Berlino, il Muro, la riunificazione coloniale e il paradigma nord-sud possibile

di Rosario Dello Iacovo

Sono stato qualche mese a Berlino poco prima della caduta del muro. Ricordo le notti passate a osservare con incredulità lo spettacolo spettrale al di là del confine. Gli edifici evacuati, con le finestre sbarrate. Il filo spinato e i carri armati. La terra di nessuno minata, compresa fra i muri che in realtà erano due. Il cambio della guardia della guarnigione che sorvegliava la frontiera. Lo sbigottimento di fronte al paradosso di una città tagliata in due. Abitavo in Köpenicker Straße, una delle strade che costituiva il perimetro di Berlino Ovest. Mi bastava affacciarmi all’ampio balcone di casa di Hanin, la bellissima ragazza di madre tedesca e padre siriano, con la quale condivisi tempo, intimità e l’ira funesta e pericolosa di Steif, buttafuori e pugile tatuatissimo, che la sera in cui ci incontrammo divenne il suo ex fidanzato. Per ridiventarlo, come lei stessa ebbe la premura di comunicarmi con una lettera qualche giorno dopo che io – deludendola – decisi di tornare in Italia. L’amore vince sempre.

Chissà che fine ha fatto.
Peccato che non ricordi il cognome per cercarla su Facebook.

Parlo di Hanin, naturalmente. Del destino di Steif non ho alcuna curiosità. Lo confesso.

Ci andai in treno, munito di un biglietto Bige-Transalpino taroccato che permetteva a noi e agli scousers di Liverpool di girare il mondo a un prezzo decisamente conveniente. Nel nostro caso, quasi sempre, quel Como – Lugano che costava cinquemila lire e diventava Salerno – Altrove. Finché la cosa non divenne di così pubblico dominio che il titolare dell’agenzia presso la quale lo facevamo, raccontandogli che viaggiavamo in autostop, preferendo passare la frontiera senza intoppi, non mangiò le radici, il fusto e i fiori, oltre che la foglia e ci intimò senza mezzi termini di non farci più vedere da quelle parti. Le cose belle finiscono sempre, come la befana, babbo natale, il Napoli di Maradona e qualche amore che nonostante gli sforzi non riusciamo proprio a riportare in vita.

Sempre che non ci chiamiamo Steif, ovviamente.

Attraversai lo stretto corridoio fortificato che si apriva sottile, come una ferita che non guarisce, in territorio tedesco-orientale. Rammento i Vopos, saliti al passaggio del confine. Gli altissimi stivali, il cappello rigido sul quale spiccavano la falce e il martello. Il tono marziale e brusco, di sospetto, col quale accoglievano gli occidentali. E serbo come cimelio storico il mio vecchio passaporto col timbro del compasso della DDR. Lo vidi garrire su una bandiera una notte qualunque di agosto, quando spinto dalla curiosità mi inoltrai a cavallo di una bicicletta in un anfratto di Kreuzberg, rischiando di essere l’unico uomo al mondo ad attraversare clandestinamente il confine fra le due Germanie in senso inverso a quello comunemente diffuso. Spie escluse, of course. Il repentino dietro front, sotto la minaccia di un fucile di fabbricazione sovietica, puntatomi contro da un’incazzatissima guardia del popolo dall’alto di una torretta, evitò che venissi poi scambiato con una spia russa al Checkpoint Charlie.

Mi sarebbe piaciuto?
Chissà.

Quello che so per certo, è che un autonomo di Genova, che popolava l’ampia comunità italiana a West Berlin, pianificava davvero lo sconfinamento clandestino oltre la cortina di ferro. Per perdersi, poi, nelle patrie del Socialismo reale al di là del muro. Non chiedetemi che fine abbia fatto, davvero non saprei dirvelo.

In realtà, ero arrivato per restare una sola settimana. Poi, la conoscenza di Hanin la sera prima della ripartenza mi indusse a restare. Trascorsi settimane bellissime. Il clima, che mi aveva accolto con trenta gradi all’arrivo, si mantenne abbastanza mite. E io non sono mai stato un tipo che soffre il freddo. A Berlino c’erano moltissime case e posti occupati, molti dei quali erano poi stati assegnati agli occupanti, in linea con l’altissimo livello di protezione sociale di cui godeva la parte occidentale della città. West Berlin era una vetrina propagandistica che l’Occidente sparava in faccia al mondo socialista, per illustrare – mistificando – la superiorità dei suoi valori, della qualità della vita, della libertà della civiltà dei consumi. Per dirne una: se avevi una band, lo Stato ti pagava perfino la strumentazione.

Vidi dal vivo gli Einsturzende Neubauten, col chitarrista e cantante Blixa Bargeld che, deposta la metaforica ascia, scese dal palco impugnando una sega circolare vera, aprendo vuoti scomposti fra il pubblico atterrito. Il concerto si teneva in una ex fabbrica abbandonata e occupata. Io e il mio compagno di viaggio, entrambi coi capelli lunghi fino al culo, eravamo due anonimi impiegati di banca fra quelli presenti alla serata. Di uno non mi dimenticherò mai: rasato a zero, aveva uno stivale come copricapo. Poi, vidi gli Sham 69 e ricordo un sacco di skinheads, ma la cosa non mi stupì, da vecchio frequentatore dell’Inghilterra conoscevo la composizione del loro pubblico. In generale, Berlino era una città vivissima che non dormiva mai. C’erano eventi sempre e dappertutto. Anche di mattina in una sorta di enorme bar alternativo, dotato di una bellissima terrazza, dove si faceva colazione guardando video, concerti, mostre, installazioni, dj set. Ricordo con piacere quelli del Barone, carissimo amico e batterista dei primi Negazione. Sostituito poi da Neffa. Sì, quel Neffa. O le installazioni gigantesche del sardo, mitico personaggio della scena artistica locale.

Al ritorno feci l’autostop fino a Bolzano. L’autostrada che congiungeva Berlino a Norimberga era un’esperienza da macchina del tempo e uno dei pochi luoghi in cui est e ovest si mettevano brutalmente a confronto l’uno con l’altro. Le Mercedes e le Bmw viaggiavano insieme alle Trabant. I tardi anni ottanta dell’occidente, con gli anni cinquanta degli Ossis. La stessa autostrada non somigliava nemmeno vagamente a quelle della Repubblica federale. Aveva solo due corsie. I parapetti erano collocati solo in qualche punto. E gli autogrill erano quanto di più antiteticamente lontano si potesse immaginare dall’Occidente immerso nel boom consumistico dell’ultimo scorcio degli anni ottanta. Viaggiammo con una veterinaria che non si fece alcun problema a caricare nella sua station wagon due capelloni, mollandoci in un’area di servizio diverse centinaia di chilometri più a sud. Proseguimmo fino a Bolzano grazie al passaggio offertoci da un camionista. Arrivati lì, alle quattro del mattino, fui poi costretto a chiedere in tedesco dove fosse la stazione, visto che le prime tre persone che incrociammo asserirono di non capire l’italiano.

Sono tornato a Berlino un paio di anni fa, dopo una pausa durata una vita. Ho preso in affitto per una settimana un appartamento a Mitte. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo proprio a ricordare dove fosse questo “centro” che dà il nome al quartiere. La cosa mi apparve ancora più incomprensibile perché, guardando la cartina, era davvero collocato in una zona centralissima della città, praticamente di fronte ad alcuni uffici del Ministero dell’Economia. Arrivato sul posto, il mistero fu rapidamente svelato: Mitte faceva parte di Berlino Est. Come era deducibile dalla linea di confine disegnata lungo le strade che sostituisce il vecchio muro.

A Mitte, buona parte dei commessi degli esercizi commerciali, in particolare dei supermercati, è originaria dell’est. Te ne accorgi subito notando l’aria timida, i vestiti che conservano un vago richiamo allo stile spartano della DDR, e alla conoscenza praticamente nulla dell’inglese. Scoprire che esistono tedeschi che non parlano la lingua di Albione, ma il russo, rimanda immediatamente all’Europa del mondo bipolare. Diverso da quello attuale, a una dimensione, parafrasando il libro più celebre della buonanima di Herbert Marcuse. La differenza fra Ossis e Wessis è evidentissima anche a Berlino, che comunque resta una città aperta, tollerante, libertaria e vivacissima dal punto di vista culturale.

Wessis e Ossis, tedesco-occidentali e tedesco-orientali, non si amano. L’ex DDR ha tassi di disoccupazione molto più elevati e un Pil più basso. Fra le due parti del paese intercorre una polemica per certi aspetti simile a quella a cui assistiamo in Italia. La differenza più evidente è che lì viaggia sull’asse est-ovest, qui su quello nord-sud. Ma i luoghi comuni sono sostanzialmente simili: quelli dell’ovest accusano quelli dell’est di essere assistenzialisti, affermano di pagare a vuoto da quasi trent’anni la riunificazione, e ritengono i cugini orientali pigri e poco dinamici; gli ossis invece dicono senza mezzi termini che gli occidentali hanno colonizzato il loro ex paese, che sono arroganti e attaccati in modo patologico al denaro, che non comprendono alcuni aspetti positivi della ex DDR.

Guardando la vicenda da questa prospettiva, lo sviluppo delle relazioni fra le ex due Germanie darà indicazioni spendibili anche nel dibattito italiano, nel quale, decenni dopo la nascita della lega nord, sembra emergere un inedito attivismo anche nelle regioni meridionali del paese. L’annuncio di Pino Aprile, l’autore di Terroni, il best seller che ha funto da scintilla al nuovo meridionalismo, di dare vita a un quotidiano del sud va certamente in questa direzione. La mia personale speranza è che la prospettiva sia di opposizione alla lega non solo sul piano geografico, ma anche su quello dell’identità politica. A me, che nasca un movimento capace di difendere le ragioni del sud interessa più di ogni altra cosa, ma a patto che non sia una forza xenofoba, razzista e di destra come il Carroccio. In tal caso, volgerò rapidamente la mia simpatia in opposizione chiara, netta, inequivocabile.

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