Così il Napoli tornò sulla terra (napoletani permettendo)

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di Rosario Dello Iacovo

Sarebbe ingeneroso dopo il tracollo allo Juventus Stadium negare quanto di buono il Napoli è stato capace di fare in questa stagione. Ma sarebbe sintomo di cecità non accorgersi che le sconfitte con Chelsea e Juve hanno fatto emergere tutti i limiti con i quali è stata costruita questa squadra nello scorso calciomercato. A Napoli è difficile parlare male del Napoli. Soprattutto quando la squadra viaggia col vento in poppa dei risultati favorevoli. Tuttavia, una parte esigua e minoritaria della tifoseria può dire di averci visto giusto quando ha espresso critiche sul mercato di agosto scorso. Attirandosi tra le altre cose gli strali e l’appellativo di ciucciuettole, menagrami, in una città che fa dipendere sempre le cose dal fato e quasi mai dai comportamenti umani.

Il Napoli quest’anno ha fatto miracoli. Diciamocelo chiaramente per evitare ogni fraintendimento. Un miracolo aver passato il girone di Champions a discapito della corazzata City. Un miracolo aver battuto il Chelsea, sprecando tra l’altro la possibilità di chiudere il discorso qualificazione nella gara d’andata al San Paolo. Un miracolo aver inanellato cinque vittorie consecutive che permettono ancora, grazie anche al rendimento scadente di Lazio e Udinese, di puntare alla qualificazione in Champions per il secondo anno consecutivo.

Questo Napoli però scivola sempre nella partita decisiva. E’ stato così allo Stamford Bridge ed è stato così ieri sera a Torino. Troppo evidente la differenza fra le rose a disposizione: di tecnica individuale, di alternative e scelte economiche, di carattere. Il club partenopeo ha assemblato una discreta squadra, certo con delle scelte di mercato incomprensibili e ormai così evidenti che criticarle oggi sarebbe come sparare sulla croce rossa. Ma è un dato di fatto che questa squadra si accende solo se i cosiddetti tre tenori sono in grado di fare da detonatori. Quasi sempre le sconfitte più brucianti del Napoli hanno coinciso con giornate storte del suo trio meraviglia.

La stampa cittadina non ha aiutato la parte più critica e avveduta della tifoseria. Questo va detto. Vuoi per lo scarso peso, vuoi per la mancanza di indipendenza, nessuno ha fatto pesare al club le sue scelte avventuristiche. Perché di avventurismo si tratta se il Napoli va in campo con una difesa di onesti operai del pallone, non ha alternative vere a Cavani, Lavezzi e Hamsik, se non quel Pandev preso last minute dopo la manita di Barcellona e arrivato con un ritardo di condizione così evidente da poter essere utile solo mesi dopo. 

A questo punto della stagione ci sono ancora due obiettivi a tiro: la Coppa Italia del e il terzo posto. Ma il Napoli ci arriva con le batterie scariche di chi ha raggranellato due punti in tre partite, acciuffando quella di Udine per il rotto della cuffia e subendo la clamorosa rimonta del Catania al San Paolo, in quella che una volta era la zona Mazzarri. Il match di ieri sera invece non fa testo. In campo si è vista una squadra sola e nessuna recriminazione del peggior napoletanismo sull’operato di Orsato può cambiare la sostanza dei fatti: la Juve ieri ci ha surclassato.

Che fare? Si chiedeva Lenin e fece una rivoluzione. Che fare? Dovrà chiedersi De Laurentiis per la prossima stagione. E’ evidente che il Napoli è una bella incompleta, una squadra che ha bisogno di investimenti di primo livello per collocarsi stabilmente nel calcio che conta. A patto che non perda i migliori giocatori, che qualche offerta la riceveranno dopo il palcoscenico prestigioso della Champions. Il club è un bivio, quindi. Puntare davvero in alto, magari con l’ingresso di partner economicamente solidi. Oppure vegetare nel limbo di una partecipazione europea e qualche big messa sotto in Italia. A Napoli molti firmerebbero per la seconda opzione, c’è da scommetterci. La retorica sulla C1, sui palloni che non c’erano e il timore irrazionale di un nuovo fallimento sono un deterrente troppo forte alle ambizioni di quella minoranza più avveduta per la quale il Napoli ha tutte le possibilità per vincere e non solo per partecipare.

Così, dopo la sconfitta di ieri, si torna sulla terra. Almeno in attesa di quella finale del 20 maggio che la tifoseria ha già caricato di aspettative eccessive. Pochi giorni prima quella coppa ce l’avremo già in tasca, almeno così si dirà in città. Strano destino. Così abituati a perdere da festeggiare le vittorie prima ancora che arrivino. Come ieri sera a Torino.

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