I clacson suonarono come non avevano mai fatto prima. Napoli Summer Remix 2012

di Rosario Dello Iacovo

Il temporale atteso da un’ora era in ritardo. L’atmosfera restava bassa, stagnante. Poi si alzò il vento. Venne da nord, si infilò tra le nuvole gonfie di pioggia, con folate che acquisirono progressivamente più forza, rinfrescando l’aria che iniziò a caricarsi di elettricità. Dal punto di osservazione del Vesuvio, guardava i primi lampi farsi strada nel cielo e avvolgere il tappeto di luci che si estendeva in ogni direzione. Napoli brillava nella notte, ma Napoli era solo una piccola porzione della città che si adagiava ai suoi piedi.

Laggiù, verso nord, c’era Caserta, sormontata dal vecchio borgo. A est, le luci si spingevano ininterrottamente oltre i limiti della provincia, inoltrandosi in Irpinia. Mentre, a occidente, il mare rifletteva il riverbero dei lampi come un mantello di lucciole. Anche alle sue spalle, per quanto non potesse vederla, la città continuava. Come un anello, circondava il vulcano, spingendosi fino a Salerno e alla penisola sorrentina. Se fosse dipeso da lui, sarebbe stata un’unica metropoli. Come Londra, quando la guardi dall’alto della collina di Hampstead Heath e vedi raccolte in un solo spettacolo pirotecnico le decine di cittadine che un tempo erano autonome.

Pensò che l’Italia fosse un paese arretrato, governato da una razza di predoni litigiosi. Se ne avesse avuto il potere, avrebbe fatto di quella distesa di case, luci, strade, colori, una città-stato. Avrebbe eretto le mura dichiarando una secessione unilaterale, esiliando i cittadini indegni e gli amministratori. Ovvero il settantasette virgola dodici per cento della fottuta popolazione. E forse la stima era fin troppo clemente.

Fra i cittadini indegni, c’era la borghesia parassitaria. Quella che aveva fatto affari con l’intrallazzo e i soldi pubblici, rinunciando al ruolo di modernizzatrice che, altrove, la storia le aveva assegnato. Ci sarebbero stati quelli che avevano fatto della violenza e della prevaricazione una scelta di vita, oltre la costrizione oggettiva delle condizioni materiali dell’esistenza. In fondo, erano, i primi e i secondi, due facce della stessa medaglia. Due chele di un gigantesco granchio che avevano stretto la città fino a stritolarla. Poi c’erano i pavidi e gli ignavi. I vorrei ma non posso. Quelli dei se, ma, però, forse, chissà.

Invece avrebbe organizzato un piano di rientro per i napoletani eccellenti. Quelli che si erano stancati delle beghe senza costrutto ed erano andati a farsi onore nel mondo, portando in alto la bandiera della città. Perché, nell’epoca della globalizzazione, erano proprio le città che dovevano riprendere il ruolo storico di centri autonomi, liberandosi da lacci e costrizioni di Stati-nazione obsoleti. Ne era convinto. Poi avrebbe proceduto a bonifica e sventramenti. Ci sarebbe stato un lungomare unico da Punta Campanella a Castelvolturno, estremi baluardi a sud e a nord della contemporanea Partenope.

Un principato di Montecarlo senza principe, solo con una dittatura pro tempore, male necessario per il futuro benessere. Avrebbe costruito venti linee della metro, utilizzando la mappa dello scenario 2011 previsto dal piano dei trasporti del Comune di Napoli, che era rimasto solo un bel disegno sulla carta, ma sarebbe andato molto oltre. Ci sarebbe stata la Linea 9, quella dei due Musei. La 10, con il tragitto lungo via Foria, Carlo III, Capodichino, Casoria e Afragola. Al centro ci sarebbe stata un’enorme Ztl, con le automobili rese superflue dal trasporto pubblico su ferro e in superficie, garantito da navette ecologiche. Ci sarebbe stata anche una pista ciclabile vera, per i più temerari che avessero scelto di affrontare gli impervi dislivelli del territorio napoletano.

I vecchi comuni sarebbero stati accorpati in municipalità, sul modello dei boroughs londinesi, e laddove la classe politica locale si fosse ribellata, nel nome della conservazione degli antichi privilegi, sarebbe stata espulsa con ignominia e sbrigativo spirito pratico. Sul territorio, avrebbe distribuito funzioni metropolitane d’eccellenza, perché la città doveva essere policentrica. Centri culturali, piscine, palestre, biblioteche. Ci sarebbe stato un litorale domizio, con le sue spiagge di nuovo candide e un mare cristallino. Una spiaggia addirittura nel vecchio territorio comunale. E non le zoccole, i grossi ratti, che infestavano le scogliere del lungomare. E via via, scendendo a sud, il mare avrebbe ripreso a essere una risorsa e una fonte di svago a basso costo. Il rapporto con l’Italia sarebbe stato ricontrattato, e magari l’esempio di Napoli sarebbe riuscito a stimolare una reazione a catena sulle altre grandi città del paese.

Poi aprì gli occhi nella penombra della sua camera da letto. Perché era lì che si trovava, non sul Vesuvio. Sentì distintamente il rumore ossessivo dei clacson al casello del Corso Malta. Alzò le tapparelle. L’aria era rovente e così sudicia che Capri nemmeno si vedeva. Il vulcano riusciva a tirare fuori dall’ammasso di smog e afa solo una piccola porzione della propria vetta. E il mare, una massa di livido rancore che bagnava la città senza ingentilirla. Due automobilisti erano scesi dalle macchine e se le stavano dando di santa ragione. Gli altri continuavano a suonare, inviperiti per l’ulteriore ostacolo. Dalle sue spalle, dalla distesa infinita di degrado di Napoli nord proveniva un odore mefitico di spazzatura bruciata.

Da lontano, da Londra, Milano, New York, o altrove, qualche napoletano virtuoso ascoltava vecchie canzoni di Sergio Bruni o postava sui social network foto di una Napoli spettacolare. Rassegnato, in fondo, a una nostalgia iconica che escludeva il ritorno.

Lui, invece, si guardò rapidamente intorno. Poi scavalcò la ringhiera e si lanciò di sotto. Il suo corpo schiantato sull’asfalto bloccò il traffico per ore, prima che fosse rimosso. Quel giorno i clacson suonarono come non avevano mai fatto prima.

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4 commenti su “I clacson suonarono come non avevano mai fatto prima. Napoli Summer Remix 2012

  1. Che bel racconto. Mi domando dove nasce l’ostacolo, di cosa si nutre e soprattutto come fare ad abbatterlo. Quell’ostacolo apparentemente insormontoabile, il muro che divide i sogni dalla realtà.

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