La famiglia, fra mafia, capitalismo e autocontrollo: un caso tutto italiano

di Rosario Dello Iacovo

Ogni venti luglio ricevo una fotografia. In primo piano c’è Carlo Giuliani, ormai privo di vita, steso a terra in una pozza di sangue. Dietro c’è l’Italia, con i suoi luoghi comuni, le frasi trite e ritrite, i “sì alla protesta, ma no alla violenza”. Che gli autori di questi commenti siano quasi sempre giovani, mi lascia spesso interdetto. Così, ogni venti luglio, mi ricordo che c’è uno strano spirito che aleggia su questo paese. Intriso di ideologia cattolica e rassegnazione. Non ne conosco altri in occidente così sottomessi. Sì, credo che dipenda proprio dal retaggio papista, dalla particolarità della sua struttura sociale, dalla centralità della famiglia, perno fondamentale di un welfare atipico e imperfetto, che garantisce un tetto e un piatto in tavola, ma in cambio impone una subdola forma di controllo dei comportamenti. Subdola perché interiorizzata. Perché induce i giovani all’autocontrollo. Li indirizza sui sentieri impervi e senza uscita dell’autocensura, dove la legittima reazione diventa nella percezione comune eccesso da evitare.

Non conosco altri paesi in occidente dove i giovani non vanno a vivere da soli. Ecco, questo è un elemento centrale della vicenda. Andare a vivere da soli vuol dire acquisire autonomia comportamentale. Vuol dire procurarsi i soldi per pagare l’affitto, le bollette, riempire il frigo. Ma anche non dover rendere conto dell’orario in cui si torna a casa, delle proprie scelte, delle proprie frequentazioni, dei viaggi che si vogliono o non si vogliono fare. Con chi, dove, come e quando. Mi capita spesso, soprattutto al sud, di imbattermi in persone, anche non più giovanissime, che vivono ancora sotto il giogo asfissiante delle costrizioni familiari. Quelle di fuori, che esercitano autorità a comando, dalla famiglia allo Stato. E quelle, ancora più impositive, di dentro. Perché altro non sono che quella stessa voce del potere che diventa mantra personale. “Prudenza”, “Moderazione”, “Accortezza”, al posto dell’irruenza che sa cambiare il mondo in ogni tempo e in ogni paese, nel corso della Storia. Questa, sì, con la S maiuscola.

La famiglia è la prima forma di controllo sociale in questo paese, perché impedisce di diventare adulti. Non a caso, anche le mafie hanno alla base il culto isterico della famiglia. Anche il capitalismo in salsa tricolore è un fatto di famiglia. Questo implica un sacco di cose. Un adulto si pone il problema del costo della vita. Un adulto perciò non può accontentarsi di lavori da poche centinaia di euro al mese, perché sa, per forza di cose, che non gli garantirebbero la sopravvivenza. Invece, restare sotto il tetto paterno e materno, sgrava di una serie di responsabilità che impediscono ai giovani di farsi un’idea reale della durezza dei tempi. Di conseguenza, anche della radicalità delle risposte necessarie. Le rivoluzioni, ammesso che siano esistite e abbiano cambiato qualcosa, hanno sempre visto in prima fila gli individui anagraficamente più imberbi. Ma in Italia, per lo più, non esistono giovani. Esistono diciottenni o ventenni che parlano la lingua eterodiretta e coercitiva delle generazioni che li hanno preceduti. Se domani mattina i genitori italiani buttassero per strada i propri figli, avremmo un paese di diseredati, homeless e disoccupati, precari e morti di fame.

Va da sé che un paese simile non somiglierebbe più, nemmeno vagamente, a quello della rassegnazione che si traveste da buonsenso. Sarebbe un posto dove si inizierebbero a porre domande. E, soprattutto, a esigere risposte. Con ogni mezzo necessario. Anche un estintore.

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9 commenti su “La famiglia, fra mafia, capitalismo e autocontrollo: un caso tutto italiano

  1. Mi sento tirata in causa in quanto 23enne studentessa, ancora sotto l’ala protettrice dei miei almeno economicamente.. Che dovrei fare?

      • Ti parlo per me, soltanto per me. Io via di casa ci sono dal lunedì al venerdì (sempre a spese non mie). Ma come farei ad esserlo effettivamente con una facoltà che mi fa entrare alle nove della mattina in università e mi ci fa uscire alle sette e mezza di sera? Lo so che magari io sono un caso a parte ma poi mi immedesimo! Ti rispondo comunque alla tua domanda e ti dico: è più facile restare a casa (poco ma sicuro!!!)! (purtroppo)

  2. Sono d’accordo ma esiste il problema, Vova, del fatto che non si trova uno straccio di lavoro. Mi spiego: io sono rientrato in casa dopo circa 3 anni passati a Leningrado, avevo la borsa di dottorato, lavoravo anche insegnando italiano,e già prima di fatto ero indipendente, perché tra servizio civile, part-time all’università, ancora si poteva arrangiare.
    Ora, è da 10 mesi che faccio colloqui, mando progetti, etc. ed è come aspettare il nemico nel “Deserto dei Tartari”, con le pressioni familiari e anche proprie, perché, nonostante il buon rapporto con i miei, ne ho 28 di anni e non 18.
    A me la cosa che preoccupa, e vedo molto anche nei giovani compagni, è la seguente: l’assenza dello spirito di ribellione. Oggi mi sento dire spesso “non vengo a questo corteo/a questa iniziativa perché i miei non mi ci fanno venire”. All’epoca prendevo il treno, andavo e via, poi dopo si vedeva. Oggi invece è come se si fosse interiorizzata l’idea di non avere un’evasione possibile da questo mondo, ed è paradossale vederlo in chi casomai canta a squarciagola le canzoni dei 99 o si dice antagonista. Questo elemento, con l’assenza di alcuna possibile prospettiva di lavoro e studio, fa corto circuito, bisogna vedere che succede, visto che i tempi della “mangiatora vascia” come dice mia nonna sono finiti.
    Per quanto mi riguarda, si fotta questo presente e futuro di merda dei nostri governanti, vado a Mosca e provo a insegnare italiano.

  3. Ciao… complimenti x ogni singolo post che carichi su questo blog! Tornando a noi… posso dirti che io ho 22 anni,e sono di Napoli, e appena ho finito la scuola,a 18 anni, (ho fatto l’alberghiero a san Giovanni) sono andato via di casa e ho iniziato a vivere da solo, invece economicamente ero già indipendente a 16 anni. E come me conosco anke altre centinaia di ragazzi… quindi esistono giovani e giovani…. a tanti conviene vivere con i genitori ( o non hanno il coraggio di andare via o pigrizia) invece ci sono tanti altri che vanno via x la sete di conoscenza, libertà e vedere un mondo diverso da quello dove si é cresciuti!

    • Caro Lorenzo, già nella scelta della scuola hai manifestato la voglia di partire e di vedere altro del mondo che avevi conosciuto fino a quel momento. Io a diciotto anni mi sono trasferito a Londra. Onore a te e a chi ci prova 😉

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