E le stelle stanno a guardare

di Rosario Dello Iacovo

L’appuntamento era alle 20,30 e lui si svegliò alle 21,18. Ma solo perché il telefono non smise di squillare finché il suono non assunse la forza e la tenacia per destarlo. Non gli capitava spesso di ricordare i sogni. Per anni il sonno era stato un buco nero, un intervallo sempre troppo breve fra il momento in cui riusciva a chiudere gli occhi e quello nel quale li riapriva. Negli ultimi tempi, però, gli accadeva più frequentemente di conservare dei frammenti onirici nei primi attimi del risveglio. Poi la realtà prendeva rapidamente il controllo dissolvendoli, come fa il vento con gli ultimi residui di un temporale estivo.

Non fu così quella volta, perché il flusso di quel mistero che chiamiamo convenzionalmente sogno lo aveva trasportato completamente altrove, nonostante dormire di giorno non aiutasse a sognare. Era in un’aula di tribunale e il Pm stava chiedendo il massimo della pena. Questo se lo ricordava. In realtà non sapeva di cosa era accusato, ma afferrò dei brandelli di discorso a proposito di qualcosa che aveva scritto. Nonostante il rischio che stava correndo sembrava indifferente, disinteressato, e la maggior parte delle parole gli scivolò addosso senza lasciare traccia. Alla fine della sua invettiva, il publico ministero chiese la pena di morte e quando sollevò il viso, guardandolo dritto negli occhi, Marco si accorse che aveva le sue stesse sembianze.

La cosa inspiegabilmente non lo sorprese. Si limito a girarsi verso il suo avvocato d’ufficio, basso, grasso, quasi calvo, con una sottile aureola di capelli unti che gli circondava il capo, dicendogli di restare seduto. Si sarebbe difeso da solo. Lui non ebbe difficoltà ad adeguarsi con un’alzata di spalle e un vago cenno di assenso, immergendo di nuovo gli occhi in un quotidiano sportivo dal quale, invero, non li aveva mai sollevati se non distrattamente. Marco parlò a lungo guardando in direzione ora del giudice, ora della giuria. Un discorso accorato in cui non negò che potesse aver usato, come talvolta gli capitava, parole forti – anche se nello specifico continuava a ignorare su quale kafkiana congettura fosse stato istruito il processo – ma le motivò con una sorta di legittima difesa. Un diritto alla resistenza. Uno scudo che a un certo punto era stato costretto ad alzare per la sua stessa incolumità.

“Ci sono dei limiti al dolore che un uomo è in grado di sopportare”, disse a un certo punto col cuore in mano ai giurati, che però lo guardarono severi senza il minimo accenno di indulgenza. Glielo avrebbero strappato dal petto con le loro stesse mani, se solo avessero potuto. Soprattutto una donna sui trent’anni coi capelli neri e il naso aquilino che non aveva smesso un solo istante di fissarlo con gli occhi serrati come fessure. Era evidente che il suo verdetto di colpevolezza fosse già stato emesso, glielo lesse nello sguardo che emanava bagliori di odio puro capaci di infiammare quella terra di nessuno che li separava. Ma Marco non avvertì neanche un moto di preoccupazione per il suo destino. Voleva solo spiegarsi, quello gli interessava. Gettare sul piatto di un’ipotetica bilancia della giustizia le ragioni che troppo a lungo aveva taciuto. Anche a se stesso. Quando terminò il suo discorso, si sedette. La giuria si ritirò. E quando tornò in aula, dopo un lasso di tempo che gli sembrò interminabile, ma che volò via con la stessa rapidità con cui si consumano le vite degli uomini, lo condannò a morte.

Fu qui che la telefonata di Claudio lo svegliò, salvandolo dall’esecuzione materiale della pena, ma senza riuscire a cancellare il senso di profonda inquietudine che gli restò incollato addosso, mentre si guardava intorno per capire dove fosse. Era a casa. Nel suo letto. Guardò il display del cellulare, realizzò che aveva fatto tardissimo, e senza provare nemmeno a inventare una scusa puerile, gli disse semplicemente che non aveva sentito la sveglia. Claudio sbuffò, ma probabilmente dovette avvertire il tono smarrito della voce, mostrandosi perciò più indulgente dei giurati. La gratitudine indusse Marco a scusarsi, come era avvenuto raramente e non senza riluttanza nell’arco della sua vita, ma talvolta l’aveva fatto. Riteneva doveroso saper chiedere scusa quando si fa del male a qualcuno. Altrettanto opportuno, ricevere le stesse scuse quando il torto si subiva. Così come, assicurare a Claudio che avrebbe fatto quanto più in fretta possibile.

Il trolley era sempre lì, ai piedi del suo letto, eternamente pronto per una partenza qualunque. Una a caso di un’esistenza nomade che il destino gli infliggeva ogni volta che provava a mettere radici. Pochi minuti dopo, sistemato il bagaglio nell’auto, era diretto al luogo dell’appuntamento. Ripensò al sogno, senza riuscire comunque a trovare una spiegazione alla sua logica di fondo, oltre che ai mille piccoli dettagli che lo rendevano inquietante e paradossale. Perché il pubblico ministero aveva la sua stessa faccia? Perché sua madre e i suoi amici non erano tra il pubblico che assisteva al processo? E perché quell’odio feroce che, qualsiasi cosa avesse scritto, era senza dubbio smisurato? Domande a cui non fu in grado di dare una risposta lungo il tragitto che lo condusse al bar dove lo aspettava Claudio. A lui però non disse nulla, perché era certo che non avrebbe capito. Come avrebbe potuto, del resto, se lui stesso non era in grado di dare alcuna spiegazione plausibile a quell’incubo che lo vedeva condannato a morte, per un motivo che non conosceva, e senza che si preoccupasse in alcun modo della propria sorte? Nel loro ambiente certe debolezze andavano tenute per sé. Mostrarsi deboli era il modo migliore per accelerare la propria dipartita dal mondo dei vivi. E non in un fottuto sogno, ma nella merdosa realtà. In ogni caso, lo interpretò come un presagio. Su questo non ebbe dubbi.

Poi fu lo squillo del cellulare a interrompere il flusso dei pensieri. “Roberta”, comparve sul display. La conosceva da pochi giorni ma avevano legato subito, trascorrendo lunghe ore a parlare e passeggiare, senza che fra loro ci fosse nessun altro tipo di contatto. Era agitata per una lite in famiglia che in qualche modo lo coinvolgeva. Ma Marco si guardò bene dal mettere bocca. Aveva imparato da tempo che era opportuno tenersi a debita distanza dagli scazzi familiari, dai loro equilibri difficili e compromessi impossibili, dai divieti talebani che in quella strana città ancora investivano le donne. Nel terzo millennio. Nel cuore dell’Europa occidentale. Avrebbe voluto dirle qualcosa di meno formale delle generiche parole di conforto che riuscì a pronunciare, perché le sembrava assurdo che una ragazza giovane ma comunque adulta dovesse dar conto delle proprie frequentazioni. Tuttavia evitò, perché alla fine le famiglie si riconciliano e chi si intromette finisce sull’altare come vittima sacrificale. Sarebbe stato il suo sangue, in quel caso, a celebrare metaforicamente il ritorno del figliol prodigo, dei fratelli e delle sorelle ritrovate, dell’armonia rinnovata di quel paradiso terrestre, turbata dal morso che aveva deciso di dare alla mela. Così avrebbero ricostruito i fatti, se solo avesse detto quello che davvero pensava.

Perciò, evitando accuratamente ogni commento che potesse apparire anche solo alla lontana una forma di intromissione, cercò di tranquillizzarla. In parte ci riuscì, dando alla conversazione un tono scherzoso del quale lui stesso aveva bisogno. Ma l’inquietudine di Marco era più profonda di quella di Roberta. Andava avanti da mesi ed era consapevole che sarebbe durata molto tempo ancora. Si conosceva, sapeva dare il giusto valore alle cose che valevano la pena di essere vissute. E lui si era buttato con tutto se stesso in una storia senza via d’uscita dalla quale era venuto fuori con le ossa rotte. Però, dopo i primi terribili mesi in cui il ricordo e la solitudine si erano avventati feroci sul suo umore, aveva deciso di tirare fuori la maschera impolverata del tipo brillante che era sempre stato. Perciò, alla fine, lei rise di gusto a un paio di battute che fecero calare la tensione restituendole il buon umore. Lui finse con un accettabile grado di credibilità, e la conversazione si chiuse con la promessa di risentirsi presto. Gli piaceva parlare con lei. Lo faceva stare meglio. Bene, non sarebbe stato possibile, ma comunque la sua presenza era preziosa in un momento della sua vita in cui si era isolato da tutti. E soprattutto lo gratificavano la sua stima, la sua amicizia, la capacità che aveva di incoraggiarlo a tirare fuori il meglio di sé. Anche se Roberta ignorava un sacco di cose sulla sua vita.

Ci pensò sorridendo amaro, mentre seguiva l’amico fino a un garage. Lì, lasciarono le rispettive macchine, infilarono tute e caschi integrali, controllarono l’attrezzatura e si diressero in moto verso il loro obiettivo. Lo incrociarono all’altezza della galleria che conduceva a uno dei locali che gestiva. Claudio accelerò e in un attimo gli furono al fianco. Marco alzò il braccio che reggeva la pistola silenziata ed esplose con mano sicura sei colpi in rapida successione. Il corpo ebbe un sobbalzo, rose di sangue comparvero sulla camicia bianca, la macchina fuori controllo si schiantò in una vetrina. Poi Marco sentì uno sparo e un colpo alla schiena. Un altro. Un altro ancora. C’era una moto di scorta all’uomo che aveva appena ammazzato, ma loro non se ne erano accorti. Perse la presa e finì disteso sull’asfalto. Gli occupanti scesero e uno di loro gli puntò la pistola alla testa per dargli il colpo di grazia. Gli sembrò che avesse il suo stesso viso sotto il casco. Poi guardò in alto e c’erano le stelle. Riconobbe l’Orsa Minore e il Dragone. La Luna calante che aveva perduto un pezzo. E dritta sopra la sua testa, allo zenit, la costellazione della Lucertola che restò a guardarlo morire.

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di Rosario Dello Iacovo Inviato su Racconti

2 commenti su “E le stelle stanno a guardare

  1. Mi piace il modo in cui si viene guidati attraverso passaggi quasi impercettibili, lievi come dissolvenze, da una dimensione all’altra (sogno, vita sognata, realtà), per poi sentire improvvisa e inaspettata l’accelerazione a sorpresa del finale, veloce come una lucertola.

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