La Pantera, il Fax, Giulio Verne e il futuro che non è scritto

di Rosario Dello Iacovo

Arrivo a Mezzocannone e varco il portone del numero 12. Anzi, entro da una finestra al piano terra, nel più puro e napulegno basso-style, perché gli occupanti il portone non l’hanno aperto ancora. Sarebbe un déjà vu, se non fosse che io qua ci sono già stato davvero, era la Presidenza di Scienze Biologiche. Correva l’anno 1990, la Pantera ruggiva in tutto il suo splendore, spazzando via il decennio precedente e, credetemi, gli anni ottanta non erano come ve li immaginate. Non lo erano per un cazzo. Anzi, se proprio cercate le radici dell’epoca nefasta in cui viviamo, le troverete lì: in Margaret Thatcher e Ronald Reagan, nell’individualismo e nel rampantismo, nel Psi di Bettino Craxi, nel pentapartito, nella Milano da bere, nel consumismo spietato di merci e di valori. Anche se oggi, a voi appaiono tutti Duran Duran, Spandau Ballet, Clash e Depeche Mode da ballare nelle serate revival.

Ma non è di questo che vi parlerò, una volta che mi metterò a scrivere – realizzo – mentre sollevo il piede con un movimento non privo di una certa grazia e lo appoggio all’interno della struttura. Occupata, of course. Ventidue anni dopo, again. La prima cosa che penso, guardandomi intorno, è che la vita degli uomini è troppo breve. La seconda: non è vero che è passato tutto ‘sto tempo. Era ieri e io ero qua, a zonzo per i due piani della palazzina che la ristrutturazione avvenuta qualche lustro fa non ha reso affatto irriconoscibile. Ed eccoli, infine, davvero materializzati, i precari dei quali parlavamo al futuro durante le occupazioni della Pantera, quando il fax ci sembrava una tecnologia piovuta direttamente da un’altra epoca, pronta a regalarci una nuova rivoluzione nel nome della simultaneità. Poi, pochi mesi dopo, vennero le chat in Bbs con gli occupanti di altre università italiane. A quel punto, quando le prime lettere iniziarono a ballare sul monitor componendo frasi di senso compiuto, fu direttamente Julius Verne a materializzarsi al nostro fianco, con un ghigno sul volto che a me apparve come un sardonico: “Ve l’avevo detto”.

In realtà, quella comunicazione che ci sembrò, ottimisticamente, la leva per forzare secoli di disuguaglianza sociale, si è trasformata in un nuovo strumento di oppressione di classe. Sì, devo proprio chiamarla così, anche se decenni di propaganda hanno provato a convincerci che le classi erano un ricordo del passato e che tutti avevamo la possibilità di cambiare la nostra condizione, armati soltanto di tanta buona volontà. Invece la mobilità sociale, che pur aveva avuto qualche scossone negli anni sessanta e settanta, dagli ottanta in avanti si blocca. Chi è figlio di ricchi, resta ricco. Gli altri si fanno in culo, anche se hanno conseguito diplomi, lauree, specializzazioni, master, et cetera, et cetera.

Io potevo mandare un fax a Palermo agli studenti di Lettere occupata per coordinare le parole d’ordine della lotta. Ma la Fiat avrebbe mandato con modalità tecnologiche più avanzate istruzioni di segno opposto in Brasile, Polonia, Serbia, trasformando il Pianeta in una catena di montaggio globale, per produrre le stesse utilitarie di merda, pagando però gli operai un terzo, un quarto di quello che avrebbero percepito in Italia. Allora, del resto, non sapevo nemmeno che una fabbrica italiana avrebbe potuto con un gioco di prestigio liquidare la vecchia azienda, costituirne una ex novo, uscire da Confindustria, buttare a mare gli accordi sindacali e riassumere gli operai a condizioni peggiori, escludendo quelli della Fiom. Non lo sapevo perché non avrei mai immaginato che quel fax fosse una macchina del tempo che ci avrebbe rispedito a calci in culo negli anni cinquanta, se non direttamente nel XIX secolo.

Nell’estate del 1990, in occasione del convegno organizzato a Venezia dall’area dell’ex Autonomia Operaia, scrissi un documento sulla comunicazione nel quale si avvertiva che qualcosa di grosso bollisse in pentola, ma non riuscii ad addentare la questione come avrei voluto. Dentro finirono la Scuola di Francoforte, Marshall McLuhan, Toni Negri, l’Iraq, in bilico sull’esile linea di confine fra comunicazione intesa come tessuto connettivo del nuovo modo di produzione (scomposizione della grande fabbrica, esternalizzazione, introduzione dei sistemi informatizzati Digitron e Robogate all’Alfa Romeo, Qualità totale, Zero scorte, nozioni che avevo appreso per lo più dagli esami universitari e dalla rivista sindacale Meta, della quale ero un avido lettore); e comunicazione intesa come Hype, propaganda di parte, tessuto ideologico che accompagnava il passaggio dal sogno rivoluzionario degli anni sessanta e settanta, al nuovo credo di Pensiero debole, Fine della storia, Fine delle classi, degli ottanta. Quel documento conteneva qualche felice intuizione e molti punti oscuri, perché se è vero che esistevano già i primi cellulari e i computer, è altrettanto vero che non avrei mai immaginato una catena di montaggio immateriale come i call center attuali, dove salario, conquiste sindacali e diritti sarebbero stati pressoché azzerati.

Ora però lo so, e meglio di me lo sanno le nuove generazioni che in questo mondo ci sono cresciute e che oggi stanno provando a opporsi, utilizzando quegli stessi strumenti del comunicare coi quali il nuovo ordine mondiale progetta invece un futuro di miseria e precarietà per l’intero Pianeta. Lo sanno gli occupanti di Mezzocannone 14, e delle altre strutture di Movimento che si sono moltiplicate a Napoli e altrove negli ultimi anni, con una dinamica che non sempre ha saputo interpretare bene il paradigma della ricchezza nella complessità. Perciò, quando mi inoltro al secondo piano della palazzina, riconoscendo le stanze, gli scorci, i luoghi, non c’è nostalgia per il tempo in cui avevo vent’anni, ma la voglia di fare di oggi e la speranza per domani. Il futuro non è scritto, diceva Joe Strummer, e oggi più che mai penso che sia giusto credergli. Senza inutili protagonismi che portino quarantenni a fare i leaderini di ragazzi che potrebbero essere i loro figli: li ritenevo grotteschi quando avevo vent’anni, li trovo patetici ora che ho passato i quaranta. Perché l’esperienza di noi adulti sia una risorsa per le nuove generazioni, ma in modo che le nostre sconfitte non pesino come un macigno per loro e un freno per le loro lotte. Perché se perdono, abbiamo perso tutti.

Definitivamente.

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