Abbastanza per ricominciare

di Rosario Dello Iacovo

La luce filtrava appena dalla finestra socchiusa. Come il rumore del mare. Stanco, col ritmo indolente della risacca mossa dall’inerzia. C’era voluto un sacco di tempo per iniziare a parlare, poi attaccò lei.

– Ma davvero non bevi più? – Gli chiese col trillo soave di una voce in cui incredulità, apprensione, speranza e forse amore, facevano a cazzotti per egemonizzarne il tono.

– Sì. – Rispose netto, dopo un lungo istante nel quale dovette convincersi che quello che stava accadendo era vero. Lei voleva davvero saperlo.

– E come hai fatto? – Continuò quella vocina che sembrava invadere l’aria circostante, riempiendola di odori, profumi, promesse, mentre lui si godeva ogni singola sillaba come un tempo avrebbe fatto con un doppio whisky. No, lo avrebbe bevuto in un colpo solo, limitandosi a ordinarne un altro.

– Come ho fatto… – La pausa fu il tentativo di mettere a fuoco i pensieri, scegliere le parole giuste, pesarle perché potessero renderle semplice la comprensione un percorso che gli era costato sacrificio e fatica. Non voleva però che il dolore le arrivasse. Voleva che le cose le fossero lievi come la brezza di primavera. Ma le parole decisero di uscire da sole, così come si formavano nella sua testa: – A un certo punto mi sono guardato allo specchio. – Continuò – Avevo la pancia che straripava oltre la cintura allargata all’ultimo buco, il doppio mento più largo della faccia, le occhiaie nere come uno scarrafone spesso un dito, e il retrogusto del whisky di torba della sera prima che faceva su e giù indisciplinatamente dalla bocca alla bocca dello stomaco. Per la prima volta nella mia vita ho visto nello specchio un uomo della mia età, e non quello costretto per anni a tirare fuori i documenti per dimostrare che quella che dichiaravo non era un vezzo ma quella effettiva. Lì ho pensato che l’invecchiamento procede su due direttrici. Da un lato c’è la biologia, il naturale processo che logora cellule e tessuti, come una termite assassina che scava solchi nel nostro corpo e sulla nostra pelle: giorno dopo giorno, anno dopo anno, subdola e inclemente. Ma dall’altro, lungo un immaginario binario parallelo, c’è lo stile di vita. Non gli avevo mai dato particolarmente peso. Live fast die young, è stata sempre una regola inviolabile…lo sai… Solo che per quanto abbia vissuto veloce, non sono morto giovane. Anzi, rischiavo di invecchiare nel peggiore dei modi. Ma non voglio divagare… A cosa ero rimasto?

– Allo stile di vita. – Disse lei divertita.

– Ecco. Questo stile di vita può andare nella stessa direzione dell’invecchiamento e contribuire a moltiplicarne gli effetti, oppure nel verso contrario. Se è particolarmente rigoroso, non si limita a mitigarli, ma li contrasta addirittura. Nel mio caso, pochi mesi di rigore ascetico mi hanno ringiovanito di dieci anni, determinando il risultato che hai ora davanti agli occhi. – Chiosò ghignante, mostrando il ventre piatto con i palmi delle mani rivolti verso l’alto e le braccia allargate a formare un cerchio. Anzi, era una specie di cuore.

– Beh, però mo’ non ti atteggiare che un po’ di pancia la tieni sempre.

Sorrise premendogli il dito sul sottile strato di ciccia, come faceva quando non voleva dargli soddisfazione, ma senza riuscire a fermare il coro degli angeli, il turbinio del vento, gli effetti cromatici del sole che entrava e usciva dalle nuvole, il mare che s’infrangeva sugli scogli sollevando spruzzi di gioia rarefatta e bagnata, le cicale, i grilli, i cani, i galli, i gatti, i leoni che stanno in Africa, le tigri che stanno in India, e tutti gli esseri del creato che iniziarono all’unisono ad alzare al cielo un inno di sincera felicità. Anche Spica, Alpha Virginis, quel sistema binario così avvinghiato da sembrare una stella sola, per quanto non fosse visibile perché offuscato dalla luce del sole, volle partecipare all’evento, improvvisando un balletto che sconvolse gli astronomi e gettò nel panico la comunità scientifica internazionale. Sovvertì secoli di umano sapere quel sorriso.

Fu lì che la trasse a sé. Accosto le labbra alle sue, con fermezza ma come se stesse maneggiando una teca di cristallo che emetteva bagliori, riflessi, scintille. Lei un po’ resistette. Lui non disse nulla. Con gli occhi le parlò delle notti insonni, del desiderio insoddisfatto, dell’amore che non aveva smesso un solo istante di fargli compagnia, dei sogni che dovevano ancora fare, dei risvegli, delle albe, degli abbracci, dei sospiri, dei ricordi, della solitudine, dei rimpianti, degli incubi bui come i peccati che aveva commesso, del dolore che le aveva inferto, del dolore che gli aveva fatto capire di essere ancora vivo. Di questo e di molto altro ancora. Fino a quando lei non dischiuse con dolcezza e lentamente la sua promessa d’amore. Restarono avvinghiati per un tempo indefinitamente lungo, mentre il mondo li osservava col fiato sospeso come se un singolo respiro potesse rompere l’incantesimo.

– E ora che sarà di noi? – Gli chiese staccandosi lievemente con la voce spaventata ed esitante.

Lui non rispose e la abbracciò più forte. Quel “noi” forse era abbastanza per ricominciare.

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