Napoli e i colori della pioggia

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di Rosario Dello Iacovo

Mi sveglio a casa mia al centro antico e finalmente piove. Del resto qualche volta deve pure accadere, non fosse altro che per una questione di pura statistica, perché io mi sveglio sempre sperando che piova. Pure in vacanza da bambino, con l’attesa che cresceva fino al momento liberatorio dei temporali di fine estate. E sì, al tempo che esistevano ancora le stagioni. La tv è accesa. Il libro in inglese del Millwall che sto leggendo ce l’ho giusto sul petto, un miracolo di equilibrismo che attesta un sonno inusualmente poco agitato. I resti della cena araba di ieri sera si contendono col posacenere stracolmo l’esigua superficie del tavolino Ikea basic, quello da cinque euro e qualcosa. Io invece sono disteso sul divano, non ho i calzini, sono scoperto, senza nemmeno il riparo della leggera copertina svedese che non so di cosa cazzo è fatta, ma credetemi riscalda come e più di un piumone.

Il piumone vero invece ce l’ho di sopra, sul letto a castello che imposi come condizione alla mia padrona di casa perché non me ne andassi. Ero tutto contento, quando un paio di amici misericordiosi lo montarono, mossi a pietà dalla mia proverbiale incapacità di fare il benché minimo lavoro manuale. Solo che poi ci dormii e, nonostante il soffitto fosse sufficientemente alto, avvertii una chiara e inequivocabile sensazione di disagio. Alla mia proprietaria di casa non l’ho mai detto, non sarebbe stato prudente, ma da allora io dormo sul divano senza nemmeno aprire il letto. Faccio così: mi ci stendo, leggo, lascio la tv accesa e prima o poi il sonno arriva, solitamente svariate ore dopo che metto in pratica l’intenzione di addormentarmi.

Casa mia è in uno di quei palazzi con i muri di tufo spessi mezzo metro, incredibilmente calda d’inverno e fresca d’estate. Perciò, senza la minima sensazione di freddo, mi alzo, accendo una sigaretta e la fumo. Ne accendo un’altra e la finisco, non prima di aver espletato qualche funzione fisiologica di natura liquida. Poi preparo la macchinetta del caffè da sei tazze, tiro fuori la bottiglia d’acqua dal frigo e bevo un lungo sorso che faccio durare finché non sopraggiunge la sensazione di asfissia. Lo faccio sempre, mi piace, è un modo per testare la capacità di apnea dei miei logori polmoni, messi a dura prova dalle troppe sigarette che mi fumo. Poi la caffettiera inizia a borbottare, verso una dose di circa tre tazzine in una tazzone dove ho già messo il latte, tiro fuori i biscotti ai cereali e ne mangio un paio. Subito dopo mi appiccio un’altra sigaretta e con la semplice imposizione dell’indice della mano destra riporto in vita il Mac portatile che troneggia discreto al centro del caos primordiale della mia scrivania.

Troneggia, il vecchio, ma certo non come il legittimo occupante, l’iMac che ho portato a casa di mammà quando sono partito per Londra per non lasciare mio padre senza computer, e non ho ancora riportato indietro. Non credo – a finale – che lo farò, spero di potermene comprare uno nuovo e lasciargli l’altro stabilmente. In realtà, a dirla tutta, da quando sono tornato della perfida Albione mi sono attardato un attimo pure io a casa di mammà. Prima ho detto vabbuò, dopo Natale. Poi ho rimandato a dopo la befana, e ho continuato così finché non ho ricevuto il prevedibile e meritato foglio di via. Così da lunedì sono di nuovo nel mio parallelepipedo nel cuore della città antica. Dove appunto mi sono svegliato stamattina.

Mi infilo quindi nella doccia ed esco solo quando ho prosciugato l’ultima goccia d’acqua calda dallo scaldabagno. Poi con l’accappatoio del Napoli falso addosso mi siedo davanti al computer e appiccio un’altra sigaretta, mentre controllo la posta, le notifiche su facebook e cazzivari. Scopro con fanciullesco stupore che gira ancora la truffa di quello che in Africa ha ricevuto un’eredità di tot milioni di dollari ma che – poraccio – non ha i soldi per sbloccarla, e giustamente li chiede a me in virtù della nostra antica amicizia. Credeteci, io ci credo. Un’assicurazione online mi promette una polizza vantaggiosissima, compilo tutto l’ambaradan, ma quando scelgo Napoli, il prezzo schizza a quasi duemila euro. Li fanculizzo, mentre cancello milioni di mail di spam di ogni natura, offerte irrinunciabili, grouponi e volaggratìs, prezzipazziecotillons. La voce del venditore di qualcosa che mi arriva su dal vicolo deserto, però mi ricorda che è tempo di andare, ma prima chiamo mio padre, che il gran chef della domenica, e gli chiedo:

– Terra o mare?
– Mare. – La laconica risposta.

Il mercato delle mura, quello dietro Porta Nolana, la domenica mattina mi piace un po’ di più del solito, ma mi piace proprio in generale, lo ammetto. Vado subito dall’amico Pasquale dei frutti di mare e vedo la solita ridda di clienti che mette a dura prova la sua squadraccia schierata al gran completo con i “cuppini” di plastica coi forellini che “sciacquareano” alla grande dentro le tinozze.

– Buongiorno, guagliò. – Mi saluta.
– Buongiorno ‘o zi. – La mia educata risposta.
Ch’ja piglià?
‘Nu chil ‘e lupin, dduje chil ‘e cozzeche e ‘nu chil ‘e vongole.
Okkè, te dong chisti cca ‘e sett euro, a te te ddong a sei, nun ‘e piglià ‘e lupin e cinque. – E accompagna la frase con uno smaccato occhiolino davanti a tutti, che mi fa ipotizzare che quelli da cinque li esponga solo per fare il giochetto del cliente che va trattato bene. – Cocc’ata cosa? – poi aggiunge.
– No, a posto così. – Pensando che mio padre ha già inciarmato calamarata, gamberi e ‘o purp, perché conosco i miei polli.

Poi, come va e come viene, mi faccio pesare tutto, pago e vado a prendere il pane.

– Buongiorno ‘o zi. – Faccio al vegliardone napulegnissimo che sta dietro il banchetto collocato davanti alla sua “puteca” in fondo alla strada, mentre un aiutante dell’est con gli occhi azzurri un po’ slavati mi chiede in un napoletano accettabile che pane voglio. Io scelgo un paniello di pane cafone e lo indico col dito. Poi dico al vegliardo:

‘O zi, ma è bbuon stu ppane?
‘Over faje? Chest è ‘o mmeglie pan ‘e Napule.
Mmm ‘o bbeco nu poco pecora zoppa. – Con fare dubbioso, mentre sorrido.

Lui punto nell’orgoglio, si porta un pezzo di pane quasi uguale al petto, vi poggia il bordo, poi con un coltellaccio da Jack lo squartatore e un solo movimento rapido e sapiente ne taglia una fetta e me la porge, mentre mi guarda in attesa del mio giudizio con l’aria del matusalemme pigliato collera.

– Uhm, nun cc’è mmale. – Gli faccio, ma in realtà lo prendo per il culo perché questo pane che mi crocca in bocca e rimanda a un’abilità affinità nei secoli, non è il più buono di Napoli, ma proprio il migliore del mondo. – Nun è pe mme – continuo – chella è mmammà ca è ‘mpicciosa.

Guagliò, si a mmammà toje stu ppane nun le piace, mo’ ppuort arret e te regal ‘o ppane tutt e journe pe nu mese.
– Affare fatto. – Gli do la mano, l’euro e cinquanta per un chilo di delizia cotta al forno, saluto e me ne vado.

In macchina accendo lo stereo e becco una stazione di musica napoletana. Alzo quindi tamarrescamente il volume, calando un po’ il finestrino pecché a robba bbella se fa verè e – in questo caso – anche sentire. Le note tuttavia non sortiscono l’effetto sperato sui passanti, che si muovono frenetici con la faccia di peste tipica dei napoletani quando piove. Non c’è niente da fare, è più forte di loro, i napoletani sono umorali e metereopatici, se un anno facesse 364 giorni di sole da spaccare le pietre e uno solo di pioggia, beh, in quelle ventiquattro ore sfodererebbero l’espressione più amareggiata, addolorata e contrita del loro repertorio. Mentre me la ghigno perché invece io amo la pioggia, la canzone entra nel vivo, con una tipa che su una base house commerciale canta che lei mica è scema, perciò lui non provasse a fare il furbetto perché sa come fargliela pagare. Poi è la volta di uno che sul modello di Gigi D’Alessio canta nel tipico italiano affettato dei neomelodici una canzone sul tema dell’uomo sposato che si è innamorato di un’altra e pur avendo perso tutto, casa, amici, famiglia, rifarebbe esattamente la stessa cosa, se potesse tornare indietro. Mentre fioccano le dediche che ricorrono a codici e nomignoli per evitare che coniugi troppo attenti possano sgamare, anche se magari stanno ascoltando la radio in attesa che anche a loro arrivi una dedica simile.

Sorrido perciò, mentre arrivo a Sangiuaniello, dove entro nella pasticceria di fiducia, ordino un chilo di piccola pasticceria e me ne sto sulla porta a guardare gli ambulanti che mettono da parte la merce, chiudono gli ombrelloni, con la faccia appesa del napoletano quando piove, pure se a giudicare dalla pochissima roba che ripongono gli affari non gli sono andati mica male.

Così chiudo gli occhi e respiro l’odore di una domenica mattina napoletana, mentre penso che un po’ mi manca Londra e un po’ mi manca Milano, ma che qui e ora non farei mica cambio. Credetemi, oggi come oggi non ci penso proprio, perché niente è più bello di Napoli con i colori della pioggia.

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