Assassini e sciacalli giù le mani dai nostri ragazzi

giù le mani dai nostri ragazzi

di Rosario Dello Iacovo

«Non c’è stata alcuna trattativa con gli ultras del Napoli. Mai pensato di non far giocare la partita», lo dice a chiare lettere il questore di Roma. Eppure in questa repubblica televisiva delle banane, l’argomento del giorno non sono i tre feriti da arma da fuoco, uno dei quali in condizioni molto critiche, ma il presunto via libera degli ultras del Napoli alla partita. Dal gomorrologo Saviano, per il quale tutto fa brodo quando si può tirare in ballo la camorra, a Tuttosport che parla di sceneggiata, passando per gli editorialisti delle più grandi testate nazionali, quello che emerge è un generale e viscido disprezzo per la città e i suoi abitanti, condannati dalla reputazione anche quando i fatti raccontano una vicenda di segno radicalmente opposto. Sì, esatto, anche quando i napoletani sono vittime del primo assalto con armi da fuoco nella storia del calcio italiano, e uno di loro è in fin di vita, l’oggetto dello scandalo diventano invece Genny e Massimo, ragazzi che conosco personalmente da anni, con i quali ho fatto tantissime trasferte, e ai quali va tutta la mia solidarietà per la gogna mediatica a cui sono sottoposti senza avere nemmeno l’ombra di una colpa. Tra l’altro Massimo è stato il primo ad aiutare il ragazzo ferito più gravemente, mentre i soccorsi ufficiali erano impegnati chissà dove, arrivando con enorme e ingiustificabile ritardo. Non so quante curve avrebbero reagito con tanta maturità in una situazione analoga, io stesso non posso giurare che sarei riuscito a tenere a freno la rabbia feroce e l’indignazione per il vile attacco subito, e nemmeno oso immaginare cosa si starebbe scrivendo se i fatti fossero accaduti a Napoli a parti invertite. Quello che so per certo è che il coro degli sciacalli di Sputtanapoli sarebbe ancora più folto e numeroso. In buona compagnia della retorica banale degli stadi per le famiglie, degli ultras che rovinano il calcio e del trascurabile dettaglio che in una partita definita ad alto rischio, e alla quale erano state dedicate un’infinità di riunioni per l’ordine pubblico, sia stato permesso invece a un potenziale assassino di arrivare armato a ridosso della nostra tifoseria. Ma di quella mano che ha sparato è bene ribadire che sono loro i complici. Tutti quelli che hanno permesso per incuria o approssimazione che i fatti potessero accadere, che hanno deriso il nostro dolore chiamandolo sceneggiata, che hanno contribuito a gettare altro fango su una città che ieri a Roma voleva solo alzare la coppa. Perciò, non ci provate nemmeno a nascondervi dietro i nostri ragazzi, sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Quello stesso che ieri abbiamo lasciato sul selciato di una strada della vostra misera Italia. Altro che la lamentela dei fischi all’inno, è bene che sappiate che per voi ormai proviamo solo sovrano disprezzo.

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Aggressione fascista al concerto dei Dropkick Murphys all’Orion di Ciampino

di Rosario Dello Iacovo

Le testimonianze apparse su Facebook e Twitter non lasciano spazio ai dubbi. Un atto di squadrismo premeditato quello di ieri sera al concerto dei Dropkick Murphys all’Orion di Ciampino. Il bilancio è di cinque feriti in ospedale per traumi facciali, contusioni ed escoriazioni. Quattro persone denunciate a piede libero per rissa aggravata e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Due appartenenti a casapound trattenuti in stato di arresto. Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine. Stasera il gruppo americano si esibirà all’Estragon di Bologna.

«Un’aggressione da parte di persone evidentemente poco interessate al messaggio che noi proponiamo, che con la forza e non curanti della presenza delle forze dell’ordine prontamente avvisate, si sono introdotte contro la nostra volontà all’interno del locale aggredendo alcune persone del pubblico». Così recita un post apparso sulla pagina ufficiale di Facebook del club romano all’1,53 di stanotte. Annunciato per oggi un comunicato stampa.

Un gruppo di alcune decine di fascisti si è introdotto all’interno del locale compattandosi sotto il palco. Lo sventolio di una bandiera di casapound e l’atteggiamento intimidatorio sono stati accolti dai fischi del pubblico presente. Secondo un tweet di Radio Popolare sono stati intonati i cori “Duce Duce” e “Zippo libero”. Il concerto viene interrotto dopo tre pezzi perché si scatena il pestaggio.

Questa la testimonianza a firma Francesco Xella apparsa su Facebook:

«C’era uno con la faccia coperta di sangue. A una certa si vede chiaramente un gruppo di 5-6 persone menare un solo ragazzo grevemente (e ovviamente erano quelli lì, li ho visti coi miei occhi) e Ken Casey che è l’uomo più buono e pacifico del mondo si incazza a bestia, sbatte il basso per terra, e stava scendendo insieme al cantante a gonfiarli, con ovviamente la sicurezza che non faceva niente. Qualche minuto di casino e poi viene lanciata una bombola di spray al pepe da quei c*****i infami che fa si che tutti noi usciamo e ovviamente anche i Dropkick incazzati neri lasciano il palco.»

Questa invece a firma di Riccardo Sganga sullo stesso social network

«Post di riflessione dopo una serata andata male. Ciampino, Orion Club. Dopo due anni che li aspetti uno dei tuoi gruppi preferiti viene a suonare a due passi da casa tua. Tutto carico ed eccitato vai al concerto. Si inizia: partono 2 band che accompagnano i Dropkick Murphys e che fanno da apertura; canzoni carine, orecchiabili. Quando finiscono si sentono i primi cori che non capisco bene all’inizio: “uce uce” “luce luce”…poi capisco bene “duce duce”. Eccoli anche a un concerto un bel gruppo di simpatici affiliati di non so quale partito politico, i cosiddetti “fascisti del terzo millennio”. Risultato: parte la rissa come al solito cercata da quella brava gente, concerto due volte interrotto di cui la seconda volta per botte da film, con sangue cinghiate e pestaggi di gruppo. Grazie comunque alla band che ha continuato un minimo arrivando a fare almeno più della metà della scaletta…Questi sono i momenti in cui mi vergogno di essere un cittadino di questa città.»

Alla fine il gruppo di fascisti è allontanato dal locale e il concerto viene parzialmente portato a termine. Resta da chiarire perché, nonostante la segnalazione che i responsabili dell’Orion asseriscono di aver fatto e la presenza di forze dell’ordine in tenuta antisommossa, sia stato permesso loro di accedere al concerto.

«Avevamo chiesto di impedire l’ingresso al gruppo di neofascisti – dichiarano i gestori, sempre sulla pagina Facebook del locale – ma non ci è stato possibile». «Il responsabile dell’Orion alle 21 ha avvisato le forze dell’ordine che già dalle 21.15 erano all’esterno del locale – spiegano – Ci chiederemmo come mai queste tipologia di persone, agisce indisturbata da anni, rendendosi regolarmente protagonista di atti del genere senza che nessuno faccia nulla di concreto». «Le forze dell’ordine erano presenti da prima che questa gente entrasse – fanno notare ancora – loro sono i tutori dell’ordine, noi facciamo accoglienza». A chi solleva perplessità sulla gestione della sicurezza all’interno del locale, rispondono: «Ripetiamo per l’ennesima e ultima volta, abbiamo tempestivamente chiesto l’intervento delle forze dell’ordine prima che questa gente entrasse. Non ci è concesso fare altro. Avevamo chiesto che questa gente non fossa fatta entrare e avevamo chiesto di avere la possibilità di rimborsare ma ci è stato negato per legge».

I Dropkick Murphys non sono una band schierata apertamente. In alcune interviste i suoi componenti dichiarano di non gradire gli estremismi di nessun colore, e di non simpatizzare né per il movimento Skin88, né per quello Redskin. Ma la partecipazione alla compilation Rock Against Bush volume 2, le cover di alcune canzoni popolari antimilitariste e contro la guerra, e il loro appoggio alle cause della classe operaia e dei sindacati, li collocano a grande distanza dall’universo fascista.

Digressione

Immagine di Rosario Dello Iacovo

Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, leghista di area maroniana, è indagato per corruzione. Una vicenda di mazzette e centri commerciali. Tangenti per un milione di euro al partito, secondo i pm. “Estranei”, invece per Il tesoriere del movimento, Francesco Belsito, che esclude qualsiasi coinvolgimento della Lega. Estraneo e disponibile a chiarire la sua posizione anche Boni che affida ai social network uno scarno comunicato che suona come difesa d’ufficio.

Il titolo più bello è quello del Fatto Quotidiano, “Ti ricordi mazzette verdi”. Repubblica sceglie un più neutrale “Lombardia, le tangenti della Lega. Indagato Boni, presidente del Pirellone”. Il Corriere, che è pur sempre di casa a Milano, apre con “Caso Tangenti, Bossi: vogliono sfasciarci”. Il Giornale sceglie invece un approccio insolitamente britannico: “Caos al Pirellone, indagato Davide Boni”. È il commento di Formigoni alla sinistra che chiede di andare a votare, “Abbaiano a vuoto, continuiamo a governare”, a riportare la testata berlusconiana su un terreno più congeniale. Ma fa di meglio la Padania, che in prima pagina censura la notizia, preferendo aprire con pensioni contrapposte ai mafiosi e in taglio basso un eloquente “Napoli, raffica di arresti: la solita malasanità che paghiamo noi”. Come dire: la Lega non ha nulla da temere, Monti ruba le pensioni al popolo padano, permettendo ai mafiosi di risiedere al nord, mentre gli sprechi del sud ricadono sulle tasche dei padani.

Nella Lega è un coro di “Al giudice! Al giudice!” che rimanda alle esternazioni dell’ex premier, segno che il processo di berlusconizzazione del partito è profondo e tocca in uguale misura vertici e dirigenti locali. Da Bossi padre a Salvini, passando per il capogruppo alla Camera, Giampaolo Dozzo e Matteo Salvini, la linea è comune e oscilla fra la vendetta politica e quella giudiziaria. In sostanza per i padani l’attacco è legato all’opposizione al governo Monti e all’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati presentato una settimana fa dal leghista Gianluca Pini. Solo il Trota tace e si aggira inquieto parlando al telefono più del solito, come riferisce Repubblica.

A grattare la scorza però s’intravede la questione delle due leghe, bossiani contro maroniani, che viene ripresa da Marco Cremonesi sul Corriere e troverebbe conferma nelle parole di un bossiano di ferro come il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo: “Se io fossi in lui mi dimetterei da presidente oggi stesso, anche per essere più libero nella difesa”. Lo stesso Cremonesi riporta una dichiarazione anonima che lascia poco spazio ai dubbi sull’esistenza di un sistema di potere collaudato: “L’essere indicati per certe posizioni, soprattutto di sottogoverno, prevede la gratitudine nei confronti di chi ha contribuito all’indicazione”.

Quali ripercussioni avrà la vicenda sul futuro della Lega? Per Bossi non ci sono dubbi: “Prenderà ancora più voti. Chissenefrega dei giudici”. Intanto sulla pagina facebook di Boni fioccano messaggi di solidarietà, con qualche crepa che fa riferimento a Penati e all’assimilazione del partito padano nel sistema. Ma il commento più significativo arriva sul profilo personale del presidente del Pirellone, da tale Andrea Incantalupo, ritratto in compagnia dello stesso Boni, che scrive: “Innocente o colpevole la mia amicizia non cambierà anzi aumenterà”. Il commento riceve tre “mi piace”, i vertici della Lega possono dormire sonni tranquilli, la colpa è dei giudici e della malasanità napoletana.

Lega Ladrona? Tutta colpa dei giudici e della malasanità napoletana

La globalizzazione manda a picco i diritti dei lavoratori

di Rosario Dello Iacovo

Quella della «Rhapsody» sembra proprio una storia di ordinaria globalizzazione, di navi che cambiano bandiera e mandano a picco i diritti dei lavoratori. Una storia rigorosamente anonima «perché altrimenti finisce che non mi fanno più imbarcare», ci dice il nostro interlocutore che da quella nave è sbarcato da non molto tempo e fa parte di un gruppo di circa cinquanta addetti dell’ex flotta Lauro.

La vicenda che li riguarda inizia lo scorso 15 dicembre del 2005 quando la «Rhapsody», nave da crociera del gruppo Msc, con circa trecentocinquanta addetti, di proprietà dell’armatore sorrentino Gianluigi Aponte, con sede a Ginevra, passa dalla bandiera italiana a quella panamense. Una bandiera «ombra», come si chiamano in gergo i contrassegni dei paradisi fiscali.

Viene avviata una trattativa sindacale che si conclude col riconoscimento formale da parte dell’azienda degli stessi standard garantiti precedentemente. «In realtà non è così – spiega l’anonimo lavoratore –, la situazione da quel momento cambia in peggio. Il vitto diventa insoddisfacente, lo straordinario non ci viene retribuito, le mance che erano nell’ordine dei 1000 euro al mese vengono trattenute dall’azienda in cambio di un bonus di 420 euro, ci viene richiesta una maggiore flessibilità rispetto, alla quale non corrisponde alcuna contropartita economica e il personale addetto ai bagagli, quasi tutto di nazionalità straniera, subisce una riduzione da due euro a un dollaro per pezzo».

C’è poi il problema della rappresentanza sindacale, che nel cambio di bandiera passa dai sindacati confederali italiani alla ITF il sindacato mondiale dei marittimi, che secondo i lavoratori sarebbe più vicino agli interessi degli armatori che ai loro. A conferma di questa ipotesi L’ITF, rappresentata in Italia da Remo Di Fiore segretario nazionale della Fit-Cisl, avrebbe nominato delegato sindacale un metrotel «senza esperienza» come spiega il lavoratore intervistato, che tra l’altro sarebbe sbarcato lasciando i lavoratori della «Rhapsody» senza alcun tipo di rappresentanza sindacale.

Inoltre c’è del personale a terra, di età più avanzata, che dal 15 dicembre non è più stato chiamato all’imbarco. Una situazione che non sembra in linea con le promesse della Msc, cresciuta molto negli ultimi anni fino a diventare la seconda compagnia al mondo per numero di navi e la quarta per capacità di containers; nè con lo straordinario sviluppo della «marineria» del quale Gianluigi Aponte è uno dei maggiori protagonisti e beneficiari. Nello stesso dicembre 2005 infatti la Msc passa dal 20 al 100% della quota azionaria della Navigazione Libera del Golfo, la compagnia che gestisce i collegamenti tra Napoli, Capri e Sorrento, un acquisto per 26 milioni di euro.

Secondo Emanuele Fernicola, della Filt-Cgil, le questioni sono sostanzialmente due: «Globalizzare la rappresentanza sindacale, mantenendo la possibilità di contrattare localmente; completare la riforma iniziata con l’introduzione del registro internazionale da parte del primo Governo Prodi, grazie alla quale in dieci anni circa seicento navi battenti bandiere “ombra” sono passate a bandiera italiana». Uno scambio fra fiscalità di vantaggio e rispetto degli standard comunitari.

Tuttavia la situazione di Confitarma, della quale è presidente Nicola Coccia, rivelerebbe una contraddizione perchè Coccia non è un armatore, ma un funzionario della Aponte Msc, al quale è stata assegnata la funzione di rappresentanza di categoria, nonostante la sua compagnia risieda all’estero e non favorisca il passaggio delle proprie attività sotto la fiscalità italiana.

Truffa all’immigrato, con la benedizione della Bossi-Fini

di Rosario Dello Iacovo

2740 euro in cambio di un lavoro regolare alla «Pipensiline srl» di Casalnuovo, in provincia di Napoli, e del permesso di soggiorno. In realtà si tratta di una ditta inesistente e il suo sedicente amministratore, Agostino Nappo, si rende irreperibile dopo aver dispensato promesse e incassato i soldi di centinaia di immigrati. Una truffa, secondo la loro versione. Il classico pacco, questa volta, ai danni di quei lavoratori stranieri che la legge Bossi-Fini, ha reso più deboli, precari, ricattabili.

A oltre due anni dalle prime denunce la vicenda arriva finalmente in tribunale, con la prima udienza prevista a Pozzuoli all’inizio di febbraio. Non è tuttavia da escludere l’ipotesi di un rinvio per accorpare le numerose denunce, presentate singolarmente o da parte di piccoli gruppi, in un unico procedimento penale.

Il colossale raggiro coinvolgerebbe centinaia di immigrati, molti dei quali da tempo hanno fatto ricorso alla legge nel tentativo di ottenere giustizia e sospendere qualsiasi provvedimento di espulsione, in attesa che sia fatta piena luce sulla vicenda. «Vittime di una beffa», si dichiarano per esempio i 30 cittadini del Burkina Faso, che nel luglio del 2003 hanno denunciato per truffa il 61 enne napoletano Agostino Nappo, sedicente titolare della «Pipensiline Srl».

«Un raggiro ben più ampio di quello che riguarda i miei assistiti – così inquadra la vicenda il loro legale Francesco Mele –. Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti giudiziari, sono quasi 400 gli immigrati che, pur avendo pagato grosse cifre senza alcuna contropartita, ora rischiano l’espulsione per falso tentativo di regolarizzazione».

Un meccanismo semplice. Nappo prometteva in cambio di 2000 euro un posto di lavoro presso la Pipeline srl, e la regolarizzazione ai fini del permesso di soggiorno. Alla consegna della somma, invitava i cittadini extracomunitari a versare anche i 740 euro previsti dalla sanatoria per gli immigrati (D.L. n° 195/2002) e a fargli pervenire le ricevute per poter avviare le procedure necessarie. Una sorta di sigillo di garanzia per la serietà dell’operazione. «Ma una volta intascato il denaro, Nappo si è reso irreperibile – continua l’avvocato Mele -, e a nulla sono valsi i tentativi dei miei clienti di rientrare in possesso della cifra versata.

Sono gli effetti nefasti della Bossi-Fini, una legge pessima, che rende ancora più debole e precaria la condizione dei lavoratori stranieri in Italia». Non ha dubbi il legale su un provvedimento che tra l’altro continua a perdere pezzi, dopo l’approvazione del regolamento applicativo nel febbraio dello scorso anno e l’emanazione delle circolari ministeriali. Per i colpi della giurisprudenza ordinaria e per le sentenze di incostituzionalità. È stata depositata appena qualche giorno fa, in data 28.12.2005, la sentenza n° 466 della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittimo l’art 13, comma 13 bis, che prevedeva aggravi di pena per il clandestino espulso e rientrato illegalmente nel nostro paese. Solo l’ultimo esempio di un rapporto eufemisticamente difficile fra un provvedimento legislativo ispirato a istanze fortemente repressive e i fondamenti liberali del nostro ordinamento giuridico.

Per la Bossi-Fini i migranti sono pura forza-lavoro, da regolare in flussi secondo le esigenze del mercato; alla dignità dell’individuo, alla sua libertà di movimento viene opposta la centralità delle braccia: non uomo, ma lavoratore.

La figura centrale di questo meccanismo è il datore di lavoro col quale l’immigrato stipula un «contratto di soggiorno» per la regolare permanenza nel paese. Una situazione di grande ricattabilità, visto che al padrone spetta fornire le garanzie tanto per l’effettivo possesso di un’abitazione a norma da parte del lavoratore, che per il ricongiungimento familiare o la nascita di un figlio.

«Quando nell’ottobre del 2002 sono stato avvicinato da Agostino Nappo, in un bar della stazione centrale – racconta Saba Moumini, uno dei lavoratori che hanno sporto denuncia – ho pensato che la sua offerta potesse offrirmi un futuro migliore, un lavoro stabile, la possibilità di non essere più clandestino e permettere a mia moglie e ai miei due bambini che vivono in Burkina Faso di venire a stare con me in Italia. Per questo ho accettato, come molti altri miei connazionali». Il sogno di avercela fatta diventa però incubo, via via che la consapevolezza della truffa subita assume contorni più netti. «Una delusione fortissima, quasi 3000 euro buttati al vento – continua Saba -. Soldi guadagnati con fatica, raccogliendo pomodori fra le province di Caserta e di Foggia, e trasportando mattoni nei cantieri. Volevo solo legalizzare la mia posizione e invece rischio l’espulsione e la galera».

Bracciante e muratore, 10 ore di lavoro al giorno, una paga compresa fra i 30 e i 40 euro, condizioni durissime che l’Europa delle conquiste sociali forse nemmeno riteneva più possibili. Invece le testimonianze dei migranti ci dicono che sono qui, praticamente a casa nostra. Un popolo senza diritti, che lavora e produce ricchezza, ma ottiene in cambio una legge che liquida la sua presenza nel nostro paese come problema di ordine pubblico. Dato in pasto a individui senza scrupoli che sfruttano la debolezza giuridica della sua posizione, la scarsa conoscenza della nostra lingua e delle nostre leggi, per orchestrare truffe senza scrupoli.

«Agostino Nappo ci ha fatto il pacco, come si dice qua – ci scherza su Amidhou Bance -, ma non me la prendo con l’Italia e i napoletani. Spero che il tribunale ci dia ragione, ma sarà difficile recuperare i soldi. In ogni caso io farò di tutto per restare qui a lavorare».