John Dillinger in Grecia e l’FBI del Nuovo Ordine Mondiale

John Dillinger in grecia

di Rosario Dello Iacovo

Non so nulla della vicenda di questi ragazzi greci che avrebbero rapinato delle banche, se non le poche notizie di terza mano che trapelano. Sembra comunque che lì ormai la situazione sia drammatica e che il paese si trovi davvero oltre l’orlo della catastrofe.

Durante la depressione seguita alla crisi del 1929, negli Usa il fenomeno delle rapine alle banche e dei rapimenti conobbe una brusca impennata. Nomi come John Dillinger, Pretty Boy Floyd, Bonnie & Clyde, la banda Barker-Karpis, Machine Gun Kelly, Baby Face Nelson, sarebbero diventati leggendari. Qualcuno in vita, come Dillinger, altri successivamente come Bonnie & Clyde, grazie alla macchina di Hollywood.

Quando il volto di Dillinger appariva nel cinegiornale che precedeva la proiezione dei film, riceveva nei cinema di Chicago e New York più applausi del presidente Roosvelt e di Charles Lindbergh, che per primo aveva sorvolato l’Atlantico. E il romanzo “Nemico pubblico”, dal quale è stato tratto l’omonimo film con Johnny Depp, racconta minuziosamente tutta la vicenda.

C’è sempre un nesso fra devianza e contesto economico. Perciò, quelli che in certi casi erano dei feroci criminali ricevevano il consenso della popolazione, quando svaligiavano quelle stesse banche che avevano ridotto sul lastrico milioni di americani. Erano visti come vendicatori. Questo però il governo degli Stati Uniti non poteva permetterlo.

Fu John Edgar Hoover ad avere l’intuizione, istituendo l’FBI. All’inizio era un dipartimento del ministero di giustizia con pochi mezzi, pochi uomini senza esperienza, addirittura disarmati, che pagò dazio perdendo quattro agenti, prima di diventare uno strumento micidiale, con procedure esse stesse illegali nel contrasto al crimine.

L’offensiva fu anche mediatica, all’esterno e fra gli stessi membri del bureau. Venne negata risolutamente ogni relazione fra la crisi economica e l’esplosione del fenomeno criminale. Furono assunti giornalisti per romanzare una manichea battaglia fra il bene e il male. E alla fine, la guerra fra il piccolo Davide rapinatore, eletto a Golia a scopo propagandistico, e lo Stato americano, si concluse nell’unico modopossibile. Le bande vennero sgominate, molti criminali furono uccisi, altri finirono nel supercarcere di Alcatraz appositamente costruito.

Singolare rilevare che contro la criminalità organizzata, la mafia, quella che ogni tanto ammazzava, ma sostanzialmente faceva affari, non fu scatenata la stessa “Guerra al crimine” che investì e annientò i rapinatori vecchio stampo. Le stesse cosche mafiose chiusero le porte ai bad boys in fuga perenne. Una manovra a tenaglia fra Stato e mafie che non lasciò loro la minima possibilità di scampo.

La cosa però non sorprende. La mafia è una forma di criminalità di natura capitalistica. Ha un piede di qua e uno di là, sulla linea ipotetica che divide il ciclo della merce legale da quella illegale. La mafia, coi suoi traffici, svela la natura più profonda del capitalismo, la sua sostanziale indifferenza per la natura giuridica della forma merce. E per contrasto anche le illusioni di quelli che ritengono possibile un capitalismo onesto.

Un po’ come in Grecia. Dove i presunti rapinatori ragazzini vengono investiti dalla brutalità dell’apparato repressivo. Mentre multinazionali, cosche finanziarie e faccendieri, nella più assoluta impunità, si disputano fino all’ultima goccia il sangue e la fame del popolo greco.

Nessuna sopresa anche stavolta, si chiama semplicemente capitalismo: il sistema predatorio più rapace che l’uomo abbia mai inventato. Anche quando lo chiama legge.

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