Guardare in alto per non morire abbracciati a Lampedusa

Hundreds Of African Migrants Feared Dead Off The Coastline Of Lampedusa

di Rosario Dello Iacovo

A leggere un po’ di dichiarazioni di miei concittadini sui fatti di Lampedusa mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Guardate che voi mica siete lombardi, siete emigranti. Non maneggiate i cocktail della Milano da bere, ma il trolley che ha sostituito la valigia di cartone. I vostri profili dicono che buona parte di voi risiede al nord e qualcuno all’estero, e a quel punto non posso fare altro che constatare quanto siete imbecilli.

Voi perché siete emigrati? Voglia di vedere il mondo o necessità? E quando vi hanno accolto male nel posto dove siete arrivati, vi ha fatto piacere? Parlate di inasprimento delle leggi, ma quale legge può fungere da deterrente nei confronti di persone così disperate che per arrivare in Europa rischiano di crepare o crepano come a Lampedusa? Quale legge fungeva da deterrente quando gli italiani attraversavano, spinti dalla fame, clandestinamente la frontiera con la Svizzera per andare a vivere nei pollai?

Guardatevi le scarpe. Con buone probabilità sono prodotte in Cina. I pantaloni, la maglietta, la camicia? Nove su dieci, da qualche parte dove il lavoro non costa un cazzo, dove diritti è una parola vuota di senso. E perché vi stupite se le merci circolano liberamente e la merce per eccellenza, la forza-lavoro, fa la stessa cosa? Quale stupore se il capitalismo delocalizza dove paga di meno i lavoratori, e per la stessa legge di mercato i lavoratori vengono a vendere le proprie braccia a un prezzo più alto in occidente? Se è legittimo che la Fiat, dopo decenni di sostegno pubblico, sposti le fabbriche all’estero per pagare 300, 400 euro al mese un operaio serbo o uno polacco, mi dite per quale astrusa ragione, lo stesso operaio serbo e quello polacco non dovrebbero provare a venire qua per guadagnarne 1000?

Io ho vissuto a Napoli, ma anche altrove. A Londra, a Milano, a Berlino. Sempre per scelta e per una personale inquietudine, ma quando in una sola occasione sono stato costretto davvero a emigrare l’ho vissuta malissimo. Eppure non mi serviva nessun permesso di soggiorno, avevo il cellulare e internet per restare in contatto con la sfera dei miei affetti, avevo una splendida casa, a tre ore di treno da Napoli. Nessuno mi ha ritrovato abbracciato a un altro, come nelle acque di Lampedusa, nel disperato gesto di non morire da solo. Pensate come possa viverla chi in mezzo a questo mare cerca una speranza nella notte.

Chiedete leggi più severe, ma vi siete mai chiesti a cosa servono o chi colpiscono? In Italia esiste già il reato di clandestinità: è servito forse a fermare i flussi migratori? No, e nemmeno avrebbe potuto, in un pianeta a una dimensione sottoposto alla dittatura dell’economia globale. Quelle leggi servono per creare individui giuridicamente più deboli e perciò più ricattabili. Questi stessi individui servono per ridurre anche i nostri diritti, le nostre aspettative salariali. Si chiama guerra fra poveri, quella che ho visto esplodere in tutta la sua veemenza quando ho scritto un post sui migranti che raccolgono i pomodori a venti euro al giorno nel foggiano, su una pagina con quasi 300mila iscritti, e tanti dicevano: vorrei poterlo fare io.

Io lo so che il pensiero critico è in stato comatoso, lo so che in certi territori la convivenza è difficile e il bulletto è magrebino, come ieri era napoletano o catanese, non sono malato di buonismo cattocomunista. Ma quando vedo che il primo partito nei sondaggi per le europee in Francia è il Front National, mi si accappona comunque la pelle. Perché penso che non è solo un problema dei miei concittadini che fanno finta di essere leghisti, ma un contagio mondiale. E penso pure che aveva ragione Gramsci quando diceva che la storia insegna, ma non ha scolari. Le dittature del Novecento, i milioni di morti della seconda guerra mondiale, sono un ricordo ormai così sbiadito da non essere, stavolta nel senso letterale del termine, un deterrente sufficientemente valido perché non si commettano gli stessi errori?

Oggi la ricchezza si concentra sempre più in poche mani. Il lavoro è un miraggio. Quando c’è non basta a fronteggiare il costo della vita. Per una casa ti chiedono più della metà di quanto guadagni. Il resto se lo portano via bollette, cibo e un paio di altre indispensabili cazzate. Possibile, continuo a chiedermi con la rabbia di un leone nelle notti di febbre, che a nessuno venga in mente che dobbiamo guardare in alto? Dobbiamo guardare in alto, combattere i privilegi di quella ricchezza così grande da risultare immorale.

Solo lì c’è una via d’uscita, perché in basso ci aspettano gli abissi di Lampedusa.

E la speranza di un corpo da abbracciare per non crepare soli.

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3 commenti su “Guardare in alto per non morire abbracciati a Lampedusa

  1. sono perfettamente daccordo ,so per certo quello che i mie zii emigrati in Svizzera hanno dovuto subbire ,dormivano in baracche ,le donne da una parte gl’uomini altre baracche chi era sposato non dovevano stare in sieme per non fare figli perche’ a loro servivano solo le loro braccia per lavorare …..

  2. non fa una piega e in più c’è il coraggio della lettura dei fatti e del sentire delle persone che parte dalla propria esperienza, un coraggio che è merce rara

  3. Pingback: Guardare in alto per non morire abbracciati a Lampedusa | Il Lazzaro

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