Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

Sinistra: se l’opinion leader è la 99 Posse…

crisi della sinistra

di Rosario Dello Iacovo

Ieri, l’ennesimo post critico da sinistra sull’M5S, pubblicato dalla 99 Posse sulla sua bacheca di facebook, viene condiviso da centinaia di persone e altrettante pagine ufficiali di federazioni locali, da ex parlamentari e circoli di quel che resta della sinistra radicale. Non è un caso isolato, è accaduto spesso negli ultimi tempi, in un contesto nel quale i tradizionali produttori di senso hanno progressivamente abdicato la loro funzione.

Ma se a sinistra un gruppo musicale, per quanto atipico e di spessore come la 99 Posse, diventa uno degli opinion leader più autorevoli e trasversalmente ascoltati, davvero vuol dire che qualcosa non va? Io ne sono convinto: è il segno di una crisi che costella il passaggio dal pluridecennale esercizio dell’egemonia culturale all’attuale subalternità. E non certo per mancanza di rispetto verso la 99 che, anzi, si dimostra sufficientemente scafata, colta ed esperta da ergersi a bastione contro le derive populistiche.

Perciò, ritengo che dopo le elezioni sia necessario aprire un corposissimo file sulle colpe della sinistra. Quando si sarà placata l’isteria delle urne, si dovrà discutere con lucidità e pacatezza, ma anche con grande rigore autocritico. Perché saremmo stupidi e in cattiva fede, se dicessimo che tutti quelli che voteranno l’M5S sono dei fascisti qualunquisti. Certo, c’è tanto voto di destra che convergerà sul movimento di Grillo e Casaleggio, ma è altrettanto innegabile che lo sfondamento è avvenuto anche a sinistra. Soprattutto dopo l’investitura dei NoTav.

La mia sensazione è che ci siano tantissimi giovani e meno giovani che attraverso l’esperienza col cinque stelle hanno scoperto o riscoperto la politica. Sperimentando forme di attivismo e partecipazione dal basso che, come tante parole d’ordine prodotte dalla sinistra dei movimenti, oggi sono patrimonio del programma elettorale dell’M5S.

Interroghiamoci sulle nostre innumerevoli colpe. Sull’inadeguatezza della nostra elaborazione teorica e della nostra prassi di fronte ai mutamenti repentini che stanno dando vita alla terza repubblica, in uno scenario di estrema frammentazione del quadro politico. E soprattutto, a sinistra, rimbocchiamoci le maniche, riprovando con grande umiltà a parlare alla gente, e non al ceto politico residuale aggrappato all’ennesima ciambella di salvataggio (Aka Rivoluzione Civile) che rischia seriamente di non entrare in parlamento nemmeno questa volta.

L’esplosione dell’M5S ha lasciato di stucco tanti a sinistra, producendo nella frammentazione esistente (tanto nei Movimenti che in quella istituzionale) delle risposte varie e scomposte. Nell’elettorato tradizionalmente collocato a sinistra c’è chi voterà Grillo perché seriamente convinto della bontà della sua proposta politica. Ma anche chi lo farà pensando di mettere un bastone fra le ruote al governo prossimo venturo che, salvo imprevisti, dovrebbe essere rappresentato da quell’asse Bersani-Monti che sarà improntato sul rigore, con qualche scimmiottamento di welfare residuale.

Sono davvero queste tutte le risposte che a sinistra sappiamo dare, o ci sono i margini per un percorso ricompositivo dal basso che provi a demolire il palazzo per poi ricostruire? C’è la possibilità di una Syriza italiana, con tutti i limiti della coalizione greca, oppure la storia di un secolo e mezzo dovrà per forza di cose chiudere i battenti in questo paese?

Io non lo so, ma almeno mi rendo conto di quanto sia ormai ineludibile la domanda.

Resto umano, in memoria di Vittorio Arrigoni *

di Rosario Dello Iacovo

La prima volta che ti ho sentito nominare
dovevi intervenire telefonicamente da Gaza
prima di un concerto dei 99 Posse a Brindisi
io non sapevo nemmeno chi fossi e pensavo fossi vecchio
lo so
è una cosa che fa ridere
ma non chiedermi perché Vittò
sono quelle associazioni strane che ti vengono
e non le sai spiegare
poi ho visto la tua pagina e le tue foto
la tua immagine un po’ guascona
e mi sei risultato subito simpatico
parlavi di bombe e di morti
riuscendo a farlo con leggerezza
da una connessione internet spesso scroccata
fra un black out e l’altro
con la corrente che un po’ andava e un po’ veniva
e io la tua pagina la leggevo
mi sorprendevo a farti domande
a chiederti spiegazioni
io
che sono un arrogante di merda che non chiede mai niente a nessuno
chiedevo perché mi piaceva il modo in cui rispondevi
sembravi me e i miei amici quando parliamo della partita del Napoli la domenica sera
avevi un tono leggero
canzonatorio
come se la morte non potesse nemmeno sfiorarti
e pure adesso che invece ti hanno ucciso
guardo la tua foto coi piedi nell’acqua
e la bandiera palestinese che stringi con forza
e sei leggero
ma c’è una cosa che stride con la tua leggerezza
quelle mani serrate mi dicono che ci tenevi a quella gente
ai bambini di Gaza che ti adoravano
ai vecchi coi quali ti fermavi a fumare il narghilè
ai militanti di tutte le fazioni
agli adolescenti coi quali giocavi a pallone
e che ora ti piangono su youtube
strano e paradossale destino
possono gridare al mondo tecnologicamente il loro apartheid
mentre muoiono sotto il fuoco di armi tecnologicamente avanzate
ma il mondo per loro non muove un dito
non se ne frega un cazzo
pure gli eroi nostrani con la scorta
che sono costretti a vivere nascosti
così dicono
ma poi trovano sempre il tempo di presenziare a un party al Quirinale
a un festival della letteratura, a uno di giornalismo
e a gridare pieni d’orgoglio che la libertà dell’Occidente
si difende sotto le mura di Gerusalemme
perché difendere le ragioni dei vincitori apre molte porte
circoli letterari
riviste
interviste prestigiose
tu invece avevi pure provato a difendere quelle dei vinti
me lo ricordo
ci avevi provato a dire che sotto quelle mura si muore ogni giorno
di segregazione e di tortura
di fame e di miseria
di diritti negati e voglia di vivere
ma non avevi avuto risposta
per fortuna forse
aggiungo
il tuo tono canzonatorio sarebbe stato troppo in contrasto
con la sceneggiatura lugubre degli eroi di casa nostra
che su camorra e cosa nostra hanno costruito fortune
fermandosi sempre un passo prima di spiegarci
chi muove davvero i fili
oltre ai poveracci di altre Palestine
a cui la vita insegna a essere bestie feroci sin da bambini
e così io sono qua
guardo la tua foto e un po’ sorrido e un po’ piango
e in questo sono fedele al tuo insegnamento
resto umano, troppo umano
e sogno una flotta di bandiere palestinesi che restituisca
un sogno e una terra a quella gente
tu però non sei alla testa
defilato infili i piedi nell’acqua e te la ridi
godendo degli schizzi e del vento che ti scompiglia i capelli
anche tu umano, troppo umano.

* Da questo mio omaggio a Vittorio, scritto la notte in cui appresi che lo avevano ucciso, è tratto l’omonimo brano della 99 Posse contenuto nel disco Cattivi Guagliuni. Luca (Zulù) ha poi provveduto a estrarre delle frasi e aggiungerne altre per ricavare il testo definitivo. A lui, il nostro ricordo. E a noi, il suo insegnamento.

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.

A trecentosettantré metri sotto terra

di Rosario Dello Iacovo

Non sono un attivista in senso stretto. Non lo sono da tempo. Lo sono stato a lungo, ma non faccio più attività politica, pur continuando a partecipare a manifestazioni e a frequentare ambiti di Movimento. Gli anni, la disillusione, i problemi della quotidiana lotta per la sopravvivenza, mi hanno reso più cinico, meno incline alla speranza che le cose possano cambiare. Ho smesso di credere nell’uomo e nel futuro e, pur continuando a pensare che solo l’impegno personale può dare risultati, ne ho fatto un principio ideale. Non una regola di vita, come una volta. Qualcosa che si sa di avere da qualche parte su in soffitta o giù in cantina. Una vecchia sedia o una bicicletta rotta che non butti perché ci sei affezionato, ma che non ci pensi proprio a rimettere in circolazione. Ci ho provato in questi anni a rimettermi in gioco, ma non sopporto più la stanca ritualità delle assemblee, le parole che sembrano manovrarci come burattini e non viceversa. Lo scrivevano Curcio e Franceschini, fondatori delle BR, nel trattato di semiotica “Gocce di sole nella città degli spettri”. Oscuro come solo i testi maledetti sanno essere. E mille volte ho provato quella sensazione di già detto, già sentito, già inutilmente vissuto. Di retorica e dolorosa impotenza.

Poi, guardo una foto dei minatori del Sulcis e qualcosa mi stringe lo stomaco. Osservo i loro volti e la didascalia. «Abbiamo manifestato qui, a Cagliari e a Roma. Abbiamo beccato le manganellate e lì ci schernivano: “Venite fin qui a protestare per lavorare sotto terra». Ecco, questa frase ha la capacità di commuovermi e indignarmi. Mi fa venir voglia di piangere calde lacrime di rabbia. E il pensiero vola a loro asserragliati a 373 metri sotto terra. Io li conosco i sardi, anche quelli del Sulcis Iglesiente. Soprattutto loro. Conosco la tenacia, il coraggio, la testardaggine e il destino infame di emigrazione e miseria che gli ha riservato l’Italia Spa, addirittura peggiore di quello che ha elargito a noi meridionali. Ma anche alle classi popolari del nord, perché lo sfruttamento non conosce accenti e distinzioni geografiche. Sono, al limite, solo la colpa aggiuntiva per una pena più efferata. Dei sardi conosco la riservatezza, il carattere taciturno ma anche l’allegria, l’umorismo caustico e abrasivo. La lingua, sa limba sarda, bellissima in tutte le sue varianti. Devo dire grazie a una donna, proveniente proprio da quella zona, con la quale ho diviso un pezzo della mia vita e che oggi è madre di due splendide bambine, se la mia conoscenza dei sardi va oltre i luoghi comuni coi quali noi, abitanti di questa penisola chiamata Italia che non è mai diventata una vera nazione, siamo soliti giudicare i nostri connazionali. Il milanese è serio e lavora. Il napoletano e furbo e ruba. Il siciliano è mafioso. E il veneto è contadino. Dio… quante puttanate ci hanno infilato in testa, quando sarebbe molto più semplice giudicare le persone e amare le diversità perché ci arricchiscono e ci rendono migliori degli angusti e gretti confini entro i quali rinchiudiamo il nostro regionalismo della mente.

Ma non solo. Dietro le mascherine e i caschetti dei minatori, appena illuminati dalle fioche luci della penombra, io vedo gli occhi di mio padre. Erano i primi anni ottanta e la multinazionale americana nella quale lavorava come operaio metalmeccanico dichiarò fallimento, un anno dopo aver ottenuto ingenti finanziamenti pubblici. Milleduecento operai si ritrovarono impegnati in una battaglia durissima per il posto di lavoro che durò svariati mesi. Ma non era solo la lotta per portare il pane a casa. Fu il tentativo di non spezzare legami di fratellanza costruiti giorno dopo giorno su una catena di montaggio, sottraendo con l’antica astuzia operaia margini di tempo e vita al ciclo produttivo del fordismo-taylorismo. Lo sforzo disperato di non farsi strappare quella forza che gli aveva permesso per anni di uscire dalla fabbrica con le bandiere rosse e i bidoni usati come tamburi attraversando il quartiere come un fiume in piena. Non erano solo lotte legate alla fabbrica e alla condizione operaia. Furono loro e gli altri operai degli stabilimenti di viale Umberto Maddalena a spiegare e realizzare l’autoriduzione delle bollette nel rione Amicizia. A fare le liste per occupare le case sfitte. A imporre dal basso l’equocanone. Erano loro che allontanavano con metodi sbrigativi ed efficaci i fascisti che provavano a espandersi nel quartiere. Furono loro l’esempio più evidente del concetto di avanguardia della classe operaia rispetto al proletariato.

Mio padre spesso era alla testa di quei cortei. Era un delegato di fabbrica della Fiom. Lo ricordo coi baffoni e i capelli ricci e neri, un Mimì metallurgico in salsa partenopea col quale riesco a parlare solo quando scrivo di lui. Amo mio padre e la sua storia di bambino costretto a interrompere la scuola e lavorare a dieci anni, che a sessantotto va ancora in giro col portachiavi con la falce e il martello. Lo amo, quando penso che non aveva nulla ed è riuscito a darci una vita migliore della sua. Lo amo, ma non riesco a parlarci. Due caratteri troppo simili per non scontrarsi. O forse, perché so che ha ragione, perché ho sprecato le occasioni che lui mi ha dato e nessuno aveva dato a lui. E non ho saputo coglierle. Ma mio padre perse e io non dimenticherò mai lo sguardo sbigottito e le lacrime di un suo compagno più vecchio davanti ai cancelli della fabbrica. Era un’alba livida qualunque dei primi anni ottanta. Novembre, faceva freddo. E i fuochi accesi nei bidoni rischiaravano le ultime ore della notte. Lì sapemmo che il sindacato nazionale aveva svenduto la lotta per un po’ di cassa integrazione e mobilità. Lì quel vecchio compagno guardò mio padre con le lacrime che gli riempirono istantaneamente gli occhi chiedendogli: Sandrù e mmo’?

E mmo’ persero. La fabbrica chiuse. Nel quartiere non si vide più un corteo. Al loro posto arrivarono i traffichini socialisti e il pentapartito. Il voto di scambio. Mio padre, che a differenza di altri sindacalisti non cercò vie d’uscite personali, subì un colpo durissimo. Era stato il leader della lotta intransigente e troppo a lungo non si perdonò di non aver saputo evitare la sconfitta. Ma era solo un uomo, uno dei tanti fra milleduecento formiche operaie che dopo aver ingrassato per anni i porci delle multinazionali, alzandosi alle cinque di mattina o uscendo dalla fabbrica alle dieci di sera, fu messo da parte come una sedia vecchia o una bicicletta rotta. Giù in cantina o su in soffitta. E aveva meno anni di quanti ne ho io adesso, anche se a me sembrava grande e grosso, che potevo sfidarlo ma non vincerlo. Invece aveva le sue paure. Mio padre era solo un uomo. Avrei voluto avere la capacità di capire i suoi silenzi che durarono anni. Avrei voluto stargli più vicino. Avrei dovuto comprendere che la sua durezza era il frutto di una vita difficile che aveva incassato l’ennesima sconfitta. Ma lui non sapeva che io lo ammiravo. Lui non sapeva che già allora pensavo quello che Luca, per tutti Zulù, avrebbe scritto anni dopo in Vulesse: pecché chisti cumpagne so meglie e nuje, so meglie! Non sapeva che quando diciottenne mi trasferii a Londra fu per allontanarmi quanto più possibile dal destino già segnato di un’umanità di periferia.

Per questo e per molto altro ancora io sto coi minatori sardi. Riescono a bucare la corteccia del mio disincanto. Mi fanno venire voglia di fare qualcosa che vada oltre guardare il monitor e scrivere queste righe. Non so cosa, non lo so più da anni, ma qualcosa si dovrà pur fare. Perciò vado in soffitta o giù in cantina. Cerco fra i rottami di una vita una vecchia bicicletta abbandonata. Ci lavoro e la rimetto in sesto. Poi inizio a pedalare in salita, alzandomi sulla sella, con le gambe che mi fanno male e i muscoli contratti. E so che da qualche parte arriverò, a furia di pedalare. Forse addirittura in Sardegna, dove un pugno di uomini sta insegnando a questo sciagurato paese che si può alzare la testa. Anche a trecentosettantré metri sotto terra.