Chiamarlo amore non si può

di Rosario Dello Iacovo

Le prime perturbazioni arrivarono come sempre da nord. L’estate però non si arrese. Si limitò a scrollare le spalle indifferente. Poi rilanciò con un anticiclone africano: vento torrido che dai deserti sabbiosi soffiò senza sosta per due giorni e tre notti, seppellendo la penisola sotto una coltre di merda giallastra. Mirco osservò la macchia di sudore allargarsi sulla camicia sartoriale appena indossata, mentre uno scroscio di pioggia improvviso disegnò un bizzarro arazzo di polvere rappresa sui vetri della finestra, rendendo più asfissiante l’afa. Era stata un’estate strana quella che si apprestava a finire, senza rinunciare all’effetto pirotecnico dei titoli di coda.

Marta era lì sul letto, esausta dopo il loro pomeriggio d’amore. Ma Mirco non lo avrebbe mai chiamato così. Nemmeno per errore. Con l’amore aveva chiuso qualche anno prima, quando aveva chiesto a Giulia di sposarlo, rassegnandosi a trascorrere il resto della vita con una donna che non amava. Fu il frutto di un calcolo, scegliendo nella schiera delle papabili quella che per età, attitudine e posizione economica gli offriva maggiori garanzie. Non troppo vecchia, quindi una decina d’anni meno dei suoi, ma nemmeno giovane com’era sua antica abitudine. Premurosa, ma non soffocante. Distratta quanto bastava, per permettergli di continuare a fare la vita di sempre. Ricca, poi. Spudoratamente ricca. Fu il dettaglio poco trascurabile che fece pendere definitivamente dalla parte giusta l’ago della bilancia.

Forse per questo il piccolo Luigi, il figlio che era venuto nel rispetto del decoro e della natura, un anno dopo il matrimonio, non lo sentiva veramente suo. Non che non lo fosse, ma i figli si fanno in due, e la metà alla quale avrebbe voluto somigliasse era uscita dalla sua vita un giorno così lontano che faceva addirittura fatica a ricordarselo. Lei però ce l’aveva davanti agli occhi come se l’avesse lasciata un istante prima sotto il portone di casa. Quello stesso sotto il quale era poi passato centinaia di volte senza riuscire più a incontrarla. Era rimasta un’ombra. Le gambe sottili come giunchi e il volto atipicamente perfetto, con i capelli perennemente mossi da un vento che sembrava soffiare solo per lei. In esclusiva. E quegli occhi, che ogni tanto si perdevano altrove non permettendo a nessuno di capire cosa potesse vedere. Era rimasta lì, ad aleggiare sulla sua vita, provocandogli ogni volta che ci pensava una fitta di dolore sordido che veniva su dal petto. Perciò, per quanto la cosa gli facesse provare un sovrano disprezzo per se stesso, quel bambino non riusciva proprio ad amarlo come avrebbe dovuto. Come sarebbe stato giusto che fosse.

Marta invece era la sua amante, una delle tante con le quali consumava scampoli di meccanica passione, che in verità di passionale non avevano proprio niente. Se non la rabbia repressa che diventava energia cinetica. Dentro e fuori, un desiderio di vendetta senza bersaglio che solo per caso si confondeva vagamente con l’amore. Quello altrui, naturalmente, perché Mirco Del Vecchio, quarant’anni da lì a qualche mese, non amava più nessuno. Nemmeno se stesso. Anzi, soprattutto se stesso. A dirla tutta, si disprezzava, con un’intensità direttamente proporzionale all’ammirazione che gli riservavano gli altri, considerandolo un uomo affabile e di successo. Come potessero non accorgersi quanto fosse invece un miserabile, dietro il vestito buono, l’eloquio sciolto e i modi impeccabili, proprio non se lo riusciva a spiegare. Un altro motivo che contribuiva ad alimentare la sua scarsa stima per il mondo e per i buffi personaggi che lo popolavano. Avveniva da così tanto tempo che la dolcezza inaspettata di qualcuna di quelle donne, con le quali aveva relazioni fugaci e prive di senso, non riusciva nemmeno a intaccare il suo livido cinismo. Si era sedimentato in uno strato di granitico rancore impossibile da scalfire. La pietra tombale sotto la quale aveva sepolto i giorni migliori della sua vita. Ammesso che ne avesse avuti davvero e non fossero stati solo il ricordo di un sogno svanito al primo impatto con un’alba acida. Dopo una notte di vento e pioggia.

La conquista di Giulia non era stata particolarmente complicata. Una guerra che come ogni conflitto aveva lasciato sul campo qualche vittima, con gli occhi sgranati e increduli a chiedersi perché la vita fosse volata altrove. Perché proprio la sua. La vittima in questo caso era stato Matteo, l’ex di Giulia. Gliel’aveva portata via un po’ alla volta, utilizzando con perfido calcolo tutte le bassezze che aveva scoperto, non senza una certa infame soddisfazione, di possedere nel proprio armamentario. Prima era stato l’amico che si interessava alle sue passioni con trasporto sincero e signorile distacco. Quello che sapeva ascoltare senza interrompere. Poi aveva infilato qua e là, con disinvoltura e in rapida successione, una serie di mine destinate a esplodere nelle crepe che ogni rapporto dopo un po’ palesa. Le inculcò in fretta l’idea che avrebbe meritato di meglio, un uomo che sapesse non solo amarla, ma soprattutto capirla. Capirla, fu la parola magica con la quale forzò il portone dietro il quale lei custodiva il segreto del suo amore e di una vita solitaria che dopo la morte della madre l’aveva portata a pensare che nessuno fosse in grado di farlo veramente.

Matteo impazzì, volle spiegazioni, la implorò, le chiese di vederla per guardarla negli occhi, nella speranza che quello sguardo potesse riaccendere nel petto di lei quella passione che continuava a bruciare il suo come un leone nelle notti di febbre. Ma lei non gli concesse altro che un incontro formale, nel quale, gelida e senza ripensamenti, gli disse che era finita. Per sempre. Fu allora che lui perse ogni controllo, iniziando ad aspettarla sotto casa o nei posti che frequentava. Cinque anni di vita insieme insegnano un sacco di cose, ma Matteo non seppe farne altro che pietre, con le quali lastricò la sua personale strada per l’inferno. Prima arrivò la denuncia per stalking, con Mirco affranto, in modo tanto apparentemente sincero quanto spudoratamente calcolatore, che chiedeva a Giulia se fosse proprio necessario ricorrere alla legge. Dopo aver esasperato le sue paure, naturalmente. Poi il carcere, perché Matteo proprio non si rassegnò a perderla. Infine un corpo senza vita che dondolò macabro come un vecchio pendolo nella cella 42 del padiglione degli infami. Fu soddisfatto. Il piano poteva dirsi compiuto. Trascorse i mesi successivi a mitigare i sensi di colpa di Giulia, a tenerle la mano durante gli incubi terribili che iniziarono a popolare le sue notti. Anche quello era un buon segno, si disse, la rendevano più debole e quindi più manipolabile. Poi, quando ritenne che fosse arrivato il momento giusto, indossando il miglior vestito del suo guardaroba, le si inginocchiò davanti e con gli occhi umidi a comando le chiese di sposarlo, porgendole un anello.

Il momento peggiore non fu quando Matteo si tolse la vita, a quello reagì con una certa stupefacente indifferenza, ma quando lei iniziò ad allontanarlo e Mirco lo sostituì nella sua intimità. Gli sembrava di violare giorno dopo giorno antiche consuetudini, piccoli segreti, le cose semplici di un’esistenza condivisa. Ma non era rispetto per il loro rapporto che aveva scientificamente demolito. Solo un paradossale meccanismo di sdoppiamento e identificazione, nel quale via via che la sua strategia si realizzava si vedeva nei panni di quello che, presumibilmente, gli aveva portato via l’amore della sua vita. Era il lui sconfitto che odiava il lui vincitore. Era se stesso che costringeva un altro se stesso a mordere la polvere, col gusto amaro dell’abbandono. Roba da psicanalista, se ne rendeva conto. Soffriva quando nei primi tempi, nel cuore della notte, Matteo inviava messaggi che Giulia accoglieva con evidente e crescente insofferenza. In quei momenti si sdoppiava ed era lui che inviava messaggi a un’altra donna che dormiva al fianco di un altro uomo, reagendo alla stessa maniera. Pensò che stesse impazzendo. Poi lentamente imparò a chiudere il se stesso sconfitto nella parte più buia e inaccessibile della sua testa. Finché, una radiosa mattina di tarda primavera che promise illusoriamente ogni bellezza al mondo, spalancò le finestre mostrandosi nei panni dell’uomo rispettabile e vincente che era diventato.

Al padre di Giulia non era mai piaciuto. Non lo biasimava. Non era piaciuto a nessuno dei genitori delle donne importanti della sua vita. Nemmeno quando sapeva ancora amare e le loro critiche avevano il crudo potere di ferirlo profondamente. Aveva sempre perso. La lei di turno dopo un periodo più o meno lungo di guerra civile casalinga vestiva i panni della figliol prodiga e si riconciliava con la famiglia. Immancabilmente e con una regolarità che iniziò a preoccuparlo, come se il suo destino non potesse riservargli altro che sofferenza. A lui non restava che leccarsi le ferite e rifugiarsi in un mondo di giorni solitari e notti insonni, dal quale però riemergeva dopo qualche tempo senza che la sua voglia di vivere e di amare risultasse compromessa. Fino a quella volta fatale, almeno. Lì smise di amare per sempre. E per uno strano gioco del destino, quando le sue mosse furono dettate esclusivamente dal calcolo, l’esito fu diverso: Giulia si intestardì e contro il parere di suo padre decise di sposarlo. Sua madre era morta quando lei era ancora bambina. Questo rese ancora più semplice l’attuazione del piano, evitandogli la caparbietà con la quale una donna avrebbe contrastato con maggior efficacia il suo ingresso in famiglia. Il vecchio, invece, non era un problema. Di salute cagionevole, abituato alla dimensione ovattata e protetta che solo la vera ricchezza garantisce, non aveva proprio gli strumenti per fronteggiarlo, nato lupo fra i lupi di una periferia qualunque, che puzzava di cemento rancido e speranze andate a male. Alla fine avevano trovato un modo per convivere, soprattutto quando il vecchio aveva intuito che proprio la fame antica di Mirco ne avrebbe fatto il suo miglior alleato negli affari di famiglia. Il figlio che non aveva avuto, quello che si sarebbe preso cura della sua Giulia. Certo, a modo suo, con quell’incorreggibile attitudine al tradimento che si portava scritta in fronte e che davvero non riusciva a capire come sua figlia non vedesse. In qualche modo però lo capiva, sua moglie anche prima della lunga malattia era sempre stata una donna algida e Giulia sembrava aver ereditato anche quel tratto del carattere di sua madre. Perciò, pur non avendone mai parlato apertamente, fra loro si instaurò una sorta di tacito accordo: tutto, purché non ledesse la felicità della sua bambina e rispettasse le regole dell’antico decoro del loro mondo di nati ricchi.

– Ci vediamo domani, Claudio? – Gli chiese a un tratto Marta, mettendosi a sedere al centro del letto mentre cingeva con le braccia le lunghe gambe rannicchiate. Aveva ventitré anni, e il ciuffo scomposto di capelli biondi che le scendeva sul viso la rendeva ancora più bella e sensuale. Il fatto che lo avesse chiamato Claudio non dipendeva da un lapsus improvviso, ma dal fatto che lui non diceva mai come si chiamava davvero. Meno tracce possibili e vie di fuga sempre libere, era la sua regola di vita. Col corollario di qualche scheda telefonica aggiuntiva che poi periodicamente disattivava.
– Mi spiace, tesoro, ma domani parto. Vado a Roma per lavoro e ne avrò per almeno una settimana, ma non sai quanto vorrei restare qui con te… – Disse tanto falso quanto apparentemente dispiaciuto, mentre pensò che non le chiamava mai per nome. Erano tutte “amore”, “tesoro”, “zucchero” o un qualsiasi altro merdoso nomignolo che gli impedisse clamorosi e imperdonabili errori che lo avrebbero costretto a lunghe ed estenuanti scenate di gelosia. Il sesso meccanico del dentro e fuori non lo prevedeva. Piuttosto avrebbe rotto i ponti e sarebbe sparito.
– Uff, una settimana? – Sbuffò contrariata – Avevo anche trovato una scusa a prova di bomba col mio ragazzo…
– Bene, tienila da parte per la prossima occasione. Appena torno ti chiamo e ci vediamo.
– Promesso?
– Promesso. Però ora vestiti che andiamo via. Ho un appuntamento importante fra un’ora. – In realtà, stava pensando di non vederla più, perché già da un po’ di tempo il suo doppio aveva iniziato a immedesimarsi nell’ignaro ragazzo di Marta. Ancora una volta, era il pezzo di merda che portava via a se stesso la donna della sua vita. E nemmeno perché gli importava, ma solo per un inspiegabile capriccio. Forse per sentirsi meno solo, visto che il sesso nemmeno gli sembrava più questa gran cosa. Oppure per dimostrare di poter ancora fare centro con una ragazza che aveva la metà dei suoi anni.

Qualunque cosa fosse, smise di pensarci. Si rivestirono e uscirono. Le diede un bacio furtivo nell’ascensore dell’albergo. Pagò, le fece chiamare un taxi e dopo averla accompagnata si diresse al parcheggio sotterraneo per recuperare la sua macchina. Ma solo dopo aver finto di aspettare un inesistente taxi che tardava ad arrivare. La targa era una traccia e lui non amava lasciarne. Si mise al volante, guidando lentamente nel traffico del primo pomeriggio. Accese la radio e le note di una vecchia canzone di Edoardo Bennato invasero l’abitacolo. Quella musica che veniva dall’infanzia non lo calmò. Anzi, ebbe il potere di aumentare la sua inquietudine. Cercò di non pensarci mentre imboccava la strada che conduceva al più grande cimitero cittadino. Ci andava tutte le settimane da un anno. Si fermava sulla tomba di Matteo, ma in realtà restava lì a parlare col se stesso sconfitto. O era il vincitore? Quel giorno, mentre il vento caldo del deserto gli scompigliava i capelli che iniziavano a tendere al grigio, imperlandogli la fronte di un sudore appiccicaticcio, non riuscì a tenere a bada i cattivi pensieri. Non sarebbe mai stato il figlio che il vecchio non aveva avuto. Nemmeno il marito perfetto che credeva Giulia. E neanche il padre che ama davvero suo figlio. O forse lo sarebbe stato solo se avesse cancellato la sua vera traccia dal mondo, lasciando in vita il ricordo idealizzato di quello che gli altri avrebbero continuato a pensare che fosse. Un lampo. Portò la mano alla fondina e impugnò la pistola regolarmente detenuta. “Si dice amore, però no, chiamarlo amore non si può”, fu l’ultima cosa che gli attraversò la mente. Poi premette il grilletto. E non sentì più niente.

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2 commenti su “Chiamarlo amore non si può

  1. struggente e pieno di passione proprio come un temporale estivo che lascia quell’odore inconfondibile nell’aria questo tuo racconto non può lasciare indifferente chi lo legge e sa cosa vuol dire amare !

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