A trecentosettantré metri sotto terra

di Rosario Dello Iacovo

Non sono un attivista in senso stretto. Non lo sono da tempo. Lo sono stato a lungo, ma non faccio più attività politica, pur continuando a partecipare a manifestazioni e a frequentare ambiti di Movimento. Gli anni, la disillusione, i problemi della quotidiana lotta per la sopravvivenza, mi hanno reso più cinico, meno incline alla speranza che le cose possano cambiare. Ho smesso di credere nell’uomo e nel futuro e, pur continuando a pensare che solo l’impegno personale può dare risultati, ne ho fatto un principio ideale. Non una regola di vita, come una volta. Qualcosa che si sa di avere da qualche parte su in soffitta o giù in cantina. Una vecchia sedia o una bicicletta rotta che non butti perché ci sei affezionato, ma che non ci pensi proprio a rimettere in circolazione. Ci ho provato in questi anni a rimettermi in gioco, ma non sopporto più la stanca ritualità delle assemblee, le parole che sembrano manovrarci come burattini e non viceversa. Lo scrivevano Curcio e Franceschini, fondatori delle BR, nel trattato di semiotica “Gocce di sole nella città degli spettri”. Oscuro come solo i testi maledetti sanno essere. E mille volte ho provato quella sensazione di già detto, già sentito, già inutilmente vissuto. Di retorica e dolorosa impotenza.

Poi, guardo una foto dei minatori del Sulcis e qualcosa mi stringe lo stomaco. Osservo i loro volti e la didascalia. «Abbiamo manifestato qui, a Cagliari e a Roma. Abbiamo beccato le manganellate e lì ci schernivano: “Venite fin qui a protestare per lavorare sotto terra». Ecco, questa frase ha la capacità di commuovermi e indignarmi. Mi fa venir voglia di piangere calde lacrime di rabbia. E il pensiero vola a loro asserragliati a 373 metri sotto terra. Io li conosco i sardi, anche quelli del Sulcis Iglesiente. Soprattutto loro. Conosco la tenacia, il coraggio, la testardaggine e il destino infame di emigrazione e miseria che gli ha riservato l’Italia Spa, addirittura peggiore di quello che ha elargito a noi meridionali. Ma anche alle classi popolari del nord, perché lo sfruttamento non conosce accenti e distinzioni geografiche. Sono, al limite, solo la colpa aggiuntiva per una pena più efferata. Dei sardi conosco la riservatezza, il carattere taciturno ma anche l’allegria, l’umorismo caustico e abrasivo. La lingua, sa limba sarda, bellissima in tutte le sue varianti. Devo dire grazie a una donna, proveniente proprio da quella zona, con la quale ho diviso un pezzo della mia vita e che oggi è madre di due splendide bambine, se la mia conoscenza dei sardi va oltre i luoghi comuni coi quali noi, abitanti di questa penisola chiamata Italia che non è mai diventata una vera nazione, siamo soliti giudicare i nostri connazionali. Il milanese è serio e lavora. Il napoletano e furbo e ruba. Il siciliano è mafioso. E il veneto è contadino. Dio… quante puttanate ci hanno infilato in testa, quando sarebbe molto più semplice giudicare le persone e amare le diversità perché ci arricchiscono e ci rendono migliori degli angusti e gretti confini entro i quali rinchiudiamo il nostro regionalismo della mente.

Ma non solo. Dietro le mascherine e i caschetti dei minatori, appena illuminati dalle fioche luci della penombra, io vedo gli occhi di mio padre. Erano i primi anni ottanta e la multinazionale americana nella quale lavorava come operaio metalmeccanico dichiarò fallimento, un anno dopo aver ottenuto ingenti finanziamenti pubblici. Milleduecento operai si ritrovarono impegnati in una battaglia durissima per il posto di lavoro che durò svariati mesi. Ma non era solo la lotta per portare il pane a casa. Fu il tentativo di non spezzare legami di fratellanza costruiti giorno dopo giorno su una catena di montaggio, sottraendo con l’antica astuzia operaia margini di tempo e vita al ciclo produttivo del fordismo-taylorismo. Lo sforzo disperato di non farsi strappare quella forza che gli aveva permesso per anni di uscire dalla fabbrica con le bandiere rosse e i bidoni usati come tamburi attraversando il quartiere come un fiume in piena. Non erano solo lotte legate alla fabbrica e alla condizione operaia. Furono loro e gli altri operai degli stabilimenti di viale Umberto Maddalena a spiegare e realizzare l’autoriduzione delle bollette nel rione Amicizia. A fare le liste per occupare le case sfitte. A imporre dal basso l’equocanone. Erano loro che allontanavano con metodi sbrigativi ed efficaci i fascisti che provavano a espandersi nel quartiere. Furono loro l’esempio più evidente del concetto di avanguardia della classe operaia rispetto al proletariato.

Mio padre spesso era alla testa di quei cortei. Era un delegato di fabbrica della Fiom. Lo ricordo coi baffoni e i capelli ricci e neri, un Mimì metallurgico in salsa partenopea col quale riesco a parlare solo quando scrivo di lui. Amo mio padre e la sua storia di bambino costretto a interrompere la scuola e lavorare a dieci anni, che a sessantotto va ancora in giro col portachiavi con la falce e il martello. Lo amo, quando penso che non aveva nulla ed è riuscito a darci una vita migliore della sua. Lo amo, ma non riesco a parlarci. Due caratteri troppo simili per non scontrarsi. O forse, perché so che ha ragione, perché ho sprecato le occasioni che lui mi ha dato e nessuno aveva dato a lui. E non ho saputo coglierle. Ma mio padre perse e io non dimenticherò mai lo sguardo sbigottito e le lacrime di un suo compagno più vecchio davanti ai cancelli della fabbrica. Era un’alba livida qualunque dei primi anni ottanta. Novembre, faceva freddo. E i fuochi accesi nei bidoni rischiaravano le ultime ore della notte. Lì sapemmo che il sindacato nazionale aveva svenduto la lotta per un po’ di cassa integrazione e mobilità. Lì quel vecchio compagno guardò mio padre con le lacrime che gli riempirono istantaneamente gli occhi chiedendogli: Sandrù e mmo’?

E mmo’ persero. La fabbrica chiuse. Nel quartiere non si vide più un corteo. Al loro posto arrivarono i traffichini socialisti e il pentapartito. Il voto di scambio. Mio padre, che a differenza di altri sindacalisti non cercò vie d’uscite personali, subì un colpo durissimo. Era stato il leader della lotta intransigente e troppo a lungo non si perdonò di non aver saputo evitare la sconfitta. Ma era solo un uomo, uno dei tanti fra milleduecento formiche operaie che dopo aver ingrassato per anni i porci delle multinazionali, alzandosi alle cinque di mattina o uscendo dalla fabbrica alle dieci di sera, fu messo da parte come una sedia vecchia o una bicicletta rotta. Giù in cantina o su in soffitta. E aveva meno anni di quanti ne ho io adesso, anche se a me sembrava grande e grosso, che potevo sfidarlo ma non vincerlo. Invece aveva le sue paure. Mio padre era solo un uomo. Avrei voluto avere la capacità di capire i suoi silenzi che durarono anni. Avrei voluto stargli più vicino. Avrei dovuto comprendere che la sua durezza era il frutto di una vita difficile che aveva incassato l’ennesima sconfitta. Ma lui non sapeva che io lo ammiravo. Lui non sapeva che già allora pensavo quello che Luca, per tutti Zulù, avrebbe scritto anni dopo in Vulesse: pecché chisti cumpagne so meglie e nuje, so meglie! Non sapeva che quando diciottenne mi trasferii a Londra fu per allontanarmi quanto più possibile dal destino già segnato di un’umanità di periferia.

Per questo e per molto altro ancora io sto coi minatori sardi. Riescono a bucare la corteccia del mio disincanto. Mi fanno venire voglia di fare qualcosa che vada oltre guardare il monitor e scrivere queste righe. Non so cosa, non lo so più da anni, ma qualcosa si dovrà pur fare. Perciò vado in soffitta o giù in cantina. Cerco fra i rottami di una vita una vecchia bicicletta abbandonata. Ci lavoro e la rimetto in sesto. Poi inizio a pedalare in salita, alzandomi sulla sella, con le gambe che mi fanno male e i muscoli contratti. E so che da qualche parte arriverò, a furia di pedalare. Forse addirittura in Sardegna, dove un pugno di uomini sta insegnando a questo sciagurato paese che si può alzare la testa. Anche a trecentosettantré metri sotto terra.

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4 commenti su “A trecentosettantré metri sotto terra

  1. Già, la nostra disillusione: alle nuove generazioni forse fa ancora peggio che non le manganellate della polizia (che serve a risolvere le proteste come mere questioni di ordine pubblico); mentre i giornali dei padroni titolano “Hanno l’esplosivo”, per il lettore da bar sempre pronto a criminalizzare.
    Le riconversioni produttive costano: l’importante è che i soldi restino nelle loro banche… e che gli schiavi non osino ribellarsi!

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