Fino al termine della notte

Terribilis est locus iste

di Rosario Dello Iacovo

Arrivo al locale alle 2,30 e un’ora dopo sono già sulla strada del ritorno. È stretta la Maratea – Praja a Mare. Pure a strapiombo, in certi punti. Con il mare che si palleggia col cielo scaglie di luna e stelle nel silenzio assoluto della notte. Vado veloce, troppo veloce. Ma stasera ho visto più cose di quelle che è disposta a sopportare la mia tolleranza sottozero. E quando attacca “I Can’t Help Loving You” di Paul Anka, che apre il volume quattro di The Northern Soul Story, quello del Wigan Casino, il piede si abbassa da solo e spinge ancora più a fondo l’acceleratore.

La strada ora è solo un nastro nero. Si restringe man mano che la velocità aumenta. E io affronto le curve strette. Poi quelle a gomito che diventano tornanti. Di solito vado piano, ho una guida molto prudente. Anzi, sono proprio anni che non corro. E quando lo facevo avevo macchine ben più adatte di questa city car parallelepipoidale dall’assetto troppo alto che, nonostante la pomposa dicitura 1.4 sport e le ruote ribassate, sbanda che è una bellezza.

Ma non me ne fotte un cazzo stanotte. Non so cosa mi ha preso. Perciò vado di seconda e terza, quarta e seconda, con il contagiri impazzito che va su e giù e la leva del cambio a innestare precisa la marcia. Gli pneumatici fischiano. Il culo della macchina sfiora più volte il muretto che delimita la strada. Una curva, un tornante, un’altra curva. Così per una manciata di minuti durante i quali il tempo resta sospeso a mezz’aria. Impalpabile. Poi imbocco un lungo rettilineo in discesa, e spingo fino a centoquaranta tirando la quarta ai limiti del fuorigiri. Una volta lì, indeciso se appuntare per un frazione di secondo la quinta, mi accorgo guardando il navigatore che è un tornante.

Adrenalina e terrore esplodono in circolo istantaneamente, con un’intensità che nessuna droga potrebbe eguagliare. Freno. Scalo più rapidamente che posso, ma comunque arrivo in curva troppo veloce. La decisione di tirare il freno a mano e accelerare controsterzo è tanto istintiva quanto immediata, quando mi rendo conto che sto per finire con il muso contro il parapetto. La derapata dura un attimo infinitamente lungo. Guardo il mare, la luna, le costellazioni che mi osservano beffarde nel loro scintillio.

Penso a Tommy che in Quadrophenia salta giù un attimo prima che la Vespa di Ace Face decolli dalle bianche scogliere di Beachy Head per tuffarsi nel canale della Manica. E mentre mi vedo in volo silenzioso, seguito dall’esplosione all’impatto con gli scogli, la macchina recupera miracolosamente l’assetto e si rimette dritta, uscendo dal tornante con una traiettoria non priva di una certa aerodinamica eleganza. Devo fermarmi, però. Ho il cuore che pompa sangue a un ritmo innaturale. Lo sento alzarsi e sollevarmi la camicia ben oltre i 100 bpm, mentre sorrido isterico come se mi stessi congratulando con me stesso per l’assurda bravata da adolescente.

Quando avevo sedici anni presi di nascosto la 127 di mio padre e feci un numero simile sulla Doganella. Andò un po’ peggio e finii per strisciare violentemente una vecchia 128 guidata da un’anziana signora. La sua macchina riportò solo qualche graffio. Dalla mia si staccò un pezzo di vernice dalla forma quasi perfettamente circolare, lasciando scoperto il metallo grezzo della carrozzeria. La signora iniziò a urlare, inveendomi contro. Io, spaventato a morte, le dissi che avevo solo sedici anni e non avevo la patente. Lei mi fissò per un attimo con uno sguardo di fuoco, che mi fece pesare tutta la mia incoscienza. Poi, con un gesto della mano mi fece segno di andare, proprio mentre sull’altra corsia appariva una volante della polizia, che per fortuna avrebbe dovuto risalire tutta la strada prima di poter fare inversione e arrivare sul luogo dell’incidente. Mi dileguai rapido, sgommando di prima e di seconda, in direzione di piazza Carlo III, con le gambe che mi tremavano e facevano fatica a premere i pedali.

Come ora, che arrivo al centro di un rettilineo e accosto con le quattro frecce accese in una specie di minuscola area di sosta. Poi esco e mi siedo sul muretto con le gambe che sporgono nel nulla. Afferro il pacchetto di sigarette e con le dita tremanti ne estraggo una. Tasto le tasche alla ricerca dell’accendino che non trovo. Torno in macchina, accendo e torno a sedermi. Sento la pietra nuda sotto i pantaloncini. Mi rimanda una piacevole sensazione di freschezza, accentuata dal vento che mi accarezza le gambe. Ci saranno almeno venti metri fra me e il mare, e il rumore delle piccole onde che si infrangono sugli scogli rende più piacevole il silenzio della notte.

Mi rivedo nelle ultime settimane. In viaggio per Brescia. Su un treno regionale da Brescia a Verona. Su un altro diretto a Bologna mentre parlo con quattro ragazze fiorentine di ritorno dalla Grecia, fra le quali una che vive al numero venti della stessa strada dove abitavo io nei pressi dello stadio. Poi Napoli, Salento per la seconda volta in poche settimane, Sila. E ora qui, appollaiato in bilico sul mare, come se aver rischiato la vita stupidamente pochi istanti fa non sia stato sufficiente. Non so quanto tempo resto a contemplare lo spettacolo di luci e suoni con lo sguardo dritto davanti a me, mentre sollevo le gambe portandole al petto e cingendole con le braccia.

Rifletto su quello che ho fatto. Volevo finire di sotto, oppure mi sarei lanciato giù un attimo prima del momento fatale come Tommy? Era la mia morte quella che desideravo o solo quella delle mie illusioni? E qual è stata la verità improvvisamente rivelatasi, paragonabile alla scoperta di Ace Face che fa il facchino servile portando le valigie ai facoltosi clienti? Ma non riesco a trovare una risposta. Perciò rimetto le gambe nel vuoto e inizio a dondolarle ritmicamente, cercando di assecondare il ritmo della brezza. Laggiù vedo le luci di Maratea. Dall’altra parte quelle di Praja e dei paesini circostanti. I mostri di cemento che nonostante l’arroganza dell’uomo non sono riusciti a distruggere la bellezza aspra di questa natura. I suoi odori pungenti che ora mi arrivano dritti alle narici stordendomi.

Ed è così che resto, per un lasso di tempo indefinitamente lungo. Fino al termine della notte. Fino al sorgere di un nuovo giorno che non mi riporterà a casa.

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6 commenti su “Fino al termine della notte

  1. Proprio ieri mi sono affacciato sul tuo blog ed era tanto che non scrivevi e un pó mi mancavano i tuoi racconti. Ora hai scritto un pezzo che mi ha riportato in mente ricordi vecchi di un paio d’anni. Ho lavorato due estati a Maratea (Acquafredda- Al Villa Cheta) quindi quella strada la conosco a memoria e la ritengo una delle migliori e belle strade panoramiche che esistono in Italia, ma nella tua descrizione la rendi ancora piú favolosa e mi sono ripromesso che torneró di nuovo a lavorarci nei prossimi anni! Grazie per avermi fatto ritornare in mente i ricordi bellissimi di quella terra… continua a scrivere che continueró a leggerti! Sei un grande!

    • Sì da un po’ non scrivevo, sono in giro per lavoro e sono stato qualche giorno al mare. Sono stato parecchie volte da quelle parti, ma sempre di sfuggita, non si può dire che conosco benissimo la zona.

      Ps Grazie dell’apprezzamento.

      • Quando ti trovi a ripassare ti consiglio di fare il tratto da Maratea a Apri che é ancora pi bello. Ti lascio buon lavoro e pure buone vacanze 🙂

  2. Tommy sarebbe morto da stronzo. E la vita spesso e’ troppo bella, che ne so un tavolino in una milano vuota un heneikein e il tuo post.
    Ti rispondo mo mo. No non sono su nazione indiana. Ma ce li vedi quelli bravi che prendono uno come me

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