Quando dico Movimento, la gente pensa che sto parlando di Beppe Grillo

falce e martello rotta

di Rosario Dello Iacovo

Ogni volta che vedo le piazze strapiene ai comizi di Grillo, mi chiedo la sinistra dove ha sbagliato. A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma che paragoni fai? Ovvio che uno capace di dire a Napoli che siamo stati colonizzati e al nord di dire ai leghisti che Bossi e il Trota sono vittime di una congiura politica, ha un seguito potenziale molto ampio”. E l’obiezione avrebbe un suo fondamento, perché non mi sfugge l’appeal del populismo in politica, soprattutto quando c’è molta confusione sotto il cielo. Tuttavia, io credo che questa spiegazione da sola non basti e che l’elenco delle nostre colpe sia necessariamente lungo, se in tempo di crisi, indigenza e crescente disuguaglianza, la sinistra è un semplice spettatore della catastrofe e non un agente del cambiamento. Uno dei principali problemi che vedo dalle nostre parti è l’assoluta mancanza di unità.

Sono tante le questioni sulle quali ci si divide, una delle principali è la questione del voto o non voto. Io ho una posizione laica in materia. Non tirerò fuori la retorica del diritto conquistato con le lotte e il sacrificio, se sappiamo tutti che quel diritto conquistato con le lotte e il sacrificio è stato svilito e privato di senso. Ne sono così convinto che alle prossime politiche nemmeno io voterò. Questo però non vuol dire che se ci fosse un partito capace di stare in aula e nelle piazze, con una vocazione se non maggioritaria, almeno numericamente significativa, prenderei seriamente in considerazione l’idea di votarlo. Se facessi dell’astensionimo una stella polare che deve necessariamente guidare il mio cammino, vivrei di principi e con tutto il rispetto del mondo e la massima umilità: non faccio il prete e non sono anarchico.

Non vivendo politicamente di principi, io guardo alla categoria dell’utile, che naturalmente non va confusa con la sua degenerazione che è l’utilitarismo. Perciò, per esempio, non voterò Rivoluzione Civile, perché non ritengo che l’elezione risicata di un pugno di parlamentari, in buona parte ceto politico riciclato, sia in qualche modo utile alle lotte. Lo sarà sicuramente per gli eletti e i loro portaborse, anche quando si dovesse trattare di persone degnissime e di spiccata virtù. Altro sarebbe invece un percorso ampio, condiviso, che parte dai territori e lì trova la sua forza e la sua legittimazione.

Per esempio, io Syriza in Grecia la voterei, anche se per qualcuno attento alle sfumature, sono moderati, nemici del popolo, et cetera et cetera. Voterei anche Bildu se fossi basco, e ancora prima avrei votato il poi discolto Herri Batasuna, perché avrei avuto delle serie difficoltà a dire alla sinistra rivoluzionaria basca che le elezioni sono sempre e comunque inutili, irridendo le loro battaglie contro Madrid per affermare il sacrosanto diritto di avere una rappresentanza politica. Ecco, io non vivo di principi, perciò prenderei in considerazione anche il voto a favore di una rappresentanza alle amministrative, là dove il radicamento sociale reale sul territorio traesse un effettivo vantaggio politico dalla presenza di qualche consigliere.

Altro esempio, qualche anno fa invece che candidato al parlamento, avrei visto bene la candidatura di Francesco Caruso a sindaco di Napoli, perché la sua lista avrebbe dato visibilità a un pezzo significativo della città, alle sue idee di metropoli e di diritti diffusi. Vi vedo, non pensiate che non vi vedo ora che state decisamente storcendo il muso, ma sono costretto a ricordarvi che siete stati voi a fare di Caruso il portavoce del movimento noglobal napoletano e uno di quelli più in vista a livello a nazionale. Voi, anche quelli che espongono gli striscioni per la campagna astensionista, non io, perché la mia generazione politica non ha mai avuto bisogno di portavoce. E lo dico con affetto perché io alle compagne e ai compagni voglio bene, ma con la consueta e necessaria sincerità che si riserva proprio a chi si vuole bene.

Quando parliamo della lunga lista degli errori della sinistra, non facciamo l’errore di mettere sul banco degli imputati soltanto gli ovvi e scontati Bertinotti, Diliberto, Vendola, e la loro pletora locale e nazionale. Guardiamo anche a casa nostra, ai capetti dell’ultimo centro sociale, ai capetti in nuce insoddisfatti che fanno la scissione per diventare capetti acclarati di un altro ultimo centro sociale. Io penso che dentro questo meccanismo si nasconda uno degli aspetti principali del problema. Io, per fortuna, non sono nessuno, perché i capi non sempre campano poco, ma sicuramente campano sempre male, ora temuti quando sono in sella, ora irrisi e abbandonati da tutti quando il cavallo imbizzarrito delle lotte e degli equilibri instabili li disarciona e li getta nella polvere.

In assoluta sincerità, ritengo che oggi a Napoli il Movimento stia esprimendo una certa ricchezza. Se non nelle prospettive politiche, almeno nell’ampia articolazione delle esperienze di autogestione dal basso, che siano quelle degli spazi occupati o quelle delle lotte ambientali sul territorio. A onta di qualche imbecille che si ostina a gridare al Borbone appena si parla di meridionalismo, si fa strada con sempre maggiore forza una lettura critica da sinistra dell’unità d’Italia e di come questa abbia prodotto storicamente la situazione drammatica che viviamo al sud e nell’area metropolitana di Napoli. Naturalmente, si tratta di una lettura tutta da sviluppare, al di là e oltre ogni nazionalismo, ma che dovrebbe essere un elemento centrale di chiunque abbia l’ambizione di fare politica qui da noi con l’intento di rivoluzionare l’esistente.

Ecco, io penso che questa ricchezza, che non si palesa in tutta la sua forza a causa della frammentazione politica, dovrebbe essere ricomposta e valorizzata nell’ambito di una vertenza Napoli, che metta al centro disuguaglianze, dissoluzione del welfare, questione abitativa, reddito, ambiente, diritti. Una via che tenga relativamente poco conto delle reciproche appartenenze nazionali delle singole strutture, perché – credetemi – oggi, “nazionale” non vuol dire più un cazzo, e che sia caratterizzata invece dallo sforzo verso un progetto se non unitario, almeno complessivo che abbia come epicentro il territorio e le sue specificità.

I grillini riempiono le piazza dopo aver riempito il web. Noi sul web ci siamo tutti, anche troppo, siamo sicuri di farne buon uso? Permettetemi di dubitarne.

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Un commento su “Quando dico Movimento, la gente pensa che sto parlando di Beppe Grillo

  1. io penso che non siamo pronti per la democrazia, forse è una cosa innaturale, infatti, come dici tu, quando critichiamo la sinistra subito balzano parole come bertinotti, eppure in una democrazia bertinotti dovrebbe essere stato semplicemente uno dei compagni di un movimento forte e radicato e non penso sia colpa sua quanto di chi come me per esempio, ha identificato un movimento con una persona, ci fidiamo della singola persona non delle persone e per ovviare a questo pasticccio hanno pensato bene di sostituire la parola partito con quella movimento ma non basta il punto non è questo…….l’utile se mi posso permettere Rosario, è un principio, è un gioco di parole, no io la vedo come una presa di coscienza, i principi non sono cose astratte ma linee guida che hanno prorprio la funzione di attecchire nel reale……la parola populismo mi spaventa, è inflazionata, ma attualmente cosa significa?Di fronte all’ennesimo pasticcio, io mi attengo al tenore letterale, amare il popolo dire cose per il popolo perchè nonostante le differenze profonde in esso, ci sono disagi collettivi, ben venga il populismo……..io non voterò Grillo, vedi non dico il movimento 5 stelle ma Grillo, soffro di monarchia!ma ammmiro chi fa una lotta pretendendo di vincere e chi ha domostrato che si può raggiungere un ampio consenso popolare senza le tv, è un grande, per il resto applico il principio dell’utile che un giorno ho ascoltato durante un comizio di Bertinotti, quando disse: votate chi fa qualcosa di reale e concreto per ognuno di voi, non è egoismo perchè essendo in tanti nelle medesime condizioni, questo principio diventa comunista, da allora non ho più votato

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