Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

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Quando dico Movimento, la gente pensa che sto parlando di Beppe Grillo

falce e martello rotta

di Rosario Dello Iacovo

Ogni volta che vedo le piazze strapiene ai comizi di Grillo, mi chiedo la sinistra dove ha sbagliato. A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma che paragoni fai? Ovvio che uno capace di dire a Napoli che siamo stati colonizzati e al nord di dire ai leghisti che Bossi e il Trota sono vittime di una congiura politica, ha un seguito potenziale molto ampio”. E l’obiezione avrebbe un suo fondamento, perché non mi sfugge l’appeal del populismo in politica, soprattutto quando c’è molta confusione sotto il cielo. Tuttavia, io credo che questa spiegazione da sola non basti e che l’elenco delle nostre colpe sia necessariamente lungo, se in tempo di crisi, indigenza e crescente disuguaglianza, la sinistra è un semplice spettatore della catastrofe e non un agente del cambiamento. Uno dei principali problemi che vedo dalle nostre parti è l’assoluta mancanza di unità.

Sono tante le questioni sulle quali ci si divide, una delle principali è la questione del voto o non voto. Io ho una posizione laica in materia. Non tirerò fuori la retorica del diritto conquistato con le lotte e il sacrificio, se sappiamo tutti che quel diritto conquistato con le lotte e il sacrificio è stato svilito e privato di senso. Ne sono così convinto che alle prossime politiche nemmeno io voterò. Questo però non vuol dire che se ci fosse un partito capace di stare in aula e nelle piazze, con una vocazione se non maggioritaria, almeno numericamente significativa, prenderei seriamente in considerazione l’idea di votarlo. Se facessi dell’astensionimo una stella polare che deve necessariamente guidare il mio cammino, vivrei di principi e con tutto il rispetto del mondo e la massima umilità: non faccio il prete e non sono anarchico.

Non vivendo politicamente di principi, io guardo alla categoria dell’utile, che naturalmente non va confusa con la sua degenerazione che è l’utilitarismo. Perciò, per esempio, non voterò Rivoluzione Civile, perché non ritengo che l’elezione risicata di un pugno di parlamentari, in buona parte ceto politico riciclato, sia in qualche modo utile alle lotte. Lo sarà sicuramente per gli eletti e i loro portaborse, anche quando si dovesse trattare di persone degnissime e di spiccata virtù. Altro sarebbe invece un percorso ampio, condiviso, che parte dai territori e lì trova la sua forza e la sua legittimazione.

Per esempio, io Syriza in Grecia la voterei, anche se per qualcuno attento alle sfumature, sono moderati, nemici del popolo, et cetera et cetera. Voterei anche Bildu se fossi basco, e ancora prima avrei votato il poi discolto Herri Batasuna, perché avrei avuto delle serie difficoltà a dire alla sinistra rivoluzionaria basca che le elezioni sono sempre e comunque inutili, irridendo le loro battaglie contro Madrid per affermare il sacrosanto diritto di avere una rappresentanza politica. Ecco, io non vivo di principi, perciò prenderei in considerazione anche il voto a favore di una rappresentanza alle amministrative, là dove il radicamento sociale reale sul territorio traesse un effettivo vantaggio politico dalla presenza di qualche consigliere.

Altro esempio, qualche anno fa invece che candidato al parlamento, avrei visto bene la candidatura di Francesco Caruso a sindaco di Napoli, perché la sua lista avrebbe dato visibilità a un pezzo significativo della città, alle sue idee di metropoli e di diritti diffusi. Vi vedo, non pensiate che non vi vedo ora che state decisamente storcendo il muso, ma sono costretto a ricordarvi che siete stati voi a fare di Caruso il portavoce del movimento noglobal napoletano e uno di quelli più in vista a livello a nazionale. Voi, anche quelli che espongono gli striscioni per la campagna astensionista, non io, perché la mia generazione politica non ha mai avuto bisogno di portavoce. E lo dico con affetto perché io alle compagne e ai compagni voglio bene, ma con la consueta e necessaria sincerità che si riserva proprio a chi si vuole bene.

Quando parliamo della lunga lista degli errori della sinistra, non facciamo l’errore di mettere sul banco degli imputati soltanto gli ovvi e scontati Bertinotti, Diliberto, Vendola, e la loro pletora locale e nazionale. Guardiamo anche a casa nostra, ai capetti dell’ultimo centro sociale, ai capetti in nuce insoddisfatti che fanno la scissione per diventare capetti acclarati di un altro ultimo centro sociale. Io penso che dentro questo meccanismo si nasconda uno degli aspetti principali del problema. Io, per fortuna, non sono nessuno, perché i capi non sempre campano poco, ma sicuramente campano sempre male, ora temuti quando sono in sella, ora irrisi e abbandonati da tutti quando il cavallo imbizzarrito delle lotte e degli equilibri instabili li disarciona e li getta nella polvere.

In assoluta sincerità, ritengo che oggi a Napoli il Movimento stia esprimendo una certa ricchezza. Se non nelle prospettive politiche, almeno nell’ampia articolazione delle esperienze di autogestione dal basso, che siano quelle degli spazi occupati o quelle delle lotte ambientali sul territorio. A onta di qualche imbecille che si ostina a gridare al Borbone appena si parla di meridionalismo, si fa strada con sempre maggiore forza una lettura critica da sinistra dell’unità d’Italia e di come questa abbia prodotto storicamente la situazione drammatica che viviamo al sud e nell’area metropolitana di Napoli. Naturalmente, si tratta di una lettura tutta da sviluppare, al di là e oltre ogni nazionalismo, ma che dovrebbe essere un elemento centrale di chiunque abbia l’ambizione di fare politica qui da noi con l’intento di rivoluzionare l’esistente.

Ecco, io penso che questa ricchezza, che non si palesa in tutta la sua forza a causa della frammentazione politica, dovrebbe essere ricomposta e valorizzata nell’ambito di una vertenza Napoli, che metta al centro disuguaglianze, dissoluzione del welfare, questione abitativa, reddito, ambiente, diritti. Una via che tenga relativamente poco conto delle reciproche appartenenze nazionali delle singole strutture, perché – credetemi – oggi, “nazionale” non vuol dire più un cazzo, e che sia caratterizzata invece dallo sforzo verso un progetto se non unitario, almeno complessivo che abbia come epicentro il territorio e le sue specificità.

I grillini riempiono le piazza dopo aver riempito il web. Noi sul web ci siamo tutti, anche troppo, siamo sicuri di farne buon uso? Permettetemi di dubitarne.

La Pantera, il Fax, Giulio Verne e il futuro che non è scritto

di Rosario Dello Iacovo

Arrivo a Mezzocannone e varco il portone del numero 12. Anzi, entro da una finestra al piano terra, nel più puro e napulegno basso-style, perché gli occupanti il portone non l’hanno aperto ancora. Sarebbe un déjà vu, se non fosse che io qua ci sono già stato davvero, era la Presidenza di Scienze Biologiche. Correva l’anno 1990, la Pantera ruggiva in tutto il suo splendore, spazzando via il decennio precedente e, credetemi, gli anni ottanta non erano come ve li immaginate. Non lo erano per un cazzo. Anzi, se proprio cercate le radici dell’epoca nefasta in cui viviamo, le troverete lì: in Margaret Thatcher e Ronald Reagan, nell’individualismo e nel rampantismo, nel Psi di Bettino Craxi, nel pentapartito, nella Milano da bere, nel consumismo spietato di merci e di valori. Anche se oggi, a voi appaiono tutti Duran Duran, Spandau Ballet, Clash e Depeche Mode da ballare nelle serate revival.

Ma non è di questo che vi parlerò, una volta che mi metterò a scrivere – realizzo – mentre sollevo il piede con un movimento non privo di una certa grazia e lo appoggio all’interno della struttura. Occupata, of course. Ventidue anni dopo, again. La prima cosa che penso, guardandomi intorno, è che la vita degli uomini è troppo breve. La seconda: non è vero che è passato tutto ‘sto tempo. Era ieri e io ero qua, a zonzo per i due piani della palazzina che la ristrutturazione avvenuta qualche lustro fa non ha reso affatto irriconoscibile. Ed eccoli, infine, davvero materializzati, i precari dei quali parlavamo al futuro durante le occupazioni della Pantera, quando il fax ci sembrava una tecnologia piovuta direttamente da un’altra epoca, pronta a regalarci una nuova rivoluzione nel nome della simultaneità. Poi, pochi mesi dopo, vennero le chat in Bbs con gli occupanti di altre università italiane. A quel punto, quando le prime lettere iniziarono a ballare sul monitor componendo frasi di senso compiuto, fu direttamente Julius Verne a materializzarsi al nostro fianco, con un ghigno sul volto che a me apparve come un sardonico: “Ve l’avevo detto”.

In realtà, quella comunicazione che ci sembrò, ottimisticamente, la leva per forzare secoli di disuguaglianza sociale, si è trasformata in un nuovo strumento di oppressione di classe. Sì, devo proprio chiamarla così, anche se decenni di propaganda hanno provato a convincerci che le classi erano un ricordo del passato e che tutti avevamo la possibilità di cambiare la nostra condizione, armati soltanto di tanta buona volontà. Invece la mobilità sociale, che pur aveva avuto qualche scossone negli anni sessanta e settanta, dagli ottanta in avanti si blocca. Chi è figlio di ricchi, resta ricco. Gli altri si fanno in culo, anche se hanno conseguito diplomi, lauree, specializzazioni, master, et cetera, et cetera.

Io potevo mandare un fax a Palermo agli studenti di Lettere occupata per coordinare le parole d’ordine della lotta. Ma la Fiat avrebbe mandato con modalità tecnologiche più avanzate istruzioni di segno opposto in Brasile, Polonia, Serbia, trasformando il Pianeta in una catena di montaggio globale, per produrre le stesse utilitarie di merda, pagando però gli operai un terzo, un quarto di quello che avrebbero percepito in Italia. Allora, del resto, non sapevo nemmeno che una fabbrica italiana avrebbe potuto con un gioco di prestigio liquidare la vecchia azienda, costituirne una ex novo, uscire da Confindustria, buttare a mare gli accordi sindacali e riassumere gli operai a condizioni peggiori, escludendo quelli della Fiom. Non lo sapevo perché non avrei mai immaginato che quel fax fosse una macchina del tempo che ci avrebbe rispedito a calci in culo negli anni cinquanta, se non direttamente nel XIX secolo.

Nell’estate del 1990, in occasione del convegno organizzato a Venezia dall’area dell’ex Autonomia Operaia, scrissi un documento sulla comunicazione nel quale si avvertiva che qualcosa di grosso bollisse in pentola, ma non riuscii ad addentare la questione come avrei voluto. Dentro finirono la Scuola di Francoforte, Marshall McLuhan, Toni Negri, l’Iraq, in bilico sull’esile linea di confine fra comunicazione intesa come tessuto connettivo del nuovo modo di produzione (scomposizione della grande fabbrica, esternalizzazione, introduzione dei sistemi informatizzati Digitron e Robogate all’Alfa Romeo, Qualità totale, Zero scorte, nozioni che avevo appreso per lo più dagli esami universitari e dalla rivista sindacale Meta, della quale ero un avido lettore); e comunicazione intesa come Hype, propaganda di parte, tessuto ideologico che accompagnava il passaggio dal sogno rivoluzionario degli anni sessanta e settanta, al nuovo credo di Pensiero debole, Fine della storia, Fine delle classi, degli ottanta. Quel documento conteneva qualche felice intuizione e molti punti oscuri, perché se è vero che esistevano già i primi cellulari e i computer, è altrettanto vero che non avrei mai immaginato una catena di montaggio immateriale come i call center attuali, dove salario, conquiste sindacali e diritti sarebbero stati pressoché azzerati.

Ora però lo so, e meglio di me lo sanno le nuove generazioni che in questo mondo ci sono cresciute e che oggi stanno provando a opporsi, utilizzando quegli stessi strumenti del comunicare coi quali il nuovo ordine mondiale progetta invece un futuro di miseria e precarietà per l’intero Pianeta. Lo sanno gli occupanti di Mezzocannone 14, e delle altre strutture di Movimento che si sono moltiplicate a Napoli e altrove negli ultimi anni, con una dinamica che non sempre ha saputo interpretare bene il paradigma della ricchezza nella complessità. Perciò, quando mi inoltro al secondo piano della palazzina, riconoscendo le stanze, gli scorci, i luoghi, non c’è nostalgia per il tempo in cui avevo vent’anni, ma la voglia di fare di oggi e la speranza per domani. Il futuro non è scritto, diceva Joe Strummer, e oggi più che mai penso che sia giusto credergli. Senza inutili protagonismi che portino quarantenni a fare i leaderini di ragazzi che potrebbero essere i loro figli: li ritenevo grotteschi quando avevo vent’anni, li trovo patetici ora che ho passato i quaranta. Perché l’esperienza di noi adulti sia una risorsa per le nuove generazioni, ma in modo che le nostre sconfitte non pesino come un macigno per loro e un freno per le loro lotte. Perché se perdono, abbiamo perso tutti.

Definitivamente.

Perché la sinistra meridionale odia il meridionalismo e lo confonde tout court con il revanscismo borbonico?

di Rosario Dello Iacovo

Napoli Monitor è un bel giornale. Lo leggo sempre con piacere e una volta mi ha pubblicato anche un articolo sulla lotta contro la discarica di Chiaiano. Volevo includerlo nel blog, ma non lo trovo più. Peccato, mi piaceva. Forse anche un altro qualche tempo prima, del quale però mi sfugge argomento e periodo.

Ho letto perciò con un certo stupore, misto a imbarazzo, il pezzo che racconta la conquista della Coppa Italia da parte del Napoli.

«Se, come si è detto, ai giocatori del Napoli la vittoria della coppa è fruttata un cospicuo premio partita, i tifosi si sono dovuti accontentare dei prodotti gentilmente “offerti” dall’autogrill Prenestina, zona Roma est». L’attacco mi lascia già perplesso.

Alla trasferta a Roma hanno partecipato almeno trentamila tifosi del Napoli, forse di più. Statisticamente in una folla di così grandi dimensioni può accadere, e accade, che si verifichino episodi simili. Ai cortei succede con una certa regolarità. Lì però si tratta di “esproprio”. Qui, di una poco comprensibile nota saliente, con la quale avviare addirittura l’articolo. Vorrebbe essere ironica. Non mi sembra ci riesca. Anzi, confina pericolosamente con la terra del luogo comune.

Tra l’altro, chi frequenta le curve napoletane sa che da qualche tempo i gruppi della tifoseria organizzata si battono contro queste pratiche, ritenute poco in linea con la mentalità: la pietra angolare del pensiero ultras a Napoli.

«La prima, quella del tifo, è stata nettamente vinta dai napoletani. Capaci come sempre di introdurre all’interno dello stadio una quantità smisurata di fumogeni, torce, botti e così via…». In sostanza, i napoletani vincono perché introducono botti illegali all’interno dello stadio. Non si capisce bene se dovrebbe essere motivo di vanto o di riprovazione morale. Io non l’ho capito.

Ma il meglio viene poco dopo, quando a proposito dei fischi all’inno di Mameli si parla delle reazioni di: «un incredulo Schifani, forse non a conoscenza dell’insofferenza sempre crescente che si respira in città nei confronti della madrepatria, condita da un forte senso di appartenenza alla città – allo stadio assai più forte che altrove – che peraltro sedicenti gruppi meridionalisti cercano, anche in curva, di cavalcare (per fortuna senza grosso successo) con la loro retorica del brigantaggio e del calimerismo (siamo tutti piccoli e neri)».

A questo punto lo stupore si trasforma in sconcerto. Mi ricordo della buonanima di Gramsci e spero che non esista un aldilà dal quale possa essere informato dell’articolo. Mi ricordo di Salvemini, di Nicola Zitara, dei Quaderni Calabresi. Di tutte quelle esperienze e riflessioni meridionaliste coi piedi ben piantati a sinistra che però nella sinistra meridionale non trovano mai davvero diritto di cittadinanza.

Una volta, a un’assemblea per un’eventuale iniziativa contro il 150° anniversario dell’unità d’Italia, feci un intervento lungo e articolato. Parlavo di interessi capitalistici a proposito del processo unitario. Della necessità di un mercato unico. Della rapina ai danni del Banco di Napoli (442 milioni, i due terzi del denaro circolante in Italia) come momento topico di quell’accumulazione originaria che Marx descrive con dovizia di particolari nel capitolo XXIV del Capitale e sta alla base dell’industrializzazione del nord. Della politica fiscale. Della ultra repressiva legge Pica, mentre in Italia vigeva lo Statuto Albertino. Di un paese a “reciprocità asimmetrica”, costruito insieme dalle forze più reazionarie del Nord e del Sud, con il benestare di Inghilterra e Francia. In sostanza, di quei concetti che poi avrei espresso nella canzone “Italia Spa”, contenuta nell’ultimo disco della 99 Posse, della quale sono in buona parte l’autore. Bene, fui liquidato come “comunista borbonico” (io che come Shakespeare ai re taglierei la testa) e l’iniziativa non si fece.

A questo punto la domanda sorge spontanea: Perché la sinistra meridionale odia il meridionalismo e lo confonde tout court con il revanscismo borbonico? Perché si esulta per la sinistra abertzale basca, per quella catalana o quella irlandese, ma si rifiuta ogni ipotesi di riflessione sulle ex Due Sicilie? Erano uno Stato sovrano, ricordiamolo. Proprio dal punto di vista di quel diritto internazionale invocato spesso e volentieri a proposito di altre cause sparse per il pianeta. E se i Borbone erano tiranni, i Savoia non furono certo sovrani illuminati. Erano due facce della stessa medaglia, quella che fece del processo unitario una mera annessione e non certo quel meccanismo di riequilibrio sociale che sognavano i più radicali fra i patrioti italiani.

Se avete dubbi chiedetelo a Michelina Di Cesare, fucilata a Mignano Monte Lungo, il 30 agosto 1868 a soli ventisette anni. Il suo corpo, insieme a quello dei suoi compagni, venne denudato ed esposto nella piazza del paese.

Je vuless addivintare ‘nu brigante, e voi da che parte state?

Questo è l’articolo di Napoli Monitor.net

Italia Spa, 99 Posse, Cattivi Guagliuni. Testo di Rosario Dello Iacovo e Luca Persico

Nun è quistione d’Unità
si nuje l’avevemo fà o si era meglio lascia’ sta
l’Ottocento fu un secolo di rivolta
di giustizia popolare sull’uscio della porta
pronta ad entrare
in procinto di portare uguaglianza e diritti
terre e libertà per tutti
ma l’italia che avete fatto voi
l’avete fatta nel modo peggiore
spacciando fratellanza e seminando rancore
ignorando lo stupore
sul volto dei contadini fucilati
dei paesi rasi al suolo delle donne violentate
ignorando con dolo le aspirazioni di uguaglianza
giustizia e fratellanza
per le quali a milioni sono stati ammazzati
creando senza pentimento un paese a misura d’ingiustizia
un patto scellerato tra Savoia e latifondisti
e ancora nun v’abbasta mò facite ‘e leghiste
e mentre abbascio addu nuje chiudono ‘e ‘spitale
e i laureati s’abbuscano ‘a jurnata cu ‘na vita interinale
v’amma sentì ‘e parlà di questione settentrionale?

RIT.
a L’ITALIA S.P.A. E’ UNA REPUBBLICA FONDATA
SULLA DISEGUAGLIANZA ‘O MALAFFARE E ‘A
CORRUZIONE PERCIO’ LE VOSTRE LEGGI E IL VOSTRO SENSO
STATO PE NUJE SO SEMP STAT SUL NA PROVOCAZIO
SULAMENTE CA VUJE NUN PROVOCATE CU ‘E
MA V’ARRUBBATE O SANGHE A DINT’ E VENE
PERZONEE A NUJE NUN CE LASSATE NESSUN’ALTRA
SOLUZIONE CHE RADUNARCI IN BANDE PRONTE PER
L’INSURREZIONE

Chiariamo bene
nnuje ‘o rre Burbone ‘o schifamm ‘a pazz
ma ce ne passa p’o cazz pure ‘o tricolore e del deliri
patriottico
di ogni singola nazione
‘a bannera nosta è semp ‘a stessa
è rossa
rossa comm o sanghe d’o brigante d’o palestinese d
militante
del partigiano con le scarpe rotte
che attende in agguato nella notte
d’o libico dell’algerino dell’egiziano
e di ogni essere umano
e il Sud a cui noi guardiamo è il Sud del mondo
il risultato geopolitico di un malessere profondo
l’urlo che viene dai dannati della terra
tra l’incudine dei dittatori
e la risposta umanitaria della guerra
perciò invece ‘e festeggià i 150 anni dell’azienda
gettiamo le basi di una vera unità
che guardi anche oltre il confine nazionale
di una terra compresa tra le Alpi e il mare
guardi al Mediterraneo in rivolta
e ad ogni singolo barcone
che in mezzo a questo mare cerca una speranza nella
notte

RIT.

quando il veleno brucia nella terra dei fuochi
quando i tumori che contiamo sono ancora troppo pochi
quando è sempre la mia gente che continua ad emigrare
a voi sembra normale parlare di questione settentrionale?
di esigenza di delocalizzare di costi da contenere?
pronti a dare la colpa all’immigrato
quando è il vostro lavoro che è emigrato
dove la vita di una persona
ha un valore più vicino allo zero straniero
dove i diritti non valgono un cazzo
dove è ancora più infame il potere del palazzo
e poi voi vi meravigliate
se la gente fa semplicemente il movimento inverso
ed insegue il lavoro dove può venderlo a miglior prezzo?
e non solo vi meravigliate
ma vi arrabbiate e non considerate
ca nuje cca tenimmo trentamila tunnellate di munnezza
ammuntunate
e pronte pe’ ne fa tutte barricate
e n’ati trentamila v’e vuttammo a catapulta
dint ‘e ville addò campate

RIT.

Un Asilo (Occupato) dell’Arte e della Creatività

La bellissima sede della fondazione del Forum delle Culture si trova nel cuore della Napoli antica in Vico San Nicola a Nilo, una parallela della più celebre San Gregorio Armeno. L’evento, a distanza di anni dall’assegnazione e a pochi mesi dal suo ipotetico avvio, non si sa ancora se e come verrà realizzato. Un balletto di nomi e cifre, dimissioni eccellenti e siluramenti eclatanti, nella guerra fra vecchia e nuova gestione che ha prodotto un agghiacciante immobilismo. Ma qualcuno si è stancato e da qualche giorno nello stabile, grazie all’iniziativa della “Balena”, un collettivo di lavoratori precari dello spettacolo, è nato l’Asilo della Cultura e della Creatività. Una struttura che va a soddisfare la fame di socialità e luoghi per la cultura in una città che per rispondere alla crisi non trova di meglio che chiudere anche le residue attività commerciali del tempo libero. La “Sementizzazione” e la chiusura dei rubinetti della giunta Caldoro hanno prodotto un deserto, l’Asilo in tre giorni lo ha colmato con concerti, film, assemblee, a cui hanno partecipato migliaia di persone. Tornato da Bologna, oggi ci sono andato anch’io, partecipando dopo anni a un’assemblea alla quale, tra le altre cose, erano presenti non meno di duecento persone. Il posto è veramente stupendo, con due immense sale al secondo e al terzo piano e una miriade di uffici, con una vista spettacolare sul Golfo e sui tetti della Napoli antica. Penso che ci passerò spesso in questi giorni, sento che questa esperienza può essere la scintilla per riaccendere il fermento culturale in città. Io ci credo e se non ci credete fatevi un giro uno di questi giorni, non fosse altro che per toccare con mano come vengono spesi i soldi pubblici per eventi che pochi mesi prima sono ancora soltanto un brand sulla carta. Pagato pure a caro prezzo.