Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

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di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

Il cammino della speranza, quando a emigrare illegalmente eravamo noi

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di Rosario Dello Iacovo

L’immagine è un fotogramma della scena finale del Cammino della speranza, un film del 1950, tratto dal romanzo “Cuore negli abissi” di Nino Di Maria, che io ho visto in tv negli anni settanta. Lo stavo cercando da tempo, perché al di là della commozione che suscitò nel mio animo da bambino di allora, sapevo che poteva contenere delle indicazioni utili all’uomo che sono diventato.

Facendo un compendio dalla voce di wikipedia, la storia è questa:

Sicilia, in seguito alla chiusura di una solfatara nei pressi di Favara, un gruppo di minatori prima tenta di occuparla, poi resisi conto dell’inutilità della lotta si affidano a tale Ciccio Ingaggiatore, che per l’allora enorme cifra di 20.000 lire a persona si offre di farli emigrare illegalmente in Francia, presentata come una sorta di paese dei balocchi. Messa insieme la cifra vendendo mobili di casa, corredo e qualsiasi altra cosa abbia valore, i minatori partono.

A Roma, denunciati da Ciccio che si rivela un bieco truffatore, ricevono il foglio di via, ma non avendo più nulla in Sicilia decidono di strapparlo e proseguire. In Emilia vengono assunti da un fattore per sostituire, senza saperlo, i contadini locali impegnati in uno sciopero, con i quali finiscono per scontrarsi. Alcuni di loro sono così demoralizzati da decidere nonostante tutto di tornare indietro, gli altri proseguono verso il confine italo-francese.

Dopo una serie di drammatici avvenimenti, una tormenta di neve, duelli rusticani, morti per congelamento, il gruppo superstite riesce finalmente a varcare la frontiera, ma viene intercettato da due pattuglie di doganieri, una francese e l’altra italiana. Il loro status di clandestini è immediatamente evidente, ma gli agenti commossi dalla loro povertà e inteneriti dal sorriso di uno dei bambini, li lasciano passare invece di arrestarli.

Al film furono originariamente negate le agevolazioni fiscali previste per la cinematografie nazionale, perché aveva l’imperdonabile colpa di presentare l’Italia per quello che era: un paese di poveri emigranti.

Riepilogando:

– Emigrare dall’Italia alla Francia è illegale, ma la miseria e la fame sono più forti della legge;

– Per emigrare ci si deve affidare a un trafficante di uomini;

– In viaggio si accumulano fogli di via, scontri, feriti, morti;

– Lungo la strada, pur essendo ancora nel tuo paese, in Emilia la popolazione locale ti ritiene lo sporco, violento e cattivo immigrato crumiro e terrone che va a rubare il lavoro e a far abbassare il suo salario.

Oggi nel 2013, a 63 anni da quel 1950 nel quale uscì il film, vi ricorda qualcosa?

Grillo e Casaleggio: guerra ai migranti

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di Rosario Dello Iacovo

Non ho intenzione di avviare la solita stucchevole polemica che scatta in automatico quando si parla di Beppe Grillo. Non mi interessa attaccare frontalmente gli attivisti o i simpatizzanti del cinque stelle, perché ne conosco tanti e pur non abbracciando la causa non ho motivi per dubitare delle loro buone intenzioni: mi è chiaro che una proposta di quel tipo, in assenza di alternative, diventa politicamente attraente. E nemmeno sono uno che campa grazie alla cosiddetta Casta, chi mi conosce sa che non ho mai avuto particolari relazioni con i partiti e i loro apparati clientelari. Però il comunicato col quale, a firma congiunta, Grillo e Casaleggio sconfessano l’operato di due loro senatori sul reato di clandestinità mi provoca un sincero ribrezzo.

Non solo perché a parlare di quell’italiano su otto che non ha i soldi per mangiare, sono strumentalmente due milionari che possono mangiare per ottantamila. Non solo perché ancora una volta su un movimento che ha fatto della democrazia il suo cavallo di battaglia cala la scure censoria del capo. Non solo perché le immagini di Lampedusa sono ancora negli occhi di tutti. Ma soprattutto perché riduce una questione drammatica come l’emigrazione, che coinvolge buona parte della popolazione mondiale, a interesse elettorale. “Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità … il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.”, dice esattamente così il comunicato, e a me sembra linguaggio da vecchia politica, da trombone democristiano dei bei tempi andati.

So che un partito così poco ideologico che prende otto milioni di voti alla Camera, al suo interno contiene tutto e il contrario di tutto, ma con altrettanta forza sono convinto che Beppe Grillo sia razzista e abbia pericolosi atteggiamenti fascistoidi. Lui e Casaleggio dicono che il metodo seguito dai due senatori dell’M5S è sbagliato perché non esprime una posizione collettiva, ma non commettono lo stesso errore quando poi entrano nel merito della questione senza esprimere altra opinione che la loro, e non invece un punto di vista collegiale?

Sono appena tornato da Londra, una città dove tanti giovani italiani puliscono i cessi a sei sterline l’ora, ma in generale una città che senza stranieri non potrebbe vivere, dovrebbe chiudere. Come del resto l’Italia. Perciò, qualcuno dica a questi due arroganti privilegiati che l’emigrazione è una cosa seria, che coinvolge i destini di milioni di donne, uomini, bambini. Talmente seria da toccare da vicino anche noi italiani, che soprattutto dal sud abbiamo ripreso a emigrare a ritmi da record, come alla fine dell’Ottocento o negli anni Sessanta del Novecento.

Grillo e Casaleggio, fate un favore a tutti, anche agli attivisti del vostro movimento: fatevi da parte e godetevi i soldi che voi avete e noi non avremo mai.

Se fossi stato a casa (a Carlo Giuliani)

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di Rosario Dello Iacovo

Se quel giorno di luglio fossi stato a casa, oggi, a marzo, compiresti trentacinque anni. Se quel giorno fossi stato a casa, non avresti respirato gas cancerogeni. Nessuno ti avrebbe manganellato in un corteo autorizzato. Non avresti visto i pacifisti con le mani alzate e l’atterrito stupore, sotto uno spesso strato di sangue scuro. Se quel giorno fossi stato a casa, della Diaz e di Bolzaneto avresti letto sui giornali. Li avresti chiamati terroristi, pure se un paio erano disabili tenuti in piedi per ore con la faccia contro il muro. Pure se li avevano torturati. Pure se i cellulari delle guardie di una Repubblica formalmente democratica suonavano Faccetta Nera, mentre costruivano prove di cartone. Se quel giorno fossi stato a casa, saresti stato dalla loro parte anche quando poi li hanno condannati. E oggi avresti trentacinque anni. Saresti disoccupato. Oppure lavoreresti in un call center a duecento euro garantiti al mese, poi si vede. Magari leccando il culo a qualcuno perché ti raccomandasse per farti sfruttare. Se quel giorno fossi stato a casa, avresti votato vent’anni Berlusconi. Poi, magari, lo avresti votato ancora. Oppure ti saresti indignato e avresti fatto una rivoluzione casalinga, col culo sulla sedia e i link di facebook. Una croce su una scheda. Una rivoluzione per non cambiare niente, della quale fra un anno o due non si ricorderà più nessuno. Ma se quel giorno fossi stato a casa, saresti stato un altro. E invece eri proprio tu a Piazza Carlo Giuliani, ragazzo. E anche noi eravamo noi. Protezioni di gommapiuma e un estintore raccattato. Lacrime e disprezzo, contro la ferocia dell’Impero.

Se la secessione bussa seriamente alla tua porta

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di Rosario Dello Iacovo

Mentre qua mi dànno del borbonico appena parlo del sud, altrove i processi si compiono. «Ora la macroregione arrivi fino in Emilia Romagna» tuona il leghista Tosi, dopo l’elezione della camicia verde Maroni a governatore della Regione Lombardia. A sinistra invece sulla questione si glissa.

Da un lato, c’è l’avvilente cecità della sinistra istituzionale che sventolando qualche tricolore qua e là ha liquidato la questione, mentre contemporaneamente una parte del PD al nord da anni dà legittimità alla cosiddetta questione settentrionale. La doppiezza togliattiana fa sempre scuola, e non potrebbe essere altrimenti per una classe politica logora e tatticista che del vecchio PCI ha ereditato solo i difetti.

Dall’altro, si assiste al silenzio sostanziale di quella di Movimento: il sud viene tuttalpiù evocato simbolicamente, mai indagato e posto come punto di partenza dell’azione politica. Anche quando l’aggiunta dell’aggettivo “ribelle” costò ad alcun* compagn* carcere speciale e un processo con gravissime imputazioni, fortunatamente sgonfiatosi col tempo, non si seppe trasformare quell’allusione nominale in percorso programmatico e inchiesta sociale.

È dal 2006 che provo a parlare della questione. Fu il mio primo viaggio a Barcellona ad aprirmi gli occhi, anche se nei primi anni novanta ero già stato due volte nei Paesi Baschi, in Corsica e successivamente in Sardegna, reagendo ai discorsi degli indipendentisti con supponenza sinistroitaliota. Perché allora guardavo la questione più dal punto di vista della radicalità e della connotazione di sinistra, che da quello della territorialità della proposta politica. In fin dei conti, mi sono detto poi, cosa me ne fotteva dell’integrità territoriale dell’Italia e di qualsiasi altra nazione, se ero internazionalista? Quella la molla che trasformò i miei occhi sbarrati davanti agli indipendentisti sardi, come se avessi visto un leghista, in voglia di capire.

A Barcellona mi accorsi definitivamente che le nazioni, che ci immaginiamo monocolori come le cartine degli atlanti geografici, in realtà sono degli organismi complessi, ma soprattutto storicamente determinati. La Spagna si presta molto a questo tipo di lettura, soprattutto se la attraversi in macchina in lungo e in largo per un mese. Lì mi accorsi che le nazioni vanno e vengono, che la ricchezza di certi territori in certi casi si basa sul sottosviluppo forzato di altri, che esistono colonie interne non dichiarate che non devono produrre, ma solo consumare, che aveva ragione Marx quando parlava di Nebenlander (territori dipendenti), a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale viene bruscamente stroncato a profitto del paese dominante.

Solo che Irlanda e Inghilterra sono due nazioni diverse nella percezione comune. La Catalogna ha le sue Istituzioni e la sua lingua ufficiale, oltre che periodiche e frequenti smanie indipendentiste. Il sud Italia invece no, non ha nulla di tutto questo, come se i seicento anni di esistenza come Stato indipendente (il più grande e quello con le casse più piene) non fossero mai esistiti.

È dal 2006 che provo a parlarne, ovviamente in una prospettiva radicale e di sinistra, perché pur non avendo ancora scoperto Nicola Zitara, l’unico vero studioso marxista della questione meridionale (e perciò sconosciuto alla sinistra meridionale), già allora pensavo che non ha senso cambiare semplicemente il padrone al quale devi obbedire. Perché la povertà, la disuguaglianza, il saccheggio del territorio, l’emigrazione, la mancanza di infrastrutture e di opportunità, gli indici di degrado e criminalità, sono gli unici elementi per i quali vale la pena fare una battaglia meridionalista che sia anche lotta di classe.

Provo a parlarne da allora, ma vengo mediamente definito borbonico. E pure quando a un’assemblea di Movimento per organizzare un corteo per il 150° anniversario dell’unità d’Italia (che ovviamente non si fece), feci un lungo intervento spiegando bene che parlavo di Marx, di accumulazione originaria, di capitale coloniale, di sottosviluppo forzato come condizione dello sviluppo industriale del nord, gli esiti furono gli stessi. Anzi, in quella occasione una mail che arrivò anche a me, perché il genio che la redasse non sapeva che ero iscritto alla mailing list, venivo curiosamente definito un comunista-borbonico. Non c’è niente da fare, quando parli di sud a sinistra, il borbonico te lo becchi sempre.

Eppure io lo so che indipendenza in sé non vuol dire nulla. Te la riconoscono quando è funzionale agli interessi dei paesi più ricchi, come è avvenuto nell’area della ex Jugoslavia. Una strategia che criminalmente iniziò col riconoscimento della Slovenia da parte della Germania per includerla nell’area del marco, per culminare poi nelle sanguinosissime guerre e lo smembramento del paese. Oggi, grazie a quelle vicende, per esempio, la Fiat apre in Serbia e paga un operaio 400 euro al mese. Mentre tutta l’Europa diventa area del marco, al quale hanno cambiato nome chiamandolo euro.

Provate a chiedere ai Baschi, ai Corsi, agli Irlandesi o ai Sardi, se hanno trovato una Germania disposta a riconoscere la loro proclamazione unilaterale di indipendenza, o se hanno conosciuto morte, carcere e repressione spietata. Quando vuoi smettere di servire un padrone e non semplicemente cambiarlo, non la trovi una Germania. E nemmeno un’Italia, se non gli regali la tua classe operaia a 400 euro al mese a un tiro di schioppo dai suoi principali mercati e dal cuore dell’azienda.

A questo punto voi mi direte: ma perché ci stai parlando di indipendenza? Perché nonostante la maggior parte degli italiani non se ne sia accorta è in corso già da anni una secessione soft, ma sostanziale. Se fra il 1950 e il 1973 la distanza fra le due parti del paese è diminuita, da allora in avanti ha ripreso a crescere e infine, con la Lega al governo, a correre, producendo la drammatica fotografia scattata dallo Svimez: “Ci vorranno 400 anni per colmare il gap tra Nord e Sud” http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/09/26/777834-svimez-400-anni-per-colmare-gap-nord-sud.shtml

Ora la Lega governa Piemonte, Lombardia e Veneto, ma non è solo questione di Lega, anche il varesino Monti ha governato nel solco tracciato dai suoi predecessori padani. Ho la sensazione però che la questione non finisca qua, soprattutto nel ciclone della crisi economica, dell’attacco ai paesi dell’area mediterranea, della crisi dello stesso euro. Che dite, gliela dedichiamo un poco di attenzione a questa vicenda, prima che ci svegliamo una mattina e oltre ad aver subito la peggiore unità possibile, ci ritroviamo una secessione unilaterale che bussa alla porta?