Pure se faceva un cazzo di freddo

di Rosario Dello Iacovo

La prima volta che chiese a una donna di uscire, cinque mesi e ventitré sabati dopo, lei tergiversò il tanto necessario perché lui se la svignasse. Tirò un sospiro di sollievo. Lui le piaceva, era evidente. Voleva solo allungare un po’ il brodo dei convenevoli, perciò restò spiazzata dalla rapidità con la quale innestò la retromarcia per darsi a una fuga scomposta. Il cuore gli batteva all’impazzata. Era terrorizzato dall’idea che gli dicesse sì. Come avrebbe fatto appena pochi minuti dopo, se solo avesse continuato a manifestare lo stesso interesse costante e a bassa intensità che era stato sempre così bravo a simulare. Ma stavolta non ce la faceva. Il metodo, che l’aveva accompagnato sulle tortuose strade senza uscita della sua vita, stavolta non gli sarebbe stato di nessun aiuto. L’idea di guardare un’altra negli occhi lo inorridiva. Ma aveva dovuto farlo, quando in lei non aveva ritrovato nemmeno la più impalpabile traccia di un sentimento. Neanche qualcosa che vagamente gli somigliasse. Solo una coltre gelata dall’inverno siberiano che si era abbattuto sulla loro storia.

La cercava perché voleva parlarle. Lo faceva sempre. Ne aveva fisicamente bisogno. Ma ogni volta, dopo averci parlato, si ritraeva anestetizzato dal gelo che era capace di riversargli addosso. Sembrava che non si fossero mai conosciuti. Supponeva usasse lo stesso tono, quando parlava coi clienti della compagnia telefonica per la quale lavorava. In quel caso, forse, era un po’ più affabile. Il ragionevole dubbio iniziò a insinuarsi nella corteccia spessa delle sue convinzioni personali. E poi, lui non aveva mica bisogno di assistenza. Né tantomeno di informazioni sui piani tariffari. In assoluta franchezza, ammetteva spesso, gliene passava proprio per il cazzo. Nemmeno di sapere perché gli sms che inviava, talvolta arrivassero dopo due giorni. Per quanto davvero accadesse, si era rassegnato all’ineluttabilità della cosa.

Tentare di spiegarlo all’operatrice del call center a pagamento, che si era aggiudicata con un’offerta al ribasso la commessa col suo gestore, si era rivelata un’impresa disperata. Svantaggi della globalizzazione. Per quanto il rumeno fosse una lingua neolatina, e quindi relativamente vicina all’italiano, lei non afferrava cosa gli stesse dicendo e gli suggeriva delle soluzioni tanto casuali quanto inutili, scelte nel mazzo delle risposte che le avevano insegnato in un corso lampo, full immersion. Hanno sempre un nome inglese le inculate del nuovo ordine mondiale. Poverina, si ritrovò a pensare quella volta in cui la sua inadeguatezza stava quasi per prorompere in pianto incontrollato. E magari le avevano chiesto pure una laurea per quel lavoro sottopagato a duemila chilometri di distanza dai problemi dei suoi interlocutori. Chissà se pure lei aveva spezzato il cuore a qualcuno. Sperò che non l’avesse fatto.

La seconda volta, otto mesi e trentanove sabati dopo, andò un po’ meglio. La tipa disse sì senza nemmeno dargli il tempo di imbastire una scusa che non fosse crollata a un esame appena più attento della faccenda. “Andiamo a cena?”, gli chiese a bruciapelo. E lì fu complicato, dopo aver assentito, scegliere un posto dove portarla. Steak House al Vomero era da escludere. Senza ombra di dubbio. L’ultima volta che c’era stato non ne aveva tratto la consueta gratificazione. E poi iniziava a pensare che portasse decisamente male. Sfiga, come dicevano i suoi amici in Gallia Cisalpina, spaparanzati nel bel mezzo della Pianura padana, col culo sospeso fra le Alpi e gli Appennini. Questi stessi, che vedeva la mattina appena sveglio a Milano e che gli mancavano ogni volta che era a Napoli. Così come, la vista di Capri, del mare e la Penisola Sorrentina quando invece era a Milano. Era un uomo che non trovava pace, né un luogo che potesse chiamare casa.

Anche l’altro posto, sulle scale, a Carlo III, era fuori dalla grazia di Dio. Per quanto ne amasse la cucina e l’atmosfera, il ricordo gli avrebbe stretto lo stomaco in una morsa. Sarebbe già stato tanto, se non le avesse vomitato addosso un attimo dopo essersi seduti. Forse anche prima, alla sola vista dell’insegna. In quel caso scelse la ritirata ignominiosa, adducendo un’improbabile indigestione rimediata la sera prima, che lo avrebbe costretto a letto e a brodini per non meno di una settimana. Lei non gli credette nemmeno di sfuggita. E fu di nuovo sollievo, quello col quale accolse la sua indispettita reazione che si concretizzò nella cancellazione dalla lista dei suoi pretendenti. Oltre che, ovviamente, da quella degli amici di Facebook.

Lista, non era una parola scelta a caso, perché tutti nell’epoca dei social network avevano persone che tampinavano o si facevano tampinare. Anche quelle e quelli che negavano. Sarebbe bastato un bug che avesse permesso a ognuno di leggere i messaggi del proprio partner, per cancellare la parola “coppia” dalla faccia della Terra. E quella del secondo tentativo certamente non faceva eccezione, con le fotine strategiche in costume buttate lì a caso, fra un mi piace e un “sto così male in questa foto”, pensando invece di essere la più fica del Reame. Del resto, non era la sola. E nemmeno era una questione che riguardasse solo le donne. Il trionfo del cattivo gusto e dei corpi resi icone mercificate era davvero un fatto bisex. La grottesca caricatura del pur nobile sogno femminista dell’uguaglianza sia pure nella diversità di genere.

Un rovesciamento nel quale alla mancata emancipazione reale della donna, si affiancava un’analoga mortificazione della figura maschile. Anzi, erano proprio gli uomini che non si potevano guardare. Addominali biafrani, orrende acconciature col ciuffo all’insù, occhiali da sole che ricoprivano tutto il viso, per andare poi oltre. Molto oltre. Uniti nello squallore, sarebbe stato lo slogan perfetto per la miseria dei tempi. Squallore al quale, chiariamoci, in certi casi nemmeno lui si era sottratto, seppur con un certo stile. Ma la sofferenza, si sa, apre nuove porte alla percezione. Rende chiara e visibile la merda con la quale ci nutriamo ogni giorno. Facendocela pure piacere. Dicendo a noi stessi: “Cazzo, se è buona!”

In ogni caso, qualcosa doveva fare. Impossibilitato a tornare indietro, dove lo attendevano venti polari, brina, ghiaccio e il terrore dei meno duecentosettantatré gradi dello zero assoluto, non riusciva però nemmeno ad andare avanti. Restarsene seduto con le chiappe in mezzo al fiume non era una scelta, ne fu consapevole, ma l’unica cosa che in concreto riuscisse a fare. Da un lato rivoleva lei, dall’altro era consapevole che lei non esisteva più. O almeno, la lei che aveva conosciuto si era volatilizzata. “Chissà dov’è finita”, si ritrovò a chiedersi un giorno, di fronte all’ennesimo: “Non so cosa dire”, che gli fece venire voglia di sbriciolare il telefono. In modo da non lasciare nemmeno traccia di quelle conversazioni, che avevano solo il dono magico di ferirlo più profondamente di quanto avesse fatto qualsiasi altra cosa nella sua pur travagliata esistenza. Così come, continuava a oscillare fra l’attribuzione delle responsabilità alle circostanze esterne, e l’ammissione dura da elaborare che forse il suo sentimento non era sopravvissuto ai mesi dell’infatuazione.

Altre volte, si ritrovava in pieno impeto demolitorio ad attribuirsi tutte le colpe. A partire dal peccato originale. Quasi fosse stato lui, e non Eva, a mordere quella mela che secoli e secoli dopo avrebbe fatto la fortuna di Steve Jobs. E la sfortuna di migliaia di operai cinesi che producevano gli oggetti più fashion del mondo nella più infima condizione lavorativa possibile. Ma se così fosse stato, se tutte le colpe dall’alba al tramonto dell’umanità fossero state sue, ogni cosa che aveva fatto successivamente avrebbe prodotto almeno una crepa nella granitica intransigenza con la quale lei aveva considerato chiusa la faccenda. Anche piccola, minuscola. E tante volte aveva pensato di intravederla, infilando un immaginario piede di porco, solo per ritrovarselo poi in mano spezzato e inservibile.

Il terzo tentativo, dieci mesi e cinquantacinque sabati dopo, non dipese nemmeno dalla sua volontà. In quel caso fu una tipa che aveva beccato a una serata a saltargli letteralmente addosso. Roba da non crederci. Ripresosi dallo stupore, sulle prime si disse: “Quasi quasi”. Poi fu la chimica a fotterlo. La chimica e l’odore. Non che puzzasse, per l’amor del cielo. Era caruccia e agghindata come si deve. Avrebbe potuto farsi un servizio completo di fotine da postare su Facebook, tanto era messa bene, ma nemmeno odorava di quella fragranza della quale lui, in quel momento, ebbe la certezza inesorabile di essere ormai dipendente. Così, dopo averla allontanata dicendole che lei era tanto carina, ma lui era omosessuale, si sedette in mezzo al guado. Sentiva l’acqua scorrere, spinta dalla corrente, impattare il suo culo ben piantato al suolo. Ne trasse un certo sollievo. Poi si distese e si lasciò sommergere da quello che era poco più di un rigagnolo, aspettando che l’inverno lo ghiacciasse. Pure se faceva un cazzo di freddo.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

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