Il Renzi, l’Italia 2.0 e le tracce dei miei passi

di Rosario Dello Iacovo

Il cielo sopra Firenze mi accoglie con una promessa di pioggia. E io mi metto comodo ad aspettare, col nobile deretano piantato in uno dei due sedili per i passeggeri del nostro Amico Blu, mentre guardo i nuvoloni di diverso colore e consistenza che svolazzano allegri sopra la mia testa. Poco fa, stavo facendo un sogno bellissimo. O almeno deduco che lo fosse, perché pur non ricordandomi nulla, mi lascia questo sorriso beota stampato, che lo specchietto posto sotto il parasole rovesciato mi restituisce dritto dritto in faccia. Incosciente e giocondo. Cosa c’ho da sorridere, poi? Boh, lo sa veramente il cazzo.

È raro, del resto, che io dorma. In furgone o in macchina, praticamente mai. Ma stavolta mi sono appisolato perché negli ultimi tempi dormo davvero pochissimo. La vecchia insonnia è tornata a farmi compagnia in questa calda, isterica, coda di un’estate che proprio non si rassegna a finire. L’unica arma che posso opporle è un libro spianato, con le pagine appena illuminate dalla fioca luce di una lampadina a basso consumo, che si ammucchiano nella colonna di sinistra. Questo tutte le notti, finché non svengo. Sì, credo che tecnicamente “svenire” sia il termine giusto per descrivere quello stato in cui piombo per quattro, cinque ore, di solito alle prime luci dell’alba, neanche tutte di fila.

Anche stavolta mi sveglio, ma non sono nel mio letto. Pigio il tasto per abbassare il finestrino. Il sottile strato di vetro trasparente va giù, e la folata che mi investe il viso ha il potere di destarmi completamente. L’aria odora di pioggia che sta per cadere. Chiudo gli occhi, inspiro profondamente e sembra quasi che le gocce mi stiano bagnando davvero. Ma dovrò attendere ancora, perché il movimento delle nuvole in cielo è troppo frenetico per trasformarsi in acqua battente, pronta a impattare terreni resi troppo duri dalla siccità, che perciò non riusciranno ad assorbirla.

Apro Repubblica, mentre le uscite di Firenze si susseguono uno dopo l’altra, alla velocità di crociera di centoventi chilometri orari. L’occhio cade sulla notizia del giorno, ovvero la polemica che oppone il Renzi a Marchionne. A scanso di equivoci, parliamo dello stesso Renzi che all’infedele la sera dell’11 gennaio del 2011 dichiarò papale papale: “Io sto con Marchionne, senza se e senza ma”. Va da sé che anche Marchionne è proprio quel Marchionne. Sorrido ancora, ma stavolta con disincanto. Lo conosco il rottamatore, è diventato sindaco quando vivevo qui, e sì: non è l’uomo dal quale comprerei un’auto usata. Da Marchionne, nemmeno una nuova. E da entrambi, neanche un pacco di fazzolettini di carta al semaforo, se non fosse che nella città che fu dei Medici, i venditori li hanno banditi col ferro e col fuoco nel nome della più sacra delle ossessioni fiorentine: il dehoro.

Perché il Renzi, che prima di mettersi la fascia tricolore era già stato Presidente della Provincia, e ciò nonostante continua a presentarsi come il nuovo che irrompe sulla scena della politica scacciando la Casta dal tempio, ora attacca Marchionne? Mi chiedo mentre qualche goccia di pioggia finalmente si stampa sul parabrezza del furgone. La risposta mi viene facile: perché è in campagna elettorale per le primarie del PD. Non trovo altra spiegazione possibile. Non posso credere che l’enfant prodige dei democratici, abbia davvero pensato anche per un solo minuto che la truffa della new company perpetrata dal manager della Fiat volesse dire rilancio dell’azienda e investimenti. Ma poi: rilancio di cosa? Si può pensare che milioni di automobilisti cambino ogni anno, massimo ogni due, la macchina? Chi lo fa, perché se lo può permettere, probabilmente opta per altri marchi più prestigiosi. Così, il nuovismo infila un’altra perla nella collana della presunta modernizzazione, che in Italia è il nome col quale si presenta l’azzeramento di un secolo e oltre di diritti conquistati dai lavoratori. Piero Pelù scommette che il Renzi e il Marchionne faranno pace. Si vedrà. Intanto la pioggia aumenta d’intensità, via via che ci inerpichiamo verso Barberino del Mugello e l’Appennino.

Quando vivevo a Firenze, lo spin doctor di un candidato (ma potrebbe essere anche una candidata) alle primarie del PD per l’elezione a Sindaco, mi commissionò una relazione su Renzi. Scoprii che l’allora Presidente della Provincia era un democristiano figlio di un democristiano, che era stato alla Ruota della fortuna (vincendo 48 milioni), e che sarebbe stato l’uomo da battere. L’uso spregiudicato dei social network, il giovanilismo, il tifo per la Fiorentina, una comunicazione berlusconiana finanche nella scelta dei colori, mi sembrarono armi potenti, soprattutto in una città che certo non è “Povera e piccola”, come ha detto Marchionne, ma che comunque non mi sembrava godere di ottima salute. Scrissi la lunga relazione con cura. Quando mi trovai di fronte l’esperto di comunicazione del candidato (che potrebbe anche essere una candidata), mi chiese a bruciapelo: “Dimmi in una sola parola cosa pensi di Renzi”. “Berlusconiano”, risposi. E lui di rimando, gongolante: “Allora vinciamo facile”. “No, – dissi io, calmo e convinto – vince Renzi”.

Mi guardò, col sorriso bonario che si riserva all’inesperto interlocutore che viene da fuori, e mi espose una teoria astrusa, da prima Repubblica, sul tesoretto di voti dell’ex PCI che non sarebbe mai andato al Renzi. “Il problema vero – chiosò, con l’aria dell’esperto conoscitore del suo mondo – è capire chi dei nostri candidati se lo prenderà”. Mi congedò, ma non mi convinse. In seguito, seppi che non mi avrebbe dato il lavoro, perché ero tanto bravo, ma non capivo nulla della politica fiorentina. E poi voleva gente che credesse nel progetto. Anche quello fallimentare che ancora ipotizzava un rapporto fidelizzato fra partiti ed elettori. Il mio invece, che prevedeva una massiccia controffensiva sul web e una serie di eventi che mostrassero un’altra Firenze possibile, il tentativo disperato di levare il grigiore da burocrate del candidato (che potrebbe anche essere una candidata), fu bollato come un vezzo da ragazzino, anche se avevo quarant’anni.

Renzi vinse le primarie con oltre il 40% dei voti e sbrigò la formalità di battere Giovanni Galli, l’ex portiere del Milan e del Napoli, candidato del Pdl, diventando Sindaco di Firenze il 22 giugno 2009. Renzi vinse per vari motivi: perché era già un uomo di potere, per le solide relazioni di suo padre, ma anche perché seppe vendere a una città che aveva subito nel decennio precedente una profonda provincializzazione, l’idea del nuovo, del rilancio, della tecnologia. In poche parole: Firenze 2.0. Un progetto così virtuale che i fiorentini non hanno nemmeno visto in rete. Figuriamoci nelle strade di una Firenze reale, che in dieci anni ha perso centomila abitanti, attestandosi a trecentocinquantamila, ha visto calare la presenza di turisti, soprattutto quelli stranieri, e continua a pensare a se stessa come una città d’altri tempi arroccata dentro le mura, invece che un’area metropolitana di un milione di abitanti.

Guardo nello specchietto retrovisore e ormai la Toscana è lontana. Le cime dell’Appennino pure. Quando ci lasciamo alle spalle Bologna, la pioggia scende finalmente copiosa e mi perdo nel ritmo ipnotico dei tergicristalli che creano piccole cascate ai lati della mia visuale. “Vincerà i’ Renzi contro Bersani?”, mi chiedo, mentre l’Emilia di Pier Luigi si fa Lombardia subito dopo il Po. Quando costeggio Milano lungo la tangenziale est, ancora non lo so. Ora non penso che vinca, al prossimo giro però porta tutto a casa, sicuro. Perché voi lo sapete, in Italia il nuovo che avanza vince solo quando nasce vecchio nell’anima. Ma la cosa non mi appassiona. Bersani mi mette tristezza. E Vendola… vabbè, lasciamo stare.

Penso proprio che quel giorno andrò al mare.

Magari piove pure, e sulla spiaggia bagnata percorsa dal vento lascerò nitide le tracce dei miei passi. E del tempo che non ritengo più opportuno concedere agli spacciatori di speranza.

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