Judo per un’altra periferia possibile, ma le Istituzioni latitano

di Rosario Dello Iacovo

«Il centro judo che ho aperto insieme alla mia famiglia a Scampìa, andrà avanti in ogni caso. Voglio dare ai bambini del mio quartiere la possibilità di fare sport sul serio, ma chiedo l’aiuto concreto di sponsor e istituzioni». Le parole del 29 enne judoka napoletano Pino Maddaloni evocano antichi fantasmi. Su tutti quella maledizione di «sport minore», avversario tenace, che non va al tappeto nemmeno se ad affrontarlo è un campionissimo come Pino, con un palmares chilometrico nel quale spicca l’oro alle Olimpiadi di Sidney 2000. Uno status di minorità che al sud si traduce in assenza d’investimenti da parte degli imprenditori. «Ma anche in scarso interesse delle istituzioni e lungaggini burocratiche inaccettabili», è l’amara denuncia dell’atleta, intervenuto la scorsa settimana a Pozzuoli, in provincia di Napoli, alla presentazione del Master in «Strategie per il business». Un corso di management sportivo, nato dalla collaborazione tra Università Ca’ Foscari di Venezia, VerdeSport, società del gruppo Benetton, e Assosport.

«La Ghirada», la grande città dello sport costruita nel 1985 dalla Benetton alle porte di Treviso e più volte evocata nel corso del Master, sembra però lontana anni luce dalla realtà di Scampìa. Dove il «Clan Maddaloni» ha aperto una palestra di 400 metri quadri, un progetto rivolto soprattutto ai bambini. Quelli «a rischio», coi genitori in galera, disoccupati o agli arresti domiciliari, ma anche agli altri piccoli abitanti di un quartiere difficile. Corsi gratuiti per le fasce più deboli e per cinquecento studenti degli istituti scolastici della zona. Gli altri iscritti, un centinaio, pagano rette accessibili che non superano i 25 euro mensili.

È questa la ricetta del «Clan Maddaloni», che si chiama esattamente così, una provocazione che ha il sapore della sfida pericolosa nella terra dei clan. I suoi affiliati non maneggiano mitragliette uzi di ultima generazione o la famigerata pistola nove pe vintun’, che da queste parti emettono sentenze tanto rapide quanto inappellabili, aggiornando con frequenza quasi quotidiana il conto dei morti. E nemmeno gestiscono il più grande mercato di sostanze stupefacenti d’Italia, che è Scampìa. La loro formula è di altra natura: lo sport come riscatto sociale. Espressione abusata, ma che nel caso di Pino si traduce in 13 titoli italiani, la medaglia d’oro nella Coppa del Mondo 2002, i giochi del Mediterraneo e il titolo di Campione del mondo militare conquistati quest’anno, oltre che l’oro di Sidney e un’infinità di altri trofei. Un concordato, stipulato recentemente col carcere minorile di Nisida, permetterà ai giovani di frequentare gratis i corsi di judo, per favorirne il reinserimento una volta scontata la pena. Fatti, determinazione di una periferia che fa footing tra le sagome grigie e ingombranti delle «Vele» superstiti, come lo stesso Pino e suo fratello minore, il 21 enne Marco, laureatosi Campione europeo under 23 lo scorso anno.

C’è la concretezza dei percorsi dal basso nella vicenda della famiglia Maddaloni. «Trasformare la violenza negativa in aggressività positiva, rispetto per l’avversario, umiltà», spiega Giovanni, padre di Pino e Marco e anch’egli judoka dal 1975, coi maestri Enrico Bubani e Nicola Tempesta. Un capofamiglia cresciuto a Napoli nord, nel popolare rione San Gaetano, dove i Maddaloni si trasferiscono nel 1959 dall’originaria piazza Mercato. Con loro, dal ventre di Napoli, arriva un fiume umano destinato a gonfiare a dismisura periferie costruite già a misura di disagio: senza servizi, impianti sportivi, luoghi di aggregazione. Poi il nucleo familiare si sposta nel 1975 al rione Don Guanella, sempre a Miano, e infine alla «Vela marrone» di Scampìa, oggi abbattuta, fino al 1993. Inizia così, con un tour nella terra di nessuno della Great Secondigliano, l’impegno sociale del «Clan Maddaloni». Prima presso la palestra «Star judo», corsi gratuiti per duecento bambini della Fondazione Fernandez e della parrocchia di Padre Carlo, un prete di frontiera. Oggi, finalmente, una struttura propria, dove «da qualche giorno il campione olimpionico può farsi la doccia con l’acqua calda, dopo tre mesi di solleciti per l’allaccio di gas ed energia elettrica», dice sarcastico papà Gianni. Al Master organizzato dalla Benetton a Pozzuoli c’erano il sindaco di Roma, Veltroni, e quello di Catania, Scapagnini. A rappresentare il Comune di Napoli l’assessore ai servizi cimiteriali Paride Caputi. Una scelta stravagante in una città tradizionalmente attenta alla superstizione. Avremmo voluto chiederne i motivi alla Iervolino, oltre che un commento alla richiesta d’aiuto di Pino Maddaloni. Il suo ufficio stampa, più volte sollecitato in questi giorni, ha opposto un garbato, ma netto rifiuto. «Il sindaco ha pressanti impegni politici», ci è stato detto. Speriamo che qualcuno di questi riguardi Scampìa.

Il Manifesto del 17 novembre 2005