Non lo avrebbero ricacciato indietro

di Rosario Dello Iacovo

Il sole precipitò dietro le montagne. Così, di colpo. Lasciando dietro di sé una scia di colori in contrasto stridente col cielo plumbeo, solcato da nubi di ogni tonalità di grigio. Come un pittore che, stufo della disciplina e del metodo, avesse deciso di sferzare la tela con movimenti repentini, violenti, inondandola di tonalità aspre che si sovrapponevano caoticamente strato dopo strato l’una sull’altra. In realtà, il sole aveva fatto capolino solo un attimo prima del tramonto, marchiando a fuoco la valle che ancora grondava di pioggia caduta per l’intera giornata. Carlo amava la pioggia, soprattutto quando era accompagnata da forti volate di vento che sibilando scuotevano la cima degli alberi, facendoli oscillare come giunchi sottili sul punto di staccarsi e sfidare la legge di gravità. Librandosi in volo nel cielo, diretti chissà dove. Anche quando si trattava di piante secolari dal fusto altissimo e robusto, capaci di resistere instancabilmente alla furia degli agenti atmosferici, all’usura delle stagioni, al logorio degli anni. Perciò, era rimasto per ore a guardare le grosse gocce rovesciarsi al suolo, creando cascate che venivano giù copiose dai rami, mulinelli, torrenti impetuosi, ostinati a scendere a valle trascinando detriti, foglie, erba, corpi senza vita di piccoli animali.

Sarebbero diventati, tutti insieme, concime destinato ad alimentare nuova vita.

Nonostante il tempo avesse provato a dargli una mano, fornendogli le suggestioni che da sempre avevano alimentato la sua scrittura, Carlo nemmeno quel giorno era riuscito a trovare l’ispirazione. Non un rigo si era aggiunto alla pagina, che restava immacolata sullo schermo del computer come la coscienza di un bambino che non ha ancora fatto in tempo a commettere il primo dei suoi peccati. Erano mesi che non riusciva più a scrivere e le pressioni dell’editore si erano fatte via via più incalzanti, commisurate al contratto milionario che il suo agente era riuscito a strappare dopo il successo inaspettato del romanzo d’esordio, uscito ormai quattro anni prima per una piccola casa editrice e ripubblicato poi da una major. Tradotto in trentadue lingue, aveva venduto oltre sette milioni di copie. E vendeva ancora, nelle edizioni via via più economiche e dai caratteri più minuti che si erano succedete a ritmo travolgente, facendo di Carlo Parente un uomo ricco e uno scrittore affermato. Sorrise con disincanto pensando a quelle parole, mentre si alzava dalla scrivania per gettare altra legna nel camino, in modo da ravvivare la fiamma ormai ridotta a brace. “Chi è dentro è dentro” l’aveva finito in due mesi, rimaneggiando e assemblando racconti di dieci anni prima, nell’impeto furioso di un periodo terribile della sua vita. Erano state notti febbrili, nelle quali le parole si infilavano magicamente una dietro l’altra a comporre un mosaico che assumeva nitidamente sfumature e contorni. Quasi da sole, senza che nemmeno avvertisse lo sforzo della scrittura. L’unica via di fuga dal dolore, dal morso feroce degli eventi che gli strappava ogni volta un piccolo pezzo di anima. E allora, rimettersi a scrivere diventava l’unico rimedio per sospendere il tempo, facendolo galleggiare sul fiume di quella narrazione continua nella quale si era immerso per intere settimane.

Per riemergere più forte di prima.

Quel romanzo era stato la sua salvezza. L’aveva strappato dalla condizione ultraprecaria di giornalista disposto a mettere la sua tastiera al servizio di chiunque, di qualsiasi quotidiano, rivista, sito, disposti a tirare fuori anche il più misero dei compensi. Ne aveva sopportate tante: pezzi saltati all’ultimo minuto senza neanche la ricompensa delle scuse più formali, assegni dall’importo irrisorio mai pervenuti, lavoro gratuito e clandestino in redazioni lussuose in cambio di promesse che non erano diventate fatti. Anche quando la testata si prefiggeva di denunciare tutto il dolore del mondo. Poi, quasi improvvisamente, nel giro di pochi mesi erano arrivate la fama, la ricchezza, le apparizioni in tv, le interviste radiofoniche, le migliaia di risultati che apparivano sullo schermo digitando il suo nome nei motori di ricerca. Da oscuro pubblicista, titolare di un blog con un centinaio di contatti al giorno, a stella della letteratura. Il salto era stato da record del mondo, e Carlo s’era goduto ogni singolo istante. Il lunghissimo tour di presentazione del romanzo, al pubblico e ai media, aveva dato i suoi frutti: le vendite erano aumentate in modo esponenziale. Così, se gli era universalmente riconosciuto di saper scrivere, il mondo si accorse che quella qualità era in realtà solo la seconda, nella lista dei suoi talenti: parlare, soprattutto in pubblico, gli veniva decisamente meglio.

E così, parlando parlando, aveva fatto un sacco di amicizie importanti: critici, direttori di riviste e quotidiani, anche qualcuno di quelli per i quali aveva finto di lavorare. Usava l’espressione con lucido sarcasmo, non per sminuire il suo impegno, ma per il semplice fatto che un lavoro prevedeva un compenso adeguato o, nei casi più estremi, un compenso e basta. In ogni caso, lui ora era uno scrittore affermato. E quando raccontava con apparente ironia le sue peripezie in quelle redazioni, facendo attenzione a non sembrare livido e rancoroso, le responsabilità venivano scaricate dai suoi interlocutori rigorosamente lungo la scala gerarchica. E via via più in basso fino all’ultimo ingranaggio che avesse un briciolo di potere per poter pagare per tutti. Era sempre un sottoposto, quello che non aveva saputo cogliere e valorizzare il suo enorme talento, come ci si diceva ormai senza esitazione quando si parlava di lui. La sua capacità di fare breccia in quelli che davvero contavano aveva fatto il resto: non c’era premio di spessore al quale non fosse stato candidato, per lo più vincendolo, trasmissione televisiva o radiofonica che non l’avesse invitato, salotto letterario che non gli avesse aperto le porte stendendogli quei tappeti che nella sua vita aveva visto solo al cinema.

Ciò nonostante, Carlo Parente non aveva dimenticato da dove veniva. Ricordava come se risalisse a poche ore prima il giorno della sua laurea. Invece erano passati quindici anni. Vedeva suo padre col vestito buono, lo stesso che aveva indossato al matrimonio di suo figlio Marco, il fratello di Carlo, e a qualche funerale. Gli andava un po’ più stretto e il nodo della cravatta era troppo largo. Aveva l’aria emozionata e un po’ impacciata. Sembrava intimidito fra quelle mura che per lui si erano trasformate in sogno a dieci anni, quando aveva lasciato la scuola dopo la quinta elementare, iniziando a lavorare come garzone di un salumiere. Si notava che era un vestito da cerimonia, proveniente da qualche stoccaggio dalle origini misteriose e dalla pomposa etichetta interna, col nome di uno stilista che una volta era stato grande. In netto contrasto con la sobria eleganza dei completi sartoriali dei professori. Ma il sorriso che gli incorniciava il viso era così bello ed entusiasta che faceva dimenticare tutto il resto. Esplodeva gioia da ogni singolo poro della sua pelle. Suo figlio, il figlio di un operaio, laureato. Dottore. Sembrava non poterci credere, il sogno di una vita intera che si realizzava, i sacrifici che lo avevano portato per anni a mettere da parte faticosamente ogni lira possibile trovavano finalmente un senso. Ricordava anche sua madre, nel vestito un po’ chiassoso che conteneva il corpo formoso. Ma lei non era per nulla a disagio, non lo era mai. Semplicemente fiera di quel bambino che aveva tenuto in grembo e accompagnato tenendolo per mano a larghi passi sulla strada della vita. Poi se li ricordava entrambi, ingobbiti dal tempo e dallo stupore, quando si fece strada la consapevolezza che quel foglio di carta non sarebbe bastato ad azzerare la distanza con i figli di quei tetri professori dal vestito scuro e sobrio, che marcava la loro appartenenza a un altro mondo. Furono sempre prodighi di incoraggiamenti, ma ogni tanto un gesto di stizza, una mezza frase, uno sbotto, comunicavano a Carlo la loro delusione.

Poi suo padre andò in pensione, i soldi non furono più sufficienti per le offerte strombazzate come strepitose dai supermercati, e finirono a fare la spesa nei discount. Il frigo si riempì di prodotti sconosciuti, di qualità scadente che sua madre, ogni volta che andava a cena da loro, cercava di nascondere o di presentare come il miglior cibo della terra, che aveva in meno solo campagne pubblicitarie e marchi fantasiosi. Fu proprio una di quelle sere che Carlo, notando un velo di lacrime negli occhi di sua madre, di fronte a un formaggio dal sapore indefinibile che gli aveva messo nel piatto, a prendere una decisione: era di quello che avrebbe scritto. Della sua vita, della vita dei suoi genitori, di milioni di persone che si sacrificavano per tutta l’esistenza solo per vedere i propri sogni fatti a pezzi dalla crudeltà di una società divisa in classi, che difendeva i suoi privilegi con ferocia, senza mollarne neanche una briciola. Lasciò la stanza dell’appartamento che divideva con altri giovani nella sua stessa condizione, in modo da poter sopravvivere senza lavorare, e tornò nella stanzetta dove era cresciuto con Marco. A casa dei suoi. Riemerse due mesi dopo. Il piccolo editore, al quale aveva consegnato il manoscritto, lo chiamò tre giorni dopo farfugliando parole come: “Bellissimo”, Eccezionale”, “Contratto”. E lì capì che forse ce l’aveva fatta. La prima tiratura andò esaurita grazie al passaparola dei pochi ma fedelissimi lettori del suo blog, che presero a condividere spontaneamente sui social network il link del suo romanzo, con la furia cieca dei giusti. Dovettero ristampare. Prima una volta, poi due. Poi ci fu la svolta, che arrivò sotto forma di una telefonata da parte di un famoso agente letterario che gli fece firmare un contratto con tanti zeri, quanti non ne aveva mai visti prima. Ed era solo l’inizio. Non la rivoluzione per tutti che sognava suo padre, ma almeno la possibilità di fargli dono di un tempo senza pensieri nell’ultimo scorcio della sua vita.

La prima cosa che fece fu comprare per i suoi genitori la casa dove era cresciuto. Non pensò a se stesso. Non avrebbe avuto bisogno di una casa per un lungo periodo, perché iniziò a girare come una trottola per promuovere il romanzo. La sua casa furono stanze d’albergo, aule universitarie, sale conferenza di megastore. Dovette rinunciare ai centri sociali, che all’inizio gli erano stati particolarmente vicini, perché il grande editore che lo aveva messo sotto contratto non era politicamente gradito. Un mucchio di ragazzini ricchi, coi capelli lunghi e l’aria da fintopoveri, con l’accento improponibile quando cercavano di parlare il loro dialetto, decise che a nulla valeva che quel libro l’avesse scritto uno che veniva dal nulla come lui, che dentro ci fossero le storie di una vecchia tutabblù che da giovane ogni domenica si caricava in braccio lui e suo fratello, sorrideva a sua moglie guardandola aprire lo sportello, e partiva al volante della cinquecento per una gita sempre diversa. Cantando Bandiera rossa, alzando il pugno quando gli chiedevano per chi avrebbe votato, riempiendo di botte due altezzosi imbecilli in una grossa berlina che una volta l’avevano tamponato, e uno dei due aveva detto all’altro, offendendolo davanti alla sua famiglia: “Lascia stare, è solo un poveraccio che gira in cinquecento”. A nulla valse tutto questo, ma lui si limitò a scrollare le spalle e a tirare dritto per la sua strada: quello che aveva da dire lo avrebbe detto, per chiunque avesse voluto pubblicarlo, purché non avesse la pretesa di cambiare il senso delle parole.

Anche quel giorno, di fronte al fuoco che alimentato dai grossi ceppi di legna aveva ripreso ad ardere, scrollò le spalle. Guardò fuori, ormai era notte. Si sedette alla scrivania. Il silenzio era rotto solo dai versi di animali notturni che avevano ripreso fiato e coraggio dopo la tempesta. Pensò agli occhi di sua madre, alle lacrime, a suo padre alla testa di un corteo, alle bandiere rosse. Poi non si sentì più nulla: solo il crepitare dei tasti che aveva ripreso a mitragliare il mondo. L’alba lo sorprese che ancora scriveva.

Aveva tante storie da raccontare. Non lo avrebbero ricacciato indietro.

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