Abbandono l’Italia al suo destino

di Rosario Dello Iacovo

Esco di casa e li vedo. Un attimo prima che il portone si chiuda alle mie spalle come se stessero per venire giù i vetri. Vivo qui da poco e dimentico sempre di accompagnarlo con la mano. Perciò mi riprometto di adottare in futuro la procedura che un cartello posto all’ingresso descrive fin troppo minuziosamente. Li vedo e sono in quattro: tre uomini e una donna. Zingari, con la carnagione olivastra e la lingua incomprensibile. Mi guardano per un istante, a valutare se la mia presenza rappresenti un intoppo per quello che stanno facendo. Poi, resisi conto che sto semplicemente uscendo di casa, rituffano le mani nei cassonetti della spazzatura, collocati in fila in buon ordine nel vicolo parallelo al Rettifilo, e tornano a rimestare.

Li ho visti già un paio di volte dal balcone, famelici intorno ai parallelepipedi di metallo, alla ricerca di oggetti ancora utilizzabili. Mi lasciano sempre un attimo perplesso: penso che più di una volta si siano ritrovati un topo fra le mani, per esempio. Ma del resto, in tempo di guerra e di fame, qualcuno i topi se li mangia pure. La paura non è un vero deterrente, se la posta in palio è riempire lo stomaco e sopravvivere, rifletto. Io non le metterei mai le mani nella munnezza, sempre che la vita non mi costringesse proprio a farlo, però la quantità di oggetti che riescono a tirare fuori ogni volta è impressionante. Questo mi fa pensare alle cose che buttiamo per capriccio, quando magari sarebbero ancora utilizzabili a lungo.

Come quel paio di scarpe da ginnastica che compare all’improvviso fra le mani della ragazza. A prima vista, sembrano perfette seppur evidentemente usate. Chissà perché se ne sono disfatti, mi chiedo sdegnato un attimo prima di ricordarmi della ventina di paia di calzature simili, praticamente nuove, che occupano due grossi bustoni, dimenticati in un angolo a casa dei miei. Di solito faccio così: le vedo, mi piacciono, le compro, e poi non le metto mai, perché preferisco indossare sempre un paio di scarponcini Dr Martens che pago invariabilmente venti sterline ogni paio d’anni, alla prima bancarella a destra del mercato all’aperto di Camden Town a Londra. Non quello sotto i ponti a Camden Lock, un po’ più avanti, ma proprio il primo che si incontra venendo dalla stazione della metropolitana.

Hanno sempre qualche difetto perciò costano così poco. Quelli che ho adesso, per esempio, riportano il marchio sul retro della scarpa sinistra leggermente decentrato. Difetti che ne impedirebbero la vendita in negozio a prezzo pieno, ma che a me appaiono insignificanti se le posso avere per un fottuto score, come i londinesi chiamano venti pounds. A fiver è un cinque, a tenner un dieci, il bullseye è un cinquantino, e il ton è il centone. Ma li chiamano anche in tanti altri modi diversi, perché tutto si può dire, eccetto che ai cockneys manchi la fantasia. Anyway, in qualunque modo chiami il denaro necessario ad acquistarli, li indosso tutti i giorni, con qualche eccezione in estate (perché sotto i bermuda metto le scarpette) fino alla loro distruzione. Poi, di solito, li ripongo in qualche scatola che ritrovo anni dopo, osservandola con lo stupore dell’archeologo di fronte al ritrovamento di un antico reperto prezioso.

Qualche tempo fa, ho ritrovato un paio di anfibi del buon dottore, modello Highlander, dieci buchi, comprati nel 1982 a Milano, alla modica cifra di 125mila lire. All’epoca, guadagnavo diecimila lire al giorno, lavorando part time in una fabbrica di graticole per la carne, il pomeriggio dopo la scuola. Stavo quasi per metterli, in discreto stato trent’anni dopo, poi la suola più liscia della testa di un calvo con l’alopecia mi ha fatto desistere. Sul bagnato, non c’è calzatura al mondo più scivolosa di un paio di anfibi lisci. Provare per credere. E quel ritrovamento non è stato nemmeno dei più clamorosi. La palma appartiene a un paio di jeans, ancora con l’etichetta, ai quali non avevo nemmeno fatto la piega, l’orlo, lo chiamano in Italia, che ho ritrovato poco dopo, risalenti a chissà quale era geologica. Quelli però li ho riciclati, li uso abbastanza spesso. Una tipa mi ha pure chiesto dove li ho comprati. “Lo sa il cazzo”, avrei voluto risponderle. Mi sono limitato a sorridere, come l’uomo che parla poco e tiene per sé i segreti del suo guardaroba. Un uomo pieno di buon fascino e riservatezza.

Qualcuno dice che scrivo cose troppo lunghe. Ma non è colpa mia se un dettaglio, che agli occhi dei più appare del tutto trascurabile, come un paio di scarpe in mano a una ragazzina rom, scatena in me un flusso di ricordi che va avanti e indietro nel tempo, collegando in una prospettiva sincronica fatti anche distanti tra loro. In ogni caso, saluto i quattro archeologi del consumismo contemporaneo con un vago cenno del capo che loro ricambiano con la stessa indolenza, e mi incammino sul Rettifilo, che è il nome col quale noi napoletani chiamiamo il corso che congiunge la stazione centrale con piazza Borsa. L’aria è freschetta, ma non a sufficienza perché mi tenga addosso una specie di k-way verde, praticamente identico a quello indossato dai fottuti Rovers nel film Awaydays. E correva l’anno 1977. Un uomo pieno di fottuto talento vintage. Perciò, cammino a mezze maniche, suscitando gli sguardi interdetti di molti miei concittadini, che appena la temperatura scende sotto i venti gradi si vestono come Totò e Peppino in missione salvanipote a Milano.

“Fa fridd staser, eh?”, sento dire distintamente al commesso sull’uscio di un negozio, rivolto al suo collega del negozio affianco, sfregandosi le mani e poi chiudendo la cerniera del giubbotto che indossa. Accompagna il movimento con un brivido che mi fa pensare a tempeste di neve e ghiacci eterni. Come se non bastasse, in questa tiepida serata autunnale, l’altro rincara la dose con un inequivocabile: “Fridd? Fa nu cazz ‘e fridd!”. Entrambi rimpiangono l’estate come se parlassero di un amico che non vedono più da anni, quando in realtà di giorno fa ancora un caldo che io trovo poco gradevole. Odio le preferenze climatiche dei napoletani, la loro ossessione per il sole, il mare e il maledetto sudore che scorre a rivoli fetidi e gioiosi per almeno quattro, cinque mesi all’anno. Gli alzo mentalmente due dita per fanculizzarli all’inglese e tiro dritto, perdendomi nelle vetrine dei negozi di abbigliamento che attirano come al solito la mia attenzione.

C’è di tutto. Capi da dieci euro convivono di fianco ad altri da cento, ma in generale non è che all’interno ci sia questa gran ressa. Anzi, a dirla tutta, nella maggior parte dei casi potrebbero essere una valida metafora del concetto di solitudine in mezzo a una folla. Perché la folla è sui marciapiedi, guarda, passa, scruta, ripassa, ma col cazzo che varca la soglia decisa a comprare, assecondando lo sguardo speranzoso dei commessi, che ogni volta che qualcuno tira dritto si incupisce come un manifesto perfetto del tempo di crisi. Anche io faccio la stessa cosa, ma con una certa riluttanza, perché nonostante abbia vestiti per sette vite (e non sono un gatto) ne comprerei ogni singolo giorno della settimana. Spesso le cose mi appaiono bellissime, le accarezzo con lo sguardo voglioso. Entro e le provo. Mi sembra che nulla mi sia stato così bene come, che so, quel paio di jeans o quella polo che mi metto in quel momento. Poi, passa un po’ di tempo e si accumulano, disposte in più file nel monumentale armadio di casa dei miei, che rappresenta un po’ il campo base, oltre che negli armadi più o meno di fortuna in giro per l’Italia. Però non butto mai niente. Gli zingari con me non farebbero grandi affari.

Così arrivo alla stazione. Passo davanti a un ragazzo e una ragazza molto giovani, rintanati nell’angolo di una banca. Lui la rimprovera di averlo lasciato solo ed essere andata a fumare con la sua amica e “quei tipi più grandi”. Lei non risponde, punta gli occhi a terra e fa come fanno le donne quando sanno di avere torto e provano a girare la frittata, opponendo il silenzio sdegnoso. Lui la tiene per un braccio, lei si divincola, ma quando la lascia, lei resta lì senza andare via. E ricominciano da capo. Immagino la situazione. Lei è una ragazzina, la sua amica sarà la classica tipetta un po’ più sveglia che a quindici anni frequenta ragazzi di diciotto o venti, gli stessi che si sentono al di sopra della massa degli sfigati perché si fanno le canne e qualche volta si pippano un pezzo di cinquanta di coca in dieci, facendo baldoria tutta la sera, e finendo così per apparire patetici ai cocainomani professionisti, per i quali lo sballo è un momento di calma e non di euforia. Lui la ama, o almeno così crede, ma si vede che ci sta male. Lei chissà, forse è solo che non sa rinunciare a una storia che comunque le fornisce un punto di riferimento nella sua socialità adolescenziale. Poi li lascio a sbrigarsi i cazzi loro e attraverso la piazza. Ne avranno di tempo per scoprire ogni risvolto di quel sentimento così devastante che chiamiamo convenzionalmente amore. Però è bello, ammettetelo tutti, è bello l’amore.

Arrivato all’incrocio col Corso Garibaldi, dal lato che porta verso Carlo III, c’è in agguato su uno scooter un tipo con un pacco in mano. Mi guarda, sorride, e poi mi chiede:

– Fratemo, ‘o vuò fa n affar?

– Sì. – Dico io, sapendo già dove andrà a parare.

– Teng n iPhone 5 r’occasion. Ch’ja fa l’ja avè?

– Ma me faje pavà pur ‘o pacco, o chill’è omaggio? – E sorrido più di lui.

A questo punto scoppia in una grassa risata, poi si dilunga in una lunga e dettagliata descrizione delle difficoltà che anche i truffatori devono affrontare in tempo di crisi.

– Menu mal, ca ce sta ancor cocc stranier ca se l’ammocca, ‘o pacco. – Chiosa infine con aria afflitta, aspettandosi un segno di comprensione da parte mia. Io mi limito ad alzare le spalle e a pensare che molto difficilmente rivedremo a Napoli quello straniero, quando ritroverà un beato cazzo nella confezione immacolata dell’ultimo gioiello della mela morsicata.

Dietro di me il Corso Umberto, la statua dell’eroe dei due mondi e centocinquantuno anni di malaunità. Davanti, un piccolo truffatore rassegnato alla marginalità nella quale l’hanno relegato, il Corso Garibaldi e un futuro tutto da scrivere. Sempre che ne avremo la voglia, la forza e la costanza. Ci penso, mentre trotterello fino alla fine della strada e già che ci sono arrivo a casa dei miei a piedi, invece di aspettare l’autobus che passa quando c’ha voglia. Gli ultimi due chilometri sono tutti in salita. Me ne frego, come disse un tizio che voleva cambiare l’Italia e finì appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano.

Forse l’errore è proprio quello, penso: immaginare che l’Italia si possa cambiare, quando invece va semplicemente abbandonata al suo destino.

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8 commenti su “Abbandono l’Italia al suo destino

  1. “…molti miei concittadini, che appena la temperatura scende sotto i venti gradi si vestono come Totò e Peppino in missione salvanipote a Milano.”
    Ho detto più o meno la stessa cosa ai miei l’ultima volta che sono andati a Milano “sembrate Totò e Peppino”, il motivo mi pare ovvio…

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