Tutta colpa di Steve e del pallone, mai degli italiani. Anche per la cosiddetta controinformazione

di Rosario Dello Iacovo

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. La risposta, inequivocabile, sarà: perché fanno le file per l’iPhone 5. Io ho un’iPhone 4s, avevo un 3gs, e non escludo di comprare il nuovo modello quando ne avrò la possibilità. Certo: se mi aveste cercato nelle code davanti agli Apple store, non mi avreste trovato. Non la considero una priorità, e nemmeno mi assale l’ansia se per qualche mese avrò solo il penultimo modello. Ma, allo stesso tempo, non demonizzo la tecnologia. Anche perché, presumo, che ognuno dei Savonarola de’ noantri del web abbia una connessione internet e un dispositivo tecnologico dal quale, comodamente seduto con le chiappe sulla sedia, esprime la sua indignazione.

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. Un’altra risposta inequivocabile sarà: perché sono troppo impegnati a seguire il campionato di calcio. Io seguo il football da sempre, quando bambino piangevo e strepitavo finché mio padre, mosso a pietà, o più semplicemente coi coglioni frantumati, non mi diceva sì e io felice gli afferravo la mano per non perdermi nella folla di quelle gradinate che, seppur oggettivamente grandi, all’epoca mi apparivano immense. Mio padre, che andava a vedere il Napoli fin dai tempi del Collana, ha partecipato a centinaia di manifestazioni, ha militato nei gruppi maoisti nei primi anni settanta e poi è stato a lungo un rappresentante di fabbrica della Fiom. Eppure gli piacevano Pesaola, Canè, Sivori e Altafini.

Quindi: in Spagna, Grecia e Portogallo scendono in piazza; in Italia no. E l’italiota medio da web s’indigna, sempre seduto comodamente sulla sedia, prendendosela a colpi di link furiosi, mi piace e condivisioni, con Steve Jobs e il pallone. Io mi fermo un attimo a pensare, ogni tanto pure serve, anche nella confusione totale dei nostri tempi, e mi chiedo: ma dei milioni di iPhone venduti in pochi giorni nel mondo, quanti sono stati venduti in Italia? E ancora: le immagini delle code in tutto l’occidente, sono fotomontaggi? E, in un eccesso di spirito critico, mi interrogo ancora: hanno fermato il campionato di calcio in Grecia, Portogallo e – soprattutto – Spagna? Esisteranno ancora i club più famosi del Pianeta, Real Madrid e Barcellona? Messi, sarà ora in fila, non per l’iPhone, ma per iscriversi al collocamento?

Sono domande che mi conducono dritte a uno dei vizi nazionali, forse quello più grande, sintetizzabile così: la colpa è sempre degli altri.

Ma poi: sarà vero che gli italiani non scendono in piazza? A me non risulta. Mi ricordo il 14 dicembre del 2010 a Roma e la straordinaria resistenza di una generazione senza futuro. Mi ricordo il 15 ottobre del 2011 e, pur nelle laceranti divisioni del Movimento, una piazza che ritrova compattezza e si oppone. Il problema è che ricordo pure i commenti sul web degli indignados in salsa tricolore. Mi ricordo i “Va bene protestare, ma no alla violenza”, i “Chiunque usa la violenza è fascista”, i “Non si risolve niente rompendo le vetrine”. Al popolo bue webitaliota sfugge sempre il particolare essenziale della violenza vera che subisce ogni giorno questo paese.

Ogni volta che un pensionato non arriva a fine mese, sta subendo una violenza. Ogni volta che un lavoratore viene licenziato, sta subendo una violenza. Ogni volta che un laureato fa lo stagista a gratis, o il precario coi contratti part-time di due mesi, sta subendo una violenza. Ogni volta che un meridionale (1.350.000 in dieci anni) è costretto a emigrare, sta subendo una violenza. Ogni volta che un migrante senza permesso di soggiorno è messo nelle condizioni di farsi sfruttare dal padroncino italiano, sta subendo una violenza. Che abbiano o meno uno smartphone in tasca, che gli piacciano Cavani, Pato, Zeman, o meno, questi soggetti subiscono una violenza ogni singolo giorno della loro esistenza. E il webitaliota pensa alle vetrine di un supermercato per ricchi nel centro di Roma, dove il pane costa sei euro al chilo. O alla Mercedes SL 500 data alle fiamme lì davanti.

Ma poi, sto cazzo di iPhone 5 sarà un indicatore di ricchezza vero, o è solo un simbolo contro il quale scagliare la propria incapacità di fare autocritica? Il modello più economico costa 750 euro, una discreta cifretta. A ben guardare, però, è già scattata la gara degli operatori telefonici, che con poche decine di euro al mese vi danno minuti (in un caso anche illimitati) e l’aggeggio più o meno gratis. Certo: un Nokia da 20 euro costa molto meno. Ma poi come fate, se vi trovate lontani dal vostro pc e dalla vostra postazione e vi viene un attacco di indignazione che non riuscite a reprimere? Non potete nemmeno fare una foto e postarla.

Mentre scrivo questo post, sulla pagina di Facebook di Informare per resistere, che pur leggo spesso e trovo molto interessante, c’è questa foto che miete consensi, mi piace, commenti e condivisioni. Contrappone la folla nelle piazze greche, portoghesi e spagnole, all’immagine di un italiano che mostra orgoglioso il suo nuovo iPhone. La trovo una caduta di stile qualunquista che non condivido affatto, perché la stessa foto delle code davanti agli Apple store esiste in molteplici versioni, pure quella madrilena. Da un bel sito e da una bella pagina come quella mi aspetto link che denuncino le condizioni dei lavoratori della Foxconn, capaci di farmi venire il dubbio ogni volta che sto per acquistare Apple. Non cadute di stile che alimentano il “greggismo” webitaliota, così simile a quella passività alla quale crede, illusoriamente, di contrapporsi. Sono due facce di quello stesso paese che deve ritrovare la forza di alzarsi in piedi, non la rassegnazione per farsi trasportare dal flusso del populismo, in direzione dell’ennesimo demagogo.

“Ma che fine avevi fatto?” Storia tragicomica della dittatura di facebook sulla socialità dei nostri tempi

Oggi, dopo due settimane, mi loggo sui due account personali che avevo disattivato qualche settimana fa. L’ho fatto per diffondere la notizia che in questi giorni ho aperto la pagina facebook di questo blog. Dopo pochi minuti avevo in box una decina di messaggi privati di persone che mi chiedevano allarmati che fine avessi fatto. Passi per chi mi conosce solo on line, ma la cosa è stupefacente per quelli che invece mi conoscono davvero. Per inciso, questi ultimi sono la maggioranza e spesso mi conoscono da anni.

L’altro giorno ho incontrato un amico. Stavamo pianificando degli eventi di musica elettronica e doveva darmi delle informazioni da un paio di settimane. Alla mia domanda: “E allora?”, la sua candida risposta è stata: “Non ti trovavo più su facebook”. Bene, lo conosco da circa quindici anni. Ha il mio numero di telefono, così come l’ottanta per cento di quelli che mi hanno mandato i messaggi stamattina dopo la mia miracolosa riapparizione on line.

Una mia amica che insegna alle medie mi ha raccontato un aneddoto esemplare. “Perché non hai preso l’assegno da G.?”, ha chiesto a un suo alunno. “Perché non l’ho trovato su facebook”, la risposta agghiacciante.

G. e P., i protagonisti di questa storia, abitano a cento metri di distanza e naturalmente hanno ognuno il numero di telefono dell’altro.

Davvero basta cancellarsi da facebook per diventare una specie di morto che cammina? Posso capire che un dodicenne, per il quale internet è la condizione normale nella quale è cresciuto, abbia questo approccio. Ho molta più difficoltà quando registro lo stesso comportamento da parte di persone adulte che in molti casi conosco davvero da tantissimo tempo.

Come è potuto accadere che facebook abbia trasformato così radicalmente la nostra vita e il nostro modo di comunicare? Che la gente ti rimproveri perché, udite udite, hai cliccato “Rifiuta” a un evento? Non si tratta più di un atteggiamento marginale e minoritario, come avveniva nei primi anni delle comunità virtuali. Ma di uno standard che ormai coinvolge la maggioranza delle persone.

Vi do una notizia che probabilmente vi stupirà: se qualcuno si cancella da facebook non è morto. Anzi, spesso gode di ottima salute.