A perfect day nelle terre di Gomorra

di Rosario Dello Iacovo

Va così: passo l’ennesima serata a consumarmi gli occhi guardando fra il pubblico. Appurato che sto perdendo tempo, mi caco il cazzo e decido che non guarderò mai più. Tempo scaduto darling. Poi stamattina mi sveglio e dopo un po’ mi uozzappa Egidio. Fra’ ma che se fa? Che nun se fa? E decidiamo di andare a fare colazione insieme. C’è chi va a prendere il proverbiale caffè a Roma. Noi siamo quelli della colazione a Mondragone, che pure è fatto bene. Mi ricordo della promessa di un amico di prestarmi la moto e vado sadicamente a svegliarlo per chiedergli le chiavi. Mi guarda come se non ci credesse, realizza, mi tira il mazzo di chiavi come se volesse ciaccarmi, e bestemmia quasi tutti i santi del paradiso. Completa la lista quando torno per chiedergli i caschi, un istante dopo che si era riaddormentato. Mi metto in sella e comincio a tirare il collo a questa Hornet 900 nera tirata a lucido che lui tratta con cura maniacale. Arrivo a Mugnano, recupero il mio pard e ci involiamo verso le terre di Gomorra. Corro un po’. Sui duecento all’ora, lungo la strada americana. Io la chiamo così, l’ho sempre chiamata così, ma si chiama pure doppio senso. La percorrevo da bambino quando andavamo al mare a Licola coi miei genitori, o diretti in vacanza verso le esclusive località di Mondragone e Scauri, dove avevamo come vicini d’ombrellone Briatore e Richard Gere. A Licola si facevano le telline. Bastava mettere la mano sotto la sabbia per ritrovartela piena dei simpatici molluschi. Ricordo lo stupore di Richard e Flavio quando glielo mostrai. A Scauri, invece, si facevano i cannolicchi, però era più difficile: dovevi scendere sott’acqua, individuare il buco e infilare la mano più velocemente di quanto non facesse il figlio di puttana provando a salvarsi il culo rintanandosi nella sabbia. Beh, lo capisco. Per esempio, coi pesci non sono mai riuscito a vederli morire. Le rare volte che sono andato a pescare e ne beccavo uno, lo guardavo boccheggiare per una frazione di secondo e poi, avvertendo nei miei polmoni la sua stessa asfissia, lo ributtavo in mare. Lui, sorpreso dal miracolo, sculettava, mi lanciava uno sguardo colmo di gratitudine e andava a cercare un altro amo sul quale infilare il suo brutto muso. Mio padre non mi portò più a pescare. Ho sempre avuto il ragionevole dubbio che la sua decisione sia da mettere in relazione al mio vizietto umanitario. Comunque, stamattina non sono coi miei, sono passati quasi quarant’anni da allora, sono in sella a una moto, la giornata è stupenda e caldissima, il cielo di un blu che commuove, e io mi sparo con gli auricolari sotto il casco la supercompila di trecento canzoni che ho fatto anni fa con la mia ex di lunga durata. Super, perché è super. Compila, perché noi milanesi amiamo accorciare le parole. Arriviamo nel Mondragonshire in un attimo e ci dirigiamo a un bar. Ordino caffè, latte freddo a parte, e una bomba al cioccolato, inculando la mia dieta perché oggi è domenica, e la domenica la dieta non si fa. E che cazzo. Chiedo a Egidio se vuole qualcosa, ma “niente” è la laconica risposta. Mangio e bevo sul bel bancone di acciaio lucente e quando esco dal bar trovo il mio pard seduto al tavolino del caseificio. “A Mondragone la colazione se fa accussì”, mi dice con superbia e superiorità nei confronti della mia bomba al cioccolato. Ma io non raccolgo, ingurgito l’ultimo pezzo di dolciume e tuffo le mani nel piatto, abbrancando la mozzarella e mangiandola col latte che mi cola sul viso. Poi ne compro un chilo da portare a casa. Minimo. Ci rimettiamo in sella e andiamo verso il mare. Non so descrivervi la bellezza del paesaggio, di questa distesa di sabbia lunghissima che si snoda dall’asfalto ai nostri piedi fino al mare. Non c’è nessuno, solo qualche solitario pescatore, ma chiaramente non mi azzardo proprio a ributtare i pesci in acqua. In generale, da queste parti, come in vari quartieri di Napoli, la gente ti guarda sempre con sospetto. Li capisco, sono terre martoriate, ma quanta bellezza conservano ancora nonostante il sacco edilizio e la longa manus dei camorristi. Cosa poteva essere oggi questa zona se non avessero abbattuto la più grande pineta del Mediterraneo? Cosa sarebbe questo territorio se si fosse rispettata la sua naturale vocazione turistica, invece di trasformarlo nella terra dei fuochi? Eppure, la brezza viene dal mare e ne porta l’odore. I gabbiani volano sopra le nostre teste emettendo il caratteristico verso stridulo. Ed è bello camminare su questa spiaggia dimenticandosi tutto il resto. Pensando solo ai castelli di sabbia che facevo nei primissimi anni settanta, guardando il castello vero che dall’alto del monte osserva immobile da secoli. E mi sembra quasi di sentire la voce di mio padre che racconta storie, e storie, e ancora storie, a un bambino che chiedeva sempre perché. Quel bambino ero io, e anche se oggi ho un sacco di anni in più cosa importa, se posso lasciarmi cullare dal vento e da un mare sconfinato che meriterebbe ben altro rispetto? E così, finisce per prendermi male. Ma ci mettiamo a cantare a squarciagola “Ma si ven stasera” sotto la copertura di un lido che sembra proprio quello di Gomorra. Eccolo là Pisellino che balla felice quando ancora non sapeva che l’avrebbero ucciso. E c’è pure Marco col ferro in mano che si pippa una pista di bamba, e lui secondo me lo sapeva che prima o poi i casalesi gli avrebbero fatto la pelle. Diamo un ultimo sguardo alle scaglie di sole che si riflettono sul mare e partiamo. Vado veloce, così veloce che Lou Reed dagli auricolari sotto il casco mi dice che sì, è proprio un perfect day. Mi abbasso col petto sul serbatoio e vado incontro al tempo che viene.

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