Gomorra, la serie: warfare in Napoli!

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di Rosario Dello Iacovo

Ci sono più morti ammazzati nel trailer della serie Gomorra che negli ultimi tre anni a Napoli. Chiaramente aspetto di vederla prima di dare un giudizio, ma se il film mi era piaciuto molto per il realismo e per la descrizione minuziosa della vita miserabile dei salariati e dei capetti del Sistema, che non produce meccanismi di identificazione, comincio a provare un certo fastidio di fronte alla rappresentazione di una Napoli in guerra perenne.

A Napoli la guerra c’è, certo, ma è quella per il reddito e il lavoro, per la salute e l’ambiente, contro le discariche e gli inceneritori. E a conti fatti è una realtà non dissimile da quella di altre metropoli, soprattutto del sud del mondo e in particolare quelle collocate in territori che sono a tutti gli effetti colonie interne delle nazioni di cui fanno parte, dove le organizzazioni criminali svolgono una funzione ausiliaria di controllo del territorio.

Vi sembrerà strano, e a qualcuno di voi che non è napoletano apparirà davvero strano e singolare, o frutto di un’omissione omertosa da parte mia, in virtù di una narrazione mediatica che equipara Napoli al far west, ma io non ho mai visto sparare a nessuno, eppure sono cresciuto fra Secondigliano e il Rione Amicizia, due zone popolari della periferia nord. Certo, so che in quel bar hanno ammazzato qualcuno, che in quella piazza c’è stato un omicidio di camorra, ma qualcuno l’hanno ammazzato pure a Lupus Street a Londra, all’angolo di quella Claverton Street dove ho vissuto per alcuni mesi l’anno scorso, a poco più di un miglio da Buckingham Palace e dalla Regina, nel centralissimo quartiere di Pimlico. Nella fattispecie, un ragazzino di sedici anni stabbed to death, accoltellato a morte da una baby gang.

Io penso che ci siano due problemi nei film sulle mafie. Il primo è il registro narrativo: se si dipinge una banda di fascisti e sottoproletari come la Magliana, implicata nelle vicende più oscure della seconda Repubblica, con i tratti cool e trendy del Freddo o di Dandy, beh non ci stupiamo se poi i social network si riempiono di ragazzini o di coglioni un po’ più attempati che adottano quei soprannomi come nicknames. Ma nella realtà dei fatti, quanti ragazzini killer esistono, per esempio, oltre la finzione dei set cinematografici e televisivi? Il secondo invece è la reiterazione degli stereotipi con i quali gli italiani rappresentano nel proprio immaginario alcuni territori.

Conosco persone che non sono mai state a Napoli perché temono per la loro incolumità, eppure io ho visto scippi sulle Ramblas a Barcellona o risse e rapine a Piazza Dam ad Amsterdam, ma anche a Milano. E prima di ogni altra cosa, qualsiasi racconto sulle mafie non può prescindere da una loro lettura come fenomeno capitalistico, non solo perché profondamente intrecciato con la cosiddetta economia legale, ma perché strutturalmente basato sulla valorizzazione delle merci, sull’estrazione di plusvalore, sulla logica del profitto. Senza, ci si riduce al macchiettismo del caratterista, con una pericola inclinazione verso quei meccanismi di emulazione che legittimano il fenomeno criminale proprio per quella carica eversiva, che in realtà non possiede.

Il mafioso è l’altra faccia del capitalista, perché lo status di illegalità di una merce non la rende più sgradita o meno legittima, ma soltanto più remunerativa. E questo ce lo insegnano molto meglio di tanti saggi scrittori come Don Winslow o Massimo Carlotto, che personalmente non riuscirò mai a ringraziare abbastanza. Aspetto perciò di vedere la serie, e non mi basterà che sia un po’ meglio dell’accozzaglia trash del Clan dei camorristi, una delle peggiori nefandezze mai commesse contro Napoli e il popolo del Sud.

Se la secessione bussa seriamente alla tua porta

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di Rosario Dello Iacovo

Mentre qua mi dànno del borbonico appena parlo del sud, altrove i processi si compiono. «Ora la macroregione arrivi fino in Emilia Romagna» tuona il leghista Tosi, dopo l’elezione della camicia verde Maroni a governatore della Regione Lombardia. A sinistra invece sulla questione si glissa.

Da un lato, c’è l’avvilente cecità della sinistra istituzionale che sventolando qualche tricolore qua e là ha liquidato la questione, mentre contemporaneamente una parte del PD al nord da anni dà legittimità alla cosiddetta questione settentrionale. La doppiezza togliattiana fa sempre scuola, e non potrebbe essere altrimenti per una classe politica logora e tatticista che del vecchio PCI ha ereditato solo i difetti.

Dall’altro, si assiste al silenzio sostanziale di quella di Movimento: il sud viene tuttalpiù evocato simbolicamente, mai indagato e posto come punto di partenza dell’azione politica. Anche quando l’aggiunta dell’aggettivo “ribelle” costò ad alcun* compagn* carcere speciale e un processo con gravissime imputazioni, fortunatamente sgonfiatosi col tempo, non si seppe trasformare quell’allusione nominale in percorso programmatico e inchiesta sociale.

È dal 2006 che provo a parlare della questione. Fu il mio primo viaggio a Barcellona ad aprirmi gli occhi, anche se nei primi anni novanta ero già stato due volte nei Paesi Baschi, in Corsica e successivamente in Sardegna, reagendo ai discorsi degli indipendentisti con supponenza sinistroitaliota. Perché allora guardavo la questione più dal punto di vista della radicalità e della connotazione di sinistra, che da quello della territorialità della proposta politica. In fin dei conti, mi sono detto poi, cosa me ne fotteva dell’integrità territoriale dell’Italia e di qualsiasi altra nazione, se ero internazionalista? Quella la molla che trasformò i miei occhi sbarrati davanti agli indipendentisti sardi, come se avessi visto un leghista, in voglia di capire.

A Barcellona mi accorsi definitivamente che le nazioni, che ci immaginiamo monocolori come le cartine degli atlanti geografici, in realtà sono degli organismi complessi, ma soprattutto storicamente determinati. La Spagna si presta molto a questo tipo di lettura, soprattutto se la attraversi in macchina in lungo e in largo per un mese. Lì mi accorsi che le nazioni vanno e vengono, che la ricchezza di certi territori in certi casi si basa sul sottosviluppo forzato di altri, che esistono colonie interne non dichiarate che non devono produrre, ma solo consumare, che aveva ragione Marx quando parlava di Nebenlander (territori dipendenti), a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale viene bruscamente stroncato a profitto del paese dominante.

Solo che Irlanda e Inghilterra sono due nazioni diverse nella percezione comune. La Catalogna ha le sue Istituzioni e la sua lingua ufficiale, oltre che periodiche e frequenti smanie indipendentiste. Il sud Italia invece no, non ha nulla di tutto questo, come se i seicento anni di esistenza come Stato indipendente (il più grande e quello con le casse più piene) non fossero mai esistiti.

È dal 2006 che provo a parlarne, ovviamente in una prospettiva radicale e di sinistra, perché pur non avendo ancora scoperto Nicola Zitara, l’unico vero studioso marxista della questione meridionale (e perciò sconosciuto alla sinistra meridionale), già allora pensavo che non ha senso cambiare semplicemente il padrone al quale devi obbedire. Perché la povertà, la disuguaglianza, il saccheggio del territorio, l’emigrazione, la mancanza di infrastrutture e di opportunità, gli indici di degrado e criminalità, sono gli unici elementi per i quali vale la pena fare una battaglia meridionalista che sia anche lotta di classe.

Provo a parlarne da allora, ma vengo mediamente definito borbonico. E pure quando a un’assemblea di Movimento per organizzare un corteo per il 150° anniversario dell’unità d’Italia (che ovviamente non si fece), feci un lungo intervento spiegando bene che parlavo di Marx, di accumulazione originaria, di capitale coloniale, di sottosviluppo forzato come condizione dello sviluppo industriale del nord, gli esiti furono gli stessi. Anzi, in quella occasione una mail che arrivò anche a me, perché il genio che la redasse non sapeva che ero iscritto alla mailing list, venivo curiosamente definito un comunista-borbonico. Non c’è niente da fare, quando parli di sud a sinistra, il borbonico te lo becchi sempre.

Eppure io lo so che indipendenza in sé non vuol dire nulla. Te la riconoscono quando è funzionale agli interessi dei paesi più ricchi, come è avvenuto nell’area della ex Jugoslavia. Una strategia che criminalmente iniziò col riconoscimento della Slovenia da parte della Germania per includerla nell’area del marco, per culminare poi nelle sanguinosissime guerre e lo smembramento del paese. Oggi, grazie a quelle vicende, per esempio, la Fiat apre in Serbia e paga un operaio 400 euro al mese. Mentre tutta l’Europa diventa area del marco, al quale hanno cambiato nome chiamandolo euro.

Provate a chiedere ai Baschi, ai Corsi, agli Irlandesi o ai Sardi, se hanno trovato una Germania disposta a riconoscere la loro proclamazione unilaterale di indipendenza, o se hanno conosciuto morte, carcere e repressione spietata. Quando vuoi smettere di servire un padrone e non semplicemente cambiarlo, non la trovi una Germania. E nemmeno un’Italia, se non gli regali la tua classe operaia a 400 euro al mese a un tiro di schioppo dai suoi principali mercati e dal cuore dell’azienda.

A questo punto voi mi direte: ma perché ci stai parlando di indipendenza? Perché nonostante la maggior parte degli italiani non se ne sia accorta è in corso già da anni una secessione soft, ma sostanziale. Se fra il 1950 e il 1973 la distanza fra le due parti del paese è diminuita, da allora in avanti ha ripreso a crescere e infine, con la Lega al governo, a correre, producendo la drammatica fotografia scattata dallo Svimez: “Ci vorranno 400 anni per colmare il gap tra Nord e Sud” http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/09/26/777834-svimez-400-anni-per-colmare-gap-nord-sud.shtml

Ora la Lega governa Piemonte, Lombardia e Veneto, ma non è solo questione di Lega, anche il varesino Monti ha governato nel solco tracciato dai suoi predecessori padani. Ho la sensazione però che la questione non finisca qua, soprattutto nel ciclone della crisi economica, dell’attacco ai paesi dell’area mediterranea, della crisi dello stesso euro. Che dite, gliela dedichiamo un poco di attenzione a questa vicenda, prima che ci svegliamo una mattina e oltre ad aver subito la peggiore unità possibile, ci ritroviamo una secessione unilaterale che bussa alla porta?

Hamsik, Dagospia e il vomito dell’Italia Spa

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di Rosario Dello Iacovo

“Napoli città da vomito”. Twitta così Dagospia, dopo la rapina subita da Hamsik nei pressi del San Paolo. Lo fa perché quando si parla di Napoli anche la società civile si sente in diritto di sfondare il muro della civiltà e sfociare nell’insulto sprezzante e generalizzato. A far vomitare è Napoli, ognuno di quelli nati o cresciuti qua, che hanno il nostro stesso accento, non i tre in sella allo scooter che hanno portato via il rolex allo slovacco, dileguandosi poi in direzione del Rione Traiano.

Torino non è una città di merda quando rapinano Vucinic. Non lo è Milano quando a essere rapinato è Muntari. E nemmeno Parigi quando svuotano la casa a Lavezzi. Ma si sa, a Napoli un reato è più reato che altrove, e dopo gli insulti l’occasionale commentatore solitamente parte con la ramanzina savianoide alla città che deve reagire. Nulla di tutto questo succede ai milanesi, ai torinesi o ai parigini, perché lì il reato è considerato una semplice questione criminale che riguarda il singolo individuo che lo commette. Qui, invece, si parte sempre dal presupposto che in fondo siamo conniventi, perché – diciamolo – tutti almeno mezzi camorristi.

Io sono napoletano. Mio padre è napoletano. Anche mio nonno e suo padre lo erano, rispettivamente dei Ponti Rossi e del Parco Margherita. Pare che il nonno di mio nonno venisse da Montesarchio, in provincia di Benevento, dove vive più o meno la metà del centinaio di famiglie Dello Iacovo d’Italia. Sono sufficientemente napoletano, quindi, per essere un mezzo camorrista anche io. Eppure, io la camorra la schifo.

Schifo la camorra perché la considero l’altra faccia della medaglia di una politica coloniale che viene esercitata contro la mia terra e contro la mia gente da 152 anni. Si chiama sottosviluppo imposto, mancanze di infrastrutture, emigrazione, povertà, disagio sociale, disoccupazione. Una politica coloniale della quale la camorra e la borghesia locale sono storicamente gendarmi, complici e garanti. Del resto, fu lo Stato italiano unitario a entrare a braccetto con Tore ‘e Criscienzo a Napoli, elevando i guappi a forza di polizia. Mica io. E nemmeno mio padre, mio nonno e il padre di mio nonno.

Noi la camorra la schifiamo, anche se i camorristi e i Liborio Romano di oggi parlano col nostro stesso accento. Ma allo stesso modo io schifo pure questa cosiddetta società civile alla Dagospia, che non si indigna quando un bambino è costretto a crescere senza speranze, senza prospettive e senza futuro. Come accade a tanti in questa città, nei quartieri più popolari. Perché la questione è tutta lì: raccogli quello che hai seminato a suo tempo.

Perciò, non venite a chiederci di ribellarci, a noi che ogni giorno già ci ribelliamo alla loro vessazione e a quella di uno Stato patrigno per il quale siamo italiani di seconda categoria. Non dovete chiedercelo, perché quella mano che impugna la pistola e minaccia Hamsik è roba vostra. Roba di Italia Spa, con noi napoletani non c’entra proprio un cazzo.

Rapporto Svimez 2012, al sud desertificazione industriale, crollo del Pil, dei consumi, ed esodo

di Rosario Dello Iacovo

Giorgio Napolitano parla della necessità di mobilitare il Mezzogiorno come risorsa e del problema dei giovani, che faticano a trovare lavoro. Ma oltre le parole di circostanza, il rapporto Svimez 2012, presentato stamattina, mercoledì 26 settembre 2012 presso il Tempio di Adriano a Roma, è letteralmente agghiacciante. Tuttavia, non sorprende. L’aveva già detto l’Istat e, commentandolo, avevo parlato di catastrofe sociale https://rosariodelloiacovo.wordpress.com/2012/05/22/rapporto-istat-2012-al-sud-e-catastrofe-sociale/

Al sud, la disoccupazione ha superato il quarto di popolazione attiva, attestandosi al 25,6% nel 2011. In sostanza, più di un abitante su quattro è disoccupato. La percentuale del centro-nord si ferma al 10%, meno della metà e, nonostante la crisi, vicina ai livelli ritenuti fisiologici nel mercato del lavoro.

Anche il Pil a sud va a picco, facendo registrare un secco -3,5%. Il dato fa il paio con quello dei consumi che a fine anno subiranno una contrazione del 3,8%. Ma il dato veramente allarmante è quello relativo agli investimenti, con un crollo del -13,5%. Quest’ultimi diminuiscono in maniera sostanziale, con un -5,7%, anche al centro-nord, ma restando ben al di sotto del 50% del dato delle regioni meridionali.

Lo Svimez parla senza mezzi termini di “una profonda e continua de-industrializzazione”, con il rischio concretissimo della “scomparsa di interi comparti dell’industria italiana nel Sud”. Negli ultimi quattro anni, dal 2007 al 2011, sono 147mila i posti di lavoro persi nel settore industriale del Mezzogiorno, il triplo rispetto al centro-nord. Crollano anche gli investimenti fissi lordi, che registrano una contrazione del 4,9% nel 2011.

Al ritmo attuale al sud occorrerebbero 400 anni per recuperare il gap che lo separa dal nord. In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2011 ha confermato lo stesso livello del 57,7% del valore del centro nord del 2010. In un decennio il recupero del gap è stato soltanto di un punto e mezzo percentuale, dal 56,1% al 57,7%. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.944 euro, risultante dalla media tra i 30.262 euro del centro-nord e i 17.645 del Mezzogiorno.

Nel 2011 la regione più ricca è stata la Valle d’Aosta, con 32.602 euro, seguita da Lombardia (32.538), Trentino Alto Adige (32.288), Emilia Romagna (31.524 euro) e Lazio (30.884 euro). Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.980 euro). Seguono la Sardegna (20.080), il Molise (19.748), la Basilicata (18.639 euro), la Sicilia (17.671), la Puglia (17.102) e la Calabria (16.603). La regione più povera è la Campania, con 16.448 euro.

Esodo di massa. Negli ultimi dieci anni, dal 2000 al 2010, oltre un milione e 350mila meridionali sono stati costretti a emigrare. Napoli città è stata storicamente, anche negli anni della grande migrazione, una città che alimentava relativamente poco i flussi migratori. Oggi invece il capoluogo partenopeo guida la classifica con un netto -115mila, seguita da Palermo con -20mila, Bari (-16mila) e Catania (-11mila). I meridionali si dirigono soprattutto verso la Capitale e le città del nord Roma (+73mila), Milano (+57mila), Bologna (+24mila), Parma (+14mila), Modena (+15.700mila), Reggio Emilia (+13mila), Bergamo (+11mila)”. La parte del leone la fa la Lombardia, dove nel 2010 è approdato in media quasi un migrante su quattro, seguita dall’Emilia-Romagna.

E c’è ancora chi parla di questione settentrionale…

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.