Ora va tutto bene

di Rosario Dello Iacovo

Il ragazzo davanti a me è uno che ha perso sempre. Glielo leggo negli occhi: non stanno fermi un istante e vagano alla ricerca di un punto imprecisato, che gli impedisca di incrociare troppo a lungo lo sguardo del tizio dall’altra parte del bancone. Ogni singola frase che pronuncia gli procura fitte di doloroso imbarazzo. Per scegliere il panino ci mette almeno tre minuti. Poi tocca alle salse, e se ne va un altro paio di minuti abbondanti. Alla fine, tira fuori da non si sa dove un: “Come va?” che vorrebbe essere colloquiale, stemperare la tensione, ma infilato in mezzo al nulla di questa conversazione, finisce per peggiorare il reciproco disagio.

Lo riconosco subito come perdente, perché anch’io sono uno che ha perso sempre, anche se con un certo stile e un malcelato autocompiacimento. La sconfitta eroica esercita su di me un fascino discreto. Non chiedetemi perché, non saprei nemmeno da dove cominciare. Poi il ragazzo perdente afferra il panino, farfuglia un mezzo saluto e s’incammina un po’ ingobbito, nei pantaloni larghi e nel giubbotto scuro con due bande verticali, lungo la discesa di Mezzocannone. Io, invece, sono veloce a ordinare: prendo un pezzo di frittata di maccheroni, che mangio indolente e svogliato, appollaiato in cima a uno sgabello dal sedile circolare.

È la prima cosa che butto giù oggi. Sapete, una di quelle giornate che non c’hai veramente voglia di fare un cazzo. Pigro al punto che, se potessi, nemmeno ti alzeresti dal letto. Anche se, in verità, non avrei neanche avuto qualche esigenza particolare di uscire. Da mangiare, ne ho nel frigo: è la voglia di cucinare che mi fa difetto. E poi penso che uscire a fare quattro passi mi farà bene. Solo che, una volta fuori, i quattro passi diventano chilometri.

Amo camminare, è una scoperta recente, soprattutto quando l’umore tende al funereo andante con sfumature di NoFutureForMe. In quei casi, è un rimedio sostanzialmente efficace, mi anestetizza. Sempre che non mi porti dietro le cuffie e mi metta ad ascoltare la compilation che ho soprannominato “Muro del pianto”. In pratica, la stessa che compongo con delle lievi variazioni quando mi siedo davanti al Mac e smanetto con YouTube. Ascoltare musica e scrivere racconti, nel mio caso, si associa quasi sempre a un sentimento di indefinita tristezza. Gli articoli invece posso scriverli sempre. Lì, vado in automatico perché è più questione di mestiere che di stato d’animo.

Mangio la mia fetta di frittata, bevo una coca zero e mi ributto in strada, dove vedo il ragazzo perdente un po’ più avanti. Un uomo triste e un ragazzo che ha sempre perso formano una bella coppia, ma lui non lo sa, perché procede ignaro e goffo in direzione del Rettifilo senza alzare gli occhi da terra. Io lo tengo d’occhio a una certa distanza, senza farmi notare, sotto il cielo che si è fatto notte. Alzo lo sguardo e Giove è proprio sopra di me. Sembra abbia preso le misure, per posizionarsi giusto a metà strada fra i palazzi che formano la via, al centro della quale io cammino con la testa che ogni tanto va all’insù. È l’unica cosa perfetta di una serata emotivamente asimmetrica. Gli asintoti non si toccano, lo dicono la logica e la geometria. E io non posso fare altro che crederci. Definitivamente.

Poi, dopo un po’ inizia a piovere. Perciò, cammino sotto la pioggia col cappuccio calato; e al centro storico c’è aria di anni novanta. Ma sarebbe meglio se fosse un futuro inedito tutto da conquistare. I Dr Martens s’immergono nelle pozzanghere, accompagnati da un bel verso d’acqua che si smuove, e poi lasciano come Pollicino una scia che mi riporterà a casa. Ne sono certo. Sempre che nessuno la asciughi, s’intende. In tal caso, mi affiderò all’orientamento che in verità non mi difetta. Coi passi lunghi e le gocce che calano lente, da qualche parte mi porterà il mio camminare. Cammino, e la strada non mi manca.

All’altezza dell’università centrale le nostre strade però si separano. Lui va verso la stazione, io viro a destra in direzione di piazza Borsa, diretto a via Toledo. Lo immagino in attesa di un treno della Circumvesuviana, che come i tartari dell’omonimo deserto non arriverà mai. Se ne andrà la giovinezza su quella piattaforma, ma lui resterà immobile a guardare il tempo che gli scorre sopra, sotto, di lato, in ogni direzione, senza investirlo, sfiorandolo miracolosamente come la brezza di una giornata d’autunno che porta l’odore di foglie morte planate al suolo, appena un attimo prima di essere calpestate da passi distratti di gente diretta altrove, che non ci farà nemmeno caso a questo ragazzo con gli occhiali dalla montatura scura che aspetta un trenino solo per essere condotto verso un altro fine settimana solitario. Fatto di sogni che non si realizzeranno, speranze inculate dalla vita, aspettative derise dai bulli che si illudono di vincere sempre e invece perdono più di chiunque altro.

È tardi, i negozi si apprestano a chiudere, sento parlare di politica, ma la discussione non si solleva dalla banalità dei luoghi comuni con i quali sono le parole che si esprimono attraverso i nostri corpi, non viceversa. Solo uno desta la mia attenzione. Vestito con un certo gusto, ha una bella cravatta regimental con un paio di tonalità di blu, annodata in un perfetto windsor. All’amico che parla del terrorismo come unica soluzione, risponde serafico: “E perché, non sono sempre loro che ti manovrano, poi? Fai il terrorista, devi mettere una bomba, chi te li dà i soldi della bomba? E quelli per la clandestinità, le macchine, gli appartamenti?”.

Sorrido, il suo è un punto di vista condito di sano realismo. La verità è che ce l’abbiamo nel culo, e non sarà né un voto per qualche demagogo, né la rivolta disperata e sconfitta in partenza, a portarci da qualche parte. Anche se una disfatta eroica a me non dispiacerebbe. Poi i negozi chiudono, io cammino, Giove di tanto in tanto butta l’occhio, io ricambio, osservandolo nel nostro reciproco spostamento. Lui in alto, leggero nel cielo che è stranamente stellato. Io col passo altrettanto lieve che la suola pneumatica del buon dottore rende un po’ moonstomp. Faccio chilometri, non so quanto tempo passa prima che mi fermi.

Avviene a un angolo di strada, con la felicità che inaspettata mi piomba addosso, in un agguato così perfetto che nemmeno il lupo di Assalti Frontali in Banditi. E allora, non posso fare altro che arrendermi senza provare nemmeno a resistere. Le coincidenze fortunate vanno accolte come il caval donato, senza guardargli in bocca. Però, se osservaste bene, anche voi vedreste un sorriso disarmante che mi prende per mano e mi conduce fino al termine della notte.

Mi sembra di scorgere Céline dietro di me, che sbircia da sotto un lampione, col viso nascosto dall’abituale sciarpa annodata e da un insolito cappello che gli copre la capigliatura stempiata. Lo guardo meglio ed invece è il ragazzo che ha perso sempre. Accenna un mezzo sorriso e dal labiale ho l’impressione che mi chieda: “Come va?”. “Bene, – rispondo mentalmente – ora va tutto bene”.

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