Non lo avrebbero preso vivo

di Rosario Dello Iacovo

Christian uscì il giorno del suo quarantesimo compleanno. Fu il gradito regalo di un’insperata coincidenza, per quanto il carcere non fosse stata quell’esperienza terribile che si diceva in giro. Anzi, in galera aveva conosciuto un sacco di bravi cristi. Gente con la quale avrebbe potuto ritrovarsi alla fermata dell’autobus, in coda alla posta, in un bar a farsi una birra… o ad assaltare un furgone portavalori per riprendersi una piccola parte di quello che le banche rapinavano ogni giorno a milioni di esseri umani.

Protette dalla legge.

Certo, pezzi di merda ce n’erano ovunque, e nemmeno il carcere faceva eccezione. Non fosse stato altro che per una questione di mera statistica, di calcolo matematico delle probabilità. Una mela bacata ogni tot buone. Come il nigeriano che era stato costretto ad accoltellare con mezzi di fortuna, ma non senza efficacia, durante il passeggio. Uno che stava sul cazzo a tutti. Sprezzante, poco rispettoso delle antiche regole della reclusione, della convivenza forzata di centinaia, e in qualche caso migliaia, di uomini in uno spazio terribilmente angusto. Girava pure voce che se la facesse con le guardie. Perciò, radio carcere, solitamente ciarliera, quella volta fece calare il silenzio sul nome di Christian. Tokunbo non seppe mai chi gli avesse infilato la lama rudimentale su per il culo, dopo che altre mani nemiche si erano preoccupate di coprirgli la testa con una federa di cuscino. Venuta fuori lo sa il cazzo da dove.

Sospetti aleggiarono, le celle furono rivoltate da cima a fondo e un nugolo di provvedimenti punitivi calò sulla vita dei carcerati. Ma niente che non si potesse sopportare. Che non ne valesse la pena. Fu considerato il prezzo giusto da pagare, per essersi levati finalmente un infame dai coglioni. Il pezzo di merda fu ricoverato in ospedale e poi trasferito in un carcere del nord, dove la presenza più numerosa dei suoi connazionali gli mise il culo relativamente al riparo. Sempre che i boss calabresi, siciliani e campani gli facessero dono della vita. E quelli nigeriani, non trovassero una convenienza qualunque per venderlo al miglior offerente. Ma non sarebbe stato più un affare di Christian, che si limitò a uscire dalla vicenda con una nota aggiuntiva di merito. Andò a sommarsi alla simpatia che, anche fra quelle quattro mura e il sole a scacchi, restava una delle sue caratteristiche migliori. Dopo il rispetto, naturalmente. Quello sembrava avercelo proprio scritto a fuoco nel codice genetico.

Che fosse diventato improvvisamente più popolare, se ne accorse la prima volta che uscì al passeggio per l’ora d’aria. Niente di eclatante, intendiamoci. Gesti misurati, mezzi sorrisi, sguardi appena accennati, ma dal significato inequivocabile: aveva fatto la cosa giusta. Carte in regola per entrare in un sodalizio criminale, ma aveva preferito resistere alla tentazione di diventare il pezzo di un ingranaggio potente, che inevitabilmente avrebbe riversato su di lui una certa quantità di potere, per restare quello che era: un indipendente, con smanie di redenzione che un po’ andavano e un po’ venivano. Dipendeva dalle notti, e dai sogni che faceva. A volte si rivedeva bambino per le strade di Bombara. Rincorreva un pallone e sognava di diventare il centravanti della nazionale. Ma più spesso di ogni altra cosa, sognava il momento dell’arresto. Gli sbirri che sfondavano la porta. I volti coperti dai passamontagna. Le armi puntate. Le urla. Le sue mani sopra la testa. Il petto contro il pavimento gelido di una notte d’inverno. E una certezza in testa: l’avevano venduto.

Alla fine dei sette anni, si ritrovò a passare di cella in cella a portare saluti, ricevere abbracci, strette di mano, segnare numeri di telefono che – chissà – gli sarebbero serviti. Quasi gli dispiacque di uscire, fu come abbandonare una famiglia, dagli zii, ai cugini, ai fratelli di cella, ai quali lasciò le quattro cose che aveva, insieme alla promessa che non si sarebbe dimenticato di loro. Fuori invece non aveva nessuno. La stronza che gli aveva giurato amore eterno, se l’era filata subito dopo il suo arresto. Doveva avere un concetto tutto personale di eternità. La sua era durata finché si era trattato di godersi i frutti dell’attività criminale. Dopo, neanche una lettera, mai un colloquio. All’inizio, aspettava il suo arrivo solo per tornarsene ogni volta col capo più chino in cella. Poi non aspettò più nessuno, nemmeno la sua famiglia con la quale aveva bruciato i ponti anni prima. Facendo un gran bel fuoco. Almeno erano stati coerenti. Il suo stile di vita cozzava con quella che loro chiamavano onestà. Anche se poi, quella parola con l’accento sull’ultima vocale, si traduceva in un lento consumarsi. Solo un modo per aspettare la morte, ingrassando quelli che si arricchivano legalmente sulla pelle dell’umanità.

Non faceva per lui. Christian aveva scelto consapevolmente di rischiare. E quando l’avevano arrestato, si era limitato ad attivare la procedura prevista in casi d’emergenza. I soldi erano già in mano all’avvocato. Aveva preso tutte le precauzioni perché almeno lui non lo fottesse. Il rischio era tutt’altro che ipotetico con uno squalo abituato a sfamarsi con i pesci più piccoli o più deboli. E Christian non si poteva permettere di diventare anche il suo pasto. Quella, sarebbe stata prerogativa esclusiva del Ministero di Grazia e Giustizia per gli anni a venire. Il principe del foro aveva fatto bene il suo lavoro: dai quindici richiesti dal pubblico ministero, era riuscito a scendere a dieci. Con un ulteriore riduzione della pena nel grado di giudizio definitivo. Al resto ci aveva pensato un po’ di buona condotta e il silenzio che l’aveva protetto per l’affare Tokunbo.

Le ore finali trascorsero febbrili. Non riuscì a chiudere occhio, guardando il cielo oltre il reticolo di sbarre, finché i colori dell’alba non illuminarono lentamente la sua ultima notte da prigioniero. Si sentì assalire dall’ansia. Si stese sulla brandina per provare a dare un ritmo più rilassato al respiro convulso che gli sollevava ritmicamente la camicia. Cosa avrebbe fatto fuori? Non lo sapeva, almeno nel lungo periodo. La tentazione di cambiare vita lo aveva più volte assalito nel corso di quegli anni. Ma gli sembrava una di quelle cose che si raccontano a se stessi per farsi forza nei momenti bui. Per pensare che anche a lui fosse concessa la possibilità di essere altro. Poi la notte si consegnò tutta a un tratto nelle braccia del giorno, che infine esplose in un tripudio di luci rendendo immediatamente nitidi i contorni dell’orizzonte. Facendo svanire i suoi pensieri: quasi fossero fatti della stessa materia delle ombre.

E fu ora di uscire.

Del resto, cosa sapeva fare che non somigliasse fin troppo da vicino a un’attività criminale? Praticamente nulla. Avrebbe saputo spiegare con precisione chirurgica come assaltare un blindato. Come convincere, con le buone o le cattive, le guardie giurate che non era proprio il caso di fare gli eroi per mille euro al mese. E se proprio qualche eroe si fosse messo sulla sua strada, asserragliandosi all’interno, Christian Righetti conosceva qualsiasi metodo per aprire il parallelepipedo di metallo teoricamente inattaccabile e mettere fuori gioco il coglione senza ammazzarlo, evitando di portarsi a casa una condanna all’ergastolo. Salvo casi sfortunati e non gestibili se non dalla sola legge del destino. Oppure, il modo più sicuro per comprare cinquanta chili di coca in Spagna e farla arrivare in Italia in una macchina opportunamente attrezzata con un doppio fondale, mentre una staffetta qualche chilometro più avanti verificava che non ci fossero sbirri troppo svegli in giro.

E poi? Nient’altro. Sicuramente non era in grado di fottere il prossimo, nascondendosi dietro il vestito buono di un pezzo grosso della politica, di un industriale, un banchiere. Quello era crimine ad alto livello, fuori dalla portata di gente come lui. Al massimo, gli avrebbero permesso di pulire i cessi di qualche sordido buco di culo per quattro pidocchi al mese. Sempre che avesse trovato un’istituzione, un ente, un privato, particolarmente caritatevoli da concedere la propria fiducia a un ex detenuto.

Perciò, nello stesso istante in cui sentì il portone del vecchio carcere chiudersi con un tonfo cupo alle spalle, liquidò ogni sogno notturno con la prima parola che gli venne in mente: cazzate! Un mucchio di inutili stronzate. E si sorprese a sorridere a se stesso, ritrovando l’antico coraggio che gli aveva permesso di sfidare la propria condizione.

Ad attenderlo fuori non trovò nessuno, e non fu una sorpresa. Sfilò rapidamente fra gli abbracci che gli altri detenuti ricevevano dalle proprie famiglie, sfuggì alle lacrime dei figli e delle madri, si isolò da quell’intenso sentimento di commozione che si respirava nell’aria, concentrandosi soltanto sull’incredibile sensazione di avere tanto spazio intorno a sé. Un mare, da navigare senza limitazioni. Senza misurarlo coi passi tutti uguali degli anni trascorsi nel cortile della prigione. Poi si diresse alla fermata dell’autobus e dopo un breve viaggio raggiunse un piccolo albergo nei pressi della principale stazione ferroviaria della città. Lì, avrebbe studiato le sue prossime mosse, tirato fuori qualche asso dalla manica, sperando che fosse ancora al suo posto sette anni dopo.

Di una cosa fu certo: stavolta non lo avrebbero preso vivo.

(To be continued)

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