Napoli e i colori della pioggia

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di Rosario Dello Iacovo

Mi sveglio a casa mia al centro antico e finalmente piove. Del resto qualche volta deve pure accadere, non fosse altro che per una questione di pura statistica, perché io mi sveglio sempre sperando che piova. Pure in vacanza da bambino, con l’attesa che cresceva fino al momento liberatorio dei temporali di fine estate. E sì, al tempo che esistevano ancora le stagioni. La tv è accesa. Il libro in inglese del Millwall che sto leggendo ce l’ho giusto sul petto, un miracolo di equilibrismo che attesta un sonno inusualmente poco agitato. I resti della cena araba di ieri sera si contendono col posacenere stracolmo l’esigua superficie del tavolino Ikea basic, quello da cinque euro e qualcosa. Io invece sono disteso sul divano, non ho i calzini, sono scoperto, senza nemmeno il riparo della leggera copertina svedese che non so di cosa cazzo è fatta, ma credetemi riscalda come e più di un piumone.

Il piumone vero invece ce l’ho di sopra, sul letto a castello che imposi come condizione alla mia padrona di casa perché non me ne andassi. Ero tutto contento, quando un paio di amici misericordiosi lo montarono, mossi a pietà dalla mia proverbiale incapacità di fare il benché minimo lavoro manuale. Solo che poi ci dormii e, nonostante il soffitto fosse sufficientemente alto, avvertii una chiara e inequivocabile sensazione di disagio. Alla mia proprietaria di casa non l’ho mai detto, non sarebbe stato prudente, ma da allora io dormo sul divano senza nemmeno aprire il letto. Faccio così: mi ci stendo, leggo, lascio la tv accesa e prima o poi il sonno arriva, solitamente svariate ore dopo che metto in pratica l’intenzione di addormentarmi.

Casa mia è in uno di quei palazzi con i muri di tufo spessi mezzo metro, incredibilmente calda d’inverno e fresca d’estate. Perciò, senza la minima sensazione di freddo, mi alzo, accendo una sigaretta e la fumo. Ne accendo un’altra e la finisco, non prima di aver espletato qualche funzione fisiologica di natura liquida. Poi preparo la macchinetta del caffè da sei tazze, tiro fuori la bottiglia d’acqua dal frigo e bevo un lungo sorso che faccio durare finché non sopraggiunge la sensazione di asfissia. Lo faccio sempre, mi piace, è un modo per testare la capacità di apnea dei miei logori polmoni, messi a dura prova dalle troppe sigarette che mi fumo. Poi la caffettiera inizia a borbottare, verso una dose di circa tre tazzine in una tazzone dove ho già messo il latte, tiro fuori i biscotti ai cereali e ne mangio un paio. Subito dopo mi appiccio un’altra sigaretta e con la semplice imposizione dell’indice della mano destra riporto in vita il Mac portatile che troneggia discreto al centro del caos primordiale della mia scrivania.

Troneggia, il vecchio, ma certo non come il legittimo occupante, l’iMac che ho portato a casa di mammà quando sono partito per Londra per non lasciare mio padre senza computer, e non ho ancora riportato indietro. Non credo – a finale – che lo farò, spero di potermene comprare uno nuovo e lasciargli l’altro stabilmente. In realtà, a dirla tutta, da quando sono tornato della perfida Albione mi sono attardato un attimo pure io a casa di mammà. Prima ho detto vabbuò, dopo Natale. Poi ho rimandato a dopo la befana, e ho continuato così finché non ho ricevuto il prevedibile e meritato foglio di via. Così da lunedì sono di nuovo nel mio parallelepipedo nel cuore della città antica. Dove appunto mi sono svegliato stamattina.

Mi infilo quindi nella doccia ed esco solo quando ho prosciugato l’ultima goccia d’acqua calda dallo scaldabagno. Poi con l’accappatoio del Napoli falso addosso mi siedo davanti al computer e appiccio un’altra sigaretta, mentre controllo la posta, le notifiche su facebook e cazzivari. Scopro con fanciullesco stupore che gira ancora la truffa di quello che in Africa ha ricevuto un’eredità di tot milioni di dollari ma che – poraccio – non ha i soldi per sbloccarla, e giustamente li chiede a me in virtù della nostra antica amicizia. Credeteci, io ci credo. Un’assicurazione online mi promette una polizza vantaggiosissima, compilo tutto l’ambaradan, ma quando scelgo Napoli, il prezzo schizza a quasi duemila euro. Li fanculizzo, mentre cancello milioni di mail di spam di ogni natura, offerte irrinunciabili, grouponi e volaggratìs, prezzipazziecotillons. La voce del venditore di qualcosa che mi arriva su dal vicolo deserto, però mi ricorda che è tempo di andare, ma prima chiamo mio padre, che il gran chef della domenica, e gli chiedo:

– Terra o mare?
– Mare. – La laconica risposta.

Il mercato delle mura, quello dietro Porta Nolana, la domenica mattina mi piace un po’ di più del solito, ma mi piace proprio in generale, lo ammetto. Vado subito dall’amico Pasquale dei frutti di mare e vedo la solita ridda di clienti che mette a dura prova la sua squadraccia schierata al gran completo con i “cuppini” di plastica coi forellini che “sciacquareano” alla grande dentro le tinozze.

– Buongiorno, guagliò. – Mi saluta.
– Buongiorno ‘o zi. – La mia educata risposta.
Ch’ja piglià?
‘Nu chil ‘e lupin, dduje chil ‘e cozzeche e ‘nu chil ‘e vongole.
Okkè, te dong chisti cca ‘e sett euro, a te te ddong a sei, nun ‘e piglià ‘e lupin e cinque. – E accompagna la frase con uno smaccato occhiolino davanti a tutti, che mi fa ipotizzare che quelli da cinque li esponga solo per fare il giochetto del cliente che va trattato bene. – Cocc’ata cosa? – poi aggiunge.
– No, a posto così. – Pensando che mio padre ha già inciarmato calamarata, gamberi e ‘o purp, perché conosco i miei polli.

Poi, come va e come viene, mi faccio pesare tutto, pago e vado a prendere il pane.

– Buongiorno ‘o zi. – Faccio al vegliardone napulegnissimo che sta dietro il banchetto collocato davanti alla sua “puteca” in fondo alla strada, mentre un aiutante dell’est con gli occhi azzurri un po’ slavati mi chiede in un napoletano accettabile che pane voglio. Io scelgo un paniello di pane cafone e lo indico col dito. Poi dico al vegliardo:

‘O zi, ma è bbuon stu ppane?
‘Over faje? Chest è ‘o mmeglie pan ‘e Napule.
Mmm ‘o bbeco nu poco pecora zoppa. – Con fare dubbioso, mentre sorrido.

Lui punto nell’orgoglio, si porta un pezzo di pane quasi uguale al petto, vi poggia il bordo, poi con un coltellaccio da Jack lo squartatore e un solo movimento rapido e sapiente ne taglia una fetta e me la porge, mentre mi guarda in attesa del mio giudizio con l’aria del matusalemme pigliato collera.

– Uhm, nun cc’è mmale. – Gli faccio, ma in realtà lo prendo per il culo perché questo pane che mi crocca in bocca e rimanda a un’abilità affinità nei secoli, non è il più buono di Napoli, ma proprio il migliore del mondo. – Nun è pe mme – continuo – chella è mmammà ca è ‘mpicciosa.

Guagliò, si a mmammà toje stu ppane nun le piace, mo’ ppuort arret e te regal ‘o ppane tutt e journe pe nu mese.
– Affare fatto. – Gli do la mano, l’euro e cinquanta per un chilo di delizia cotta al forno, saluto e me ne vado.

In macchina accendo lo stereo e becco una stazione di musica napoletana. Alzo quindi tamarrescamente il volume, calando un po’ il finestrino pecché a robba bbella se fa verè e – in questo caso – anche sentire. Le note tuttavia non sortiscono l’effetto sperato sui passanti, che si muovono frenetici con la faccia di peste tipica dei napoletani quando piove. Non c’è niente da fare, è più forte di loro, i napoletani sono umorali e metereopatici, se un anno facesse 364 giorni di sole da spaccare le pietre e uno solo di pioggia, beh, in quelle ventiquattro ore sfodererebbero l’espressione più amareggiata, addolorata e contrita del loro repertorio. Mentre me la ghigno perché invece io amo la pioggia, la canzone entra nel vivo, con una tipa che su una base house commerciale canta che lei mica è scema, perciò lui non provasse a fare il furbetto perché sa come fargliela pagare. Poi è la volta di uno che sul modello di Gigi D’Alessio canta nel tipico italiano affettato dei neomelodici una canzone sul tema dell’uomo sposato che si è innamorato di un’altra e pur avendo perso tutto, casa, amici, famiglia, rifarebbe esattamente la stessa cosa, se potesse tornare indietro. Mentre fioccano le dediche che ricorrono a codici e nomignoli per evitare che coniugi troppo attenti possano sgamare, anche se magari stanno ascoltando la radio in attesa che anche a loro arrivi una dedica simile.

Sorrido perciò, mentre arrivo a Sangiuaniello, dove entro nella pasticceria di fiducia, ordino un chilo di piccola pasticceria e me ne sto sulla porta a guardare gli ambulanti che mettono da parte la merce, chiudono gli ombrelloni, con la faccia appesa del napoletano quando piove, pure se a giudicare dalla pochissima roba che ripongono gli affari non gli sono andati mica male.

Così chiudo gli occhi e respiro l’odore di una domenica mattina napoletana, mentre penso che un po’ mi manca Londra e un po’ mi manca Milano, ma che qui e ora non farei mica cambio. Credetemi, oggi come oggi non ci penso proprio, perché niente è più bello di Napoli con i colori della pioggia.

Yuri, la mimetica del Napoli e il sorriso dei tuoi occhi

maglia-mimetica

di Rosario Dello Iacovo

– Zio…
– Uè Yuri, bello, che dici?
– Niente ‘o zi, tutt’a post, e tu?
– Tutto a posto e niente in ordine. Fa troppo caldo, si muore.
– Ah, sì? A me mi piace l’estate…
– Sì? E perché?
– Perché si va al mare, fa notte tardi e soprattutto non si va a scuola. – Ridacchia dall’altro lato della comunicazione cellulare, il nipotastro in questi mesi di ozio assoluto, senza compiti, perché a settembre inizia le scuole medie. – Ma stai a casa tua o dai nonni? – Poi mi chiede.
– Sto a casa mia, lo sai che i nonni sono partiti, perché dovrei essere a casa dei nonni?
– Perché stai sempre là. – Dice convinto, alimentando la leggenda familiare inventata dai miei genitori, e da lui diffusa con compiacimento alla prima occasione utile, secondo la quale da anni, pur avendo abitato un po’ ovunque a Napoli e altrove, io stia sempre a casa loro. In realtà ci vado poco da mesi. Poi l’avvertimento di mia madre, che prima di partire per le vacanze ha sigillato l’appartamento col rigore di una piramide egiziana dopo la tumulazione del più grande Faraone di tutti i tempi, è stato gentile ma risoluto: “Passa quando vuoi, ma se non passi è meglio”. Questo il succo dell’aureo pensiero materno, mentre mi avvertiva telefonicamente che erano in partenza per il Salento. Non che abbia torto, intendiamoci, perché il mio impatto su una qualsiasi abitazione è decisamente invasivo e inversamente proporzionale alla capacità di rimettere in ordine. Lei, poi, sarebbe capace di riconoscere la diversa disposizione di uno stuzzicadenti a caso all’interno dell’astuccio, figuriamoci la scia di munnezza e disordine che mi lascio inevitabilmente alle spalle, appena poche ore dopo il mio ingresso scomposto in quella che considererò sempre la mia vera casa. Fino all’ultimo dei miei giorni. Perciò non mi offendo quando mi cazzea o mi dà il foglio di via. Sono consapevole dei miei limiti in economia domestica. Del resto mi basterebbe anche solo un’occhiata rapida al mio monolocale per dissipare immediatamente ogni dubbio. Ma non me ne vengono, credetemi. Quindi non raccolgo la provocazione del pestifero nipote, che qualche giorno fa ho recuperato, insieme a suo cugino, mio fratello e sua moglie, all’aeroporto di Napoli di ritorno da una vacanza a Ibiza. Abbronzaticchio, con le lentiggini a vista e il cappellino hip hop rosso dei New York Yankees, costatomi una discreta cifretta il mese prima. “Zio non togliere l’adesivo dalla visiera”, mi aveva avvertito, mettendomi al corrente delle ultime tendenze in voga fra i giovanissimi.
– Senti… – riprende sornione – Visto che stai a casa tua e papà deve venire a Napoli, perché non ci andiamo a fare quella passeggiata al centro che ci dobbiamo fare da un sacco di tempo? – Io ovviamente gongolo, perché mi fa sempre piacere passare dal tempo con lui. Tanto più che la mia compagna stava già andando via. E poi queste passeggiate in cui gli spiego la storia di Napoli o parliamo di vita e di pallone sono diventate, seppur non frequenti, ormai abituali. Momenti costitutivi del nostro rapporto, che spesso è solo telefonico o via whatsapp, dove ci attardiamo in prese per il culo reciproche, attraverso le quali testo l’avanzamento della sua street credibility. Indispensabile strumento del kit di sopravvivenza per ogni napoletano degno di questo nome. O almeno di quelli sufficientemente prudenti e pieni di buon senso, come io ritengo di essere.
– E certo, a che ora vieni? – Gli chiedo.
– Papà ha appuntamento alle quattro e mezzo proprio vicino casa tua, perciò vienimi a prendere là. – E mi spiega il posto.
– Ok, allora ci vediamo là fra un’oretta.
– Zio…
– Eh, che c’è?
– Ma secondo te sta aperto il negozio del Napoli vicino Piazza del Gesù? – Annuso il tranello, mentre pronuncio un interlocutorio:
– Penso di sì, perché?
– No così, stavo pensando che mi puoi comprare la maglia nuova del Napoli…
– Ma la prima maglia, dici? – Teso come una corda di violino un attimo prima di spezzarsi e sferzare l’aria, perché già temo l’inevitabile effetto della legge del contrappasso.
– No, quella mimetica di Higuain. – Pronuncia preciso, aiutato anche dal poquito di spagnolo che asserisce di aver imparato in questa estate ibizenca. Seh, credetegli. Non so voi, ma io non gli credo.
Però accuso il colpo. Col telefono a mezz’aria nella mano destra, De Laurentiis si materializza dietro di me e si avventa come una iena a fare un sol boccone delle mie misere spoglie. Io odio la fottuta mimetica e non ho lesinato critiche feroci alla scelta di aver presentato il miglior acquisto della stagione con la terza maglia, invece che quella ufficiale, tediando anche con particolare insistenza i tremilaseicentoerotti iscritti alla mia pagina di Facebook. Una scelta speculativa capace di attirare tutti i miei peggiori strali, ma che i tifosotti, ormai perfettamente a proprio agio nei panni del cliente, sembrano aver particolarmente apprezzato. Tant’è che dicono stia andando a ruba. Capisco mio nipote, che è solo un bambino che compirà undici anni fra qualche mese, lui non sa cosa cazzo voglia dire calcio moderno, perché questo è l’unico pallone che ha conosciuto, anche se è cresciuto con la maglia di Calaiò della serie C e i video di Maradona. Ma gli adulti dovrebbero avere un po’ più di rispetto per se stessi e per la nostra storia, evitando di mostrare le loro panzute prominenze nella maglietta da Rambo che ha fatto incazzare anche un generale della Nato, senza che però – in verità – la cosa mi abbia tolto una pur minima porzione del già poco sonno d’estate.

– Ma che devi fare con questa mimetica? Perché non ti pigli quella azzurra? – Gli chiedo, provando a salvarmi con un improbabile tackle in scivolata sui campi fangosi indossando una divisa sobria del buon calcio di una volta. Quando il football era una cosa seria, fatta di sudore e sacrifici, ma anche di giocatori che dopo la partita se ne andavano al pub a farsi una pinta coi tifosi, di stadi pieni e di radiocronache del solo secondo tempo, di totocalcio e di un paese che sognava il tredici che cambiava la vita, di numeri dall’1 all’11 cuciti sulla schiena, di portieri coi guantoni e il cappellino, senza tessera del tifoso, senza biglietti nominali, senza posticipo della domenica pomeriggio, quello della sera, il postposticipo del lunedì sera, la Champions il martedì e il mercoledì, l’Europa League il giovedì, l’anticipo molto anticipato del venerdì e quelli del sabato. Pure quello di mezzogiorno della domenica. E per i più mattinieri tra un po’ magari ci metteranno un altro bell’anticipo, che so, alle nove di mattina. Proprio perché non resti più nemmeno un buco per pensare ad altro, perché quella che Marx chiamava Sussunzione reale del lavoro al capitale, si intrecci e vada a braccetto col concetto di reificazione di György Lukács e del capitalismo spettacolare di Guy Debord. Perché tutto diventi merce e merce spettacolo, impacchettata nei format senz’anima della pay tv, con la telecamerina sulla maglia di giocatori anoressici per mostrare a un mondo di spettatori invece sovrappesso anche i dettagli di ogni goccia di sudore, di un muscolo qualunque sul quale guizza l’ultimo tatuaggio del divo pallonaro che quest’anno gioca qua, ma l’altro anno giocava là, poi se ne va da un’altra parte, poi magari ritorna qua, senza mai smettere di sbaciucchiare la maglia. Qualunque sia quella che indossi in quel particolare momento, lui la sbaciucchia con l’aria rapita di chi ha conosciuto solo in quell’istante il concetto di amore puro e per sempre. Uno spettacolo nauseabondo, condito dalle onnipresenti bollette, giusto perché a nessuno venga la tentazione di trasformare il già corrotto carrozzone del pallone in un teatrino ancora meno credibile, che però continuiamo a guardare in ipnosi metacomunicativa, fingendo con noi stessi che ci sia ancora un briciolo di verità. Ma mio nipote dall’alto dei suoi quasi undici anni se ne fotte. Lui ama il pallone, lo rincorre da quando ha imparato a stare in piedi, gioca in una scuola calcio che quest’anno entrerà a far parte del vivaio diffuso che l’Inter allestisce in tutta Italia, con approdo finale per i più meritevoli alla Pinetina. Mentre noi ci sorbiamo le chiacchiere sulla scugnizzeria, i trecentomila euro spesi, briciole, e i nostri osservatori manco ci vanno a caccia di un ragazzino qualunque dotato di talento, che gioca nella nostra regione e che nove su dieci tifa pure Napoli. Aspetto con le speranze ridotte praticamente a zero la sua risposta. Ma già la conosco, Yuri se ne fotte. Perciò, mi dice:
– No ‘o zi, ne tengo tante azzurre. E poi quest’anno le cose mimetiche si portano. Chiosando con l’aria dell’esperto della settimana della moda di Milano. Anche se dice sempre che Milano gli fa schifo, pur non essendoci mai stato. Lo sa, la piccola serpe in seno, che io amo Milano e quindi lo dice per farmi girare le palle.
– Vabbè, allora ci vediamo fra poco. – Rispondo rassegnato, mentre metto giù il telefono e mi infilo sotto la doccia. Ci metto tempo a prepararmi però, perché mi intalleo come sempre e alla fine arrivo all’appuntamento poco prima delle cinque.

– Uè – rivolto a lui e a mio fratello -, è da molto che state aspettando?
– No – ride Yuri -, papà ha appuntamento alle cinque, ti ho detto alle quattro e mezzo perché sapevo già che avresti fatto tardi.
– E bravo ‘o capron – come lo chiamo per sfotterlo. Mentre lo abbraccio e gli faccio il solletico.
– Dài, ‘o zi, non fare il pirla – come di solito lui sfotte me, sempre per la storia del milanese – e non farmi il solletico che fa caldo.
– Ma tu non eri quello a cui piaceva l’estate?
– Sì, ma se vado al mare, non con IL zio azzeccato addosso che mi fa il solletico. – Anche quell’IL fa parte della nostra scorta di prese per il culo abituali.

Però la frase ha una certa logica, del resto è un Dello Iacovo, perciò lo mollo non lesinando un leggero buffetto dietro la testa. Saluto suo padre e ci incamminiamo verso il Rettifilo. Qui, noi andiamo a sinistra e la mia compagna a destra verso casa sua. La saluto e le dico di avvisarmi quando arriva. Appena lei va via, lui mi rivolge uno sguardo interrogativo, ma io svicolo chiedendogli:

– Ma puoi camminare con gli infradito?
– Sì sì, sono abituato. Ci cammino sempre.
– Mo’ quanto hai di piede? – Osservandogli il piedone che cresce più velocemente della sua statura.
– 38, non mi vanno più le scarpette vecchie… – Mi guarda lasciando la frase sospesa a mezz’aria, io lo guardo e ridiamo, perché so benissimo dove vuole andare a parare, il giovane capro. L’ultima volta è finita con lui barricato sul punto più alto dello scaffale di un negozio sportivo, finché non gli ho comprato le scarpette di Cavani, che Dio e i petroldollari del Psg lo abbiano in gloria.

Per strada c’è abbastanza gente, nulla a che vedere con agosto di una volta, solo quando giriamo a destra verso Mezzocannone la via si presenta più deserta, priva del suo tradizionale via vai di studenti universitari, ma in pratica è come se fosse luglio: la differenza se c’è è del tutto invisibile agli occhi. Fa caldo, ma in linea con la tendenza di questa estate non c’è afa, l’umidità è bassa per cui, pur avvertendo l’effetto fornace sotto le suole delle mie Adidas molto vintage comprate l’anno scorso a Milano, la passeggiata è piacevole.

‘O zi, ma pecché ‘sta strada si chiamm Miezucannon?
– Eeeh? – Rispondo fingendo di non aver capito, come faccio sempre quando si mette a parlare napoletano. Cioè, sono consapevole che in un contesto fortemente dialettofono come quello campano, è scontato e giusto che parli anche napoletano, ma non deve mai perdere dimestichezza con l’italiano. Non sapersi esprimere compiutamente è grave e questo deficit se lo portano appresso tanti, a Napoli come altrove. Non voglio che mio nipote sia fra questi.
– Perché questa strada si chiama Mezzocannone? – Corregge il tiro, dopo il mio sguardo torvo, in un italiano prossimo al dantesco.
– Perché c’era la fontana con la statua di un Re di Napoli che aveva la canna corta e i napoletani iniziarono a chiamarla così. Ma prima tutta la zona era diversa, qui per esempio c’era Porta Ventosa o Licinia, una porta delle antiche mura.
– Ah, perché c’erano le mura?
– Sì, tutte le città antiche avevano le mura per difendersi dagli attacchi di altre città o dei pirati.
– A me mi piacciono i pirati.
– A me mi? E poi lo dici mo’ perché li vedi al cinema o in televisione, ma volevo proprio vedere se ti piacevano pure in carne e ossa e ti venivano a rapire di notte per farti diventare un mozzo sulle loro navi. Comunque, tornando a noi, Mezzocannone non era così prima, era il lato ovest di Neapolis greca…
– Cioè, qua finiva la città?
– Eh.
– E di là? – Indicando col pollice in direzione dell’Orientale.
– Di là si andava verso Palepoli che era la città vecchia, cioè verso il Monte Echia e l’isolotto di Megaride, dove sta Castel dell’Ovo e dove arrivarono i greci. Poi, quando la città crebbe oltre le mura, Mezzocannone diventò un vicolo.
– Seh, quella è larga, come faceva a essere un vicolo?
– Mo’ è larga, l’hanno allargata col Risanamento, cioè la ristrutturazione di varie zone del centro antico. Pure il Rettifilo non c’era.
– Ma il Rettifilo sarebbe il Corso Umberto?
– Sì, ma tu continua a chiamarlo Rettifilo. – Rimandando la spiegazione sul dannato Savoia a un prossimo, indefinito futuro.

Arriviamo a Piazza San Domenico e c’è un po’ di gente seduta ai tavolini dei bar, qualche studentello tanto alternativo che si fa le canne, mentre i genitori al paese rispondono alle domande dei parenti con la fiera affermazione: “Sta ancora a Napoli a studiare”. Intanto continuano a foraggiare il capelluto virgulto a colpi di vaglia e bonifici, coi quali lui si compra l’erba idproponica a diciotto euro al grammo e con gli spiccioli restanti la scatoletta di tonno per condire gli spaghetti. Sì, perché i fuorisede sono i più grandi fans al mondo dei vermicelli con il tonno in scatola. Saluto qualche faccia nota, ma non mi fermo perché Yuri scalpita come il cacciatore che sente l’odore della preda. Arriviamo e manco a dirlo la mimetica fa bella mostra di sé in vetrina. Il negozio ufficiale del Napoli in via Benedetto Croce è un’angusta botteguccia, in linea col concetto ultralight del club, che alla voce proprietà immobiliari ha come risposta un beato cazzo. Entriamo.

– Salve.
– Buongiorno, mi dica.
– C’è la maglia mimetica per bambini?
– Purtroppo le abbiamo finite, finiscono appena arrivano. – Mi dice la commessa col sorriso soddisfatto, senza sapere di infliggermi un grande dolore.
– E quando arrivano di nuovo?
– Mah, forse prima di ferragosto, sicuramente a settembre. Se vuole può prenotarla.
– Vabbè, io abito qua vicino, magari ripasso. Intanto può fargliene misurare una azzurra, in modo che anche se non c’è posso passare a prenderla comunque?
– Certo, aspetti che gliela vado a prendere.
– Ti sta bene Yuri – gli faccio, una volta che l’ha indossata -, non è che ti vuoi pigliare questa e poi vediamo più avanti per l’altra?
– No, ‘o zi mimetica. – Senza offrire il pur minimo appiglio al mio subdolo tentativo di depistaggio.
– Ok, va bene. Andiamo.

Salutiamo e siamo fuori. Mi viene in mente che pure a Piazza Carlo III c’è un negozio che vende la roba del Napoli.

– Ti ricordi quel negozio vicino casa dei nonni? – Gli chiedo.
– Sì.
– Vogliamo provare pure là?
– Ok.
– Ma andiamo a piedi, è lontano, ce la fai?
– Sì. – Andrebbe sulla luna per questa cazzo di maglietta.
– Va bene, però passiamo prima da quello alla Duchesca, dove ti ho comprato le scarpe dell’Adidas.
– A posto.
– E ti ricordi pure questa che strada è?
– Sì, è Spaccanapoli. Là sopra è vicino a dove abitavi prima, ai Quartieri spagnoli.
– Dove ti ho mazziato a Iss Pro quella volta? – Gli dico punzecchiandolo.
– Seh, seh, abbiamo fatto 1-1 e ti sei pure rubato il pareggio, meritavo di vincere.

Non dice bugie, fu la prima volta che ebbi la percezione che stesse crescendo. Di solito lo facevo segnare per non sorbirmi le sue lagne in modalità quadrofonica, ma quella volta mi mise davvero in difficoltà, giocando a ritmo indemoniato senza che riuscissi a prendergli le misure per tutta la partita. Afferrai il pareggio alla fine con molto mestiere e un po’ di culo e per fortuna mancai un’occasione clamorosa all’ultimissimo secondo. Perché in caso contrario sarebbero stati tuoni e fulmini, con possibile rottura del rapporto zio-nipote per molti anni a venire. Lui non ama perdere, è come ero io da bambino. Poi io ho imparato. Lui spero non debba impararlo mai.

– Ma se ti ho fatto segnare io. – Bluffo ridendo.
Comm. – E fa l’occhiolino, con l’aria di quello che la sa più lunga del metro e qualcosa in verticale, che è la sua altezza.
– Ti ricordi perché si chiama Spaccanapoli?
– Sì, perché attraversa tutta Napoli antica, è uno dei decumani.
– Che però si dovrebbero chiamare plateiai…
– Eh?
– Plateiai, cioè la stessa cosa dei decumani, ma in greco. Ricordatelo sempre, noi siamo greci capitati in Italia per caso. Noi siamo italioti non italiani, che è una brutta parola.
– Quindi ai mondiali dovrei tifare la Grecia?
– Sì.
– E perché tu tifi l’Inghilterra?
– Bella domanda, quando andiamo a Londra te lo spiego.
– Zio, ma tanto io tifo sempre l’Italia, lo sai che non me ne fotte proprio.

Camminiamo. Lui come sempre si guarda intorno con aria rapita. Gli piace il centro antico perché sa che questa è la vera Napoli. Di solito la vede dalle pendici del Vesuvio, col vulcano alle spalle e il mare davanti.

– Questa? Te la ricordi?
– Sì, è San Gregorio Armeno, la strada dei pastori. Ci vengo sempre a Natale coi nonni.
– Aspè che mo’ ti porto a vedere dove ho abitato per quattro anni.

E arriviamo così a Forcella, dove ci accoglie un ragazzino in slalom su uno scooter.

– Zio, hai visto quel bambino? – Mi dice – C’avrà la mia età e già va sullo scooter.
– Eh, qua i bambini sono un po’ turbolenti, crescono in fretta.
– Papà non me lo comprerebbe mai, però me lo potresti comprare tu dicendo che è tuo.
– Sì, poi vengo tutti i giorni da Napoli a casa tua a portartelo. – E gli faccio l’occhiolino.
Me si piaciut ‘o zi’, schia ‘o cinche.
– Secondo me tra poco, tu non saprai parlare più in italiano. E mi sa che invece di questa maglietta, è meglio se ti compro un vocabolario. – Gli dico porgendogli la mano per attraversare.
– Zio, ma mi vuoi far fare le figure di merda? Qua vanno sullo scooter a dieci anni e tu mi vuoi dare la mano?
– E pure hai ragione, – ridacchio – mettendogli il braccio intorno alle spalle.

Arriviamo al negozio alla Maddalena, ma di maglie manco a parlarne. Perciò ci incamminiamo verso Porta Capuana e una volta giunti lì, gli dico:

– Mo’ sai che facciamo?
– No.
– Andiamo per il Borgo Sant’Antonio Abate, e ti faccio vedere il palazzo dove è cresciuta la nonna. Lui annuisce e giriamo a sinistra.

‘O Buvero, come si chiama in napoletano, è uno dei quartieri più caotici, popolari e caratteristici della città. Fuori dalle mura della città antica, esiste però da secoli e dal Quattrocento mantiene del tutto inalterata la sua struttura. Ospita un mercato che praticamente occupa tutta la strada, rendendo possibile solo la circolazione a piedi. Uno di quei posti che se Napoli fosse rimasta Capitale di una nazione indipendente, sarebbe tirato a lucido e bellissimo. Magari ci sarebbe pure una fermata di una delle quindici linee della metro. Invece non c’è niente di tutto questo, solo un magma di voci, colori, odori, e prezzi veramente bassissimi rispetto a quelli dei negozi o dei supermercati. La frutta a 50 centesimi al chilo è un esempio perfetto dei buoni affari che si possono realizzare da queste parti. Io quando ho voglia di camminare, ma soprattutto di tirarmi dietro il carrello da vecchio con il quale faccio la spesa, ci vengo dagli orefici, finendo per comprare molte più cose di quelle che mi servono, che quindi spesso finiscono nella munnezza, annullando il vantaggio economico delle offerte. E m’incazzo, perché niente mi fa girare le palle come il cibo sprecato. Lo percorriamo tutto e quasi alla fine c’è il Palazzo delle Carrozzelle, dove mia madre ha trascorso la sua infanzia con degli zii, perché suo padre, mio nonno Vittorio, morì nove giorni prima che le nascesse. Quindi non lo abbiamo mai conosciuto. Era fascista mio nonno, e una volta suo padre, fervente socialista, rischiò di finire nei guai buttandogli la divisa della Milizia dal balcone, che finì dritta in testa a una pattuglia di fascisti che passava in zona. Poi fu lo stesso Vittorio a risolvere la questione, dicendo ai suoi poco convinti camerati che era caduta accidentalmente. Ma questo a Yuri non lo racconto, non mi piace parlare di politica ai bambini, perché c’è un tempo per ogni cosa. Gli dico solo:

– Entriamo?
– Sì, zio.

Varchiamo il portone e ci ritroviamo in un cortile squadrato, nel quale non entravo da decenni e che mi ricordavo molto più grande.

– Questo una volta era un convento. Poi è diventato un palazzo, e dove mo’ stanno questi bassi, c’erano le stalle per le carrozze e i cavalli. Ah… e poi ci sono i fantasmi.
– Veramente?
– Sì. Chiedilo al nonno.
– Perché, – fa lui con la faccia un po’ spaventata – cosa ha visto nonno?
– Eh, un sacco di cose. Una volta, dice che aveva visto un’ombra acquattata sulle scale e poi questa ombra si era trasformata in un gattpo nero. Un’altra volta, entrando in una stanza ha ricevuto uno spintone e, una volta accesa la luce, ha visto che nella stanza non c’era nessuno. Cose così, vogliamo salire?
– Non esiste proprio, a me non mi piacciono i fantasmi. Andiamocene.
– Ah, ah, ah, ti metti paura, eh?
– No, ma va a finire che chiude il negozio.
– Va bene, mo’ ce ne andiamo. Gli dico, col sorriso sulle labbra.

Io non so quante delle cose che mi hanno raccontato siano vere, però quando ci venivo da bambino, perché qui abitava zia Liana, una cugina di mia madre con la quale lei usciva da ragazza, avevo sempre un vago senso di inquietudine. Non so se dipendesse dalla struttura austera e poco illuminata o dall’architettura delle scale, che si avvitava intorno al centro dell’edificio, attraverso delle volte, ma mi ci sentivo a disagio. Quando gli zii di mia madre si trasferirono con il figlio, mio Zio Giggino, negli Stati Uniti, pare che sollevando i mobili si sgretolassero gli oggetti contenuti all’interno. Magari è solo suggestione, ma ancora una volta una sensazione di sollievo accompagna la mia uscita dal palazzo. Attraversiamo Piazza Carlo III, ma anche là hanno finito le magliette. Il tizio ci dice che c’è un negozio Macron al Corso Garibaldi e torniamo indietro ripassando davanti all’Albergo dei Poveri.

– Yuri, sai che questo è stato a lungo l’edificio più lungo d’Europa?
– Veramente?
– Sì, sì. Io ci venivo a scuola qua. Poi quando ci fu il terremoto nel 1980 la struttura esterna non riportò moltissimi danni, almeno su questo lato, ma le classi sono crollate, meno male che era domenica, altrimenti chissà quanti morti ci sarebbero stati.

Guardo la mole imponente, che nel progetto originario doveva essere cinque volte più grande, e anche in questo caso non posso fare a meno di pensare che in una Napoli Capitale, ospiterebbe sicuramente un grande museo. Invece ha solo la facciata rifatta, con un restauro soft, ma sono stati recuperati pochissimi spazi interni, perché il passato di questa città è sempre una testa troppo grande per le gambe rese rachitiche dall’Italia Spa.

Così ci incamminiamo lentamente lungo il Corso Garibaldi, che mai come stavolta calza a pennello con le mie riflessioni. Arriviamo al negozio Macron, anche in questo caso un bugigattolo, e pure qua le magliette sono finite. Penso ai soldi che sta facendo De Laurentiis senza farci vincere niente, compro un gelato a Yuri, chiamo suo padre per dirgli di venirlo a prendere. Mio fratello arriva poco dopo, io saluto Yuri e gli dico che gli prenoto la maglietta, ma comunque gli resta l’espressione corrucciata. Poi imbocco la strada per Porta Capuana, diretto a casa. Dopo la Porta guardo in alto verso destra, in direzione di Via Carbonara, in uno di quei vicoli in cui il mare a volte ci entra.

E così, senza nessuno sforzo, sorrido.

Altrove è una lepre di pezza, il libro

altrove lepre di pezza

Come qualche iscritto al blog saprà, stavo lavorando da un po’ al mio primo libro. Si tratta di una raccolta di racconti che avrà come titolo “Altrove è una lepre di pezza”, edita dalla piccola ma agguerrita casa editrice napoletana “Ad est dell’equatore”. Bene, finito il lavoro di revisione, ho consegnato la bozza definitiva in questi giorni. Ora non c’è che da attendere i tempi tecnici.

A chi mi ha supportato, ai 120mila che hanno cliccato su queste pagine, al centinaio di fedelissimi iscritti al blog, ai quasi 4000 della mia pagina Facebook, va il mio più sincero ringraziamento. L’unico patrimonio per chi scrive dal basso senza l’appoggio di grandi editori è il suo piccolo pubblico. E io cercherò di tenermelo stretto, certo che ognuno di voi mi darà una mano a far girare il libro quanto più possibile.

A presto, con le news definitive. Intanto, grazie ancora a ognuno di voi.

These ships will float again

Sioux_Chiefs_on_Horseback

di Rosario Dello Iacovo

Le statistiche dicono che due persone su tre hanno un amico con la barca figa dove farsi le fotuzze per la versione estiva del proprio profilo. Per forza di cose, una percentuale decisamente più piccola ha la barca. Quindi – per una questione di pura matematica – il loro natante appare in un numero spropositatamente più grande di fotine profilo. La notizia del giorno è che dopo una serie di false partenze è arrivata la pioggia. Ha fatto le cose in grande, annunciata dal crepitio di un tuono nel silenzio ovattato e appiccicoso di stanotte, con la nitidezza di un colpo di Winchester 1876 a Little Big Horn. Io l’ho accolta col consueto rituale di fine agosto, in pantaloncini e braccia levate al cielo, offrendomi riconoscente al suo tocco finalmente benefico. Sì, perché per quanto buona parte della gente sia tutta sole, cuori di panna, amore, sudore, abbronzanti, creme solari, oli solari, creme doposole, afa, spiagge dove si sta pigiati uno sull’altro, amici con la barca figa dove farsi la foto profilo estiva, la pioggia è una cosa seria. Oltre che una cosa indispensabile, naturalmente. Le statistiche dicono che in Occidente c’è un bambino strambo ogni settecentoventimilaottocentoquattro normali che va a letto tutte le notti d’agosto, mentre è in vacanza al mare con la propria famiglia, sperando che la mattina dopo piova. Se qualcuno sollevasse delle obiezioni non prive di una certa ragionevolezza, sono pronto a smentirlo: io lo so perché c’ero. La percentuale crolla miseramente in Africa e nelle zone desertiche sparse per il pianeta, perché lì se ne sbattono il cazzo del sole, dell’afa e del sudore. E non ci sono nemmeno i cuori di panna. Figuratevi gli amici che c’hanno la piroga più figa del villaggio. Lì c’è solo un bambino strambo ogni paio di milioni normali che spera in tempeste di sole e sabbia la mattina dopo, mentre la maggior parte sogna oasi di ghiaccio dove rincorrere foche e trichechi. Ho il ragionevole dubbio che se ne strapassino per il cazzo pure di quella stessa abbronzatura che le donne e gli uomini bianchi rincorrono per diventare un po’ più simili a quelle donne e uomini neri che solitamente rinchiudono nei Cie, rimandano a casa, nei cantieri, nei campi di pomodori, a seconda della contingenza economica del momento. Anche se ultimamente vengono segnalati sempre più spesso, negli stessi campi e negli stessi cantieri, degli abbronzatissimi italiani che fanno così bene i mimetici da beccarsi i medesimi venti, trenta euro senza battere ciglio. Per poi correre ebbri e felici verso la barca figa dell’amico fighissimo che li aspetta in rada con la macchina fotografica in mano. Giusto perché a nessuno venga in mente di chiedergli il permesso di soggiorno o di scaraventarli a calci nel poco nobile deretano nei cosiddetti centri di identificazione e di espulsione, che hanno almeno avuto la decenza di non chiamare “d’accoglienza”. Perché, si sa, dimmi come tratti l’ospite e ti dirò chi sei. Intanto, idealmente lontano dalla miseria e dal declino della civiltà occidentale, io spulcio con la certosina attenzione del vecchio cacciatore di antichi manoscritti le previsioni del tempo. Poi guardo il cielo. Mi lecco il dito per valutare direzione, velocità e intensità dei venti. Strambo al punto giusto da costituire una ragguardevole eccezione nel panorama massificato del terzo millennio, ma pure del secondo e presumibilmente del quarto. A patto che ci sarà, of course. Intanto sento intorno a me aria d’autunno, io la riconosco in anticipo, e quando sento intorno a me aria d’autunno mi viene voglia di Londra. Ma se dovessi cercare un albergo, ve lo prometto, eviterò le smorfiette e le mossette e i sorrisini della tipa di Trivago. Anche perché these ships don’t sail away, they wait they wait for another day and they will float again. Si limiteranno a galleggiare. E poi strambo sì, lo ammetto, ma non ancora definitivamente coglione. Me ne starò lì come Cavallo Pazzo, fiero e incurante delle pallottole dell’uomo bianco, ma pure delle sue fotuzze e del fottuto olio solare, col quale prova vagamente ad assomigliare a quelle stesse donne e quegli stessi uomini ai quali dà la caccia. Nei secoli dei secoli e Amen.

Il mio sangue o la sua vita

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di Rosario Dello Iacovo

Sveglio da due ore, ingaggio un’impegnativa battaglia con una grossa zanzara. Ricorre alle tattiche della guerriglia, lei. Appare nel mio campo visivo, ne sento il ronzio, ma quando provo ad afferrarla si dilegua in fretta, pronta a riprovarci alla prossima occasione. È una guerra di nervi, fra me sdraiato che fingo di dormire e lei che si adagia silenziosa da qualche parte. Giusto il tempo di riposarsi, o di farmi assopire, per ripartire coi suoi raid che fanno scattare la mia contraerea. Intanto leggo i giornali in rete. L’Egitto è in fiamme, la gente crepa come mosche, che evidentemente sono meno furbe delle zanzare, ma gli italiani in vacanza a Sharm o a El Alamein se ne accorgono grazie alla televisione. O almeno così ci raccontano, raggiunti al telefono da intrepidi reporter seduti alle loro scrivanie con aria condizionata di Roma e di Milano. Così, giusto per rendere un po’ più amaro il mio risveglio, in questo mondo nel quale spesso mi chiedo cosa cazzo ci stiamo a fare. Certo non più utili della mia zanzara. E poi nemmeno lo sapevo che a El Alamein si andasse in vacanza. Ero rimasto alla battaglia e agli atti di immortale coraggio di poveracci che qualcuno aveva mandato lì a morire, come se fossero cazzi loro. Mica interessi altrui. Almeno io e la mia zanzara ci affrontiamo per motivi a entrambi chiaramente comprensibili: lei per il mio sangue, io per evitare le insopportabili reazioni allergiche che mi provocano le punture. Ad armi sostanzialmente pari, lei con la sua rapidità e la figura snella ed elegante di un caccia lanciato in picchiata sulla preda; io con la mole appesantita da mesi di immobilismo paludoso partenopeo, ma capace con un solo gesto della mano di adottare soluzioni ben più drastiche dei suoi pizzichi arroganti. Il sole intanto sorge, una macchina dei carabinieri irrompe a sirene spiegate nella quiete mattutina del Rettifilo. Il cielo sopra di me è di un bell’azzurro carico, come succede quando la notte lascia progressivamente spazio al giorno. Le previsioni del tempo dicono fornace. Fino alla fine del mese. E così, indeciso se accendere il condizionatore o accontentarmi del vento tiepido del ventilatore, aspetto il prossimo ronzio. Per una posta chiara: il mio sangue o la sua vita.