Per lei Natale sarà solo il 25 dicembre

bancomat

di Rosario Dello Iacovo

La storia inizia così, ieri sera. Cammino per il Rettifilo e piove. I ragazzi che vendono gli ombrelli vanno su e giù coi loro passeggini e le ruote lasciano scie sui marciapiedi bagnati. Io mi incanto a guardarle, chiedendomi se portano altrove. Loro sono asiatici, tutti. Roba di Bangladesh o giù di lì a giudicare dalle facce. Il che mi fa dedurre che ci sia una divisione delle attività su base etnica. Loro vendono gli ombrelli, i nigeriani a Castel Volturno vendono la coca, i senegalesi i cappelli, i guanti e gli occhiali da sole. Ma pure i napoletani vendono la coca, gli occhiali da sole, i cappelli e i guanti, però sono gli esclusivisti dei profumi falsi a cinque euro che spopolano sulle loro bancarelle e sulla mia mensola. Hogo, Emporio Armane, Boos: Rocco Tarocco, insomma. Nomi che vengono dritti dalla mitologia della contraffazione dichiarata e connotano un liquido sostanzialmente uguale, indipendentemente dall’involucro che lo contiene, che svanisce dopo una mezz’ora anche se ti rovesci l’intero flacone addosso. Tuttavia ora non ho voglia di approfondire la questione: piove, io cammino e i venditori di ombrelli non sembrano fare grandi affari. Di solito, gli butta bene quando la pioggia è improvvisa. Cioè, quando la gente non aspettandosela esce di casa senza ombrello. Oppure con tipi come me, che lo comprano, però poi lo lasciano regolarmente a casa la stragrande maggioranza delle volte, finendo per ricomprarlo quando l’acqua viene giù dal cielo oltre i limiti di assorbimento dei simpatici piumini leggeri, che indosso con un certo gusto e indubbio portamento.

Stavolta però, il fumo gli gira storto anche con me, perché da uomo assennato e ragionevole, quale ormai sono indiscutibilmente diventato, l’ombrello me lo sono tirato dietro. Un bel modello. Se poteste vederlo, converreste. Col manico in finto legno, il bordo in finto metallo dorato, e le stecche di metallo forse vero, ma senza dubbio dozzinale. Però a guardarlo sembra uno di quegli esemplari di una volta. Il tempo precedente all’era della plastica che sembra qualsiasi cosa. È passato così poco, ma già sembra un’altra epoca. In ogni caso, l’ho comprato da loro. Of course. Perciò quando li incrocio vedo balenargli negli occhi una scintilla, una roba da etica del lavoro che in occidente non c’aveva più nemmeno la generazione di mio padre, mentre si guardano intorno alla disperata ricerca di un passante qualunque, bisognoso di una sana assistenza professionale. Io ricambio, cercando di apparire adeguatamente a mio agio, protetto dall’ampia circonferenza blu con la banda giallina, di un materiale che immagino sia tela. Anche se più probabilmente è plastica che sembra tela. È un bel rapporto, quello instauratosi tra noi, fatto di taciti ammiccamenti e impercettibili movimenti del capo a mimare un discreto ma rispettoso saluto, oltre che una reciproca gratitudine. All’ombra del libero mercato.

E così, arrivo alla mia banca. Cioè, quella dove ho il conto. Perché uscendo di casa ho trovato nella buca delle lettere la bolletta del mio gestore telefonico, arrivata dopo un solo mese di utilizzo, e non due come mi avevano assicurato. Aperta l’applicazione di home banking sullo smart phone, mi accorgo di due cose: la prima è che il rid non è ancora pervenuto e neanche a farlo apposta, incontro un amico che dirige un’agenzia Fastweb, il quale mi assicura che non accadrà prima del quindici del mese; la seconda è che non ho denaro a sufficienza sul conto, perciò devo versare. Tiro fuori il bancomat con un’occhiata circolare, più per abitudine che per reale pericolo, visti i quattro soldi che ho in tasca e l’aria torva che mi porto perennemente cucita addosso anche se sono un bravo ragazzo. Lo striscio nell’apposita fessura ed entro, perché la macchina per i versamenti si trova all’interno. Poi lo infilo nella fessura e digito il codice, con la banconota pronta nell’altra mano. Ma non succede niente. Anzi, la voce “Versamento” non c’è proprio. Vago un po’ a cazzo nel menù finché un algido messaggio mi comunica che la carta è trattenuta e devo rivolgermi alla mia filiale. Bestemmio, impreco, do uno schiaffo a mano aperta sul fottuto display ed esco. Poi faccio un po’ di altre cose e la serata vola via in fretta.

La mattina dopo la sveglia suona alle 7,30. Voglio essere lì all’apertura della banca per evitare che scatti la procedura di blocco automatico della carta, con conseguente cacamento di cazzo di emissione della nuova, spedizione, codice, e un sacco di altre fastidiosissime procedure, come se su quel conto chissà cosa ci sia. Apro il balcone. Fuori c’è un cielo così azzurro che mi ricorda quello di Londra, perciò mi commuovo e nemmeno ci faccio caso alla temperatura prossima allo zero che, in verità, mi procura una gradevole sensazione di fresco sulla pelle, tanto più che sono a mezze maniche. Dopo di che, mi infilo sotto la doccia rigorosamente bollente e faccio scendere l’acqua finché non si svuota lo scaldabagno. Poi mi vesto con una certa cura, esco e trotterello fino al luogo del delitto che dista un paio di centinaia di metri da casa mia. Una volta lì ci sono quattro, cinque persone in fila prima di me. Si tratta per lo più di vegliardi che si svegliano alle cinque e non c’hanno un cazzo da fare, perciò iniziano a girare per uffici postali, banche, mercatini, ancora prima che il sole accompagni i senegalesi, gli asiatici, i napoletani e i pusher verso una nuova giornata di onesto lavoro.

Due minuti dopo l’orario ufficiale di apertura, le porte si spalancano, non c’è il metal detector ma solo una guardia giovane alla porta col giubbotto antiproiettile e la testa rasata che non sfigurerebbe in curva. Ma mo’ c’ho altri cazzi da spicciare, quindi entro, vado allo sportello, verso e poi mi fiondo nell’ufficio del direttore che scopro essere una direttrice.

– Buongiorno. – Le faccio col tono più cortese del mio repertorio delle 8,23 del mattino.
– Buongiorno. – Ribatte lei, guardandomi con un filo di diffidenza, dietro il tailleur blu scuro da donna in carriera che la fa sembrare un po’ più vecchia dei trentacinque anni che dimostra.
– Sono un vostro correntista, presso la filiale del Corso Garibaldi. – Spiego – Ieri sera volevo versare, ma non so perché la macchina ha trattenuto il bancomat.
– Mi dia un documento. – Asettica, ma un attimo più tranquilla, dopo aver appurato che non le sto puntando addosso una pistola. Le porgo la patente a lenzuolo degli anni ottanta tutta spiegazzata, che apre tenendola con la punta delle dita come se potesse morderla. – È lei? – Poi mi chiede – guardandomi dopo aver osservato con attenzione la foto del 1984.
– No, ma non lo dica a nessuno. – Le rispondo sorridendo.
– Se li porta bene gli anni. – Mi dice con fare un po’ civettuolo.
– Lo so, vita sana, dieta vegetariana e tanto sport. – Mento, pensando ai fagioli alla messicana strapieni di salsiccia tirati col vino rosso, che ho cucinato ieri sera, così piccanti che mi brucia ancora piacevolmente un po’ lo stomaco.
– Uhm, – Fa lei, restando sulle sue, con lo sguardo che si alterna fra me e il display che ha davanti sulla scrivania. – Mi spiace, ma non posso ridarle il bancomat, deve rivolgersi alla sua filiale.
– Guardi, mi sembra una situazione un po’ paradossale. È la prima volta che sento di un bancomat ritirato per un versamento.
– Non c’erano soldi sul conto.
– Lo so, infatti stavo versando. – Calcando l’ultima parola, per sottolineare l’ovvietà del mio comportamento.
– Certo, ma magari, vista l’assenza di disponibilità, la macchina si sarà sentita minacciata…
– La macchina?
– Sì.
– Cioè, avete i bancomat emotivi?
– Può darsi… – Ribatte, rendendosi conto dell’imbuto kafkiano nel quale ci siamo infilati. Ma non gliene frega un cazzo. Lei vuole fare carriera, si vede. Ogni cosa del suo aspetto e del suo atteggiamento lo dice. Perciò, se il fottuto terminale le comunicasse che devo travestirmi da uomo ragno e andare alla mia filiale svolazzando di ragnatela in ragnatela, me lo direbbe come se fosse la cosa più normale del mondo, con l’aria professionale che ostenta mentre si tocca vezzosamente la stanghetta della montatura dorata dei suoi occhiali di marca.
– Ok, vado alla mia filiale. A dopo.
– A dopo. Buona giornata. – E senza darmi il tempo di aggiungere altro, si rituffa con la testa fra le scartoffie perché nessuno dubiti che è una donna molto impegnata. Lei.

Esco. La strada si è animata. I bancarellari allestiscono, tirando fuori la merce da bustoni mostruosamente grandi. I commessi si aggirano indolenti nei negozi appena aperti o in via di apertura. La folla di studenti e pendolari della periferia diretti al centro mi viene incontro, mentre risalgo la corrente in direzione contraria verso Piazza Garibaldi. La faccio a piedi, sono incazzato con la banca, ma questa soleggiata e fredda mattina d’inverno è troppo bella perché me la lasci rovinare dagli sciacalli che fanno soldi coi soldi. Poi, arrivato a Piazza Guglielmo Pepe, penso che è meglio se mi sbrigo se voglio evitare la procedura di blocco e le complicate stronzerie che ne seguirebbero. Passa un pullman e lo prendo al volo. Dentro è uno united colours of benetton. Intorno a me ci sono un po’ di vegliardi italiani, due ragazzi neri che discutono con un’aria vagamente cool, un cinese con un completo che imita perfettamente il taglio di uno stilista italiano e un tizio con una tuta da lavoro che mi sembra algerino. Sicuro. Sicuro il cazzo però, perché gli squilla il cellulare e il suo “Pronto?” è inequivocabilmente del casertano. Poi la conferma arriva dal badge della ditta che ha appuntato sul petto. Solo in questo momento mi accorgo che è un bus di quelli che vanno in provincia, ma comunque non mi cambia la vita, perché arriva la mia fermata e scendo.

Quattro passi ancora e sono davanti alla mia filiale. Qui il metal detector c’è, la guardia è barricata all’interno di un gabbiotto blindato e mi fa segno con lo sguardo di lasciare eventuali oggetti metallici nella cassettiera. Questa banca che si trova praticamente a Piazza Carlo III l’hanno rapinata un sacco di volte. Tanto in forme tradizionali che con modalità fantasiose passando per le fogne. Ma una volta valeva pure la pena. Ricordo che negli anni novanta andarci era una vera maledizione degli Dèi. C’era sempre una fila incredibile, soprattutto commercianti della zona che arrivavano rovesciando con molto malcelata soddisfazione rotoloni di caravaggi fruscianti, che i cassieri si affrettavano a infilare nelle macchinette contasoldi, consegnando in cambio battute e ricevute. Ma era proprio un’altra epoca, i tempi in cui se non prendevi minimo due carte di credito si offendevano. Io ne avevo un sacco, pure quella oro che in teoria era uno status symbol, ma che in realtà avevano due correntisti su tre. Il terzo era un vegliardo che c’aveva ancora il libretto di risparmio, manco il conto, c’aveva. Da qualche anno invece, credetemi, non c’è mai nessuno e col cazzo che ti danno una carta se non gli presenti una carriola di documenti, garanzie, stipendi accreditati e cazzivari. Perciò impreco visibilmente quando mi introduco per la terza volta nella cabina e la fottuta voce registrata mi dice di “Tornare indietro e depositare gli eventuali oggetti metallici nell’apposita cassettiera”. Che poi funziona solo se ci metti l’euro. Ma per fortuna P, uno che lavora in questa banca da sempre, alza lo sguardo dal suo dolce far niente e fa segno alla guardia di farmi entrare. Lui obbedisce, ma non ci pensa nemmeno a uscire dal gabbiotto. Io vorrei sapere cosa cazzo c’ha la mia faccia di così spaventoso.

Ma non è il momento di pensarci. Entro, saluto P e mi dirigo alla Consulenza attraversando un salone desolatamente vuoto, con un solo tizio che sta facendo qualche operazione allo sportello. Alla Consulenza ci sono due box dedicati, vuoti. Entrambi. Mi infilo nel primo e mi siedo.

– Buongiorno. – Mi fa una tipa mai vista dall’altra parte della scrivania.
– Buongiorno. – Faccio io.
– In cosa posso aiutarla?
– Niente… Ieri ho provato a fare un versamento col bancomat, ma la macchina mi ha ritirato la carta. Stamattina sono andato alla filiale e la direttrice mi ha detto che non poteva restituirmela, che dovevo rivolgermi a voi perché loro c’hanno il bancomat emotivo. – Spiego col ghigno finale.
– Bancomat emotivo?
– Sì.
– Vediamo un po’, – Mi dice visibilmente perplessa – qual è il suo numero di conto? – Le mostro un foglietto sul quale l’ho trascritto. – Mi dà un documento? – Tiro fuori di nuovo la patente un po’ più spiegazzata di prima e gliela porgo.
– Ah sì… Glielo ha ritirato perché è arrivato il rid di un’utenza telefonica e mancavano due euro e settantacinque per coprire la cifra.
– Cioè, voi per due euro mi ritirate il bancomat? Non basterebbe un messaggio che avvisa che non ci sono soldi a sufficienza? Tra l’altro l’applicazione di home banking non riporta il rid, quindi, in teoria, io nemmeno sapevo che ci fosse uno scoperto. E comunque ero andato lì per versare, non per prelevare.
– Cosa vuole che le dica, ha ragione, – Mi fa lei con l’aria sinceramente solidale di quella che non farà mai carriera. – ma sono le disposizioni della banca. Da un po’ c’è una politica molto rigida sulle carte e sui conti correnti.
– Bene, quindi ora che devo fare? Posso ripassare di là a prenderla?
– Purtroppo no. Deve aspettare che ce la riconsegnino e la ritira qua. Torni fra quattro, cinque giorni lavorativi.

La saluto, la ringrazio e penso a quello stronzo di Presidente del Consiglio della Repubblica italiana che vorrebbe obbligarci a usare il bancomat anche per spese di cinquanta euro. Così, giusto per far fare più soldi ai suoi compari di merenda banchieri, i veri colpevoli e i veri beneficiari della loro crisi, e complicare la vita di milioni di poveri cristi che la subiscono. Ma comunque è una giornata troppo bella, non mi voglio incazzare. C’è ‘sto cielo che sembra dipinto a mano con un azzurro veramente intenso, come quella mattina del 1985 uscendo da Victoria Station a Londra, di ritorno dal concerto dei Gbh a Birmingham, dopo dieci giorni di pioggia ininterrotta. E poi qua è zona mia e ora che non ho più fretta torno sui miei passi verso casa, godendomi la passeggiata. Mi fermo a fare colazione al bar dove andavamo quando facevamo filone a scuola e mentre prendo il solito latte freddo, un caffè a parte e la bomba a crema, penso che non è possibile che sono passati trent’anni. Ok, ho fatto un sacco di cose, visto tanti posti, vissuto altrove, percorso su e giù l’Italia e l’Europa, amato, odiato, blandito, detestato, cose che tanta gente non farà nemmeno in seicento vite, però comunque mi sembra una truffa, uno scambio ineguale del cazzo fra un mucchio di ricordi più o meno vaghi e poco meno della metà del tempo che ci è concesso mediamente di vivere.

Tuttavia riesco a non far virare l’umore verso tonalità funeste e riprendo la mia marcia. Mi fermo al mercatino che si trova dalle parti di Porta Capuana, ma non devo comprare nulla, sto solo cazzeggiando, caricandomi dell’energia del sole che batte ma è mitigato dalla tramontana, e quindi non ho caldo. Sì, perché io riesco ad avere caldo anche in inverno in talune circostanze. Ma non stavolta, perciò procedo. Passo la Porta, mi ricordo di venti passi che contai uno a uno un giorno qualunque di marzo, quando mi sentii precipitare nonostante non ci fosse nessun posto del cazzo dove potessi cadere. Però ora sorrido alla mia tenacia, alla mia gioiosa incoscienza, alla mia rabbiosa determinazione e guardo a destra, verso le strade che si inerpicano in direzione di Via Foria, il limite della città antica. Di Partenope, la greca, la filosofa, la guerriera, dalla quale nonostante tutto non sono riuscito a stare troppo a lungo lontano. E penso che ora sono qui, dentro questi vicoli dove a volte il mare ci entra. Arriva perfino in alto, a quegli ultimi piani verso i quali tante volte ho alzato la testa senza vedere nulla, ma convinto comunque che non stessi sprecando il mio tempo. Perché è questione di destino, forse, ma sicuramente di scelte di vita, di capacità di mettersi in gioco, di rischiare quando l’esito non è per nulla chiaro, ma non per questo rinunci a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Senza paura di sbagliarlo quel cazzo di rigore.

Così, coi pensieri che vanno e vengono, imbocco La Duchesca che oggi è Chinatown e ogni volta che ci passo non ci posso credere. Poi mi compro lo stesso carrellino della spesa che avevo a Milano e mi tuffo nelle viscere della terra nel mio discount di fiducia, quello a tasso di tristezza elevata, tanto oggi il mio umore è a prova di bomba. Compro un sacco di cose, poi mi metto in fila e la mia attenzione è attirata da una signora avanti con gli anni con un fortissimo accento napulegno, la variante di napoletano più popolare, impegnata in una conversazione serrata col cassiere che gli batte una monumentale spesa natalizia.

E che ddenar ca staje facenn…. – Gli dice ridendo.
Assaje, – Replica lui con lo stesso tono scherzoso – si fossen e mje però.
Nun me ricer nient, ma oggi so felice, aggie saput ca scennen a Napule tutt e figlie mje pe Natal e gghiesc pure figlieme Carmeniell, me l’ha itt stammatin l’avvocat.

Magari dovrei indignarmi perché quello che per la legge è sicuramente un pericoloso criminale sta per uscire, ma sarà che in vita mia ho conosciuto tanti carcerati e nessun giudice, non riesco a evitare di intromettermi provando un’istintiva simpatia per la signora e per suo figlio. Badate bene, non conosco suo figlio, non so cosa abbia fatto, non so se il moto d’affetto che sento per questa madre possa essere mitigato dal dolore che suo figlio ha potuto infliggere ad altre madri, ma so che una società divisa in classi è naturalmente votata alla creazione del crimine, della devianza, del carcere, del dolore. E so anche che quella stessa società è profondamente ingiusta, perché infligge pene irrisorie ai potenti che commettono grandi crimini finanziari o comunque non proporzionate a quelli di tanti signor nessuno che riempiono le galere. E poi, al pari di tante altre mamme del sud è costretta a vivere lontano dai propri figli, senza la possibilità di vedere i nipoti crescere, aspettando un Natale ogni tanto per briciole di normalità. E questo sicuramente non provoca dolore a nessun altro che a chi lo subisce. Perciò mi sporgo verso di lei e le dico:

‘A Zi, – Esordendo con la tradizionale formula di rispetto verso le persone più anziane, sempre che non siano così vecchie da chiamarle nonno o nonna. – addò stann e figlie vuost?
Uagliò, dduje a Modena, un a Germania e a cchiù piccerell a Verona. – Risponde lei dopo essersi girata e avermi messo a fuoco.
E allor ve facit nu bellu Natal allor chist’ann e po’… aggie sentut pur chell’ata nutizie. – Dico con il doveroso riserbo.
Uagliò, so tropp felice, erano tre anni ca nun passavem e fest tutt quant assiem.

Poi il cassiere le comunica la cifra, lei protesta vivacemente continuando a parlargli come se davvero i soldi andassero a lui. Alla fine, prendendolo per sfinimento, riesce a farsi fare dieci centesimi di sconto che si fa dare in due monetine da cinque, “Per l’ascensore”, precisa. Infine lo abbraccia e lo bacia sulle guance facendogli gli auguri. Fa la stessa cosa con me. Poi esce e augura un buon Natale a tutti, ed è davvero l’immagine della felicità. Io pago, infilo le mie cose nel carrello e mi dirigo verso casa. Però prima ripasso per la filiale dove mi hanno trattenuto il bancomat.

– Mi dài un occhio al carrello? – Chiedo alla guardia giurata rasata.
– Hai le armi dentro? – Mi fa lui coglionando.
– No, quelle ce l’ho addosso. Il carrello mi serve per portare via i soldi. Sono un rapinatore ecologista. – Ma nonostante glielo dica quasi ridendo, devo precisare che scherzo perché lui un po’ si preoccupa.

Mi dirigo di nuovo dalla direttrice.

– Rieccomi.
– Oh, salve.
– Alla mia filiale mi hanno detto che era per il rid di Fatsweb, che comunque avevo coperto col versamento qua stamattina.
– Sì, ma io non potevo ridarglielo comunque.
– Certo, lo so. Sono tornato solo per dirle che la sua collega mi ha riferito che la procedura prevede che gli mandiate la carta e io poi passo a ritirarla da loro.
– Se la mia collega le ha detto così, così è. Ora mi scusi, ma sono davvero molto impegnata. Buongiorno. – Si aggiusta gli occhiali e si rituffa nelle carte. Antipatica e aziendalista fino alla morte.

Sono sicuro che per lei Natale sarà solo il 25 dicembre.

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Un commento su “Per lei Natale sarà solo il 25 dicembre

  1. Hai fatto una descrizione della società che più precisa non si può. Leggendo quelle righe mi é venuta in mente la canzone dei 99 posse Cattivi Guagliuni ” …pecchè dint’ a ‘sti celle
    nun ce truovi ‘e peculate ‘e truffe aggravate contro ‘o stato
    ‘o falso in bilancio ‘a bancarotta fraudolenta ‘a corruzione ‘e magistrato o l’evasione fiscale
    truovi a Pascale, rapina a mano armata
    truovi a Vicienzo, spacciatore
    a Renato, scippo e estorsione
    truovi a Diego , rissa e danneggiamento aggravato
    e si tu vide buono, truovi pure ‘o cazzo ca ‘e cacato … ”
    Complimenti, comm a sempre!

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