stupefacenti. Invece mi becco solo qualche battuta che nelle loro intenzioni dovrebbe essere divertente, ma che io accolgo alzando gli occhi al cielo. Passa un sacco di tempo. Fa caldissimo, perciò mi infilo di nuovo nel furgone e sparo l’aria condizionata a palla. Funziona, per fortuna, perché il termometro segna quarantadue fottuti gradi all’ombra. Dopo un po’ sento il clacson della volante. Scendo e mi avvicino. Rilascio la mia dichiarazione sulla dinamica dell’incidente. Poi, Kilgore mi guarda e mi fa:

– Che lavoro fai?
– Organizzo concerti.
– Dove eravate diretti?
– A Brindisi per un concerto, appunto.
– Che gruppo?
– 99 Posse.
– Ah… – Esclama. Si vede che li conosce. Poi aggiunge: – E perché sulla carta d’identità c’è scritto “giornalista”?
– Perché faccio anche il giornalista, anche se ormai saltuariamente.
– Per quale giornale scrivi?
– Il Manifesto, ogni tanto.
– Ah… Quelli che parlano sempre male delle forze dell’ordine.

Sono tentato di offrirgli una consonante, o almeno un’altra vocale oltre alla “A”. Invece dico conciliante:

– Sempre male, mo’, più che altro quando ve lo meritate. Ovvero spesso. – E sorrido.
– Seh, vabbè. – Tagliando corto. – Firma qua e buona giornata.

Firmo, risalgo nel carro attrezzi e ci avviamo al deposito.

– Pronto, signor Dello Iacovo?
– Sì, mi dica.
– Senta, c’è un problema… – Mi fa la romana di prima.
– Che problema? – Chiedo con apprensione, consapevole che la giornata sarà lunghissima.
– Non possiamo prendere in carico la pratica, perché il mezzo è superiore ai 25 quintali.
– Embè? È comunque un vostro mezzo, non è che l’ho messo all’ingrasso dopo averlo noleggiato.
– Lei è molto simpatico, ma purtroppo il regolamento parla chiaro. Deve pagare e poi farsi rimborsare la cifra.
– Le risponderò con altrettanta franchezza. Per me il furgone può pure restare qua, perché io non anticipo nulla.
– Vabbè, vediamo cosa si può fare. Intanto si rivolga all’agenzia dove lo ha noleggiato.
– Ok. Buona giornata. – In realtà, le sto bestemmiando tutti i morti andando a ritroso per una decina di generazioni.

Chiamo D a Napoli, dicendogli di sentire l’autonoleggio. Lui m’informa che fra tutte le concessionarie di zona non c’è un furgonato come il nostro. L’unico è a Bari, a quasi cinquanta chilometri da qua, ma è un mezzo scoperto.

– Come quello dei muratori o della frutta? Ma poi come facciamo a trasportare le cose senza funi, cinghie? Rischiamo di ammazzare qualcuno.
– Bere o affogare. – La laconica risposta.

Arrivo al deposito e trovo una delle due macchine con cui stanno viaggiando gli altri. Sbrigo altre interminabili faccende burocratiche col titolare della struttura. Poi mentre lui le ultima mi metto a curiosare in giro. Da una parte sono ammassati vecchi motorini degli anni Ottanta. Sì, Ciao, Califfoni, Boxer, in compagnia di un motoscafo che il mare non si ricorda nemmeno più come è fatti. Poi il mio sguardo è attratto da una Mercedes grigia letteralmente sventrata, piegata in due come una banana. Dentro è un cumulo di detriti. Gli air bag sono aperti e penso che questi veramente si sono fatti male. Infine R mi accompagna a Bari a prendere l’altro furgone.

– Salve, devo ritirare il furgone sostitutivo.
– Un attimo. E togliete quella macchina da lì. – Risponde sgarbato uno dei due addetti. Giovane, abbronzatissimo e con un accento barese che nemmeno quello stronzo del Parigino quando lancia i cori al San Nicola.
– La gentilezza a Bari non è arrivata? – Replico io a muso duro, perché a questo punto il mio margine di tolleranza è sotto lo zero. Praticamente algebrico.
– Scusa. Ma è una giornataccia, non volevo essere sgarbato.
– Ecco, così va già meglio. Se mi fai firmare ‘sto contratto mi levo pure dalle palle che siamo in ritardo mostruoso.
– Ok. – Fa lui, infilando dei fogli nella stampante, che mi porge pochi istanti dopo.

Poi, afferra le chiavi e va a prendere il mezzo, che è molto più grande dell’altro e decisamente inadatto alle nostre esigenze. Ci affogherei dentro D, dopo averlo fatto bere fino a scoppiare, anche se a finale non è che sia colpa sua, ma oggi con qualcuno me la devo prendere. Sono di umore plumbeo. Intanto, mi metto alla guida e chiamo i feriti, che sono stati portati in due ospedali diversi. Uno ha una costola rotta, all’altro hanno infilato un simpatico collarino ortopedico ed è pieno di ammaccature equamente distribuite fra schiena e collo. Che cazzo di giornata, e dire che era iniziata alla grande, con me che facevo le fotine postandole poi su instagram con gli effetti bucchinari per sembrare un grande fotografo agli occhi del mio maestro tedesco gluster2 e di un paio di followers russe, attratte dal mio solito e ormai proverbiale tatuaggio in cirillico. Arrivato di nuovo nella fottuta Molfetta è la perizia da stivatore professionista di R a salvarci il culetto, perché riesce a incastrare il novanta per cento della roba con precisione millimetrica. Ma prima siamo andati inutilmente a caccia di cinghie e funi, trovando tutto inesorabilmente chiuso. Il resto lo distribuiamo fra la macchina e la cabina del furgone giusto per rendere questo terrificante viaggio un po’ più scomodo e faticoso.

Così, alle dieci e venti, esattamente otto ore e mezzo e centotrentaquattro chilometri dopo l’incidente, faccio il mio ingresso trionfale nel piazzale del concerto. Un tizio mi chiede se ho i meloni, e ride. Io lo mando a fare in culo, ma sotto sotto fa ridere pure me. Sono così stanco, scazzato, sudato, rotto i coglioni, che penso che sarebbe stato meglio morire. È solo un attimo però. E piccole ferite sanguinanti che mi ricordano che a morire non ci vuole veramente un cazzo.

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19 commenti su “A morire non ci vuole veramente un cazzo (In trasferta con la 99 Posse)

  1. perchè se eri ricco sfondato facevi un vita di merda compà. meglio poveri di soldi che di cervello. E credimi, sono effettivamente inversamente proporzionali, almeno se per cervello intendiamo la stessa cosa. e penso di si.

  2. Sono stata catturata dalle tue parole che scorrevano come acqua fresca quando sei assetato..
    beh che giornata di merda che hai avuto.. 😀
    ma oggi ho scoperto il piacere di leggere qualcuno che sa raccontare..

  3. a morire non ci vuole un cazzo, potrebbe essere il titolo di un possibile romanzo, meno male che è andata relativamente bene

  4. “Sono così stanco, scazzato, sudato, rotto i coglioni, che penso che sarebbe stato meglio morire”.

    Bellissima ahahha

  5. Complimenti davvero… bella ( :\ ) storia! Mi sembra di riconoscere il deposito auto da dove passo ogni tanto con il pullman per tornare al mio paese… leggendo ho rivisto l’immagine stampata nella mia memoria… davvero complimenti!
    Però, la prossima volta che venite (spero ai Laboratori Sociali Alchera!) in Puglia state attenti alle auto volanti in autostrada 🙂

  6. ho vissuto un’esperienza simile alla tua, durante il crollo del ground support a trieste dove lavoravo per il concerto di jovanotti… la cosa incredibile è la quantità di cose che riescono a passare nella testa in una frazione di secondo ( la faccia di mio figlio, dei sorrisi sepolti, come ha fatto un altro a salvarsi in un’occasione simile )… il tuo racconto mi ha dato i brividi, e quella frazione di secondo me la sono rivista per l’ennesima volta…

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