Se fossi stato a casa (a Carlo Giuliani)

carlo giuliani 1978

di Rosario Dello Iacovo

Se quel giorno di luglio fossi stato a casa, oggi, a marzo, compiresti trentacinque anni. Se quel giorno fossi stato a casa, non avresti respirato gas cancerogeni. Nessuno ti avrebbe manganellato in un corteo autorizzato. Non avresti visto i pacifisti con le mani alzate e l’atterrito stupore, sotto uno spesso strato di sangue scuro. Se quel giorno fossi stato a casa, della Diaz e di Bolzaneto avresti letto sui giornali. Li avresti chiamati terroristi, pure se un paio erano disabili tenuti in piedi per ore con la faccia contro il muro. Pure se li avevano torturati. Pure se i cellulari delle guardie di una Repubblica formalmente democratica suonavano Faccetta Nera, mentre costruivano prove di cartone. Se quel giorno fossi stato a casa, saresti stato dalla loro parte anche quando poi li hanno condannati. E oggi avresti trentacinque anni. Saresti disoccupato. Oppure lavoreresti in un call center a duecento euro garantiti al mese, poi si vede. Magari leccando il culo a qualcuno perché ti raccomandasse per farti sfruttare. Se quel giorno fossi stato a casa, avresti votato vent’anni Berlusconi. Poi, magari, lo avresti votato ancora. Oppure ti saresti indignato e avresti fatto una rivoluzione casalinga, col culo sulla sedia e i link di facebook. Una croce su una scheda. Una rivoluzione per non cambiare niente, della quale fra un anno o due non si ricorderà più nessuno. Ma se quel giorno fossi stato a casa, saresti stato un altro. E invece eri proprio tu a Piazza Carlo Giuliani, ragazzo. E anche noi eravamo noi. Protezioni di gommapiuma e un estintore raccattato. Lacrime e disprezzo, contro la ferocia dell’Impero.

“Mai più io sarò saggio” il nuovo video dei 99 Posse con le immagini del film “Diaz”

Immagini tratte da “Diaz (non pulire questo sangue)” regia di Daniele Vicari per gentile concessione della Fandango. Editing Video: Loredana Antonelli

A piazza Carlo Giuliani, ragazzo

«La morte è un destino migliore e più mite della tirannia.» Eschilo

di Rosario Dello Iacovo

1

Imbocco l’autostrada a Torino, direzione Genova. Oggi c’è il concerto che apre le manifestazioni contro il vertice dei G8. Un minuto dopo, come se fosse appollaiato alle mie spalle, mi chiama Buone, Francesco, il nostro direttore di produzione, che al solito è già lì in avantour con i tecnici.

– Rosà dove siete?
– Io sono partito proprio ora, il pulmino col gruppo da un po’.
– La solita star, sempre per ultimo. – Mi sfotte lui ridacchiando – Cerca di raggiungerli e arrivate insieme perché qui non hai idea di quello che c’è.
– Che c’è, sentiamo, il lupo mannaro? Hai paura piccolo Buone? – Gli chiedo mantenendo la conversazione sullo scherzoso andante.
– Ma niente, solo qualche migliaio di polis che all’arrivo hanno perquisito noi e il furgone due ore. Poi, aggressivi, ci hanno chiesto: “Quando arrivano i 99 Posse? Non vediamo l’ora di conoscerli.”
– Ma che cari, è bello sentirsi circondati dall’affetto delle nostre adorate forze dell’ordine. Comunque mo’ chiamo gli altri e cerco di raggiungerli. Tu tienimi informato sugli eventuali sviluppi. Ah, com’è la situazione tecnica?
– Tutto a posto. Manu Chao è già qua e stiamo pariando, l’impianto è montato, il nostro backline è sul palco. Abbiamo solo il solito problema…
– Sarebbe Buone? – Alzando gli occhi al cielo perché conosco già la risposta.
– Il problema è che non ci sono problemi – E ride sguaiato, volendo intendere che con lui al timone fila sempre tutto liscio come l’olio. Ed è vero, perché Francesco nonostante la giovane età è un drago nel suo mestiere. “Il miglior direttore di produzione della categoria junior. Poi si deve vedere quando cresci”, gli dico spesso per prenderlo in giro.

Ci salutiamo fanculizzandoci a vicenda e interrompo la conversazione. Poi chiamo Gigi, il driver.

– Oh Gigi, dove siete?
– Ciao Rosario, – Fa lui con la marcata cantilena ligure – ci stiamo fermando a mangiare. Gli chiedo il nome dell’autogrill, me lo comunica. Faccio due calcoli al volo sul tempo che ci metterò ad arrivare, quindi gli dico:
– Ok aspettatemi che ho delle novità, fra una mezz’oretta sono là.

Scalo in terza, faccio salire i giri del motore, poi quarta e quinta e vado veloce. Lungo la strada sorpasso un sacco di macchine di manifestanti. Non chiedetemi come li riconosco: se avete passato la vostra vita fra centri sociali e manifestazioni lo sapete anche voi. Una ventina di minuti dopo arrivo e li trovo tranquilli già a tavola.

– Ciao Rosy. – Mi fanno in coro.
– Cià uagliù. – Replico in un napoletano schietto che ci sta sempre bene – Fate in fretta a mangiare che a Genova ci sono controlli molto rigidi. Me l’ha detto poco fa Buone al telefono. Loro hanno avuto una perquisizione di due ore e pare che i nostri amici in divisa stiano aspettando proprio voi.
– Bella lì – Fa Marco toccandosi la punta di uno qualunque dei lunghissimi dreads. Un gesto ormai mitologico, diventato per noi motivo di sincero e compiaciuto sberleffo.
– Non vedo Luca dov’è finito?- Chiedo, notando l’assenza di Zulù.
– Già a Genova, è partito stanotte dopo il concerto con la macchina di Pippo. Dice che così si scansava la rottura di posti di blocco e perquise.
– Perquise? Cazzo stiam diventando proprio milanesi qui, eh? – Cazzeggio, imitando maldestramente la parlata di quel Sant’Ambroeus lì.

Luca è napoletano, ma da qualche mese vive a Milano. Pippo è la sua ombra. Originario di Monza, ha quell’accento brianzolo da commedia all’italiana che ogni volta che apre bocca ci fa sempre scompisciare. Questo fa sì che nel nostro purissimo idioma partenopeo si siano introdotti un bel tot di termini come siga, perquisa, raga e via di questo passo. Nel team, il driver è ligure, i sei tecnici sono veneti, il gruppo io e Buone napoletani. Un bel frullato di dialetti in agrodolce con reciproci prestiti linguistici. Perciò senti i veneti che parlano napoletano, noi che rispondiamo in milanese o in ligure, Gigi che alterna random come gli viene. Siamo un manifesto vivente della società multietnica. Ed è un bel vedere, anzi sentire.

– Qualcuno sa se Luca e Pippo hanno avuto problemi?
Alzata di spalle collettiva. Poi: – No, – dice Meg – li ho chiamati prima e avevano ancora il cellulare spento. Ma tu devi mangiare?
– No, ho fatto colazione in albergo a Torino, non ho proprio fame. Per me possiamo partire appena finite.
– Ok. – Fa lei di rimando.

Provo a chiamare Luca… “Telecom Italia Mobile…”. Subito dopo chiamo Pippo. Squilla tre volte poi una voce mi risponde dall’oltretomba.

– Pronto. – Senza rinunciare, naturalmente, a una “o” aperta come la bocca della balena che inghiottì prima Geppetto e poi Pinocchio.
– Pippo sono io, tutto a posto? Problemi?
– Uè Rosario. Sìssì tutto a posto. Non ci ha cagato nessuno, te dov’è che sei?

Il suo accento mi fa troppo ridere e anche stavolta non mi trattengo da una maldestra imitazione.

– Eh, sono qui con gli altri. Il tempo che finiscono di mangiare e partiamo. Voi invece?
– Siamo al Carlini. Luca dorme ancora. Siamo arrivati stanotte e ci siamo ammazzati di canne fino all’alba, bela sturia.
– Ah, questa sarebbe la famosa voglia di lavorare padana? – Gli chiedo sarcastico.
– Beh, dài, un cannino…
– Vabbuò. Quando Zulù si ripiglia senti Buone per il soundcheck. Se avete problemi chiamami subito. E non fare tardi come al solito!
– Sor parun dale bele braghe bianche… – La sua risposta. E ridiamo come due coglioni.

Poi, rivolto agli altri che hanno finito: – Si va? – Un coro di ok e ci rimettiamo in marcia. Arriviamo al casello di Genova e c’è uno schieramento di celere da paura. Ma passiamo lisci, nessuno ci ferma, nonostante io per errore quasi imbocchi la corsia opposta di marcia. Ci orientiamo con la cartina e poco dopo siamo sul piazzale Colombo, dove stasera si terrà il concerto.

2

– Hai visto quanta gente? – Mi chiede dal palco uno stupefatto Buone a bocca aperta.
E ha ragione, non so quantificarli ma sono tanti. Davanti a noi nel piazzale ci sono decine di migliaia di persone. Vengono da ogni parte d’Europa. Sembra che almeno cinque generazioni del popolo di sinistra si siano date appuntamento qui stasera.

Faccio una carrellata rapida con lo sguardo e li vedo tutti. I vecchi, bellissimi nei loro vestiti fuori moda e l’acciacco degli anni, ma sempre con la stessa inconfondibile fierezza. Saranno nati negli anni Venti o giù di lì. Qualcuno me lo immagino sulle montagne, che poi la storia li ha chiamati partigiani, ma allora erano solo ragazzi come tanti, anche se qualche volta uccidevano e qualche altra morivano.

Altri li vedo con le tute blu e i baffoni nei consigli di fabbrica, nei reparti-confino. Alla Fiat, alla Pirelli, all’Ansaldo. Formiche operaie in lotta ogni giorno per un aumento di stipendio, contro i ritmi massacranti, contro la nocività del lavoro. Il Partito gli aveva detto che stavano conquistando il socialismo per via parlamentare. E loro c’avevano creduto. Alla fine invece avevano perso, però sono ancora qua. Perché siamo un popolo di irriducibili e loro sono i nonnetti che non hanno mollato un passo.

Ci sono i sessantottini che non sono diventati direttori dei tg di Berlusconi. Quelli dell’autunno caldo. Quelli del ’77, che nelle giornate di marzo, a Roma e a Bologna, avevano assaltato il cielo. Certi che l’avrebbero preso. La generazione che ha vissuto gli anni dei piombo e migliaia di arresti, le torture, i carceri speciali. Poi ci siamo noi, i figli degli anni Ottanta e Novanta. Quando ci avevano detto andate a casa, è tutto finito. E invece noi avevamo pensato che la storia già finita era appena cominciata.

La generazione cresciuta nel sogno dell’Italia diventata ricca. Che tutti si compravano la tv a colori e la seconda macchina. Che pure se eri povero, dovevi far finta di essere pieno di soldi. Che se eri giovane dovevi metterti il Monclair e le Timberland, a costo di rubarli al primo malcapitato. Che dovevi essere “un gran gallo”. Che ti dovevi divertire coi film dei fratelli Vanzina.

Ma noi lo sapevamo che era tutta una truffa e abbiamo resistito. In mille modi: ascoltando altra musica, occupando centri sociali e facoltà universitarie, provando a vivere in un altro modo. Una resistenza carsica che poi era esplosa con la Pantera. Furono mesi di occupazione ruggenti. Una scarica di adrenalina che attraversò l’Italia da sud a nord e fece finire una volta per tutte gli anni Ottanta.

Mi ricordo che ogni tanto tipi e tipe insospettabili, coi bei vestini regolari, arrivavano da controccupanti e si trasformavano in un attimo negli più strenui difensori dell’occupazione. Se ne accorgevano che c’era tutto un altro mondo possibile. Questa era l’unica cosa che aveva senso, perché la nostra generazione aveva in fondo un solo obiettivo: resistere. E quella resistenza l’abbiamo portata avanti fino in fondo e almeno in questo abbiamo vinto. Infatti, butto un occhio fra il pubblico e ci sono un casino di persone fra i trenta e quaranta anni. E sono fiero di noi.

Poi guardo la marea di giovanissimi con i dreadlocks giamaicani, i capelli lunghi, le teste rasate, gli orecchini, i piercing, i capelli normali, le giacche militari, le magliette da bravo ragazzo, i tatuaggi, gli occhiali da primo della classe. Insomma ce n’è di tutti i tipi e mi scaldano il cuore. I giovani hanno sempre ragione. Perciò guardo questa massa di ragazzine e ragazzini urlanti e idealmente gli consegno il futuro.

– Oh ma ti sei addormentato? – Mi chiede Buone.
– No, no stavo pensando. hai ragione c’è veramente un bordello di gente.
– Quanti saranno?
– Boh, tanti, almeno trenta o quarantamila. – Gli rispondo.
– Ma secondo te, – Riattacca lui – quanti sono venuti per il concerto e quanti perché veramente convinti?
– Mah, forse è la stessa cosa…
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che se ti piacciono canzoni come Clandestino o Rigurgito Antifascista, se ti piace stare in questa marea di persone, se passi una canna, un panino o una birra alla persona che hai a fianco senza nemmeno conoscerla, se non crei nemmeno mezzo scazzo, pure se ti devi fare la fila per venti minuti per pisciare o comprarti da mangiare, come stanno facendo tutti quanti qua sotto, non hai bisogno di leggere libri: sei un compagno.
– Cos’è il manifesto del partito comunista del terzo millennio? – E ride, portando le braccia al petto e spostando la testa platealmente all’indietro per sottolineare il compiacimento.
– Invece di dire cazzate, a che stiamo? – Lo riprendo.
– Tutto a posto. Ma abbiamo sempre lo stesso problema…
– Che non ci sono problemi?
– Esatto – E ride di nuovo.

Poi i 99 e Manu Chao mettono a ferro e fuoco la serata: una delle più belle della mia vita.

3

“Comunisti dimmerda”, “Zecche dimmerda”, “Bastardi comunisti dimmerda”. Gli insulti arrivano feroci insieme ai manganelli. Violenti e scomposti s’infrangono sugli scudi producendo un fragore infernale. Le maxiprotezioni in plexiglass montate sulle ruote tengono. Noi le reggiamo compatti spingendo con forza i supporti di ferro nella direzione dei demoni in divisa, al riparo delle armature di gommapiuma. Non io, però.

Me ne sono liberato in fretta molto prima di via Tolemaide, sotto le sferzate del sole che infierisce impietoso sulle nostre teste. Sono vestito di nero, non aiuta. I dr martens con la calotta d’acciaio, una polo coi righini bianchi, e una felpa dello stesso colore annodata in vita. Ho il casco infilato nel braccio: il casco ti salva la vita. Lungo la strada, poi, un amico mi ha regalato una maschera antigas con la proboscide che mi ricorda un fantaccino della prima guerra mondiale. Evocando trincee, merda e sangue rappreso.

Quando arrivano i lacrimogeni non c’è più storia. Mai vista una cosa del genere. Il respiro si accorcia all’istante, come se qualcuno mi avesse colpito con forza in pieno petto. La pelle brucia quasi fossi immerso in una vasca di sostanza irritante. Perciò metto su maschera e felpa, mentre nelle primissime file del corteo spendiamo gli ultimi scampoli di resistenza. Poi è una fuga scomposta, un ognuno per sé nel quale corriamo all’indietro scontrandoci col grosso della manifestazione che intanto scende dall’alto.

La carica è violentissima, parte senza preavviso ben prima della zona rossa, dove eravamo diretti per violarla. Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto mi è apparso evidente già da qualche minuto. Un vecchio compagno che conosco da anni, pochi minuti fa continuava a ripetere a quelli intorno a sé: “Tiratemi indietro se mi prendono. Non mi perdete di vista”. E se lo dice lui, che è un militante di primo piano del Nord-Est, devo stare con gli occhi ben aperti. Intorno a me è il caos.

Vedo Militant A di Assalti Frontali, Luchino, che spinge con qualcun altro un carrello da supermercato con l’attrezzatura antilacrimogeni. Ma è roba che andrebbe bene per quelli normali, non per queste armi da guerra che si chiamano CS! Luca e gli altri 99 sono alla mia destra, appena qualche passo dietro di me. Lui indossa i pantaloni di una mimetica. Meg è ingigantita dalle protezioni. Marco e Sacha spiccano dall’alto della loro statura. E Massimo sembra un folletto, mentre si sposta freneticamente alla testa del corteo.

Poi non vedo più nessuno. E corro per salvarmi la vita. Anzi, uno lo vedo e mi resta impresso. Una figura minuta. Come me non indossa protezioni, ma una canottiera bianca e il passamontagna nero. Con un rotolo di scotch tirato su oltre il gomito che gli orna il braccio destro. Sta lì immobile qualche fila dietro di me, le gambe larghe e guarda verso la marea di divise che avanza a passo di carica alle mie spalle.

Le protezioni sono un fatto recente. Un fatto da NoGlobal. La nuova generazione di militanti venuta fuori a cavallo del 2000. Sono così bravi a far parlare di loro, che un giorno sì e l’altro pure sono sulle prime pagine dei giornali. Con una frequenza così regolare che hanno fatto venire voglia anche a me di ributtarmi nella mischia. Rispetto alla mia generazione sono più universali.

Noi eravamo, paradossalmente all’inizio dei Novanta, l’ultimo colpo di coda degli anni Settanta. Loro, invece, dicono cose che tutti possono capire. Dividono il mondo in “Noi e loro”, una cosa che non mi convince fino in fondo perché fa saltare le vecchie divisioni di classe con le quali sono cresciuto, ma gli riconosco una grossa capacità tattica e comunicativa.

E poi penso che i giovani hanno sempre ragione, perciò mi sono accodato come una brava pecorella, perché da qualche anno mi sono perso un po’ per strada e sono qui come un vero cane sciolto. Anche se conosco un sacco di compagne e compagni presenti, dopo un decennio di nomadismo al seguito dei 99 e altre band, e il quasi decennio degli Ottanta: quando giravo fra i centri sociali del circuito punk, Londra e Berlino.

Però in questo momento rimpiango quei vecchi cordoni nei quali noi giovani eravamo stati educati dai vecchi arnesi di Autonomia. Cosa darei in questo momento per avere tremila stalin schierati. Come a Catanzaro per le manifestazioni contro gli F16, anche se eravamo solo seicento contro trecento, ma capaci di resistere e marciare per due ore sostanzialmente incolumi. Come sul ponte girevole di Taranto.

Ma Stalin non ce ne sono. A farsi un giro nel corteo non si trova un solo oggetto atto a offendere. Solo protezioni, di ogni foggia e grandezza. Una cosa un po’ da pacifista, ma se non sei dentro durante la fase organizzativa non è che ti puoi permettere di arrivare e sovradeterminare le scelte di centinaia di assemblee, prima locali e poi nazionali, che hanno scelto il modo di stare in piazza. Almeno questo vago senso della disciplina mi è rimasto cucito addosso e pur dolendomi della folla inerme che vedo bastonare intorno a me, me ne faccio una ragione. Dopo la prima carica riusciamo comunque a riprendere fiato.

Poi riparte la danza e stavolta ci asserragliamo in uno dei vicoli che si aprono sulla sinistra di via Tolemaide, poco distante dal tunnel di via Canevari, ma dall’altra parte della strada. So che il Movimento si è un po’ spaccato negli ultimi giorni. Posizioni diverse e rotture che probabilmente non saranno ricomposte, anzi si acuiranno sempre di più nei prossimi anni. So come vanno queste cose fra compagni.

Però qui intorno a me vedo molte facce note di entrambi gli schieramenti. Mi sembra di fare un passo indietro lungo dieci anni e non a caso è qui che ci attestiamo e facciamo partire la resistenza. Un blindato dei Carabinieri prova a venirci addosso, ma le barricate tengono e loro restano bloccati. Poi partono le prime bocce, che qualcuno ha armato in fretta e furia, con la mano esperta di quel buon tempo antico.

Il muro di divise a questo punto esita. Si vede che gli piace picchiare di più i ragazzini indifesi. Non questi cani da presa, educati nelle giornate di marzo del Settantasette, a Voghera, a Montalto di Castro e via via nel corso di quella resistenza sotterranea degli anni Ottanta. Capiamoci: nessuno è venuto qua per fare la guerriglia. Altrimenti il corteo non avrebbe badato sostanzialmente a difendersi. Ma qua si tratta di lottare per la vita, perché di fronte non abbiamo un potere che vuole solo disperderci e allontanarci dalla zona rossa che comunque dista ancora qualche chilometro. E se vogliano le nostre vite se le devono venire a prendere.

Perché questi vogliono ammazzarci, darci una lezione davanti agli occhi del mondo. Pestarci a sangue per far capire a chi è a casa che ribellarsi è impossibile. Che un altro mondo può esistere al massimo nelle nostre teste. Almeno finché non troveranno il modo di estirparlo anche da lì. Non ho dubbi, quando vedo i pacifisti picchiati ferocemente nonostante le mani alzate. Non ho alcuna incertezza, quando i rivoli di sangue colorano l’asfalto intorno a me di un rosso brillante che scintilla sotto i raggi del sole. In un drammatico contrasto cromatico con le divise blu, verdi e nere che ci caricano senza sosta.

Poi a un certo punto arriva la notizia: “Hanno ammazzato un ragazzo”. “No, ne hanno ammazzati due: un francese e un italiano”. Sono minuti terribili, nei quali le voci si rincorrono frenetiche senza trovare conferme ufficiali. Sento montare una rabbia che mi soffoca più dei lacrimogeni, perché nonostante la tragedia non si placa la furia dei demoni in divisa. Continuano a caricare mossi da una forza che non può essere umana. Dopati, a occhio e croce, sotto le armature imponenti nel caldo soffocante. A pochi metri da me vedo picchiare con ferocia una ragazza del tutto disarmata. Le sue urla mi entrano sotto la pelle. Come quelle di un vecchietto col fazzoletto rosso al collo che viene pestato da sei, sette, carabinieri.

Poi mi sposto verso piazza Alimonda e lì lo vedo. Ho la netta percezione che mi ricorderò sempre di lui, ragazzo. Come l’ho visto pochi minuti fa prima che morisse: con il rotolo di scotch infilato nel braccio sottile, la canottiera bianca e il passamontagna. Solo che ora è riverso sull’asfalto. Carne inerte priva di vita. In lugubre contrapposizione con gli accenti e le lingue diverse di quella gioiosa armata Brancaleone, che appena poco fa continuava a scendere via Tolemaide nel sole di una torrida giornata di luglio. Pensando che poteva essere più forte dei signori della Terra.

Quando ancora nessuno sapeva che ti avrebbero ucciso. Nemmeno io lo sapevo. Nemmeno tu. E così, oggi a piazza Carlo Giuliani, ragazzo, lasciamo insieme al tuo corpo senza vita gli ultimi scampoli della nostra innocenza. Per sempre.

«Io, pacifista nell’inferno di Bolzaneto»

Bolzaneto

di Rosario Dello Iacovo

È ripartito, con la requisitoria dei pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, il secondo maxi-processo per i fatti del G8 di Genova: quello per le violenze sui manifestanti avvenute a Bolzaneto. Quarantasette gli imputati: sedici agenti penitenziari, quattordici poliziotti, dodici carabinieri e cinque medici. I capi d’accusa sono numerosi: abuso d’ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale, oltre che violazione della convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. L’ultima udienza è prevista per il 20 maggio, la sentenza dovrebbe arrivare entro il mese di giugno.

Massimiliano Amodio è uno degli arrestati. Napoletano, trentottenne, molto noto negli ambienti della sinistra cittadina. Negli anni 80, iscritto al liceo Labriola, è stato uno dei personaggi di spicco del coordinamento studentesco della zona flegrea, ha poi partecipato alla stagione della “Pantera” e dei centri sociali. Suo padre, Francesco, è il portavoce dei Cobas in Campania.

A Genova ha vissuto un’esperienza terribile, sia sul piano psicologico che fisico. Massimiliano, infatti, ha un problema congenito alle gambe per il quale è già stato operato e dovrà affrontare altri interventi in futuro. Nonostante l’evidenza della sua diversa abilità non gli sono state risparmiate umiliazioni e violenze, come lui stesso ci racconta.

Bolzaneto

Sei stato arrestato nel corso degli scontri?

«No, sono un pacifista militante. Non ho mai partecipato a scontri, né a Genova, né in altre occasioni. L’arresto è avvenuto sabato 21 luglio, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, nella scuola in Via Re di Puglia dove alloggiavamo. Eravamo in pochi: gli addetti al centro di comunicazione e qualcun altro che, come me, era troppo scosso per andare alla manifestazione. Improvvisamente, intorno alle 11 un plotone di celerini in assetto antisommossa ha fatto irruzione nel cortile della scuola. Alcuni di loro avevano il volto coperto da passamontagna e un atteggiamento molto aggressivo. Hanno portato via cinque, sei ragazzi, scelti fra quelli con un aspetto più “alternativo”. Io, pur essendo stato indicato dal funzionario in comando, sono riuscito a dileguarmi e a rientrare all’interno dell’edificio, ma pochi minuti dopo sono arrivati i carabinieri».

Sono stati loro ad arrestarti?

«Sì, ma non subito. Hanno iniziato a perquisire gli zaini, mentre un personaggio in borghese catalogava le riviste e i volantini rinvenuti nella struttura nonostante fosse materiale pubblico che circolava in quei giorni senza alcuna restrizione. Abbiamo vissuto una situazione kafkiana nella quale per ore non sapevamo cosa stesse accadendo, ma soprattutto con quale imputazione eravamo trattenuti visto che non avevamo commesso alcun reato. Poi siamo stati caricati a coppie su volanti della polizia e, dopo una sosta di circa venti minuti in un piazzale, portati a Bolzaneto».

Qui cosa è successo?

«Ci hanno fatto passare con le mani sulla testa fra due ali di celerini e ho intravisto due camere di sicurezza con le grate coperte da tende dalle quali venivano urla e lamenti. Una volta in cella ci è stato imposto di stare a gambe divaricate con la faccia rivolta verso il muro, guardati a vista e minacciati di percosse se ci fossimo mossi o avessimo parlato tra noi. Siamo rimasti in quella posizione dalle 15 fino all’alba del giorno dopo. Per me che ho problemi alle gambe è stata una vera e propria tortura. Ma peggio di me è andata a un occupante di una delle celle vicine con un arto artificiale (Mohammed Tabbach ndr). Gli urlavano di stare in piedi nonostante lui continuasse a ripetere che non ce la faceva più. A un certo punto, stremato, si è rifiutato di obbedire agli ordini e con la coda dell’occhio ho visto un gruppo di 4-5 agenti entrare in cella e picchiarlo ferocemente con calci e pugni».

A voi invece non è successo nulla?

«Purtroppo anche noi siamo stati vittima di intimidazioni e violenze. In particolare io e una ragazza (Katia Leone ndr) siamo stati presi di mira da un gruppo di agenti che stazionava all’esterno della struttura, vicino alla finestra della cella che come tutte le altre era ospitata nell’unico piano della struttura. Come ho detto ai giudici, vedevo solo le loro teste e quindi non sono in grado di dire a quale corpo appartenessero. Facevano squillare continuamente un cellulare la cui suoneria era “Faccetta nera” e ci deridevano. Io sono stato preso in giro per la mia bassa statura. Poi ci hanno sputato addosso e la ragazza ha iniziato a piangere. Non soddisfatti hanno spruzzato all’interno del gas lacrimogeno che ci ha provocato un forte malessere. A quel punto sono scappati via ridendo. Uno “scherzo” da militari che li avrà fatti sentire molto virili e fieri di sé stessi…»

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Avete avuto cibo e bevande?

«Nulla, solo due bottigliette d’acqua aperte che abbiamo diviso in dieci. Non sapevamo nell’acqua cosa ci fosse, ma avevamo troppa sete per evitare di bere. A un certo punto ho iniziato ad avvertire l’esigenza di andare in bagno e ho chiesto più volte di poterlo fare: mi è stato concesso dopo quasi un’ora. Un agente mi ha accompagnato e con la porta aperta ho dovuto fare i miei bisogni davanti a lui che mi diceva: «caca, merda, fai presto». Rientrato in cella mi è stato ordinato di rimettermi nella stessa posizione di prima, questo fino all’alba quando finalmente ci hanno permesso di sederci e vinti dal freddo e dalla stanchezza ci siamo addormentati. Al risveglio sono stato portato nel carcere di Alessandria e credo sia stata la mia salvezza, visto che alcuni agenti della polizia penitenziaria di Genova mi avevano detto che mi avrebbero massacrato di botte una volta arrivato a Marassi».

Ad Alessandria ci sono stati altri episodi di violenza?

«No, anzi, devo dire che le guardie carcerarie sono state molto gentili. Ci hanno permesso di lavarci fornendoci tutto l’occorrente e, nonostante la domenica in quel penitenziario sia previsto solo il pranzo e noi eravamo arrivati dopo, si sono prodigati per farci mangiare visto che eravamo a digiuno da oltre 36 ore. Se dovessero leggere questa intervista sappiano che non smetterò mai di ringraziarli».

Cosa ti ha colpito di questa esperienza?

«A Bolzaneto continuavano a ripeterci che in una così bella giornata di sole avremmo fatto meglio ad andare al mare. Quindi la nostra unica colpa è stata aver partecipato a quelle giornate di lotta contro i potenti del pianeta. L’esercizio di un diritto elementare è stato sufficiente a farci arrestare senza aver fatto nulla, a farci deridere, torturare e umiliare per le nostre idee e non per aver commesso crimini. Però ora gli imputati sono loro e spero che la giustizia faccia il proprio corso fino in fondo».

La Sinistra, periodico politico campano, maggio 2008