Tastiere Democratiche

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di Rosario Dello Iacovo

– Salve, mi chiamo Spartaco e vorrei eliminare la schiavitù.
– Si figuri signor Spartaco, se la ritiene una condizione troppa onerosa, che problema c’è? La aboliamo subito.
– Buongiorno, allora.
– Dica signora.
– Chiedo la cancellazione dello Ius primae noctis.
– La ritiene una misura iniqua?
– Beh, direi di sì.
– Va bene, abolita. E ci scusi per il disturbo arrecatole.
– Buongiorno e grazie della comprensione.
– Salve signor contadino, desidera?
– Gradirei la fine del regime feudale e della servitù della gleba.
– Si può fare, metta una firmetta qua e grazie per il caciocavallo.
– Buongiorno, e vi sarei grato se mi faceste sapere se il formaggio vi è piaciuto.
– Buongiorno a lei, in cosa possiamo aiutarla?
– Vorrei la fine dei privilegi della monarchia e degli aristocratici.
– Accordato, e ci scusi se le abbiamo fatto perdere tempo a costruire la ghigliottina, ma le assicuriamo che non servirà fra persone ragionevoli.
– Buongiorno e grazie.
– Buongiorno caro parigino. Siamo a sua disposizione, non esiti a dirci di cosa ha bisogno.
– Vorrei fondare la Comune, adottare la bandiera rossa, eliminare l’esercito permanente, laicizzare lo Stato, istituire la Repubblica e livellare i compensi di tutti i cittadini.
– Ci sembrano richieste più che ragionevoli. Ci chiediamo solo come abbiamo fatto a non pensarci prima.
– Posso andare tranquillo, quindi?
– Dorma fra due guanciali e la consideri cosa fatta.
– Carissimo signor operaio, dica pure.
– Salve, vorrei la giornata lavorativa di otto ore, il diritto di sciopero, aumenti salariali, libertà di associazione sindacale e l’abolizione del lavoro minorile.
– In virtù del suo atteggiamento pacifico, non abbiamo nessuna difficoltà a darle piena soddisfazione, le sue richieste saranno accolte su tutta la linea con effetto immediato.
– Buongiorno signori.
– Buongiorno a voi, dirigenti illuminati. Vogliamo il diritto di voto per tutti.
– Tutti tutti?
– Sì.
– Anche per la signora che è qui con lei?
– Certo, per lei e per tutte le donne.
– Bene, scusateci per avervelo chiesto, ma volevamo essere certi di non aver frainteso le vostre istanze.
– Si figurino, e grazie per la premura.
– Buongiorno, mi chiamo Vladimir Ilic Ulianov, ma chiamatemi Lenin, siamo fra amici.
– Dica, signor Lenin.
– Voglio tornare in Russia per fare la rivoluzione.
– Perfetto, come vuole viaggiare?
– Mah, in treno andrebbe bene.
– Ha delle richieste particolari per il menù?
– Fate voi, mi fido del vostro gusto.
– Benissimo, troverà lo Zar in persona ad attenderla alla stazione per consegnarle il potere.
– Sapevo di poter contare sulla vostra comprensione. Buona giornata.
– Buongiorno, mi chiamo Malcolm X.
– Buongiorno signor X, in cosa possiamo aiutarla?
– Come le vostre altezze dirigenziali certamente sapranno, la schiavitù è stata abolita nel secolo scorso, ma a gli afroamericani non vengono riconosciuti gli stessi diritti e le stesse opportunità dei bianchi.
– Dice?
– Beh sì, dico.
– Perbacco, allora emaniamo subito un decreto con attuazione immediata. Non sarà necessario che lei ricorra a ogni mezzo necessario per imporre una misura del tutto necessaria.
– Necessariamente mi vedo costretto a ringraziarvi con tutto il cuore. Che Allah vi abbia in gloria.

Il cammino della speranza, quando a emigrare illegalmente eravamo noi

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di Rosario Dello Iacovo

L’immagine è un fotogramma della scena finale del Cammino della speranza, un film del 1950, tratto dal romanzo “Cuore negli abissi” di Nino Di Maria, che io ho visto in tv negli anni settanta. Lo stavo cercando da tempo, perché al di là della commozione che suscitò nel mio animo da bambino di allora, sapevo che poteva contenere delle indicazioni utili all’uomo che sono diventato.

Facendo un compendio dalla voce di wikipedia, la storia è questa:

Sicilia, in seguito alla chiusura di una solfatara nei pressi di Favara, un gruppo di minatori prima tenta di occuparla, poi resisi conto dell’inutilità della lotta si affidano a tale Ciccio Ingaggiatore, che per l’allora enorme cifra di 20.000 lire a persona si offre di farli emigrare illegalmente in Francia, presentata come una sorta di paese dei balocchi. Messa insieme la cifra vendendo mobili di casa, corredo e qualsiasi altra cosa abbia valore, i minatori partono.

A Roma, denunciati da Ciccio che si rivela un bieco truffatore, ricevono il foglio di via, ma non avendo più nulla in Sicilia decidono di strapparlo e proseguire. In Emilia vengono assunti da un fattore per sostituire, senza saperlo, i contadini locali impegnati in uno sciopero, con i quali finiscono per scontrarsi. Alcuni di loro sono così demoralizzati da decidere nonostante tutto di tornare indietro, gli altri proseguono verso il confine italo-francese.

Dopo una serie di drammatici avvenimenti, una tormenta di neve, duelli rusticani, morti per congelamento, il gruppo superstite riesce finalmente a varcare la frontiera, ma viene intercettato da due pattuglie di doganieri, una francese e l’altra italiana. Il loro status di clandestini è immediatamente evidente, ma gli agenti commossi dalla loro povertà e inteneriti dal sorriso di uno dei bambini, li lasciano passare invece di arrestarli.

Al film furono originariamente negate le agevolazioni fiscali previste per la cinematografie nazionale, perché aveva l’imperdonabile colpa di presentare l’Italia per quello che era: un paese di poveri emigranti.

Riepilogando:

– Emigrare dall’Italia alla Francia è illegale, ma la miseria e la fame sono più forti della legge;

– Per emigrare ci si deve affidare a un trafficante di uomini;

– In viaggio si accumulano fogli di via, scontri, feriti, morti;

– Lungo la strada, pur essendo ancora nel tuo paese, in Emilia la popolazione locale ti ritiene lo sporco, violento e cattivo immigrato crumiro e terrone che va a rubare il lavoro e a far abbassare il suo salario.

Oggi nel 2013, a 63 anni da quel 1950 nel quale uscì il film, vi ricorda qualcosa?

Grillo e Casaleggio: guerra ai migranti

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di Rosario Dello Iacovo

Non ho intenzione di avviare la solita stucchevole polemica che scatta in automatico quando si parla di Beppe Grillo. Non mi interessa attaccare frontalmente gli attivisti o i simpatizzanti del cinque stelle, perché ne conosco tanti e pur non abbracciando la causa non ho motivi per dubitare delle loro buone intenzioni: mi è chiaro che una proposta di quel tipo, in assenza di alternative, diventa politicamente attraente. E nemmeno sono uno che campa grazie alla cosiddetta Casta, chi mi conosce sa che non ho mai avuto particolari relazioni con i partiti e i loro apparati clientelari. Però il comunicato col quale, a firma congiunta, Grillo e Casaleggio sconfessano l’operato di due loro senatori sul reato di clandestinità mi provoca un sincero ribrezzo.

Non solo perché a parlare di quell’italiano su otto che non ha i soldi per mangiare, sono strumentalmente due milionari che possono mangiare per ottantamila. Non solo perché ancora una volta su un movimento che ha fatto della democrazia il suo cavallo di battaglia cala la scure censoria del capo. Non solo perché le immagini di Lampedusa sono ancora negli occhi di tutti. Ma soprattutto perché riduce una questione drammatica come l’emigrazione, che coinvolge buona parte della popolazione mondiale, a interesse elettorale. “Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità … il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.”, dice esattamente così il comunicato, e a me sembra linguaggio da vecchia politica, da trombone democristiano dei bei tempi andati.

So che un partito così poco ideologico che prende otto milioni di voti alla Camera, al suo interno contiene tutto e il contrario di tutto, ma con altrettanta forza sono convinto che Beppe Grillo sia razzista e abbia pericolosi atteggiamenti fascistoidi. Lui e Casaleggio dicono che il metodo seguito dai due senatori dell’M5S è sbagliato perché non esprime una posizione collettiva, ma non commettono lo stesso errore quando poi entrano nel merito della questione senza esprimere altra opinione che la loro, e non invece un punto di vista collegiale?

Sono appena tornato da Londra, una città dove tanti giovani italiani puliscono i cessi a sei sterline l’ora, ma in generale una città che senza stranieri non potrebbe vivere, dovrebbe chiudere. Come del resto l’Italia. Perciò, qualcuno dica a questi due arroganti privilegiati che l’emigrazione è una cosa seria, che coinvolge i destini di milioni di donne, uomini, bambini. Talmente seria da toccare da vicino anche noi italiani, che soprattutto dal sud abbiamo ripreso a emigrare a ritmi da record, come alla fine dell’Ottocento o negli anni Sessanta del Novecento.

Grillo e Casaleggio, fate un favore a tutti, anche agli attivisti del vostro movimento: fatevi da parte e godetevi i soldi che voi avete e noi non avremo mai.

Guardare in alto per non morire abbracciati a Lampedusa

Hundreds Of African Migrants Feared Dead Off The Coastline Of Lampedusa

di Rosario Dello Iacovo

A leggere un po’ di dichiarazioni di miei concittadini sui fatti di Lampedusa mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Guardate che voi mica siete lombardi, siete emigranti. Non maneggiate i cocktail della Milano da bere, ma il trolley che ha sostituito la valigia di cartone. I vostri profili dicono che buona parte di voi risiede al nord e qualcuno all’estero, e a quel punto non posso fare altro che constatare quanto siete imbecilli.

Voi perché siete emigrati? Voglia di vedere il mondo o necessità? E quando vi hanno accolto male nel posto dove siete arrivati, vi ha fatto piacere? Parlate di inasprimento delle leggi, ma quale legge può fungere da deterrente nei confronti di persone così disperate che per arrivare in Europa rischiano di crepare o crepano come a Lampedusa? Quale legge fungeva da deterrente quando gli italiani attraversavano, spinti dalla fame, clandestinamente la frontiera con la Svizzera per andare a vivere nei pollai?

Guardatevi le scarpe. Con buone probabilità sono prodotte in Cina. I pantaloni, la maglietta, la camicia? Nove su dieci, da qualche parte dove il lavoro non costa un cazzo, dove diritti è una parola vuota di senso. E perché vi stupite se le merci circolano liberamente e la merce per eccellenza, la forza-lavoro, fa la stessa cosa? Quale stupore se il capitalismo delocalizza dove paga di meno i lavoratori, e per la stessa legge di mercato i lavoratori vengono a vendere le proprie braccia a un prezzo più alto in occidente? Se è legittimo che la Fiat, dopo decenni di sostegno pubblico, sposti le fabbriche all’estero per pagare 300, 400 euro al mese un operaio serbo o uno polacco, mi dite per quale astrusa ragione, lo stesso operaio serbo e quello polacco non dovrebbero provare a venire qua per guadagnarne 1000?

Io ho vissuto a Napoli, ma anche altrove. A Londra, a Milano, a Berlino. Sempre per scelta e per una personale inquietudine, ma quando in una sola occasione sono stato costretto davvero a emigrare l’ho vissuta malissimo. Eppure non mi serviva nessun permesso di soggiorno, avevo il cellulare e internet per restare in contatto con la sfera dei miei affetti, avevo una splendida casa, a tre ore di treno da Napoli. Nessuno mi ha ritrovato abbracciato a un altro, come nelle acque di Lampedusa, nel disperato gesto di non morire da solo. Pensate come possa viverla chi in mezzo a questo mare cerca una speranza nella notte.

Chiedete leggi più severe, ma vi siete mai chiesti a cosa servono o chi colpiscono? In Italia esiste già il reato di clandestinità: è servito forse a fermare i flussi migratori? No, e nemmeno avrebbe potuto, in un pianeta a una dimensione sottoposto alla dittatura dell’economia globale. Quelle leggi servono per creare individui giuridicamente più deboli e perciò più ricattabili. Questi stessi individui servono per ridurre anche i nostri diritti, le nostre aspettative salariali. Si chiama guerra fra poveri, quella che ho visto esplodere in tutta la sua veemenza quando ho scritto un post sui migranti che raccolgono i pomodori a venti euro al giorno nel foggiano, su una pagina con quasi 300mila iscritti, e tanti dicevano: vorrei poterlo fare io.

Io lo so che il pensiero critico è in stato comatoso, lo so che in certi territori la convivenza è difficile e il bulletto è magrebino, come ieri era napoletano o catanese, non sono malato di buonismo cattocomunista. Ma quando vedo che il primo partito nei sondaggi per le europee in Francia è il Front National, mi si accappona comunque la pelle. Perché penso che non è solo un problema dei miei concittadini che fanno finta di essere leghisti, ma un contagio mondiale. E penso pure che aveva ragione Gramsci quando diceva che la storia insegna, ma non ha scolari. Le dittature del Novecento, i milioni di morti della seconda guerra mondiale, sono un ricordo ormai così sbiadito da non essere, stavolta nel senso letterale del termine, un deterrente sufficientemente valido perché non si commettano gli stessi errori?

Oggi la ricchezza si concentra sempre più in poche mani. Il lavoro è un miraggio. Quando c’è non basta a fronteggiare il costo della vita. Per una casa ti chiedono più della metà di quanto guadagni. Il resto se lo portano via bollette, cibo e un paio di altre indispensabili cazzate. Possibile, continuo a chiedermi con la rabbia di un leone nelle notti di febbre, che a nessuno venga in mente che dobbiamo guardare in alto? Dobbiamo guardare in alto, combattere i privilegi di quella ricchezza così grande da risultare immorale.

Solo lì c’è una via d’uscita, perché in basso ci aspettano gli abissi di Lampedusa.

E la speranza di un corpo da abbracciare per non crepare soli.

Altrove è una lepre di pezza, il libro

altrove lepre di pezza

Come qualche iscritto al blog saprà, stavo lavorando da un po’ al mio primo libro. Si tratta di una raccolta di racconti che avrà come titolo “Altrove è una lepre di pezza”, edita dalla piccola ma agguerrita casa editrice napoletana “Ad est dell’equatore”. Bene, finito il lavoro di revisione, ho consegnato la bozza definitiva in questi giorni. Ora non c’è che da attendere i tempi tecnici.

A chi mi ha supportato, ai 120mila che hanno cliccato su queste pagine, al centinaio di fedelissimi iscritti al blog, ai quasi 4000 della mia pagina Facebook, va il mio più sincero ringraziamento. L’unico patrimonio per chi scrive dal basso senza l’appoggio di grandi editori è il suo piccolo pubblico. E io cercherò di tenermelo stretto, certo che ognuno di voi mi darà una mano a far girare il libro quanto più possibile.

A presto, con le news definitive. Intanto, grazie ancora a ognuno di voi.