Tastiere Democratiche

tastiera

di Rosario Dello Iacovo

– Salve, mi chiamo Spartaco e vorrei eliminare la schiavitù.
– Si figuri signor Spartaco, se la ritiene una condizione troppa onerosa, che problema c’è? La aboliamo subito.
– Buongiorno, allora.
– Dica signora.
– Chiedo la cancellazione dello Ius primae noctis.
– La ritiene una misura iniqua?
– Beh, direi di sì.
– Va bene, abolita. E ci scusi per il disturbo arrecatole.
– Buongiorno e grazie della comprensione.
– Salve signor contadino, desidera?
– Gradirei la fine del regime feudale e della servitù della gleba.
– Si può fare, metta una firmetta qua e grazie per il caciocavallo.
– Buongiorno, e vi sarei grato se mi faceste sapere se il formaggio vi è piaciuto.
– Buongiorno a lei, in cosa possiamo aiutarla?
– Vorrei la fine dei privilegi della monarchia e degli aristocratici.
– Accordato, e ci scusi se le abbiamo fatto perdere tempo a costruire la ghigliottina, ma le assicuriamo che non servirà fra persone ragionevoli.
– Buongiorno e grazie.
– Buongiorno caro parigino. Siamo a sua disposizione, non esiti a dirci di cosa ha bisogno.
– Vorrei fondare la Comune, adottare la bandiera rossa, eliminare l’esercito permanente, laicizzare lo Stato, istituire la Repubblica e livellare i compensi di tutti i cittadini.
– Ci sembrano richieste più che ragionevoli. Ci chiediamo solo come abbiamo fatto a non pensarci prima.
– Posso andare tranquillo, quindi?
– Dorma fra due guanciali e la consideri cosa fatta.
– Carissimo signor operaio, dica pure.
– Salve, vorrei la giornata lavorativa di otto ore, il diritto di sciopero, aumenti salariali, libertà di associazione sindacale e l’abolizione del lavoro minorile.
– In virtù del suo atteggiamento pacifico, non abbiamo nessuna difficoltà a darle piena soddisfazione, le sue richieste saranno accolte su tutta la linea con effetto immediato.
– Buongiorno signori.
– Buongiorno a voi, dirigenti illuminati. Vogliamo il diritto di voto per tutti.
– Tutti tutti?
– Sì.
– Anche per la signora che è qui con lei?
– Certo, per lei e per tutte le donne.
– Bene, scusateci per avervelo chiesto, ma volevamo essere certi di non aver frainteso le vostre istanze.
– Si figurino, e grazie per la premura.
– Buongiorno, mi chiamo Vladimir Ilic Ulianov, ma chiamatemi Lenin, siamo fra amici.
– Dica, signor Lenin.
– Voglio tornare in Russia per fare la rivoluzione.
– Perfetto, come vuole viaggiare?
– Mah, in treno andrebbe bene.
– Ha delle richieste particolari per il menù?
– Fate voi, mi fido del vostro gusto.
– Benissimo, troverà lo Zar in persona ad attenderla alla stazione per consegnarle il potere.
– Sapevo di poter contare sulla vostra comprensione. Buona giornata.
– Buongiorno, mi chiamo Malcolm X.
– Buongiorno signor X, in cosa possiamo aiutarla?
– Come le vostre altezze dirigenziali certamente sapranno, la schiavitù è stata abolita nel secolo scorso, ma a gli afroamericani non vengono riconosciuti gli stessi diritti e le stesse opportunità dei bianchi.
– Dice?
– Beh sì, dico.
– Perbacco, allora emaniamo subito un decreto con attuazione immediata. Non sarà necessario che lei ricorra a ogni mezzo necessario per imporre una misura del tutto necessaria.
– Necessariamente mi vedo costretto a ringraziarvi con tutto il cuore. Che Allah vi abbia in gloria.

These ships will float again

Sioux_Chiefs_on_Horseback

di Rosario Dello Iacovo

Le statistiche dicono che due persone su tre hanno un amico con la barca figa dove farsi le fotuzze per la versione estiva del proprio profilo. Per forza di cose, una percentuale decisamente più piccola ha la barca. Quindi – per una questione di pura matematica – il loro natante appare in un numero spropositatamente più grande di fotine profilo. La notizia del giorno è che dopo una serie di false partenze è arrivata la pioggia. Ha fatto le cose in grande, annunciata dal crepitio di un tuono nel silenzio ovattato e appiccicoso di stanotte, con la nitidezza di un colpo di Winchester 1876 a Little Big Horn. Io l’ho accolta col consueto rituale di fine agosto, in pantaloncini e braccia levate al cielo, offrendomi riconoscente al suo tocco finalmente benefico. Sì, perché per quanto buona parte della gente sia tutta sole, cuori di panna, amore, sudore, abbronzanti, creme solari, oli solari, creme doposole, afa, spiagge dove si sta pigiati uno sull’altro, amici con la barca figa dove farsi la foto profilo estiva, la pioggia è una cosa seria. Oltre che una cosa indispensabile, naturalmente. Le statistiche dicono che in Occidente c’è un bambino strambo ogni settecentoventimilaottocentoquattro normali che va a letto tutte le notti d’agosto, mentre è in vacanza al mare con la propria famiglia, sperando che la mattina dopo piova. Se qualcuno sollevasse delle obiezioni non prive di una certa ragionevolezza, sono pronto a smentirlo: io lo so perché c’ero. La percentuale crolla miseramente in Africa e nelle zone desertiche sparse per il pianeta, perché lì se ne sbattono il cazzo del sole, dell’afa e del sudore. E non ci sono nemmeno i cuori di panna. Figuratevi gli amici che c’hanno la piroga più figa del villaggio. Lì c’è solo un bambino strambo ogni paio di milioni normali che spera in tempeste di sole e sabbia la mattina dopo, mentre la maggior parte sogna oasi di ghiaccio dove rincorrere foche e trichechi. Ho il ragionevole dubbio che se ne strapassino per il cazzo pure di quella stessa abbronzatura che le donne e gli uomini bianchi rincorrono per diventare un po’ più simili a quelle donne e uomini neri che solitamente rinchiudono nei Cie, rimandano a casa, nei cantieri, nei campi di pomodori, a seconda della contingenza economica del momento. Anche se ultimamente vengono segnalati sempre più spesso, negli stessi campi e negli stessi cantieri, degli abbronzatissimi italiani che fanno così bene i mimetici da beccarsi i medesimi venti, trenta euro senza battere ciglio. Per poi correre ebbri e felici verso la barca figa dell’amico fighissimo che li aspetta in rada con la macchina fotografica in mano. Giusto perché a nessuno venga in mente di chiedergli il permesso di soggiorno o di scaraventarli a calci nel poco nobile deretano nei cosiddetti centri di identificazione e di espulsione, che hanno almeno avuto la decenza di non chiamare “d’accoglienza”. Perché, si sa, dimmi come tratti l’ospite e ti dirò chi sei. Intanto, idealmente lontano dalla miseria e dal declino della civiltà occidentale, io spulcio con la certosina attenzione del vecchio cacciatore di antichi manoscritti le previsioni del tempo. Poi guardo il cielo. Mi lecco il dito per valutare direzione, velocità e intensità dei venti. Strambo al punto giusto da costituire una ragguardevole eccezione nel panorama massificato del terzo millennio, ma pure del secondo e presumibilmente del quarto. A patto che ci sarà, of course. Intanto sento intorno a me aria d’autunno, io la riconosco in anticipo, e quando sento intorno a me aria d’autunno mi viene voglia di Londra. Ma se dovessi cercare un albergo, ve lo prometto, eviterò le smorfiette e le mossette e i sorrisini della tipa di Trivago. Anche perché these ships don’t sail away, they wait they wait for another day and they will float again. Si limiteranno a galleggiare. E poi strambo sì, lo ammetto, ma non ancora definitivamente coglione. Me ne starò lì come Cavallo Pazzo, fiero e incurante delle pallottole dell’uomo bianco, ma pure delle sue fotuzze e del fottuto olio solare, col quale prova vagamente ad assomigliare a quelle stesse donne e quegli stessi uomini ai quali dà la caccia. Nei secoli dei secoli e Amen.

Quando c’erano le elezioni

vota comunista

di Rosario Dello Iacovo

Quando c’erano le elezioni, io mi mettevo là per ore e mi guardavo i risultati con mio padre. Era a metà degli anni settanta, e mio padre era comunista. Perciò se la rideva sotto i baffoni da operaio nel 1975 e nel 1976, quando il PCI sembrava sul punto di andare al potere. I manifesti dei comunisti erano belli, perché avevano solo il simbolo del partito. Al massimo un Berlinguer e sotto c’era scritto: vota comunista. Mio padre li attacchinava. Ma perché ci credeva, mica perché lo pagavano.

Quando c’erano le elezioni c’era un compagno più vecchio che gli chiedeva sempre se avrebbero messa la bandiera rossa quella notte sul balcone della sezione. Quando c’erano le elezioni, l’aria profumava di speranza. Me lo ricordo, anche se ero solo un bambino. O forse proprio perché ero un bambino. Non sapevo niente di compromesso storico, di sacrifici e nemmeno della linea intransigente del partito sulla lotta armata. Mi bastava lo sguardo concentrato di mio padre via via che arrivavano i risultati. Mi faceva capire che era una cosa importante.

Crescendo, lo sapevo che non c’erano più le elezioni, ma comunque andavo a votare lo stesso. Prima quello stesso PCI che dalla fine degli anni settanta aveva iniziato il declino, e poi Rifondazione. Lo facevo perché sentivo di doverlo fare, come fosse un dovere di famiglia, ma senza la trepidazione che avvertii un giorno di primavera negli occhi di mio padre, quando a un conoscente che gli chiedeva per chi avrebbe votato, si limitò ad alzare il pugno.

Quando c’erano le elezioni, i comunisti non mettevano nemmeno i nomi dei candidati sui manifesti. Oggi, invece, buona parte di quel che resta di quel sogno si presenta in una lista che ha il nome di un tizio. Uno che vuole il giudizio unico per i reati di mafia. Pure quando i cosiddetti mafiosi e i camorristi c’hanno diciott’anni e sono cresciuti allo Zen e a Scampia. Dove non è cresciuto Ingroia. Uno che nemmeno si ricorda quando c’erano le elezioni. Ne sono certo.

La Pantera, il Fax, Giulio Verne e il futuro che non è scritto

di Rosario Dello Iacovo

Arrivo a Mezzocannone e varco il portone del numero 12. Anzi, entro da una finestra al piano terra, nel più puro e napulegno basso-style, perché gli occupanti il portone non l’hanno aperto ancora. Sarebbe un déjà vu, se non fosse che io qua ci sono già stato davvero, era la Presidenza di Scienze Biologiche. Correva l’anno 1990, la Pantera ruggiva in tutto il suo splendore, spazzando via il decennio precedente e, credetemi, gli anni ottanta non erano come ve li immaginate. Non lo erano per un cazzo. Anzi, se proprio cercate le radici dell’epoca nefasta in cui viviamo, le troverete lì: in Margaret Thatcher e Ronald Reagan, nell’individualismo e nel rampantismo, nel Psi di Bettino Craxi, nel pentapartito, nella Milano da bere, nel consumismo spietato di merci e di valori. Anche se oggi, a voi appaiono tutti Duran Duran, Spandau Ballet, Clash e Depeche Mode da ballare nelle serate revival.

Ma non è di questo che vi parlerò, una volta che mi metterò a scrivere – realizzo – mentre sollevo il piede con un movimento non privo di una certa grazia e lo appoggio all’interno della struttura. Occupata, of course. Ventidue anni dopo, again. La prima cosa che penso, guardandomi intorno, è che la vita degli uomini è troppo breve. La seconda: non è vero che è passato tutto ‘sto tempo. Era ieri e io ero qua, a zonzo per i due piani della palazzina che la ristrutturazione avvenuta qualche lustro fa non ha reso affatto irriconoscibile. Ed eccoli, infine, davvero materializzati, i precari dei quali parlavamo al futuro durante le occupazioni della Pantera, quando il fax ci sembrava una tecnologia piovuta direttamente da un’altra epoca, pronta a regalarci una nuova rivoluzione nel nome della simultaneità. Poi, pochi mesi dopo, vennero le chat in Bbs con gli occupanti di altre università italiane. A quel punto, quando le prime lettere iniziarono a ballare sul monitor componendo frasi di senso compiuto, fu direttamente Julius Verne a materializzarsi al nostro fianco, con un ghigno sul volto che a me apparve come un sardonico: “Ve l’avevo detto”.

In realtà, quella comunicazione che ci sembrò, ottimisticamente, la leva per forzare secoli di disuguaglianza sociale, si è trasformata in un nuovo strumento di oppressione di classe. Sì, devo proprio chiamarla così, anche se decenni di propaganda hanno provato a convincerci che le classi erano un ricordo del passato e che tutti avevamo la possibilità di cambiare la nostra condizione, armati soltanto di tanta buona volontà. Invece la mobilità sociale, che pur aveva avuto qualche scossone negli anni sessanta e settanta, dagli ottanta in avanti si blocca. Chi è figlio di ricchi, resta ricco. Gli altri si fanno in culo, anche se hanno conseguito diplomi, lauree, specializzazioni, master, et cetera, et cetera.

Io potevo mandare un fax a Palermo agli studenti di Lettere occupata per coordinare le parole d’ordine della lotta. Ma la Fiat avrebbe mandato con modalità tecnologiche più avanzate istruzioni di segno opposto in Brasile, Polonia, Serbia, trasformando il Pianeta in una catena di montaggio globale, per produrre le stesse utilitarie di merda, pagando però gli operai un terzo, un quarto di quello che avrebbero percepito in Italia. Allora, del resto, non sapevo nemmeno che una fabbrica italiana avrebbe potuto con un gioco di prestigio liquidare la vecchia azienda, costituirne una ex novo, uscire da Confindustria, buttare a mare gli accordi sindacali e riassumere gli operai a condizioni peggiori, escludendo quelli della Fiom. Non lo sapevo perché non avrei mai immaginato che quel fax fosse una macchina del tempo che ci avrebbe rispedito a calci in culo negli anni cinquanta, se non direttamente nel XIX secolo.

Nell’estate del 1990, in occasione del convegno organizzato a Venezia dall’area dell’ex Autonomia Operaia, scrissi un documento sulla comunicazione nel quale si avvertiva che qualcosa di grosso bollisse in pentola, ma non riuscii ad addentare la questione come avrei voluto. Dentro finirono la Scuola di Francoforte, Marshall McLuhan, Toni Negri, l’Iraq, in bilico sull’esile linea di confine fra comunicazione intesa come tessuto connettivo del nuovo modo di produzione (scomposizione della grande fabbrica, esternalizzazione, introduzione dei sistemi informatizzati Digitron e Robogate all’Alfa Romeo, Qualità totale, Zero scorte, nozioni che avevo appreso per lo più dagli esami universitari e dalla rivista sindacale Meta, della quale ero un avido lettore); e comunicazione intesa come Hype, propaganda di parte, tessuto ideologico che accompagnava il passaggio dal sogno rivoluzionario degli anni sessanta e settanta, al nuovo credo di Pensiero debole, Fine della storia, Fine delle classi, degli ottanta. Quel documento conteneva qualche felice intuizione e molti punti oscuri, perché se è vero che esistevano già i primi cellulari e i computer, è altrettanto vero che non avrei mai immaginato una catena di montaggio immateriale come i call center attuali, dove salario, conquiste sindacali e diritti sarebbero stati pressoché azzerati.

Ora però lo so, e meglio di me lo sanno le nuove generazioni che in questo mondo ci sono cresciute e che oggi stanno provando a opporsi, utilizzando quegli stessi strumenti del comunicare coi quali il nuovo ordine mondiale progetta invece un futuro di miseria e precarietà per l’intero Pianeta. Lo sanno gli occupanti di Mezzocannone 14, e delle altre strutture di Movimento che si sono moltiplicate a Napoli e altrove negli ultimi anni, con una dinamica che non sempre ha saputo interpretare bene il paradigma della ricchezza nella complessità. Perciò, quando mi inoltro al secondo piano della palazzina, riconoscendo le stanze, gli scorci, i luoghi, non c’è nostalgia per il tempo in cui avevo vent’anni, ma la voglia di fare di oggi e la speranza per domani. Il futuro non è scritto, diceva Joe Strummer, e oggi più che mai penso che sia giusto credergli. Senza inutili protagonismi che portino quarantenni a fare i leaderini di ragazzi che potrebbero essere i loro figli: li ritenevo grotteschi quando avevo vent’anni, li trovo patetici ora che ho passato i quaranta. Perché l’esperienza di noi adulti sia una risorsa per le nuove generazioni, ma in modo che le nostre sconfitte non pesino come un macigno per loro e un freno per le loro lotte. Perché se perdono, abbiamo perso tutti.

Definitivamente.

Abbandono l’Italia al suo destino

di Rosario Dello Iacovo

Esco di casa e li vedo. Un attimo prima che il portone si chiuda alle mie spalle come se stessero per venire giù i vetri. Vivo qui da poco e dimentico sempre di accompagnarlo con la mano. Perciò mi riprometto di adottare in futuro la procedura che un cartello posto all’ingresso descrive fin troppo minuziosamente. Li vedo e sono in quattro: tre uomini e una donna. Zingari, con la carnagione olivastra e la lingua incomprensibile. Mi guardano per un istante, a valutare se la mia presenza rappresenti un intoppo per quello che stanno facendo. Poi, resisi conto che sto semplicemente uscendo di casa, rituffano le mani nei cassonetti della spazzatura, collocati in fila in buon ordine nel vicolo parallelo al Rettifilo, e tornano a rimestare.

Li ho visti già un paio di volte dal balcone, famelici intorno ai parallelepipedi di metallo, alla ricerca di oggetti ancora utilizzabili. Mi lasciano sempre un attimo perplesso: penso che più di una volta si siano ritrovati un topo fra le mani, per esempio. Ma del resto, in tempo di guerra e di fame, qualcuno i topi se li mangia pure. La paura non è un vero deterrente, se la posta in palio è riempire lo stomaco e sopravvivere, rifletto. Io non le metterei mai le mani nella munnezza, sempre che la vita non mi costringesse proprio a farlo, però la quantità di oggetti che riescono a tirare fuori ogni volta è impressionante. Questo mi fa pensare alle cose che buttiamo per capriccio, quando magari sarebbero ancora utilizzabili a lungo.

Come quel paio di scarpe da ginnastica che compare all’improvviso fra le mani della ragazza. A prima vista, sembrano perfette seppur evidentemente usate. Chissà perché se ne sono disfatti, mi chiedo sdegnato un attimo prima di ricordarmi della ventina di paia di calzature simili, praticamente nuove, che occupano due grossi bustoni, dimenticati in un angolo a casa dei miei. Di solito faccio così: le vedo, mi piacciono, le compro, e poi non le metto mai, perché preferisco indossare sempre un paio di scarponcini Dr Martens che pago invariabilmente venti sterline ogni paio d’anni, alla prima bancarella a destra del mercato all’aperto di Camden Town a Londra. Non quello sotto i ponti a Camden Lock, un po’ più avanti, ma proprio il primo che si incontra venendo dalla stazione della metropolitana.

Hanno sempre qualche difetto perciò costano così poco. Quelli che ho adesso, per esempio, riportano il marchio sul retro della scarpa sinistra leggermente decentrato. Difetti che ne impedirebbero la vendita in negozio a prezzo pieno, ma che a me appaiono insignificanti se le posso avere per un fottuto score, come i londinesi chiamano venti pounds. A fiver è un cinque, a tenner un dieci, il bullseye è un cinquantino, e il ton è il centone. Ma li chiamano anche in tanti altri modi diversi, perché tutto si può dire, eccetto che ai cockneys manchi la fantasia. Anyway, in qualunque modo chiami il denaro necessario ad acquistarli, li indosso tutti i giorni, con qualche eccezione in estate (perché sotto i bermuda metto le scarpette) fino alla loro distruzione. Poi, di solito, li ripongo in qualche scatola che ritrovo anni dopo, osservandola con lo stupore dell’archeologo di fronte al ritrovamento di un antico reperto prezioso.

Qualche tempo fa, ho ritrovato un paio di anfibi del buon dottore, modello Highlander, dieci buchi, comprati nel 1982 a Milano, alla modica cifra di 125mila lire. All’epoca, guadagnavo diecimila lire al giorno, lavorando part time in una fabbrica di graticole per la carne, il pomeriggio dopo la scuola. Stavo quasi per metterli, in discreto stato trent’anni dopo, poi la suola più liscia della testa di un calvo con l’alopecia mi ha fatto desistere. Sul bagnato, non c’è calzatura al mondo più scivolosa di un paio di anfibi lisci. Provare per credere. E quel ritrovamento non è stato nemmeno dei più clamorosi. La palma appartiene a un paio di jeans, ancora con l’etichetta, ai quali non avevo nemmeno fatto la piega, l’orlo, lo chiamano in Italia, che ho ritrovato poco dopo, risalenti a chissà quale era geologica. Quelli però li ho riciclati, li uso abbastanza spesso. Una tipa mi ha pure chiesto dove li ho comprati. “Lo sa il cazzo”, avrei voluto risponderle. Mi sono limitato a sorridere, come l’uomo che parla poco e tiene per sé i segreti del suo guardaroba. Un uomo pieno di buon fascino e riservatezza.

Qualcuno dice che scrivo cose troppo lunghe. Ma non è colpa mia se un dettaglio, che agli occhi dei più appare del tutto trascurabile, come un paio di scarpe in mano a una ragazzina rom, scatena in me un flusso di ricordi che va avanti e indietro nel tempo, collegando in una prospettiva sincronica fatti anche distanti tra loro. In ogni caso, saluto i quattro archeologi del consumismo contemporaneo con un vago cenno del capo che loro ricambiano con la stessa indolenza, e mi incammino sul Rettifilo, che è il nome col quale noi napoletani chiamiamo il corso che congiunge la stazione centrale con piazza Borsa. L’aria è freschetta, ma non a sufficienza perché mi tenga addosso una specie di k-way verde, praticamente identico a quello indossato dai fottuti Rovers nel film Awaydays. E correva l’anno 1977. Un uomo pieno di fottuto talento vintage. Perciò, cammino a mezze maniche, suscitando gli sguardi interdetti di molti miei concittadini, che appena la temperatura scende sotto i venti gradi si vestono come Totò e Peppino in missione salvanipote a Milano.

“Fa fridd staser, eh?”, sento dire distintamente al commesso sull’uscio di un negozio, rivolto al suo collega del negozio affianco, sfregandosi le mani e poi chiudendo la cerniera del giubbotto che indossa. Accompagna il movimento con un brivido che mi fa pensare a tempeste di neve e ghiacci eterni. Come se non bastasse, in questa tiepida serata autunnale, l’altro rincara la dose con un inequivocabile: “Fridd? Fa nu cazz ‘e fridd!”. Entrambi rimpiangono l’estate come se parlassero di un amico che non vedono più da anni, quando in realtà di giorno fa ancora un caldo che io trovo poco gradevole. Odio le preferenze climatiche dei napoletani, la loro ossessione per il sole, il mare e il maledetto sudore che scorre a rivoli fetidi e gioiosi per almeno quattro, cinque mesi all’anno. Gli alzo mentalmente due dita per fanculizzarli all’inglese e tiro dritto, perdendomi nelle vetrine dei negozi di abbigliamento che attirano come al solito la mia attenzione.

C’è di tutto. Capi da dieci euro convivono di fianco ad altri da cento, ma in generale non è che all’interno ci sia questa gran ressa. Anzi, a dirla tutta, nella maggior parte dei casi potrebbero essere una valida metafora del concetto di solitudine in mezzo a una folla. Perché la folla è sui marciapiedi, guarda, passa, scruta, ripassa, ma col cazzo che varca la soglia decisa a comprare, assecondando lo sguardo speranzoso dei commessi, che ogni volta che qualcuno tira dritto si incupisce come un manifesto perfetto del tempo di crisi. Anche io faccio la stessa cosa, ma con una certa riluttanza, perché nonostante abbia vestiti per sette vite (e non sono un gatto) ne comprerei ogni singolo giorno della settimana. Spesso le cose mi appaiono bellissime, le accarezzo con lo sguardo voglioso. Entro e le provo. Mi sembra che nulla mi sia stato così bene come, che so, quel paio di jeans o quella polo che mi metto in quel momento. Poi, passa un po’ di tempo e si accumulano, disposte in più file nel monumentale armadio di casa dei miei, che rappresenta un po’ il campo base, oltre che negli armadi più o meno di fortuna in giro per l’Italia. Però non butto mai niente. Gli zingari con me non farebbero grandi affari.

Così arrivo alla stazione. Passo davanti a un ragazzo e una ragazza molto giovani, rintanati nell’angolo di una banca. Lui la rimprovera di averlo lasciato solo ed essere andata a fumare con la sua amica e “quei tipi più grandi”. Lei non risponde, punta gli occhi a terra e fa come fanno le donne quando sanno di avere torto e provano a girare la frittata, opponendo il silenzio sdegnoso. Lui la tiene per un braccio, lei si divincola, ma quando la lascia, lei resta lì senza andare via. E ricominciano da capo. Immagino la situazione. Lei è una ragazzina, la sua amica sarà la classica tipetta un po’ più sveglia che a quindici anni frequenta ragazzi di diciotto o venti, gli stessi che si sentono al di sopra della massa degli sfigati perché si fanno le canne e qualche volta si pippano un pezzo di cinquanta di coca in dieci, facendo baldoria tutta la sera, e finendo così per apparire patetici ai cocainomani professionisti, per i quali lo sballo è un momento di calma e non di euforia. Lui la ama, o almeno così crede, ma si vede che ci sta male. Lei chissà, forse è solo che non sa rinunciare a una storia che comunque le fornisce un punto di riferimento nella sua socialità adolescenziale. Poi li lascio a sbrigarsi i cazzi loro e attraverso la piazza. Ne avranno di tempo per scoprire ogni risvolto di quel sentimento così devastante che chiamiamo convenzionalmente amore. Però è bello, ammettetelo tutti, è bello l’amore.

Arrivato all’incrocio col Corso Garibaldi, dal lato che porta verso Carlo III, c’è in agguato su uno scooter un tipo con un pacco in mano. Mi guarda, sorride, e poi mi chiede:

– Fratemo, ‘o vuò fa n affar?

– Sì. – Dico io, sapendo già dove andrà a parare.

– Teng n iPhone 5 r’occasion. Ch’ja fa l’ja avè?

– Ma me faje pavà pur ‘o pacco, o chill’è omaggio? – E sorrido più di lui.

A questo punto scoppia in una grassa risata, poi si dilunga in una lunga e dettagliata descrizione delle difficoltà che anche i truffatori devono affrontare in tempo di crisi.

– Menu mal, ca ce sta ancor cocc stranier ca se l’ammocca, ‘o pacco. – Chiosa infine con aria afflitta, aspettandosi un segno di comprensione da parte mia. Io mi limito ad alzare le spalle e a pensare che molto difficilmente rivedremo a Napoli quello straniero, quando ritroverà un beato cazzo nella confezione immacolata dell’ultimo gioiello della mela morsicata.

Dietro di me il Corso Umberto, la statua dell’eroe dei due mondi e centocinquantuno anni di malaunità. Davanti, un piccolo truffatore rassegnato alla marginalità nella quale l’hanno relegato, il Corso Garibaldi e un futuro tutto da scrivere. Sempre che ne avremo la voglia, la forza e la costanza. Ci penso, mentre trotterello fino alla fine della strada e già che ci sono arrivo a casa dei miei a piedi, invece di aspettare l’autobus che passa quando c’ha voglia. Gli ultimi due chilometri sono tutti in salita. Me ne frego, come disse un tizio che voleva cambiare l’Italia e finì appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano.

Forse l’errore è proprio quello, penso: immaginare che l’Italia si possa cambiare, quando invece va semplicemente abbandonata al suo destino.