Assassini e sciacalli giù le mani dai nostri ragazzi

giù le mani dai nostri ragazzi

di Rosario Dello Iacovo

«Non c’è stata alcuna trattativa con gli ultras del Napoli. Mai pensato di non far giocare la partita», lo dice a chiare lettere il questore di Roma. Eppure in questa repubblica televisiva delle banane, l’argomento del giorno non sono i tre feriti da arma da fuoco, uno dei quali in condizioni molto critiche, ma il presunto via libera degli ultras del Napoli alla partita. Dal gomorrologo Saviano, per il quale tutto fa brodo quando si può tirare in ballo la camorra, a Tuttosport che parla di sceneggiata, passando per gli editorialisti delle più grandi testate nazionali, quello che emerge è un generale e viscido disprezzo per la città e i suoi abitanti, condannati dalla reputazione anche quando i fatti raccontano una vicenda di segno radicalmente opposto. Sì, esatto, anche quando i napoletani sono vittime del primo assalto con armi da fuoco nella storia del calcio italiano, e uno di loro è in fin di vita, l’oggetto dello scandalo diventano invece Genny e Massimo, ragazzi che conosco personalmente da anni, con i quali ho fatto tantissime trasferte, e ai quali va tutta la mia solidarietà per la gogna mediatica a cui sono sottoposti senza avere nemmeno l’ombra di una colpa. Tra l’altro Massimo è stato il primo ad aiutare il ragazzo ferito più gravemente, mentre i soccorsi ufficiali erano impegnati chissà dove, arrivando con enorme e ingiustificabile ritardo. Non so quante curve avrebbero reagito con tanta maturità in una situazione analoga, io stesso non posso giurare che sarei riuscito a tenere a freno la rabbia feroce e l’indignazione per il vile attacco subito, e nemmeno oso immaginare cosa si starebbe scrivendo se i fatti fossero accaduti a Napoli a parti invertite. Quello che so per certo è che il coro degli sciacalli di Sputtanapoli sarebbe ancora più folto e numeroso. In buona compagnia della retorica banale degli stadi per le famiglie, degli ultras che rovinano il calcio e del trascurabile dettaglio che in una partita definita ad alto rischio, e alla quale erano state dedicate un’infinità di riunioni per l’ordine pubblico, sia stato permesso invece a un potenziale assassino di arrivare armato a ridosso della nostra tifoseria. Ma di quella mano che ha sparato è bene ribadire che sono loro i complici. Tutti quelli che hanno permesso per incuria o approssimazione che i fatti potessero accadere, che hanno deriso il nostro dolore chiamandolo sceneggiata, che hanno contribuito a gettare altro fango su una città che ieri a Roma voleva solo alzare la coppa. Perciò, non ci provate nemmeno a nascondervi dietro i nostri ragazzi, sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Quello stesso che ieri abbiamo lasciato sul selciato di una strada della vostra misera Italia. Altro che la lamentela dei fischi all’inno, è bene che sappiate che per voi ormai proviamo solo sovrano disprezzo.

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Hamsik, Dagospia e il vomito dell’Italia Spa

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di Rosario Dello Iacovo

“Napoli città da vomito”. Twitta così Dagospia, dopo la rapina subita da Hamsik nei pressi del San Paolo. Lo fa perché quando si parla di Napoli anche la società civile si sente in diritto di sfondare il muro della civiltà e sfociare nell’insulto sprezzante e generalizzato. A far vomitare è Napoli, ognuno di quelli nati o cresciuti qua, che hanno il nostro stesso accento, non i tre in sella allo scooter che hanno portato via il rolex allo slovacco, dileguandosi poi in direzione del Rione Traiano.

Torino non è una città di merda quando rapinano Vucinic. Non lo è Milano quando a essere rapinato è Muntari. E nemmeno Parigi quando svuotano la casa a Lavezzi. Ma si sa, a Napoli un reato è più reato che altrove, e dopo gli insulti l’occasionale commentatore solitamente parte con la ramanzina savianoide alla città che deve reagire. Nulla di tutto questo succede ai milanesi, ai torinesi o ai parigini, perché lì il reato è considerato una semplice questione criminale che riguarda il singolo individuo che lo commette. Qui, invece, si parte sempre dal presupposto che in fondo siamo conniventi, perché – diciamolo – tutti almeno mezzi camorristi.

Io sono napoletano. Mio padre è napoletano. Anche mio nonno e suo padre lo erano, rispettivamente dei Ponti Rossi e del Parco Margherita. Pare che il nonno di mio nonno venisse da Montesarchio, in provincia di Benevento, dove vive più o meno la metà del centinaio di famiglie Dello Iacovo d’Italia. Sono sufficientemente napoletano, quindi, per essere un mezzo camorrista anche io. Eppure, io la camorra la schifo.

Schifo la camorra perché la considero l’altra faccia della medaglia di una politica coloniale che viene esercitata contro la mia terra e contro la mia gente da 152 anni. Si chiama sottosviluppo imposto, mancanze di infrastrutture, emigrazione, povertà, disagio sociale, disoccupazione. Una politica coloniale della quale la camorra e la borghesia locale sono storicamente gendarmi, complici e garanti. Del resto, fu lo Stato italiano unitario a entrare a braccetto con Tore ‘e Criscienzo a Napoli, elevando i guappi a forza di polizia. Mica io. E nemmeno mio padre, mio nonno e il padre di mio nonno.

Noi la camorra la schifiamo, anche se i camorristi e i Liborio Romano di oggi parlano col nostro stesso accento. Ma allo stesso modo io schifo pure questa cosiddetta società civile alla Dagospia, che non si indigna quando un bambino è costretto a crescere senza speranze, senza prospettive e senza futuro. Come accade a tanti in questa città, nei quartieri più popolari. Perché la questione è tutta lì: raccogli quello che hai seminato a suo tempo.

Perciò, non venite a chiederci di ribellarci, a noi che ogni giorno già ci ribelliamo alla loro vessazione e a quella di uno Stato patrigno per il quale siamo italiani di seconda categoria. Non dovete chiedercelo, perché quella mano che impugna la pistola e minaccia Hamsik è roba vostra. Roba di Italia Spa, con noi napoletani non c’entra proprio un cazzo.

Napoli: i tifosi meritano chiarezza, ma soprattutto rispetto

di Rosario Dello Iacovo

Il Napoli 2 è un bluff. Dopo la disfatta di Eindhoven diciamocelo chiaramente, in assoluta serenità. Almeno fra noi. Lasciamo le chiacchiere prezzolate ai professionisti della menzogna. A quelli che avevano eletto frettolosamente Pandev pallone d’oro e bollato Lavezzi come calciatore inconcludente. A quelli che: “Abbiamo due giocatori per ogni ruolo”, sorvolando sulla qualità degli stessi. A quelli che hanno speso elogi incomprensibili al mediocre mercato, straparlando di scelte oculate e intelligenti.

Intendiamoci, io penso che Goran abbia dalla sua una tecnica eccelsa, ma accusa cali di forma e scarsa continuità. E sicuramente non annovera il dinamismo fra le sue doti migliori. Gamberini in questo primo scorcio di stagione si sta rivelando affidabile. Altrettanto Behrami. Ma dopo Cavani, a Napoli non è arrivato un solo giocatore in grado di fare la differenza. Tante le scommesse: Ruiz, Fernandez, Dumitru, Fideleff, Chavez. Tutte regolarmente perdute. E nel caso di Chavez, Vargas e qualcun altro, anche la Guardia di Finanza vuole vederci chiaro.

A fronte di qualche campione assoluto e squadra titolare discreta, che nel generale livellamento verso il basso del campionato italiano, è in testa alla classifica, il problema del Napoli resta la qualità complessiva della rosa. Non si tratta di esagerazioni dopo una brutta sconfitta. Chi ha letto qualche mio post in passato, sa che questa è la mia posizione da sempre. Certo, in Italia nessuno compra più giocatori di primissimo livello. Ma fra i Messi, i Rooney, i Cristiano Ronaldo, che nessuno può ragionevolmente chiedere, e Giandomenico Mesto, beh, io credo che il Napoli possa permettersi delle soluzioni intermedie e di maggiore affidabilità. Soprattutto in virtù di una politica commerciale che ai tifosi fa pagare anche le amichevoli di agosto.

Mazzarri, dall’estate scorsa a quella di quest’anno, ha chiesto sette giocatori di un certo livello. Bene: il club non ne ha comprato nemmeno uno. Naturalmente, questo è un discorso impopolare in una città che viene da anni buissimi, da Naldi, Corbelli, il fallimento, la C1 e le tappe della risalita. Ma per quanto tempo ancora dobbiamo giustificare le scelte di oggi con i problemi di ieri? Il Napoli è la quarta forza del campionato per numeri, seguito, volume d’affari, non si comprende perché il suo mercato si rivolga sempre alle solite scommesse sudamericane (perdenti) o a giocatori provenienti da squadre di più basso cabotaggio.

Per molti tifosi la responsabilità di ieri è di Mazzarri. Lo stesso Mazzarri del terzo posto di due anni fa, degli ottavi di Champions, dell’impresa sfiorata contro i campioni d’Europa del Chelsea e della Coppa Italia. Ma a Napoli, si sa, è più facile prendersela col sergente che col generale. Subalternità culturale di fronte al potere, un tratto tutto italiano, ma che nel nostro caso, dopo 151 anni di malaunità, è diventato regola. Almeno finché il generale non cade. Dopo si fa fatica a trovare anche solo uno dei sostenitori.

Io stimo Mazzarri, gli riconosco pregi e difetti, e parlare di cattiva gestione della rosa e non delle richieste perennemente disattese da De Laurentiis, mi sembra davvero paradossale. Però anche Mazzarri deve, a questo punto, uscire dall’ambiguità. Dire chiaramente che questo passa il convento e che dei giocatori che avrebbe voluto a Napoli non si è vista nemmeno l’ombra. Deve farlo, altrimenti è complice. Una complicità, tra l’altro, pagata a peso d’oro con due milioni e mezzo di ingaggio all’anno.

Cosa ha vinto il Napoli negli ultimi venticinque anni? Una Coppa Italia. Ricordo le scene di incredibile entusiasmo in città per la conquista della Coppa Uefa, che era la terza competizione continentale, ai tempi di Maradona. Se quella squadra stellare si impegnò fino in fondo per conquistare il trofeo, per quale ragione non dovrebbe farlo il Napoli attuale? La risposta è semplice. Arrivando agli ottavi di Champions il Napoli ha incassato 37 milioni, 27 di premi Uefa e 10 al botteghino. Vincendo l’Europa League se ne raggranellano una decina.

Questo autorizza il club ad allestire per questa competizione la patetica squadra di ieri, esponendo la nostra maglia a una pessima figura in campo internazionale? Meritano rispetto i napoletani arrivati ieri ad Eindhoven da mezza Europa che hanno speso fior di quattrini per non far mancare il loro supporto? Lo meritano quelli che hanno sottoscritto un abbonamento a Sky e Premium per seguire il cammino in Europa del Napoli? In qualsiasi altro ambito commerciale, un’azienda che offrisse un prodotto di così scarsa qualità, chiuderebbe i battenti. Il Napoli invece incassa, ringrazia e tira dritto per la sua strada. Tanto domenica è di nuovo campionato, e la memoria dei napoletani – si sa – ha breve durata.

Dove sono oggi Auriemma, Alvino, e gli altri apologeti del “mercato oculato che ha dotato la squadra di due giocatori per ruolo”? Non c’è traccia. Li rivedremo alla prossima vittoria a tessere le lodi del Presidente. Siatene certi.

Più russi di chiunque altro al mondo

di Rosario Dello Iacovo

Guardo la Juve per gufarla e, non so perché, mi vengono in mente la Dinamo Kiev e il pallone degli anni settanta. Quei tempi che i russi erano russi, i tedeschi tedeschi, gli inglesi inglesi, e se giocavi contro gli jugoslavi era un tripudio di “ic” finali. Cazzo che tempi: i vecchi tempi.

In verità, nei primissimi anni della mia infanzia qualche straniero c’era ancora. Fu proprio in quel 1966 in cui nacqui che, in seguito alla rovinosa disfatta ai mondiali d’Inghilterra, l’Italia chiuse le frontiere. Sarà un caso, ma avevano tutti nomi italiani. O forse, erano quelli che già giocavano da noi prima che l’Inghilterra, la nazione che aveva inventato il pallone, vincesse il suo unico Mondiale, dopo aver snobbato per manifesta superiorità le prime edizioni.

Ma torniamo ai russi. All’epoca erano russi. Incontestabilmente. In verità lo Shakhtar Donetsk è ucraino, però è la squadra di una zona particolarmente russificata: il Bacino del Donec. Questo Shakhtar Donetsk è la squadra migliore del campionato ucraino. Ma solo da qualche anno, da quando il magnate Rinat Akhmetov ha assunto la guida del club, spendendo una barca di soldi per strappare lo scettro nazionale alla Dinamo Kiev.

Anche la Dinamo Kiev è ucraina, ed è la squadra che mi ricordo negli anni settanta. Ma all’epoca, russo e sovietico erano praticamente sinonimi, soprattutto se avevi un padre operaio e comunista che quando diceva Russia si scioglieva in un brodo di giuggiole. Gli luccicavano gli occhi, cazzo. Avreste dovuto vederlo. Forse dipendeva dal fatto che Russia era meno cacofonico di Urss. In ogni caso, anche gli ucraini erano russi. Non c’era alcun dubbio in merito. Almeno a casa mia. E la gloriosa Dinamo Kiev era la seconda squadra che si tifava da noi. Dopo il Napoli, of course.

C’era Oleg Blochin, un’ira di Dio che segnava goal a raffica. E poi? Non me ne ricordo nessun altro, perché l’allenatore Valeri Lobanovski era un teorico del concetto di squadra. Il collettivo, cazzo. Oltre che il profeta di misteriosi metodi d’allenamento, che facevano di quei giocatori delle macchine da guerra. I reazionari gridavano al doping. Mio padre non ebbe mai dubbi: era l’ennesima prova della superiorità del modello sovietico che si avviava a larghi passi verso il sol dell’avvenir.

La Dinamo Kiev vinse pure la Coppa delle coppe nel 1975, e pure la Supercoppa contro il Bayern campione d’Europa. La sfida Russia, anche se la Dinamo era ucraina, contro Germania, assunse a casa mia dei tratti da seconda guerra mondiale. Poco ci mancò che la vittoria fosse festeggiata col coro dell’Armata Rossa che cantava l’Internazionale. O forse accadde davvero, ma io ero distratto. Perché, sotto sotto, se proprio dovevo pensare alla seconda guerra mondiale, che era finita solo ventuno anni prima che nascessi, con la mente andavo immediatamente a quell’Inghilterra – Germania del 1966. A quella rete fantasma che l’arbitro convalidò su indicazione del guardalinee russo.

Two world wars and one world cup!

Perché mi piaceva l’Inghilterra? Vi chiederete voi. Perché da bambino leggevo i fumetti Supereroica, che nonostante fossero stampati in Italia dalla Dardo Editore, vedevano i buoni nei panni degli alleati e i cattivi in quelli dei tedeschi e dei giapponesi. I cattivi erano dei veri pezzi di merda, e io li ripagavo con l’odio più vero che un bambino riuscisse a esprimere. Gli italiani, pur essendo alleati dei cattivi, apparivano più raramente e comunque, quasi sempre, in storie di ardimento e coraggio. Ricordo un episodio in cui la Decima Mas a bordo dei maiali, dopo aver tagliato le reti, entrava nel porto di Taranto e piazzava l’esplosivo che fece colare a picco varie navi britanniche. Beh, mi girarono i giovani coglioni mica poco.

Lo ammetto in piena confessione antipatriottica: l’Italia mi stava già sul cazzo.

By the way: era una vera fabbrica di fascisti quel buon Supereroica. Come abbia fatto poi a diventare comunista davvero non ve lo so spiegare.

Lì, in sostanza, nacquero le mie due più grandi passioni, quelle che mi porto dietro ancora oggi: l’Inghilterra e la seconda guerra mondiale. Gli inglesi avevano quegli elmetti a piatto fondo rovesciato, in napoletano accupputo, e le divise che mi facevano proprio impazzire. Gli ufficiali invece il berretto, e fumavano sempre la pipa con inconfondibile aplomb britannico. Anche sotto i bombardamenti della Luftwaffe, loro, se ne fottevano: fumavano la fottuta pipa senza nemmeno scomporsi. Al massimo, sorseggiando una buona cup of tea, che le esplosioni facevano appena increspare in superficie. Per non parlare dei supereroici aviatori della Raf a bordo degli Spitfire nella supereroica battaglia d’Inghilterra.

There were ten german bombers in the air. Nine, eight, seven… and there were no fucking german bombers in the air.

E in culo al gran Maresciallo dell’aria Goering e ad Adolf Hitler.

Dove ero rimasto? Ah, sì: ai russi che poi non erano russi, ma ucraini, ma siccome erano i dieci undicesimi della nazionale sovietica, erano più russi di tutti. Dopo il compagno Stalin, naturalmente, che nonostante l’abiura di Kruscev, in Italia godeva di un largo seguito trasversale, nel quale – sia pur non ufficialmente – si includeva con soddisfazione mio padre. Al punto che aveva dei baffoni praticamente uguali. Ma non lo avrebbe ammesso, erano gli anni della penetrazione nei ceti medi e del socialismo per via parlamentare. Seh, credeteci. Comunque l’Urss, aka Russia, era la seconda squadra di mio padre dopo l’Italia. La mia era l’Inghilterra, ma non lo avrei mai ammesso perché mi avrebbe tolto il saluto negli anni a venire, bollandomi come nemico del movimento operaio, anche se avevo appena nove anni. Erano i fottuti anni settanta, dovete capirlo.

E stasera? Scopro che i russi non sono più russi, ma nemmeno ucraini. In buona parte, sono brasiliani. Uno, Willian, ha addirittura un’acconciatura afro da black power e un tocco vellutato che infrange sulla traversa all’ultimo minuto i miei riti gufistici antigobbi. Non sarebbe finita così ai vecchi tempi. Non ci sono più i russi di una volta. Anche se ucraini, erano più russi di chiunque altro al mondo.

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.