Lui ride sempre

di Rosario Dello Iacovo

– Zio, mi vieni a prendere, così sto un po’ con te? – Mi chiede ruffianissimamente al cellulare Yuri, dall’altro lato dei 450 chilometri che separano Napoli da Gallipoli. Deve andare al campo scout fra qualche giorno, ma dice che vuole stare un po’ a Napoli prima di partire. Può chiedermi quello che vuole, tanto lo sa che gli dico sempre di sì. E poi, in Salento siamo di casa, non sarà un viaggio che mi creerà particolari problemi. Iniziò la mia famiglia oltre trent’anni fa, scegliendo Porto Cesareo come meta per le vacanze. Allora il tacco d’Italia non era di moda come adesso. C’erano paesini e pescatori che riparavano le reti nei pomeriggi assolati, seduti sull’uscio delle proprie case. Io li guardavo affascinato, in silenzio, mentre il vento spazzava la lingua di terra compresa fra l’Adriatico e lo Jonio che si allunga verso i Balcani. Ci capitammo quasi per caso, dopo una vacanza potenzialmente disastrosa a Le Castella, dove scoprimmo di aver affittato una casa che al piano terra ospitava il forno del paese. Scappammo subito dopo averla vista e risalendo la costa calabrese ci fermammo a Lido Sant’Angelo, una frazione di Rossano. Non fu comunque un’estate da ricordare. A portarci in Salento l’anno dopo fu il passaparola che coinvolse mia madre, colpita dai racconti di una signora del nostro quartiere che ci andava già da qualche anno. Poi la signora smise. La mia famiglia, no. Non ha smesso più.

Negli anni della mia infanzia non ci eravamo mai spinti così lontano, ma comunque in villeggiatura ci andavamo sempre, perché soffrivo d’asma allergica e il medico mi aveva tassativamente prescritto di soggiornare almeno un mese al mare. Di più non avremmo potuto, un solo anno riuscimmo a trasformare quel singolo mese in due. Ricordo vagamente Amalfi, ma ero piccolissimo. Un po’ meglio Ischia, ma non mi faceva impazzire. Mondragone, col frigorifero sul portabagagli della Cinquecento di mio padre imbottita di provviste. Poi Gianola e infine Scauri, dove trascorremmo diverse estati, prima che diventasse un posto invivibile dove rischiavi una coltellata al primo sguardo incrociato anche per sbaglio. Pure mio fratello, dopo essersi sposato, va in Salento. Si è solo spostato qualche decina di chilometri più a sud. Perciò Yuri è lì da metà giugno, in un grosso campeggio di Gallipoli.

Ai tempi, solo Otranto e la stessa Gallipoli avevano una fama che andava oltre i confini locali. Porto Cesareo era vista con un certo snobismo dalla Lecce bene che gli preferiva altre località, con le eccezioni del Tabù, in parte delle Dune e del Miramare, dove si trascorrevano pigramente le serate. A Cisaria, come la chiamano in salentino, ci veniva soprattutto gente dai paesi circostanti, Veglie, Monteroni, Copertino. Molti ragazzi coi quali facevo amicizia avevano origini popolari e questo provocava più di un attrito, soprattutto quando si trattava di donne. Noi eravamo gli invasori che venivano da quelle grandi città che i nostri coetanei del posto avevano appena sentito nominare. Non so, credo che ai loro occhi apparissimo come una minaccia. Come i privilegiati che avevano una vita più facile. O, almeno, che potevano trascorrere l’estate al mare, invece che a sfacchinare per un paio di mesi sotto il sole, come quasi tutti loro facevano.

Non sapevano che la periferia dove ero cresciuto, della grande città aveva solo il degrado. E nemmeno che ogni volta che parlavo a una ragazza il cuore si metteva allegramente a tamburellare a velocità insostenibili. Ben oltre i limiti della prudenza e del buon senso. Le guance invece si coloravano di un bel rosso purpureo che restituiva un po’ di vita alla mia carnagione pallida. Di quelle estati ricordo il mare straordinariamente pulito, i piedi nell’acqua che si vedevano come se non fossero immersi nell’acqua, un sole addirittura più caldo di quello napoletano. Le stradine delimitate dai muretti di pietre in mezzo agli oliveti. E sopra di noi, un cielo così stellato che ogni notte sembrava sul punto di precipitarci addosso.

Era bello quel Salento, e tutto suonava nuovo. L’accento delle persone sembrava, con mio grande stupore, siciliano. Perché a scuola mica qualcuno si prendeva la briga di parlarti di Daunia, Terra di Bari, Terra d’Otranto. Dicevano Puglia e tu ti aspettavi che parlassero tutti barese. Seh, credeteci. Le case basse e bianche mi ricordavano le foto della Grecia. I fichi li coglievo direttamente dagli alberi. Crescendo, ci sono andato spesso con la fidanzata del momento. Se ci fosse una disciplina incentrata sulle fidanzate perdute, io sarei il campione del mondo. Poi ci sono andato sempre di meno. Infine non ci sono andato più, se non sporadicamente per lavoro o a trovare i miei per un paio di giorni, finendo per restare nel giardino di a casa a godermi il suono del silenzio. Lo preferivo a spiagge diventate sempre più affollate, minacciate e spesso vinte da quel cemento che prima non esisteva nemmeno negli incubi peggiori. Porto Cesareo è sempre una perla di bellezza rara, ma quando ha iniziato a ricordarmi Rimini ho capito che il mio tempo lì era finito.

Però stavolta ho una missione da compiere. Novecento chilometri in ventiquattro ore e un nipotino da recuperare. Perciò gli dico sì. Lui incassa i tre punti facili facili, e la mattina dopo mi metto in viaggio. La scelta dell’itinerario ha la sua importanza. La decisione di evitare l’autostrada Napoli – Bari è dettata da una ragione semplice: è più lunga e più costosa. Cazzate. Il vero motivo è che non voglio passare da Molfetta dove, un paio di settimane fa, ho lasciato segni di copertone profondi e neri dopo che un monovolume si è schiantato contro il furgone sul quale viaggiavo. Questo mi spinge a riesumare la Basentana, una strada che un tempo facevo sempre, ma alla quale negli anni ho preferito sempre più frequentemente l’autostrada.

Mi sveglio e parto, quindi. Problema numero uno, la macchina di mio fratello, perché la mia… vabbè lasciamo perdere, va a metano. Badate bene, non a “gas”, non gpl, ma metano. Siccome riduce drasticamente i costi, le pompe sono rare come un rapper intelligente nella scena italiana. Cioè, ce n’è una proprio ogni tanto. Per questo, le ho cercate on line e messe in bell’ordine su un foglio che mi sono stampato e portato dietro. Nel mio caso la prima utile è a Nocera. Trecento metri a sinistra dal casello. Scopro, dopo aver vagato per chilometri, che è sì a trecento metri dal casello, ma della A30. Non la Napoli – Salerno sulla quale stavo viaggiando. Alla fine però la trovo. Riempio il piccolo serbatoio e mi rimetto in viaggio. Sarò passato un miliardo di volte da Nocera, ma è la prima volta che la mole del Monte Albino mi appare così imponente da incombere con tanta prepotenza sull’abitato. Forse è una questione di prospettiva o sono solo più attento. Passiamo la vita a correre a testa bassa, poi ogni tanto la alziamo ci accorgiamo di cose che non vedevamo, nonostante ce le avessimo appena dopo la punta del naso.

Anyway, stavolta ci faccio caso e lo spettacolo è davvero maestoso. Incute soggezione, con la vegetazione rigogliosa che ricopre i fianchi della montagna e fa sentire piccoli e inadeguati gli uomini ai suoi piedi. Nocera nell’antichità era una vera e propria città, la più importante dell’Agro. Poi fu divisa in cinque comuni dal fratello di Napoleone. E di nuovo, in seguito, su pressioni dei latifondisti per accaparrarsi più facilmente le terre demaniali di uso comune. C’erano ancora i Borbone. I re buoni che quando si parla di sud qualcuno vorrebbe di nuovo sul trono. Un nazionalismo nel quale cambia solo il padrone al quale devi obbedire. Ma non penso a loro stavolta e nonostante le radio italiane facciano notoriamente cacare, oggi becco sto programma su Radio Capital che passa un sacco di bella musica. Ottima compagnia per il viaggio.

Il tempo è reso variabile da Circe, perché oggi anche le perturbazioni hanno un nome, altrimenti come ci ricamano su i media? Quando c’è il sole, fa caldo. Poi un po’ meno, dopo Sicignano, quando mi avvicino al confine con la Basilicata. Anzi, sembra di essere in inverno con i nuvoloni bassi spinti dal vento, che riducono la visibilità e scrosci improvvisi di pioggia. Questo tratto della Basentana me lo ricordo sempre così, non solo per il clima. Anche per i lavori che approssimano col maggior livello di realismo possibile il concetto di eternità. Cantieri aperti dove non ho mai visto lavorare nessuno. Gru ferme in mezzo al nulla. Recinzioni. E marcia su una sola corsia sui viadotti altissimi, sospesi a cavallo fra le montagne. Vorrei la lista di tutti gli assegnatari degli appalti. Poi di quelli che glieli hanno fatti vincere. Infine, li radunerei in una galleria che provvederei a murare. In quel caso viaggerei volentieri su una corsia sola. Come faccio oggi, e come facevo trent’anni fa sempre in direzione Salento, ma almeno sarebbe una mia scelta. Becco anche una macchina ribaltata, ma stavolta il conducente che ha deciso di addormentarsi al volante ha avuto il buon gusto di non travolgere nessuno. Soprattutto non ha travolto me, e questa è cosa buona e utile.

Intanto arrivo a Potenza, mi fermo e mi faccio un panino. Scaldato nella piastra, è come sempre rovente fuori e gelido dentro. Lo addento e la maionese messa alla cazzo schizza via precipitando al suolo. Bestemmio, mangio, piscio, mi lavo le mani e i denti. Poi vado al bar. Faccio razzia di dolcificante e fruttosio a parziale compensazione della maionese perduta, ma invece del caffè che ho ordinato mi arriva un coso sormontato di panna del quale non afferro nemmeno il nome. Non era per me e stavolta la bestemmia resta in gola. Arriva il tizio che l’aveva ordinato e io mi ripago dell’attesa in altre bustine di Dietor. A questo giro, “naturale”, come annuncia entusiasticamente la confezione. Immagino la naturalezza ed esco. Chiedo al benzinaio se in città c’è un distributore di metano, perché temo di non arrivare a Metaponto, ma lui mi guarda e dice: “A Tito”, indicandomi con gli occhi la direzione dalla quale provengo. Saluto e riparto. Benvenuti in Italia.

Dopo Potenza, le montagne lasciano via via spazio alla pianura e anche il sole fa di nuovo capolino dalle nubi come se niente fosse. I colori sono bellissimi e l’effetto combinato del mio daltonismo con gli occhiali scuri mi fa vedere tonalità che non esistono in natura. Uno spettacolo in esclusiva per i miei occhi stanchi puntati sulla strada, ma col cervello che pensa a quel sedile vuoto al mio fianco sul quale avevo promesso di farla sedere, la prossima volta che fossi andato in Salento. Era un anno fa. Poi non ci siamo andati più. Mi sento solo, allora metto il viva voce e chiamo un paio di amici. Ma non ho niente da dirgli, perciò le conversazioni risentono della mancanza di argomenti. Comunque le loro voci mi fanno compagnia per un po’. Poi ci pensa la radio a riempire il vuoto, alimentando ricordi e suggestioni, perché niente come la musica ci restituisce il passato che non vogliamo dimenticare.

Infine Metaponto arriva, la greca. Quindi si respira aria di casa per me che vengo dalla natia Partenope. Si sente l’odore del mare, nonostante quello del metano che in quest’ultimo distributore per fortuna c’è. Un ragazzo seduto in macchina si alza indolente, ne deve vedere pochi di clienti. La Basentana è generalmente poco trafficata. Se poi sei l’addetto al metano, ci puoi pure morire di solitudine, in quest’angolo di paradiso dai colori distorti che i miei occhi osservano avidamente, pur nel difettoso collegamento col cervello che spara frequenze cromatiche a come gli gira. Quello che conta, è che il serbatoio è di nuovo pieno. Io sono solo. Saluto l’uomo solo della pompa e mi immetto di nuovo su questa strada solitaria, che appena poche centinaia di metri dopo si tuffa nella Statale 106 e si riempie un po’ più di vita. Qui il mare scorre parallelo alla mia destra. Svolterei e mi lascerei inabissare. Senza opporre resistenza.

I pennacchi velenosi dell’Ilva mi avvertono che sto per arrivare a Taranto, ben prima che il profilo della città si scorga. La chiudono, non la chiudono, è una querelle che va avanti da anni. Con gli operai che lottano per il posto di lavoro e la sinistra ecologista che lotta per la chiusura. Lo scontro fra la sinistra che fu e quella che vorrebbe essere, avviene drammaticamente qui, intorno a questa fabbrica simbolo delle cattedrali nel deserto che Dc e Pci fecero costruire al sud tardi e male. Fuori tempo massimo. Oggi, almeno quelle pochissime che hanno resistito alla crisi e al tempo, continuano a produrre tumori. Esibiamo gli indici, tripli, quadrupli, quintupli, rispetto alla media nazionale con atterrito stupore, ma anche con una certa paradossale soddisfazione. Come se dicessimo: l’industria è arrivata fin qui, ben oltre Eboli, dove pure Gesù Cristo si era dovuto fermare, impossibilitato a proseguire per i lavori della Salerno Reggio Calabria che già allora erano in ritardo.

Ormai guido col pilota automatico. In testa ho un miliardo di pensieri. Guardo il sedile alla mia destra per essere sicuro. Vuoto. Ascolto un cd di Nick Drake, ammazzatosi quasi quarant’anni fa dalle parti di Birmingham, una delle città più grigie e tristi del mondo. Un po’ come mi sento io da qualche tempo. Cioè, triste, non morto. Non ancora, almeno. Solo che Nick prima di morire ha lasciato alcune tracce indelebili con la sua voce e la sua chitarra. Perciò ora ci dà dentro, avvisandomi che the day is done, il giorno è passato:

When the bird has flown
Got no one to call your own
Got no place to call your home
When the bird has flown

E come se si fossero messi d’accordo prima, loro e Nick, uno stormo di uccelli si alza da un canneto e si tuffa controluce nella nube tossica dell’Ilva. Chissà se pure agli uccelli gli viene il tumore. E chissà se sono fieri che dalle loro parti è arrivata l’industria o, magari, non se ne fottono proprio. Cristo di sicuro non hanno mai saputo nemmeno chi cazzo fosse. Loro sono uccelli e volano. E questo è quanto. Io invece sono un uomo che alla fine del giorno viaggia da solo, in un abitacolo su quattro ruote, spinto da un propellente che si chiama metano. Mi ha riempito il serbatoio un uomo che morirà di solitudine o di tumore, e in entrambi i casi sarà una cosa della quale non gliene passerà per il cazzo a nessuno. Un omino solitario alla fine di una strada poco trafficata chiamata Basentana. Alla periferia dell’impero. Chissà se anche lui ascolta Nick Drake mentre aspetta un cliente che, come i tartari dell’omonimo deserto, forse non arriverà mai.

Io, però, ho una missione da compiere. E un nipotino da riportare a casa. In una città bagnata da un altro mare e dallo stesso inquinamento. Anche se da noi l’Italsider l’hanno già chiuso e in cambio ci hanno dato i lidi privati con la spiaggia tossica a 10 euro, e un bel disegno della Bagnoli che verrà. Forse. Un giorno. O al limite faranno un altro disegno, lo chiameranno studio di fattibilità e ci butteranno sopra un’altra manciata di coriandoli. Una decina, una ventina di milioni di euro tanto per gradire. Perché pure Nick lo sa che: “quando il giorno è passato / sulla terra poi affoga il sole / insieme a tutte le conquiste e le vittorie”. Figuriamoci noi che abbiamo perso sempre. Ci daranno un beato cazzo. E ce lo faremo pure bastare. Ma non ho tempo per pensare a queste cose. Inquadro Brindisi nel mirino e tiro dritto, perché la superstrada per Lecce è rimasta un moncherino di qualche chilometro. Non c’è una montagna a pagarla, una galleria da scavare, un criminale NoTav che si oppone. Eppure quella strada non l’hanno mai costruita. Ci siamo limitati a pagare e ringraziare. Come ho fatto io prima col panino rovente fuori e freddo dentro. Come il cuore di una donna che non ti ama, ma che continua a bruciarti la pelle.

Brindisi, poi Lecce, poi Gallipoli, col Salento che sembra correre ai lati della strada e mi saluta, mentre le stelle in agguato si preparano a sorgere e a precipitarmi addosso. Anche Yuri mi saluta. Lo trovo in costume a torso nudo che mi aspetta all’ingresso del campeggio. Riconosce a grande distanza la macchina del padre e agita vigorosamente le braccia sopra la testa sorridendomi. Strappa anche a me un sorriso.

– Cià ‘o zi’
– Ciao Yuri. Perché mi stai aspettando qua?
– Perché altrimenti non ti facevano entrare. – Sono mesi che non lo vedo. Prima che lui partisse, io facevo l’esule a Milano. Poi, rivolgendosi al tipo nella guardiola, autorevole come se fosse casa sua: – È mio zio. – Indicandomi col pollice. E così, la sbarra magicamente si alza.

S’infila in macchina e il sedile non è più vuoto. Lo occupa il suo piccolo corpo agile e abbronzato. Lo vedo anche un po’ cresciuto, coi capelli corti, le lentiggini rese più visibili dall’esposizione al sole, mentre mi indica la strada per raggiungere le loro tende. Al plurale perché sono tre o quattro, e sono grandi. Ci stai anche in piedi. Hanno tutto, frigo, tv, cucina. Addirittura vani separati, cassettiere. Quando andavo in campeggio a Riccione, fra il 1981 e il 1983, un attimo dopo che ero entrato in tenda, avevo già perso tutto. Ho sempre avuto una capacità innata al disordine e a perdermi le cose per strada. Ma magari qui non perderei nulla. Magari è anche una questione di contesto. Magari è solo voglia di riprovare, che se ce l’hai, ce l’hai. Lo stesso però vale quando non ce l’hai. Purtroppo.

Dopo un po’ mi sdraio su un’amaca e lì prima mi dondolo e poi mi addormento, risvegliandomi nel cuore della notte senza riuscire a richiudere occhio prima dell’alba. Però è bello essere qui. Chi se ne fotte del sonno che non viene. Tanto non mi viene nemmeno a Napoli. Nemmeno a Milano. E almeno qui le stelle sono sorte, e non precipiteranno. Non accadrà stanotte. I Kaiser Chiefs dagli auricolari dell’iPhone mi dicono che il futuro è medievale. Fatto bene, ma a me basterebbe anche che mi desse una rotta. Pure scritta a penna. Anche a voce. E un posto da chiamare casa da dove partire, ogni volta che il mattino mi metto in cammino. Ma finalmente il sonno arriva e spegne i pensieri. Per fortuna, perché in quella tenda a Riccione devo aver perso pure il telecomando. Un altro che funziona non l’ho più trovato. Sarà stato un modello particolare, venuto male e del quale si sono disfatti in fretta per far sparire subito ogni prova del loro insuccesso. Poi è il sole che si leva alto nel cielo a rimettermi sulle strade del mondo.

– Partiamo? – Dico a Yuri qualche ora dopo.
– Sì. – Fa lui solenne, che sembra un ometto serio. Con noi c’è anche suo cugino che ha undici anni, uno più di lui, ma è alto quanto me e porta il mio stesso numero di scarpe. Diventerà altissimo, con i lineamenti gentili e gli occhi chiari. Sembra più grande della sua età e insieme formano una coppia che merita. Yuri saluta la mamma e le dice che tornerà il 4 agosto, dopo il campo scout, con l’aria di chi si accomiata per un lunghissimo viaggio. D lo imita, ma il trasporto con cui si saluta una zia non è lo stesso di quello che si riserva alla madre. Poi l’allegra brigata al mio comando si mette in marcia alla volta di casa. O meglio, nel posto che convenzionalmente chiamo casa. Ci infiliamo sulla Gallipoli – Lecce e gli dico di stare attenti alla pompa che ha il metano. So per certo che ce n’è una. Lo dice il foglio che ho stampato. Ed è proprio grazie a loro che non me la perdo, perché non è una normale area di servizio, ma si accede da un cancello uscendo dalla superstrada. Benvenuti al sud. Intanto pago il benzinaio e pago dazio per coca cola, gomme, caramelle, fonzies, e qualsiasi altra cosa Yuri decida di comprare al distributore automatico, sorridendo marpione senza lesinare sulla spesa. Non si dica che è un bambino avaro.

Arrivato a Lecce, non prendo per Brindisi, ma faccio la provinciale per Taranto. Come facevamo con mio padre da bambini. Loro si beccano continuamente e io me ne sto lì divertito ad ascoltarli. Tu non sai fare questo, e tu non sai fare quest’altro, e io gioco a pallone meglio di te, e io sono più alto. La cosa va avanti a lungo. Solo il navigatore con la previsione dei tempi d’arrivo riesce di tanto in tanto a distoglierli e attrarre l’attenzione. Poi a un certo punto, dopo una cinquantina di chilometri, Yuri mi fa:

– Zio, dobbiamo tornare indietro.
– Stai scherzando?
– No, sono serio. Ho dimenticato l’orsetto. Se no, non dormo. – E inizia a ridere a crepapelle.
– È inutile che la prendi a ridere, tu veramente dormi con l’orsetto. – Fa D, canzonandolo.
– Embè e devo dare conto a te? – Ribatte Yuri, sempre scherzosamente.
– A me no, però se lo dicessi al campo scout faresti una figura di merda. L’anno scorso lo nascondevi sotto le coperte per non farlo vedere a nessuno.
– Sì però a te l’ho detto io. Si no quann te ne accurgiv?

Quando sono coi rispettivi genitori parlano sempre in italiano. Davanti a me è un misto di turpiloquio e napoletano. Evidentemente mi vedono come un amico. Un old boy solo un po’ più vecchio, ma sono pur sempre uno zio, cazzo. Perciò ogni tanto sono costretto a richiamarli all’ordine, soprattutto quando a un certo punto iniziano a parlare solo in dialetto, che lentamente assume la cadenza sbilenca del napulegno andante. Come sta accadendo ora.

– Che ne pensate di parlare un po’ in italiano? Lo sapete come la penso, siamo napoletani e parliamo anche napoletano, è la nostra città e ne siamo fieri. Ma anche in napoletano, non solo in napoletano come state facendo voi due caproni.
– Bell ‘o zi, me si piaciut. Schia ‘o cinche – Fa la piccola peste lentigginosa dal sedile di dietro, porgendomi la mano per un cinque che io severamente ignoro.
– Devi vedere quanto ti piacerò quando chiamerò tuo padre e gli dirò come stai parlando. – Minaccio poi subdolo e sorridente.
– Tanto papà mo’ sta sull’aereo tornando da Barcellona, non lo puoi chiamare. – E ride di nuovo. Non si può dire che non sia un bambino allegro. – Zio, ma tu quanti anni hai? – Riattacca poco dopo, prendendo per il culo, visto che lo sa benissimo.
– Non lo sai?
– No, mi sono dimenticato.
– Ti resterà il dubbio.

Incassa il colpo con aplomb, è pur sempre un Dello Iacovo. L’erede di una dinastia le cui origini affondano nella notte dei tempi. Così, passiamo Taranto e facciamo i quaranta chilometri che ci separano dalla Basentana. Entro nel distributore dove ho fatto il pieno all’andata e il tipo è sempre lì, seduto nella stessa macchina, solo. Si alza di malavoglia e sorride senza dire una parola. Tutto come l’altra volta. Ma almeno è ancora vivo. Chissà se quando ripasserò fra una decina d’anni con Yuri al volante che mi porta a zonzo, lo troverò ancora qui. Non credo, penso, mentre mi metto alla guida e lui rientra nel loculo semovente in mezzo al deserto, in attesa dei tartari. C’è il sole, Circe è solo un ricordo, e io vado piano perché ho un po’ d’apprensione per la presenza dei due pargoli. Poi Yuri esplode in un canto liberatorio e inizia a intonare Je so pazz di Pino Daniele. Lo fa perché deve poter dire liberamente “Nun ce scassat ‘o cazz”. Lo so perché lo conosco. E poi, quando arriva a quel punto, alza la voce e mi sorride col ghignetto provocatorio dal retrovisore. Io lo osservo con lo sguardo che vorrebbe sembrare inflessibile, ma in realtà non me ne importa.

Sono qui, cantiamo in coro e Napoli è davanti a noi che ci aspetta, mentre le nuvole si esibiscono in una frenetica danza nel cielo accompagnando la nostra canzone. E io sono felice, vorrei solo che lei fosse qui con noi. Vorrei che ci fosse lei a rispondere quando Yuri mi fa un sacco di domande alle quali io non so dare una risposta. Capirai anche tu un giorno, piccolo Yuri, che la cosa più semplice da fare va bene solo quando sei bambino. Poi diventi grande e le strade si fanno contorte. Questo vorrei dirgli, ma non voglio guastargli la sorpresa. Tanto manca poco perché quelle stesse ragazzine che oggi chiama sdegnosamente “femmine”, inizieranno a fargli girare la testa e le palle, in un vortice che – imparerà – si chiama amore. Ed è la cosa più bella del mondo, anche quando ti fa male come fa male a me da così tanto tempo che nemmeno me lo ricordo.

Il viaggio prosegue così, passiamo Potenza, Yuri continua a sfuculiarci, io e D lo cazziamo, lui ride del tutto indifferente ai nostri richiami, io lo amo, li amo entrambi questi due bambini così uniti che stanno sempre insieme e tra un po’ si affacceranno alla vita vera. Dovranno sostenersi a vicenda, come fratelli, insieme agli altri cugini, insieme a noi che siamo la loro famiglia. Perché è tutto quello che abbiamo, ed è già tanto sapere che c’è qualcuno su cui contare. Loro potranno contare su di me, sempre, ogni volta che ne avranno bisogno. Questo glielo prometto senza dirglielo, mentre ci fermiamo per l’ennesima sosta. Compro un panino con l’hamburger a me e a D, Yuri non lo vuole e fa incetta di caramelle e schifezzume vario. Poi apre il frigo e prende due coca cole senza chiedere niente a nessuno. Io pago. Tutto regolare. Così ci rimettiamo in marcia per l’ultimo tratto di questa lunga giornata che non vorrei mai far finire.

Il cartello dell’A30 ci avverte che Salerno è dietro la prossima curva. Solo che arriviamo al casello e l’autostrada è chiusa. Senza nemmeno un avviso sui tabelloni luminosi che ci avrebbero permesso di scegliere una strada alternativa. Vado verso Vietri, ma è chiusa anche questa. Ho tre possibilità e le elenco al mio fedele equipaggio: dritti verso Cava de’ Tirreni, scalare il Monte Faito, fare il giro della costiera. C’è traffico, è una sera d’estate, in giro tanta gente.

– Prendiamo la strada più veloce. – Dice un saggio D che vuole tornare a casa e rivedere i suoi genitori.
– Facciamo il giro della costiera, non l’ho mai vista. Ti prego zio, ti prego, ti prego… – Iniziando la litania capricciosa a corpo libero, nella quale è campione intercontinentale.
– Dritti per Cava. – Io, assumendomi la responsabilità del comando. Poi, rivolto a lui, inquadrandolo sempre attraverso il retrovisore: – Ci andiamo un’altra volta di giorno e ci facciamo pure il bagno. Mentre D spiega che lui ci è già stato da queste parti. Due giorni con sua madre.

La spiegazione lo convince e andiamo verso la prima entrata utile dell’autostrada, ma comunque c’è una lunga coda di macchine e ci mettiamo un’ora per fare dieci chilometri. Da lì è un attimo, lasciamo D a casa sua. Arriviamo a casa mia dove c’è mio fratello rientrato da poco dalla Spagna che va via poco dopo. Yuri resta a dormire qua, perché domattina suo padre ha da fare. Ci abbuffiamo di mozzarella di bufala, pane di San Sebastiano, e prosciutto crudo. E, alla fine, vinti dalla stanchezza, andiamo a dormire. Otto ore dopo essere partiti.

– Zio, – fa una voce che faccio fatica a inquadrare tra veglia e sonno, all’alba del mattino dopo. – andiamo alla costiera amalfitana? Me l’hai promesso.

Gli tiro un cuscino e lo abbraccio. Poi gli dico:

– Sì, ci andiamo, ma dopo. Ora fammi dormire.
– Va bene, però ci andiamo. – E ride. Lui ride sempre.

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6 commenti su “Lui ride sempre

  1. che bello questo racconto, fantastico il viaggio… anch’io un anno fa, in un giorno di luglio, percorrevo quella stessa strada verso metaponto… l’ho rivista step by step, anche quei nuvoloni pesanti e gli acquazzoni improvvisi. Day is done, yep, but one another is about to come.

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