Napoli si rilancia con una milionaria cura del ferro

di Rosario Dello Iacovo

Una talpa s’aggira nel sottosuolo napoletano e scava. Indifferente ai problemi della città di sopra, la metropolitana avanza. Qui, dove i progetti sono spesso come Bagnoli, coniugati al futuro, fermi al presente e qualche anno dopo già emergenze, il metrò ha un indiscutibile pregio: si sta facendo davvero. Lo scenario 2011 prevede tre anelli, uno principale al centro e due rispettivamente a est e a ovest. Dieci linee, fra quelle esistenti, pianificate, progettate, da adeguare o costruire. Oltre cento stazioni e cento km di binari, ventuno nodi di interscambio e oltre 700mila passeggeri al giorno.

«Entro il 2011 la Linea 1 arriverà alla stazione centrale e al centro direzionale, per proseguire verso l’aeroporto dove si chiuderà finalmente il cerchio». Assicura Giannegidio Silva, presidente di Metropolitana di Napoli Spa, concessionaria dell’opera. «Ma già dal 2010 – precisa il responsabile del servizio infrastrutture del comune di Napoli, Gianfranco Pomicino – un servizio navetta collegherà Dante all’Università, oltrepassando le stazioni Toledo e Municipio che saranno aperte in seguito per problemi di natura diversa».

Il governo farà la sua parte garantendo le risorse con il Dpef 2008-2012, approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 giugno. «L’esecutivo ha fatto proprie le nostre proposte – ha commentato con soddisfazione il governatore Bassolino –, inserendo tra le opere prioritarie per lo sviluppo del Paese la realizzazione dell’alta capacità Napoli-Bari e il completamento della metropolitana».

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La linea 1, il metrò dell’arte, è l’asse portante della rete, già in esercizio per il 50% del percorso definitivo. Un circle line di 13 km che tocca centro storico, Vomero, periferia nord, aeroporto, centro direzionale, stazione centrale, porto e università. La linea 6 è destinata invece a collegare Fuorigrotta a Piazza Municipio dove incrocerà la linea 1. Progettata come linea tranviaria rapida, Ltr, e inclusa nei lavori di «Italia90», viene poi travolta da «Mani pulite». Edoardo Bennato cantò così lo stupore dei napoletani: pe duje anne e duje mise ‘o rummore m’ha acciso notte e ghiuorno, ma che tenevano a scavà…. m’o dicite sotto viale Augusto che ce sta? Il progetto è poi modificato in metropolitana leggera e l’11 gennaio di quest’anno è stata aperta una prima tratta di quattro stazioni.

La 3 e la 4, nella zona est, sono le tratte nel territorio del comune di Napoli di due linee della circumvesuviana. Su entrambe si sta lavorando per aprire nuove stazioni e aumentare la connettività. Stesso discorso a ovest per le linee 5 e 7, che sfruttano il percorso urbano della cumana e della circumflegrea, integrandolo con una bretella da Soccavo a Fuorigrotta e altre opere. Su questa tratta è in costruzione la stazione Monte Sant’Angelo, dove ha sede la seconda università di Napoli. Le linee 8, 9 e 10 sono invece solo pianificate. La prima va da Fuorigrotta a Bagnoli. La linea 9 collega il museo archeologico con quello di Capodimonte. La 10 da Piazza Cavour verso Piazza Carlo III, incrociando l’anello della linea 1 a Capodichino e proseguendo in direzione di Casoria e della stazione dell’alta velocità di Afragola.

Tuttavia, registrare l’avanzamento delle singole linee ha senso solo nella prospettiva strategica che il Comune avvia nel 1994 con gli indirizzi per la pianificazione urbanistica. L’idea di base è quella di unificare l’alta dotazione di trasporto su ferro in una rete; pianificando in modo integrato sviluppo dei trasporti e trasformazione del territorio. Diversi gli obiettivi: l’automobile come opzione e non come necessità, restituire spazio pubblico ai cittadini, rendere accessibili tutti i luoghi della città eliminando la gerarchia tra centro e periferia. Superare, in definitiva, il paradosso di una città con due linee metropolitane, sei regionali, quattro nazionali, quattro funicolari, ma allo stesso tempo paralizzata da un’insostenibile congestione del traffico.

Napoli, infatti, ha un rapporto precoce col trasporto su ferro. Il 3 ottobre del 1839 s’inaugura la Napoli Portici, l’esordio del treno in Italia. Nel 1888 la prima ferrovia urbana del paese, la cumana, seconda nel mondo solo alla metropolitana di Londra. Negli stessi anni si costruisce la prima funicolare. A settembre del 1925 è la volta del passante ferroviario che attraversa la città da est a ovest, il vecchio metrò, oggi Linea 2. Mancano però i nodi d’interscambio in grado di trasformare le singole tratte in una rete.

Già all’inizio degli anni sessanta si comincia a pensare alla costruzione di una nuova metropolitana. Nel 1975 Napoli svolta a sinistra, per la prima volta nella sua storia un comunista, Maurizio Valenzi, diventa sindaco. Un anno dopo e giusto in tempo per usufruire dei fondi previsti dalla legge n. 1042/69, partono i lavori al Vomero. Non c’è però un piano generale, né i finanziamenti per l’intera opera. Si procede al rilento fino al 1980 quando, in seguito al terremoto che colpisce la regione, il progetto si ferma definitivamente. Nel 1985 viene presentato un nuovo piano che, per accedere ai fondi europei di sviluppo regionale destinati ai collegamenti fra i centri cittadini e periferie, prevede il collegamento fra Piscinola e la zona collinare. I lavori riprendono e nel 1993 viene aperto il primo tratto da piazza Vanvitelli ai Colli Aminei.

Nello stesso anno Bassolino diventa sindaco di Napoli dopo la bufera di Tangentopoli. Il progetto è rilanciato in modo da creare una rete integrata, con parcheggi di interscambio, stazioni di qualità dal punto di vista estetico e architettonico, riqualificazione delle aree circostanti. Si recuperano nuove risorse: un miliardo di euro fra fondi europei, statali e locali. I risultati non si fanno attendere. Se dal 1978 al 1994 erano state aperte solo sei stazioni, nel decennio 1995-2005 sono ben quattordici e quindici km di binari. L’intero sistema è approvato nel piano comunale dei trasporti del 1997. Nel 2001 Bassolino viene eletto governatore della Campania e nasce la metropolitana regionale come estensione di quella di Napoli. Un’analoga operazione di messa in rete che riguarda le cinque province della Campania.

«La più grande opera pubblica in corso oggi in Italia dopo l’Alta velocità-capacità ferroviaria». La definisce l’assessore regionale ai trasporti, Ennio Cascetta. Dal 2001 a oggi oltre 40 km di nuove linee e 29 stazioni, quasi tre miliardi di euro spesi degli otto necessari al completamento dell’opera. Un piano articolato su alcune importanti caratteristiche: svolgimento delle corse ad orari a cadenza fissa, interscambi agevoli tra linee, numero elevato di fermate e parcheggi, biglietto integrato. «Perciò il sistema dei trasporti nasce da un’idea semplice quanto efficace – spiega il segretario della Filt-Cgil Campania Federico Libertino – integrare i molti pezzi di linea su ferro esistenti con le opere di nuova costruzione in una rete che deve fungere da volano per lo sviluppo dell’economia regionale».

Napoli ha un milione di abitanti e uno sviluppo caotico. Il 94% della popolazione vive sul 37% del territorio con una densità di 8551 abitanti per km/q. Altri due milioni risiedono in provincia, che costituisce col capoluogo un’unica area metropolitana dove sono immatricolati due milioni di automobili. Al ritmo di crescita attuale saranno tre nel 2013: una per ogni abitante. In questo contesto il completamento della metropolitana è uno strumento decisivo. Parla chiaro il primo rapporto campano sulla mobilità pubblicato di recente. Negli ultimi sei anni (che coincidono con lo sviluppo del sistema dei trasporti su ferro) sono 350.000 le automobili in meno ogni giorno sulle strade della regione, di cui oltre il 50% nella sola provincia napoletana.

Ma non solo. La metropolitana risponde anche a esigenze di sistemazione urbanistica. Il sistema di strumenti per il governo della mobilità e del territorio ha inizio con gli indirizzi per la pianificazione urbanistica, approvati dal consiglio comunale il 19 ottobre 1994. Questo documento dà l’avvio ad un processo di governo delle trasformazioni territoriali in cui le scelte per i trasporti e la mobilità sono integrate con gli scenari di sviluppo e trasformazione urbana. Il principio consiste nell’aumentare l’accessibilità. Da una parte servire con nuove stazioni e nuove linee aree ad elevata densità di residenti e dall’altra utilizzare le nuove stazioni come occasione di riqualificazione urbana in contesti degradati. «Sono i principi di base del Transit Oriented Development – spiega Enrica Papa dell’università Federico II – ovvero di crescita o riqualificazione urbana orientata al trasporto pubblico attraverso il recupero di interi pezzi di città intorno ai nuovi progetti della metropolitana».

Esprime timori sugli scenari futuri però Massimo Cosentino, segretario regionale campano del sindacato autonomo Or.s.a. «Secondo il decreto Lanzillotta – dice – anche il trasporto passeggeri dovrà essere privatizzato. Il Comune ha espresso la volontà di mantenere il controllo, attraverso Metronapoli e A.n.m., della metropolitana, ma siamo sicuri che abbia le risorse necessarie per garantire lo sviluppo dei progetti e la manutenzione ordinaria dei treni ormai in esercizio dal 1993?» In tal senso Cosentino ritiene fondamentale in vista di eventuali privatizzazioni che: «si proceda a una clausola sociale, con un contratto unico per i lavoratori del settore che sia obbligatorio per le aziende che dovessero subentrare nella gestione del trasporto pubblico».

Il Manifesto, gennaio 2008

Castel Volturno, Crack-city

di Rosario Dello Iacovo

Sbucano dalle tenebre di una gelida notte di marzo dalla pineta di Castel Volturno. I muscoli del volto tirati, l’espressione contratta e gli occhi spalancati dei fumatori di crack o le pupille a spillo dei tossici di “roba”. Sono i pusher nigeriani della più grande “base” di cocaina ed eroina da fumare della Campania, l’anello debole di una catena che produce profitti enormi, ma vivono in case diroccate, senza energia elettrica ed acqua corrente, mentre tra le loro mani scorre un fiume di denaro destinato ad alimentare altri mari. Ci chiedono sigarette, perché la cenere è il braciere indispensabile sul quale fumare la sostanza, poi subito dopo la domanda di rito in un italiano dalla pronuncia stentata: “cosa volete?” Gli diciamo che vogliamo comprare, ma che preferiamo toglierci di lì.

Parcheggiamo e ci inoltriamo nella pineta seguendo i nostri interlocutori. Inizia così il nostro viaggio nelle crack-house di Castelvolturno, un luogo unico in Italia, che rimanda più alle immagini viste nei film e nei documentari sulla comunità nere delle città statunitensi che allo spettacolo ordinario della tossicodipendenza di casa nostra. O forse è solo un’anteprima. Lo specchio di come si stiano modificando radicalmente i modelli di consumo e delle dinamiche di controllo sociale attuate attraverso la diffusione della cocaina. L’abbassamento del prezzo e la diffusione capillare sono in qualche modo in diretta correlazione con la globalizzazione dei mercati e provocano un mutamento sostanziale dell’identikit del consumatore medio. Dalla cocaina come droga dei ricchi si sta rapidamente passando al crack come sostanza per l’esercito dei disperati delle periferie.

Arriviamo nei pressi di un gruppetto di edifici e diciamo ai pusher che vogliamo un grammo di crack e uno di off-white. Il primo termine si riferisce alla cocaina fatta bollire, in una soluzione d’acqua e bicarbonato o ammoniaca, ottenendo una pietra dura, libera da impurità, che si fuma in pipe ricavate da bottigliette di minerale, riempite d’acqua per 2/3. L’off-white, invece, prende il nome dalla posizione off di un interruttore, perché è una sostanza che “spegne”, e white, semplicemente, perché è bianca. Si tratta di eroina thailandese e si consuma con pipette di stagnola, stendendola sulla carta argentata e scaldandola con l’accendino, in modo da provocare una spirale di fumo dall’odore dolciastro. L’off-white si usa per calmare la coazione a ripetere tipica della cocaina e che, nel caso del crack, assume un’intensità impressionante.

Entriamo in una casupola illuminata dalla sola luce di una candela, all’interno ci sono 5 persone, un nigeriano e 4 italiani, sono dei clienti che preferiscono fumare direttamente qui, è un’abitudine abbastanza diffusa. Dopo pochi minuti uno dei nostri iniziali interlocutori torna con le sostanze e comincia ad armeggiare per preparare davanti ai nostri occhi il famigerato crack in tempo reale. Gli altri non sembrano nemmeno farci caso, intenti a passarsi di mano in mano la bottiglietta.

La presenza dei nigeriani a Castelvolturno risale a oltre dieci anni fa. All’inizio avevano messo in piedi autonomamente l’attività di spaccio, poi avevano dovuto inevitabilmente scendere a patti coi clan locali versando un “pizzo”. Prima dell’accordo c’era stato il macabro ritrovamento nel fiume Volturno di alcuni corpi di spacciatori neri segati letteralmente in due. Secondo le indagini della DDA di Napoli per il processo “Spartacus”, quegli omicidi sono riconducibili al superboss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, ostile alla penetrazione delle bande nigeriane nell’attività di spaccio in provincia di Caserta. Successivamente, i contrasti sorti nel 1999, nell’ambito del cartello dei “Casalesi”, fra “Sandokan” e il clan Bidognetti, hanno creato le condizioni per un rapporto più organico fra quest’ultimi e i nigeriani, che nel frattempo dalla struttura originaria a bande criminali sono passati a un’organizzazione simile a quella dei clan albanesi, con ruoli e gerarchie ben definite della quale si sa pochissimo. Solo le indagini del Pm Raffaele Marino stanno aprendo un piccolo varco.

Ultimate le operazioni il nostro pusher ci consegna le due palline chiedendoci 60 euro per l’off-white e 40 per il crack, ci avverte, però, che per due persone la coca da fumare non basterà. C’è chi arriva a fumarne anche più di 10 grammi al giorno, gli effetti sociali per ora non si notano, ma quanto tempo passerà prima che cadaveri ambulanti percorreranno le nostre con una bottiglietta in tasca a caccia di una dose da fumare? Anche il mercato cittadino si sta adeguando, pare che con soli 20 euro si compri una pallina di crack anche alla “vela gialla” di Scampìa, alle case popolari di Melito o alla via terza alveo artificiale a San Giovanni a teduccio.

Nicola Ferraro: l’uomo della monnezza

di Rosario Dello Iacovo

Quali scenari possibili per l’emergenza rifiuti in Campania dopo i risultati delle regionali? La domanda è lecita in virtù del successo dell’Udeur e della presenza al suo interno di una cordata di imprenditori legati proprio al ciclo dello smaltimento. Fra questi spicca la figura di Nicola Ferraro, neoeletto consigliere nella circoscrizione di Caserta con oltre 12.000 preferenze e l’appoggio autorevole e familisticamente trasversale dello zio Pietropaolo Ferrajuolo, consigliere uscente di Forza Italia.

La sua storia di imprenditore inizia nel 1993, quando rileva una piccola azienda: la “Ecocampania” Srl. A dicembre il primo importante appalto col comune di Santa Maria C.V. all’epoca in regime commissariale, con un’offerta al ribasso del 30%. L’accordo viene poi ratificato dalla giunta di centro-sinistra che si insedia poche settimane dopo. Nel primo periodo di attività alla “Ecocampania” vengono elevate da parte del comune casertano multe per complessivi 370 milioni delle vecchie lire per inadempienze contrattuali. Si tratta però di una fase di riorganizzazione nella quale l’azienda paga l’eredità negativa della vecchia gestione.

In poco tempo Nicola Ferraro acquisisce esperienza e moltiplica le aziende del gruppo. Arrivano così gli appalti con numerosi comuni casertani, vincendo la concorrenza delle aziende napoletane che avevano precedentemente il monopolio in terra di lavoro. Ma non solo, le certificazioni iso 9000 (sistemi di qualità aziendale) e iso 14000 (sistemi di gestione ambientale) permettono alla holding Ferraro di espandersi oltre i confini regionali e di assicurarsi gli appalti con numerosi comuni italiani, fra i quali spiccano Assisi, Formia e Gaeta. Il risultato più significativo arriva però dal nord, quando la “Green line” (altra azienda del gruppo) ottiene il contratto di disinfezione e disinfestazione col comune di Milano.

L’ascesa rapidissima provoca numerose denunce anonime e il monitoraggio delle aziende per due anni da parte di una commissione d’accesso che effettua rigorosi controlli senza riscontrare, però, alcun tipo di illegalità nella gestione.

Ma se da un lato il Nicola Ferraro imprenditore risulta inattaccabile e le sue imprese votate a una mission aziendale che fa della qualità dei servizi il punto di forza, va da se che dopo l’elezione al consiglio regionale la sua posizione si fa delicata. Potrebbe palesarsi un classico conflitto d’interessi, soprattutto dopo il via libera di ieri del Senato al decreto sull’emergenza rifiuti in Campania.

Provvedimento che aumenta i poteri del commissario straordinario in evidente contraddizione con l’opcm 3417 art. 6 (ordinanza del presidente consiglio dei ministri) pubblicata sulla gazzetta ufficiale del 29 marzo che parla, invece, di progressivo trasferimento delle competenze dal commissario Catenacci alla regione Campania. Perdurando la situazione di straordinarietà i servizi regionali in materia di ciclo integrato dei rifiuti potrebbero essere affidati a una cordata di imprenditori.

Camorra, un’istantanea dei clan a Napoli

di Rosario Dello Iacovo

La guerra che oppone Paolo Di Lauro agli “scissionisti” ha fatto puntare i riflettori su Napoli nord, ma la presenza della camorra si estende capillarmente in tutta la città e mentre a Secondigliano e Scampìa si spara, altrove i clan continuano con discrezione a portare avanti le proprie attività criminali, agevolati dal fatto che l’azione di contrasto delle forze dell’ordine si dispiega soprattutto nei quartieri della periferia settentrionale. L’emergenza in realtà è ovunque, anche quando sembra regnare uno stato di apparente quiete.

A Napoli est lo spaccio non è capillare, ma l’eroina viene venduta regolarmente da anni nel Rione De Gasperi, vera roccaforte del clan Sarno, che esercita un’egemonia incontrastata nella zona di Ponticelli, dopo aver rintuzzato il tentativo “scissionista” di Antonio De Luca Bossa, noto col soprannome di Tonino ‘o sicco. L’autobomba e la conseguente strage di via Argine segnò il punto più alto e cruento dello scontro.

San Giovanni a teduccio è il regno dei Mazzarella, clan potentissimo, che secondo le dichiarazioni del pentito Salvatore Giugliano, detto ‘o muntone, l’ultimo dei fratelli maschi della famiglia malavitosa di Forcella, insieme ai clan Misso, e Licciardi è ai vertici della camorra e ha esteso il suo potere fino al centro storico, insediandosi da qualche anno a Forcella, dopo il declino e il pentimento dei vertici del clan Giuliano. Qui recentemente è stato ammazzato il 28enne Eduardo Bove, reggente per conto dei Mazzarella, che stava tentando di rendere autonomo il suo potere.

A San Giovanni lo spaccio è un’attività florida e storica e soddisfa la domanda, oltre che della zona orientale di Napoli, dei comuni di San Giorgio a Cremano, Portici e San Sebastiano al Vesuvio. Eroina, cocaina e hashish le sostanze vendute, il rione Villa, il rione Pazzigno, le palazzine del cosiddetto Bronx a via Taverna del ferro le “basi” storiche. A Barra sono attivi il clan Aprea e Cuccaro, qui lo spaccio di eroina e cocaina viene esercitato prevalentemente nelle palazzine bipiani a circa 500 metri della stazione della Circumvesuviana. Fra le attività prevalenti dei clan dell’area orientale c’è senza dubbio l’estorsione ai danni delle industrie e degli esercizi commerciali della zona, che assume aspetti feroci e vessatori anche rispetto ai normali standard della camorra.

Il controllo della prostituzione nel perimetro compreso fra via Argine, via Galileo Ferraris, via Ferrante Imparato e via De Roberto è un’altra importante voce di bilancio. Qui ogni sera lungo i marciapiedi prendono posto centinaia di prostitute africane, polacche, russe, ucraine, un vero e proprio nel supermarket del sesso. Le più economiche sono le africane, che offrono prestazioni sessuali a soli 10 euro, è necessario il doppio, invece, per una ragazza dell’Europa orientale. Le africane, prevalentemente nigeriane, ma anche del Ghana e della Costa d’Avorio, d’età compresa fra i 18 e i 25 anni, vivono una condizione di vera e propria schiavitù: vendute in patria ai mercanti di carne umana, vengono fatte entrare in Italia clandestinamente o con documenti di immigrate regolari e qui sono affidate al controllo di una Madame, un’immigrata anziana, spesso anche lei un’ex prostituta. Il loro grado di ricattabilità è elevatissimo, perchè l’organizzazione, in caso di fuga o ribellioni, attua ritorsioni nei confronti dei familiari nei paesi di provenienza.

Lo spaccio è molto attivo anche al centro antico per la presenza di locali e luoghi di ritrovo di giovani provenienti dai diversi quartieri della città. Soprattutto cocaina, hashish e erba superskunk, che viene prodotta in microserre illuminate da speciali lampade 24 ore su 24 e con una percentuale di thc ben più elevata della marijuana coltivata con metodi tradizionali, Lungo i decumani l’attività è a ciclo continuo, in modo discreto durante le ore diurne e in maniera più evidente a partire dalle 22. Basta percorrere gli stretti vicoli con un minimo di attenzione e salta subito all’occhio la presenza di gruppetti di ragazzi intorno ai 20 anni che gestiscono un viavai continuo di clienti. Le dosi sono sostanzialmente di due tipi: il “pezzo” da 25 e quello da 50 euro, corrispondenti rispettivamente a 0.3 e 0.6 grammi della sostanza. Lungo ogni decumano ci sono molte “basi”, distanziate spesso poche centinaia di metri l’una dall’altra e tutte hanno un giro d’affari molto elevato, soprattutto grazie al boom della cocaina verificatosi da qualche anno.

Situazione analoga, anche se di dimensioni più ridotte, ai Quartieri Spagnoli, altra zona tradizionale di spaccio al centro storico, dove si starebbe riorganizzando la famiglia dei “Faiano”, dopo la recente scarcerazione di Mario Di Biase, accreditato come il vero boss del quartiere.

Il Manifesto 16 febbraio 2005

Piazza telematica di Scampia, più che virtuale, fantasma

di Rosario Dello Iacovo

Quali segreti impenetrabili si nascondono dietro la piazza telematica di Scampìa? Il sindaco Iervolino ne ha annunciato in settimana l’imminente apertura, ma per noi le porte sono rimaste inspiegabilmente chiuse. Vicenda davvero singolare: una struttura in procinto di inaugurare che viene invece blindata allo sguardo (indiscreto?) della stampa. Stranezze della politica.

La piazza telematica c’è, o meglio: l’edificio che dovrebbe ospitarla esiste, ma quello che c’è dentro sembra essere una questione privata, un affare di famiglia potremmo dire, se solo l’espressione non rimandasse maliziosamente alle vicende di cronaca. Un’anomalia, quindi, per quello che dovrebbe essere uno dei punti principali del progetto di riqualificazione della periferia nord. In teoria, perché nella pratica le cose vanno spesso in un’altra direzione, soprattutto a Scampìa.

Quella della Piazza Telematica è una storia antica. Si parte dall’avveniristico progetto datato 1995, i lavori iniziano tre anni dopo e vengono completati nel 2003. Il costo complessivo è di 3 milioni di euro, finanziati nell’ambito del “progetto pilota urbano” dell’Unione Europea e in parte dal CIPE. Nel 2003 la struttura viene affidata alla “Seterna Spa”, una società comunale che gestisce i servizi sociali e di cui è amministratrice delegata Alessandra Bocchino. Da allora il vuoto con la risibile eccezione di un corso di “taglio e cucito” sovvenzionato dalla Regione, che dovrebbe partire. Poi i corsi di “alfabetizzazione informatica” e di “ceramica” dell’associazione “Piazziamoci”, uno sforzo certamente encomiabile, ma che resta circoscritto all’ambito del volontariato e non a quello dell’intervento istituzionale.

Una contraddizione stridente col progetto che invece prevede, su due piani, un’area di accoglienza e informazione, un’area commerciale destinata ai negozi, uno spazio di socializzazione e svago con un internet cafè e una bibliomediateca, sportelli di orientamento scolastico e servizi ad alto profilo tecnologico per le imprese e l’associazionismo. 50 postazioni internet, 2 sale per video conferenza, strumenti di supporto al business.

Un’opera ambiziosa. Per questo ci mettiamo in viaggio per Scampìa con la speranza di comprendere perché la struttura resta ancora chiusa. Così, in compagnia del consigliere circoscrizionale dei DS Antonio Musella, ci rechiamo in Via Labriola, dove si trova l’edificio. L’accesso al pubblico non è consentito, ma otteniamo dalla guardia giurata un colloquio con un responsabile. Dopo un’attesa di circa 10 minuti il cancello automatico finalmente si apre. Entriamo.

Dalle finestre fanno capolino volti sorpresi e sguardi preoccupati. Un’atmosfera da film horror e noi nell’insolita parte dell’acchiappavampiri sulle tracce del conte Dracula. Non abbiamo paletti di frassino, ma poco importa perché poco dopo la nostra impressione trova conferma: non siamo graditi. Un addetto alla segreteria telefona alla direzione centrale della “Seterna”, in via Ponte di Tappia. Dall’altro lato del filo il funzionario Maurizio Molinari è categorico: “non è possibile visitare la struttura, non mettetemi in difficoltà”.

Quali siano queste difficoltà non è lecito saperlo. Nemmeno le assicurazioni di voler mostrare l’altra Scampìa, quella che dovrebbe vivere nella normalità dello sviluppo, nella legalità, sortiscono l’effetto sperato. Forse perché quest’altra Scampìa semplicemente non esiste o perlomeno non abita qui nella piazza telematica? Dietro i 2700 metri quadri di questa struttura, che fonti ben informate definiscono “già obsoleta”, c’è il vuoto? I dubbi sono forti, soprattutto alla luce di quanto constatatiamo in prima persona. L’ingresso è disadorno, nessuna postazione visibile, qualche computer qua e là negli uffici lungo il corridoio che percorriamo, mentre vengono chiuse frettolosamente le porte al nostro passaggio.

Ci congediamo. Fuori è un’altra giornata di guerra, ma questa volta la camorra non c’entra è solo ordinario degrado. Nella notte di martedi un corto circuito ha distrutto i contatori dell’Enel della vela D, fiamme alte fino al terzo piano, una tragedia sfiorata. “E’ terribile vivere nelle vele, si gela d’inverno e si soffoca d’estate – dice malinconico Antonio Musella – io avevo un contratto di sei mesi, ci sono rimasto 21 anni”. Forse è il caso di fare presto, Scampìa non ha più tempo per sognare il futuro.