Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.

I gruppi napoletani degli anni Novanta e la scelta politica del dialetto

di Rosario Dello Iacovo

È lecito ipotizzare che la scelta di cantare in dialetto da parte dei gruppi napoletani degli anni Novanta sia stata motivata da ragioni sociali e politiche piuttosto che linguistiche?
La domanda è: 99 Posse, Almamegretta, 24 Grana, per citare i gruppi più noti, scelgono di cantare in napoletano per farsi capire o per schierarsi con i ceti meno abbienti, attraverso l’uso di uno strumento di immediata riconoscibilità come la lingua?

La questione non riguarda solo l’area napoletana, ma più generalmente e con diversa ampiezza, l’intero territorio nazionale. Un indizio forte a favore della scelta politica viene da un’analisi storica. Questi gruppi nascono nei primi anni novanta, nel clima di forte rinnovamento delle abitudini giovanili, dei codici espressivi, del mutamento paradigmatico netto e senza indugio dell’immaginario degli anni ottanta.

Sono gli anni della “Pantera”, decine di migliaia di giovani, recuperano un ruolo di assoluto protagonismo, centinaia di facoltà vengono occupate per mesi. Quest’energia trova ben presto una forma d’espressione privilegiata nella cosiddetta “musica delle posse”. È un genere strano, musicalmente si rifà all’hip hop nero statunitense che in quegli anni è dominato dal modello Public Enemy, una sorta d’appendice mediatica e spettacolare che conclude in termini simbolici la stagione del Black Panthers Party. Un’altra influenza è rappresentata dal reggae e ancora di più dal raggamuffin’, musica giamaicana dai ritmi molto veloci. Se da un lato possiamo parlare quindi di globalizzazione, intesa come capacità di determinati generi musicali di diffondersi ovunque nel mondo, dall’altro la risposta che avviene nei singoli paesi è certamente orientata da un gusto locale. In Italia, in particolare, il genere dà vita a una nuova stagione di musica in dialetto. La questione può essere inquadrata quindi nella categoria del glocal, ovvero una reazione locale a un input globale.

Dal Veneto al Salento, dalla Sardegna alla Campania, nascono centinaia di posse che cantano quasi sempre in dialetto, alternandolo qualche volta all’italiano. Chiaramente, nelle aree del paese dove c’è una maggiore vitalità del dialetto e una tradizione letteraria locale, le testimonianze sono più ricche e significative. Non si tratta però di un dialetto di tipo tradizionale, e nemmeno il tentativo di recupero colto effettuato da gruppi come la Nuova compagnia di canto popolare negli anni settanta.

È un dialetto urbano, contemporaneo, che ricorre a prestiti dall’inglese e dal patois giamaicano che vengono tradotti nel gergo giovanile napoletano. Il primo singolo dei 99 Posse, per esempio, si chiama “Rafaniello” e prende in giro i dirigenti del neonato Partito della Rifondazione Comunista, definendoli con la metafora del ravanello: rosso fuori e bianco dentro. L’immagine è presa pari pari dal pezzo raggamuffin del cantante giamaicano Macka B “Coconut” (noce di cocco) che attacca i buppies (yuppies neri) accusandoli di essere neri fuori ma bianchi dentro. In definitiva la musica delle posse si propone di essere uno strumento immediatamente politico se pur atipico, una sorta di comizio moderno, in cui il contenuto testuale non è dissimile dalle analisi del movimento.

Nell’Italia del 1990 l’italiano è ormai un patrimonio acquisito. La lunga marcia di questo idioma può dirsi in qualche modo se non conclusa, quantomeno arrivata a un punto mai raggiunto prima. Anche nelle regioni in cui più forte e diffuso è l’uso del dialetto, l’italiano è diventato strumento di comunicazione socialmente condiviso e, pure se non sempre i parlanti sono in grado di esprimersi compiutamente nella lingua nazionale, la comprendono senza difficoltà.

Dentro questo panorama linguistico cantare in dialetto non ha quindi la finalità di farsi comprendere dalla propria comunità, quanto piuttosto il senso dell’appartenenza, dell’adesione alle rivendicazioni sociali dei movimenti attraverso i modi espressivi e il repertorio linguistico delle classi subalterne, ancora profondamente dialettofone. Il fenomeno è ancora più evidente se consideriamo che i cantanti di queste formazioni musicali, hanno spesso l’italiano come prima lingua.

Più nello specifico. A Napoli, a partire dal XVIII secolo, inizia l’abbandono del dialetto da parte della borghesia. È un processo lungo che raggiunge il suo punto di massima intensità nel secondo dopoguerra. Il fenomeno va, con ogni probabilità, messo in relazione con la separazione anche fisica fra le classi sociali. Il modello abitativo tradizionale vuole la compresenza nel centro storico e negli stessi edifici di ricchi e poveri. Ai pieni inferiori i primi e a quelli superiori i secondi. Questo, al di là delle ovvie variazioni diastratiche, da al dialetto una sostanziale unitarietà, rendendolo a tutti gli effetti strumento espressivo condiviso dall’intera comunità cittadina. A partire invece dal Settecento inizia l’esodo delle classi agiate verso i quartieri di Posillipo e Chiaia. Nel secondo dopoguerra il movimento assume dimensioni di massa, con l’insediamento nei nuovi quartieri collinari del Vomero, dell’Arenella, dei Colli Aminei.

Il dialetto comincia ad essere percepito come disvalore, perché il processo di diffusione e affermazione dell’Italiano avviene secondo i precetti manzoniani. Sostituzione dei dialetti da parte dell’Italiano. Il napoletano, seguendo il destino di tutti i dialetti della penisola, perde terreno nei confronti dell’idioma nazionale, anche se mantiene una vitalità ampia e certamente maggiore di altri idiomi locali, alcuni dei quali nel giro di pochi decenni scompaiono. La generazione che dà vita alle posse cresce con la raccomandazione dei genitori di “parlare bene”, di parlare cioè italiano. È quindi una generazione che ha come prima lingua l’idioma nazionale, e proprio per questo finisce per sviluppare una nostalgia del dialetto, come strumento espressivo, di collocazione socio-politica, in ultima istanza di appartenenza antagonista.

Vitalité du napolitain

di Rosario Dello Iacovo

«Nous sommes l’une des rares régions italiennes qui n’a pas encore adopté d’instrument législatif pour la langue, et les idiomes de la Campanie ne font même pas partie des langues dites minoritaires, qui jouissent des avantages des régions à statut spécial »[1]. C’est ce que révèle Amedeo Messina, président de l’Istituto Linguistico Campano, promoteur d’un projet de loi bipartisane « Pour favoriser l’entrée du napolitain au nombre des langues minoritaires soutenues par la République italienne », présenté par Sergio Cola, député An (Alleanza Nazionale), et Vincenzo Siniscalchi, député Ds (Democratici della Sinistra), resté cependant lettre morte et jamais discuté par la Commission des Affaires Institutionnelles.
La situation du napolitain et des autres idiomes de la Campanie est par bien des aspects paradoxale. D’une part en effet ce sont des instruments d’une grande vitalité à la fois de communication orale, avec plus de six millions de locuteurs, et de production culturelle ; de l’autre ils demeurent des idiomes sans aucun type de reconnaissance institutionnelle, qui ne bénéficient d’aucun enseignement dans les écoles sauf dans les formes d’autonomie didactique permises par chaque institut, comme c’est le cas des deux heures hebdomadaires au collège «Sogliano» de Naples assurées par l’écologiste Ermes Ferraro.

Et pourtant les dialectes connaissent un extraordinaire regain d’intérêt. A l’opposé des prévisions catastrophiques que l’on faisait il y a quelques années, selon lesquelles ils allaient disparaître, les nouvelles générations les parlent généralement couramment, en alternance avec l’italien et les langues de diffusion internationale, dans le contexte d’un continuum homogène. Comme si le complexe d’infériorité, la « honte » pour son propre idiome local avait en quelque façon disparu chez ceux qui ont atteint une pleine connaissance de l’italien.
C’est surtout le cas des groupes musicaux napolitains depuis les années 90 jusqu’à maintenant, quand les 99 Posse[2] et les Almamegretta[3] ont commencé à chanter en dialecte, l’insérant dans un contexte musical qui prend ses racines dans la tradition locale, mais aussi ailleurs. En simplifiant : si Pino Daniele et sa génération des années 70 chantent en napolitain parce qu’ils parlent napolitain ; pour les groupes de la deuxième vague, dont les chanteurs sont surtout italophones, le dialecte est un choix conscient. Cette option est même partagée par des groupes heavy-metal, genre qui considère traditionnellement l’anglais comme langue naturelle et universelle, comme dans « fravecatore » et d’autres morceaux des « E capruun » groupe culte de la scène locale, aujourd’hui dissout.

Tradition et innovation. Si d’un côté Raiz[4] semble parfaitement en accord avec la manière de chanter à fronna ‘e limone[5], d’un autre côté il intègre le dub, le reggae, le rap et la dance, comme ingrédients indispensables d’un hybride qui reflète la circulation globale des codes musicaux et des cultures. « Quand j’étais enfant je parlais l’italien – dit Rino Della Volpe allias Raiz – entre autres parce que jusqu’à 14 ans j’ai vécu à Milan, mais j’avais comme référence ma grand-mère qui est née et a grandi dans les quartiers espagnols de Naples, et parlait presque exclusivement le napolitain ». C’est peut-être pourquoi la langue des Almamegretta contient des termes archaïques comme le verbe nzurà (du latin in uxorare[6]) et en général une expression phonétique plus voisine du napolitain traditionnel, presque une nostalgie pour l’idiome des affects et de la ville d’origine. Ce qui n’empêche pas toutefois Rino d’utiliser en d’autres strophes l’italien ou l’anglais.

Pour Luca « Zulù » Persico des 99 Posse le dialecte est aussi un choix, dans son cas probablement dicté par la volonté d’utiliser un idiome parlé par les classes les plus humbles de notre région, une sorte de procès d’identification. Dans son cas également, que cela soit avec les 99 Posse ou dans l’expérience successive de Al Mukawama, le napolitain se mêle aux langues européennes comme l’anglais et l’espagnol, mais aussi à l’arabe, à partir du nom même du groupe qui signifie « la résistance ».

« Dans les années 80, quand j’étais enfant, si tu parlais en napolitain tu étais étiqueté comme ayant peu de culture, aujourd’hui au contraire le dialecte est trendy ». C’est ce que dit en italien Speaker Cenzou, parlant du dialecte et qui utilise comme chute un terme anglais. On ne pourrait trouver meilleur exemple du melting pot de langages, cadre obligé de tout discours possible sur la langue aujourd’hui. Dans son parcours artistique Speaker Cenzou, Zu pour les amis, alias Vincenzo Artigiano, rappeur historique de la scène hip-hop napolitaine, a traversé pendant plus d’une décennie les expérience de Ktm, La Famiglia, Malastrada et 99 Posse. Enzo a grandi dans le ventre de Naples, à San Gaetano, et parle parfaitement l’italien, la langue qu’on lui a enseignée à l’école, mais plus encore en famille, à coups de « parle bien », pour dire «ne parle pas en dialecte», expression usuelle dans les foyers napolitains. Mais quand il veut, Zu s’exprime dans un dialecte aux accents très populaires. D’un genre nouveau cependant, précise-t-il : « un mélange d’expressions en jargon de ma paranza[7] et de mots étrangers, dilués dans le mare magnum du napolitain juvénile contemporain ».

Francesco Di Bella des 24 Grana lui fait écho : « C’est la poésie de la rue qui te pousse à communiquer en dialecte, parce que nous finalement, nous sommes des guagliune[8] du centre historique, notre milieu linguistique est le slang ». Le napulegno, auquel ils font l’un et l’autre allusion, est une variante caractérisée par des mots raccourcis au maximum, jusqu’au seuil de la signification, dans lequel les voyelles non accentuées finissent par devenir presque toutes «schwa», lettre de l’alphabet hébreu qui correspond à la voyelle centrale indistincte que nous trouvons à la fin de ‘o puorto ou dans Napule, mots que nous écrivons en utilisant improprement les signes graphiques de l’italien, mais qu’un locuteur napolitain connaît dans leur vraie réalisation phonétique.

«Une loi régionale serait opportune pour permettre l’enseignement des dialectes à l’école – déclare Patricia Bianchi, universitaire et membre avec Nicola De Blasi et Pietro Maturi de l’équipe de l’Université Federico II qui consacre une grande énergie à l’étude des dialectes urbains –. Mais attention : n’allons pas dans les école publiques pour enseigner le napolitain « noble » de la tradition du XIXe siècle, respectons ces variétés de napolitain que les jeunes ont comme langue maternelle. Le même discours vaut pour une école de la zone d’Avellino ou du Sannio, qui aurait raison de se rebeller contre l’imposition d’un modèle napolitain de dialecte ».

[1] Les régions italiennes a statut spécial, distinguées des régions à statut ordinaire, possèdent des formes et des conditions particulières d’autonomie qui prennent en compte les spécificités linguistiques : ce sont la Sicile, la Sardaigne, le Trentin Alto Adige, la région Frioul Venise Giulia et le Val d’Aoste.
[2] http://www.novenove.it/
[3] http://www.almamegretta.net/index.php
[4] Rino Della Volpe, chanteur, l’un des fondateurs du groupe Almamegretta, dont il s’est détaché en 2003 pour faire une carrière solo.
[5] Pratiqué dans les régions de Naples, Caserte et Salerne, la “fronna ‘e limone” est une forme de chant sans accompagnement musical. Cf. http://guide.supereva.com/musica_napoletana/interventi/2005/11/231356.shtml
[6] Se marier, prendre femme
[7] La « paranza » est un bateau à voile utilisé pour la pêche ou le canotage.
[8] Jeunes.

Oggi è Napulegno parte 2

«La Regione promuove e finanzia lo studio dei dialetti del Lazio nelle scuole, nelle università popolari e della terza età…». Inizia così l’articolo 13 della legge per la tutela e valorizzazione dei dialetti di Roma e del Lazio approvata dal Consiglio Regionale il 20 dicembre 2004, che stanzia una prima tranche di finanziamenti per complessivi 750.000 euro. È l’ultimo provvedimento legislativo in ordine di tempo approvato da un ente locale in Italia e affronta una questione spinosa, la cui complessità è direttamente proporzionale alla diffusione del dialetto come strumento di comunicazione fra i parlanti.

La Campania rientra certamente tra i casi più complessi, in virtù della grande vitalità degli idiomi locali e del loro uso maggioritario e, in certi casi, quasi esclusivo da parte dei ceti sociali meno abbienti. Per questo si pone con grande urgenza nella nostra Regione la necessità di un intervento legislativo sulla lingua e i dialetti. «Ho sempre pensato che non fosse corretto valutare le abitudini linguistiche dei bambini attraverso le categorie di giusto e sbagliato», dice Claudia Esposito, insegnante elementare precaria presso diversi istituti scolastici di Napoli e provincia e attualmente senza incarichi. «Bisogna tenere conto dell’ambiente nel quale si forma la competenza lessicale e grammaticale – riprende –. A uno studente che proviene da una famiglia dialettofona e dice ‘o puorto sarebbe più opportuno spiegare che questa forma appartiene al suo idioma locale, mentre in italiano va utilizzata la formula il porto, piuttosto che sanzionare come errore quello che è un uso linguistico abituale della sua famiglia».

Un’idea di scuola e di metodo didattico per l’insegnamento dell’italiano che partono «dal basso», dalle abitudini lingustiche reali degli studenti, invece che da un modello teorico che nega di fatto l’esistenza degli idiomi locali, presupponendo una diffusione universale dell’italiano e che in certi casi finisce per produrre fratture dolorose fra il mondo della scuola e quello degli affetti, percepiti come diversi e distanti. «Se la Campania approvasse una legge per l’insegnamento comparato di dialetti e italiano a scuola – conclude Claudia – sarebbe necessario assumere un gran numero di docenti. Un’ottima occasione per produrre lavoro e al contempo valorizzare adeguatamente la cultura locale, affrontando in maniera più realistica il gap linguistico e culturale dei bambini delle classi popolari; oltre che uno strumento più efficace per l’insegnamento della lingua nazionale».

Del resto solo il 12% delle famiglie napoletane parla esclusivamente in italiano. È uno dei dati emersi da una recente ricerca condotta, tra gli altri, da Nicola De Blasi, Rosanna Sornicola, Pietro Maturi Patricia Bianchi della Federico II, con un questionario somministrato ad alcune migliaia di parlanti. I primi risultati sono stati resi noti lo scorso 24 ottobre nell’ambito di una giornata di studi su «Lo spazio del dialetto nelle città e nella ricerca», organizzata a Napoli a conclusione dei lavori di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (Cofin 2003).

Uno degli elementi nuovi della ricerca sta nello specifico di un primo accertamento quantitativo dell’uso del dialetto in città, considerato anche in relazione ad alcune variabili sociolinguistiche, e offre indicazioni su ciò che i parlanti percepiscono della situazione linguistica cittadina. Emerge una sostanziale valutazione positiva del dialetto, anche presso quelle famiglie che utilizzano esclusivamente la lingua nazionale, sia in abito pubblico che in quello privato e informale.

«Dialetto tendenziale», lo definisce Nicola De Blasi, docente di «Storia della lingua italiana» presso la facoltà di Lettere dell’Ateneo federiciano e condirettore con Rosanna Sornicola del «Bollettino linguistico campano». Si tratta di una competenza dialettale che non è e non aspira a diventare integrale, ma che comunque consentirà l’adozione di una varietà duttile, aperta alla ripresa di elementi dialettali e alla comprensione del dialetto. La ricerca mette in luce anche altri aspetti di quella che si può definire una ripresa complessiva dell’uso del dialetto e, soprattutto, del mutamento del suo status nell’immaginario dei napoletani, a partire dal target giovanile.

Massimo ha 20 anni e balla la break-dance, è uno delle decine di giovani che si riuniscono sulle scale delle Poste centrali a Piazza Matteotti per dare vita a entusiasmanti performance nelle quali riecheggiano formule ed espressioni culturali prodotte altrove e qui ricontestualizzate secondo una dialettica che potremmo definire glocal: da un input di carattere globale viene prodotta una sintesi che tiene conto delle specificità locali e delle sue capacità di rielaborazione. «La mia storia linguistica – dice Massimo – è molto simile a quelle che avete descritto nell’ultimo numero di Metrovie. Da bambino i miei genitori mi hanno insegnato a parlare in italiano, poi a scuola ho avuto i primi contatti col napoletano, perché lì chi non conosceva il dialetto era visto come un soggettone, un figlio di papà che non se la sapeva cavare in strada e la cultura della strada resta un’idea molto forte nella mitologia sociale dei giovani partenopei».

Le sue parole trovano conferma nei risultati della sopracitata ricerca, come sottolinea Patricia Bianchi docente di «Linguistica italiana» della Federico II, secondo la quale: «per i giovani napoletani in età scolare è usuale se non inevitabile che un contato assiduo con il dialetto si compia proprio nel corso dell’esperienza scolastica attraverso le interazioni tra coetanei». Non tuttavia un vernacolo costituito da relitti morenti, da espressioni lessicali sul viale del tramonto con un suono tipicamente arcaico, ma anzi uno strumento di grande vitalità in grado di rielaborare tanto termini stranieri, quanto parole del dialetto risemantizzate e ricollocate sul piano dei significati.

«Noi ci rifacciamo alla cultura della break-dance che è nata nei ghetti neri degli Stati Uniti e ha come lingua lo slang giovanile di derivazione anglo-americano. – chiarisce Massimo – Ma noi non parliamo certo in inglese, ci esprimiamo piuttosto in un napoletano nuovo, molto accentato, con parole cortissime, che accoglie alcune espressioni italiane e straniere creando un miscuglio linguistico che fa pariare e che costituisce una sorta di marchio d’identità del nostro gruppo di amici». Il verbo pariare è fortemente esemplificativo dei processi di trasformazione in atto, dall’originario significato di «digerire» del dialetto tradizionale, da qualche anno il termine ha assunto invece il significato di «divertirsi», diventando una delle parole più utilizzate dai giovani napoletani e, per imitazione, campani.

«È una fase completamente nuova per il dialetto – dice Gianfredo 34enne deus ex machina de E Capruun, gruppo metal napoletano -, per quelli della mia generazione la cultura napoletana era sinonimo di tradizione e arretratezza. Per questo molti di noi si trasferivano a Londra e cantavano in inglese. Oggi non disdegniamo il dialetto, che ci permette di affrontare con ironia temi legati alla nostra quotidianità senza scimmiottare stili e vicende che accadono altrove».

Metrovie del 23 dicembre 2005