Giambellino Mon Amour (dal Manifesto del 12/07/2012)

di Rosario Dello Iacovo

Era il dieci settembre del 1982 quando vidi per la prima volta Milano. Nel bagaglio avevo esperienze di seconda mano. Soprattutto i racconti di mio padre. Delegato di fabbrica Fiom a Napoli, che negli anni Settanta era spesso al nord per impegni legati all’attività sindacale. Fu questa vaghissima conoscenza del territorio la mia bussola in quelle due settimane di permanenza. Un tour che mi condusse nella maggior parte dei posti dove ci fosse una fermata della metropolitana, una stazione ferroviaria, il capolinea di un tram, un marciapiede da calpestare con l’irruenza dei miei sedici anni appena compiuti. Un tragitto caotico di toccate e fuga, più che di approfondimenti. Quelli sarebbero venuti nel corso dei decenni successivi, attraverso le frequentazioni stabili e la permanenza ciclica a Milano che si alternano ancora oggi.

Allora il Giambellino era per me semplicemente un nome, una periferia che derivava il suo fascino dalla reputazione “criminale”, dal passato antifascista e dalle percentuali bulgare del Pci. Assimilabile in qualche modo alla Secondigliano e ai quartieri di Napoli nord dove ero cresciuto e dai quali ero partito per vedere il mondo. Fu questa curiosità a spingermi, dalla pensione a gestione familiare nei pressi di piazza Napoli dove alloggiavo, lungo via Lorenteggio, via Giambellino, alla stazione di San Cristoforo in piazza Tirana, della quale fino a quel momento avevo ignorato l’esistenza.

Erano gli strani giorni compresi fra la sconfitta storica di Mirafiori e l’affermazione definitiva di “Milano da bere” che tre anni dopo, nel 1985, sarebbe diventato uno spot dell’Amaro Ramazzotti. Ma non era quello che cercai. Andai a caccia di storie di altre periferie che si celavano nel ventre molle del luogo che simboleggiò il rovesciamento dell’immaginario di quegli anni. Il passaggio brusco dalle suggestioni rivoluzionarie del decennio precedente al disimpegno degli ottanta.

In superficie, naturalmente. Appena sotto, le storie di eroina e aids, repressione ed esclusione sociale. Tuttavia, pur nella criticità del paesaggio urbano che mi trovai a osservare, non vidi nulla che fosse assimilabile alla ferocia della guerra di camorra fra i cutoliani della Nco e il cartello della Nuova Famiglia che insanguinava la mia Napoli. Dove, solo in quello stesso 1982, terzo anno di conflitto, si sarebbero contati quasi trecento morti ammazzati. Più violenta di qualsiasi altra città italiana.

Perciò, a trent’anni da quell’esperienza, per un napoletano che come me ama Milano e le storie di periferia, “Nella tana del drago” è una lettura di straordinaria bellezza. Una mappa che permette di sistemare i ricordi, contestualizzarli, inserirli in una cornice. Tuttavia le testimonianze raccolte nel libro abbracciano un arco temporale molto più ampio che parte a cavallo fra gli anni venti e trenta dello scorso secolo. Così come l’invito a leggere il libro vale per tutte e tutti, qualunque sia il posto dal quale venite. Perché i luoghi sono solo da un certo punto di vista un fatto geografico, di materia e territorio, di terra e acqua.

Piuttosto, vale l’attitudine a cogliere l’intreccio di relazioni, la costruzione di senso collettivo, le storie. Narrate in questo caso dalle fonti orali, e raccolte attraverso un’arte dell’ascolto. Un dispositivo di interazione nel quale chi racconta e chi trasforma il racconto in scrittura non intrattengono una relazione gerarchica con ruoli fissi, ma mutevole e bidirezionale, orizzontale e democratica. Capace perciò di esercitare influenza in entrambe le direttrici del flusso: dalla fase di accumulo a quella di assemblaggio dei materiali.

Storie, quindi. Come quelle che ha voluto raccontare “immaginariesplorazioni”, un progetto di ricerca interdisciplinare sulle metropoli contemporanee e, insieme, un collettivo di circa trenta giovani che, oltre a essere la regia del film “entroterra Giambellino” (Lab80 film), si è reso autore del libro “Nella tana del drago. Anomalie narrative dal Giambellino” (Agenzia X, 2012).

«Esiste un’entità che si chiama quartiere Giambellino?» si chiede nella prefazione il collettivo Dynamoscopio che ha promosso l’intero progetto. «Certo che no». E riformulando la domanda per problematizzare la questione: «Esiste un’identità condivisa che si chiama quartiere Giambellino?». «Nemmeno. Anzi, non più» è la risposta altrettanto netta da assumere i tratti della sentenza. Esiste invece il laboratorio politico a cielo aperto Giambellino, che anticipa fenomeni diventati secondo gli autori, dopo e altrove, consuetudine generalizzata. Ovunque. Non solo negli ormai asfittici confini comunali di quella che convenzionalmente chiamiamo Milano, ma lungo i tentacoli dell’area metropolitana più grande d’Italia, che si spingono verso Varese, Bergamo, Pavia, Piacenza. In ogni direzione. Seguendo strade, linee ferroviarie, flussi di senso, che ridisegnano i percorsi e i confini incerti della città reale.

«I confini si spostano con le maree. Della storia, delle generazioni, dei nomadismi. Della speculazione immobiliare, degli spazi di risulta della gentrificazione» scrive ancora Dynamoscopio. Perciò il Giambellino, non potendo essere altro, è una soglia. Un confine che non è margine, non è barriera ma luogo e sistema di relazioni, dove chi entra, chi esce e chi sosta in attesa di entrare o uscire, semplicemente, si incontrano. Anche quelli che restano tutta la vita. Se il Giambellino è la soglia del sistema Milano: «allora qui si addensano più che altrove vite rocambolesche, arte di arrangiarsi, forme e strategie di resistenza, riusi dello spazio, convivenze creative, riattivazioni della memoria, sperimentazioni sociali».

Perciò è qui che troviamo un Vallanzasca bambino a sfrecciare sul carrellòt, attaccandosi al tram. Quello stesso veicolo auto costruito che usavamo a Napoli, chiamandolo carruòciolo. Qui, le storie della Ligera, la piccola mala milanese. Qui, la bisca a cielo aperto in piazza Tirana controllata dagli uomini di Francis Turatello. Ucciso poi il 17 agosto 1981 dal cutoliano Pasquale Barra, per motivi mai definitivamente chiariti. Renato Curcio, Mara Cagol, i Morlacchi, Franceschini e Moretti, impegnati nelle riunioni che sarebbero sfociate nella costituzione delle Brigate Rosse. I maoisti del gruppo Luglio 60 che provocarono la spaccatura a sinistra col Pci. I cattolici dissidenti che occuparono il Duomo di Milano. Quella via Odazio che anticipa Scampia come più grande supermercato di sostanze stupefacenti in Europa. E sempre qui troviamo metaforicamente Cerutti Gino, protagonista dell’omonima ballata di Giorgio Gaber, il drago che dà il titolo al libro.

Ma qui ci sono anche le storie di associazionismo. Uno degli undici convitti della scuola Rinascita, straordinario modello di didattica alternativa. Le esperienze di autogestione condominiale nelle case popolari. Gli operatori sociali e i migranti. Prima quelli genericamente del nord, poi quelli del sud, e infine quelli delle periferie del mondo sotto i colpi della globalizzazione. In quello stesso Giambellino, quartiere un tempo periferico di Milano, che fino al 1925 non esisteva. Quando la città finiva a Piazza Napoli, adagiata quasi indolente sulle rive dell’Olona, non ancora interrato, mentre a nord-est era già tracimata impetuosa oltre i limiti della circonvallazione.

Intorno, campi. Fabbriche destinate a crescere di numero e importanza nell’economia della zona. Ma soprattutto cascine: Lorenteggio, Arzaga, La Cassinetta, tappe di quel giro della viulèta, descritto con incantato realismo da Bruna Cavallotti nel capitolo “Storie di un altro mondo”. Oggi quelle cascine non ci sono più, abbattute via via che il territorio diventava prima industriale e poi residenziale, e il ricordo in molti casi sopravvive solo attraverso i nomi delle strade. E nemmeno buona parte delle fabbriche. Resta però il Giambellino a interrogarsi sulla sua identità e il suo destino, stretto fra le contraddizioni generate dal contrasto fra la gentrificazione che fa schizzare in alto il prezzo degli immobili e il degrado delle case popolari. Un’identità pericolosamente in bilico.

Ci sono molti criteri secondo i quali si possono leggere le storie che compongono il libro. Uno che mi sembra particolarmente efficace è la lingua. Anzi, il sovrapporsi degli idiomi, che rivela con filologica precisione le stratificazioni del vissuto. Il punto di partenza è il Palazziun, il palazzone di via Gonin costruito nel nulla ai primi del Novecento: «dove si parlava sempre e solo dialetto milanese» come scrive Bruna Cavallotti. Ma anche: «una lingua nostra che si parlava solo in zona», spiega B., altra storica residente del Giambellino, descrivendo l’esito dell’incontro fra gli italiani francofoni rimpatriati da Mussolini e la popolazione originaria del quartiere.

Poi c’è l’intreccio degli idiomi meridionali, la cui versione esagerata e caricaturale viene resa celebre dal Diego Abatantuono degli esordi, che cresciuto coi nonni alle case minime di Lorenteggio, è un altro ragazzo del Giambellino. E il viaggio continua oggi con l’arabo, il cinese, lo spagnolo dei sudamericani, il filippino, il wolof e il francese dei senegalesi, che continuano a mischiarsi con la cadenza ormai genericamente milanese e i dialetti meridionali, sulla scia di un’emigrazione interna mai cessata, ma ripresa negli ultimi anni ai suoi massimi storici.

Ecco quindi che il Giambellino torna a essere una cartina al tornasole per cogliere le trasformazioni del paese. La stratificazione che si sovrappone a quelle che l’hanno preceduta. La capacità che il quartiere ha storicamente mostrato di saper integrare le diversità in meccanismi di tipo solidaristico. Certo, resta la memoria dei contrasti fra polentoni e terroni, i conflitti fra napoletani e pugliesi, quelli attuali fra egiziani e marocchini, fra gli italiani e gli stranieri. Ma anche la certezza che la grammatica della diversità può costruire delle vie di fuga dall’intolleranza. Il Giambellino sembra crederci ancora.