Castel Volturno, Crack-city

di Rosario Dello Iacovo

Sbucano dalle tenebre di una gelida notte di marzo dalla pineta di Castel Volturno. I muscoli del volto tirati, l’espressione contratta e gli occhi spalancati dei fumatori di crack o le pupille a spillo dei tossici di “roba”. Sono i pusher nigeriani della più grande “base” di cocaina ed eroina da fumare della Campania, l’anello debole di una catena che produce profitti enormi, ma vivono in case diroccate, senza energia elettrica ed acqua corrente, mentre tra le loro mani scorre un fiume di denaro destinato ad alimentare altri mari. Ci chiedono sigarette, perché la cenere è il braciere indispensabile sul quale fumare la sostanza, poi subito dopo la domanda di rito in un italiano dalla pronuncia stentata: “cosa volete?” Gli diciamo che vogliamo comprare, ma che preferiamo toglierci di lì.

Parcheggiamo e ci inoltriamo nella pineta seguendo i nostri interlocutori. Inizia così il nostro viaggio nelle crack-house di Castelvolturno, un luogo unico in Italia, che rimanda più alle immagini viste nei film e nei documentari sulla comunità nere delle città statunitensi che allo spettacolo ordinario della tossicodipendenza di casa nostra. O forse è solo un’anteprima. Lo specchio di come si stiano modificando radicalmente i modelli di consumo e delle dinamiche di controllo sociale attuate attraverso la diffusione della cocaina. L’abbassamento del prezzo e la diffusione capillare sono in qualche modo in diretta correlazione con la globalizzazione dei mercati e provocano un mutamento sostanziale dell’identikit del consumatore medio. Dalla cocaina come droga dei ricchi si sta rapidamente passando al crack come sostanza per l’esercito dei disperati delle periferie.

Arriviamo nei pressi di un gruppetto di edifici e diciamo ai pusher che vogliamo un grammo di crack e uno di off-white. Il primo termine si riferisce alla cocaina fatta bollire, in una soluzione d’acqua e bicarbonato o ammoniaca, ottenendo una pietra dura, libera da impurità, che si fuma in pipe ricavate da bottigliette di minerale, riempite d’acqua per 2/3. L’off-white, invece, prende il nome dalla posizione off di un interruttore, perché è una sostanza che “spegne”, e white, semplicemente, perché è bianca. Si tratta di eroina thailandese e si consuma con pipette di stagnola, stendendola sulla carta argentata e scaldandola con l’accendino, in modo da provocare una spirale di fumo dall’odore dolciastro. L’off-white si usa per calmare la coazione a ripetere tipica della cocaina e che, nel caso del crack, assume un’intensità impressionante.

Entriamo in una casupola illuminata dalla sola luce di una candela, all’interno ci sono 5 persone, un nigeriano e 4 italiani, sono dei clienti che preferiscono fumare direttamente qui, è un’abitudine abbastanza diffusa. Dopo pochi minuti uno dei nostri iniziali interlocutori torna con le sostanze e comincia ad armeggiare per preparare davanti ai nostri occhi il famigerato crack in tempo reale. Gli altri non sembrano nemmeno farci caso, intenti a passarsi di mano in mano la bottiglietta.

La presenza dei nigeriani a Castelvolturno risale a oltre dieci anni fa. All’inizio avevano messo in piedi autonomamente l’attività di spaccio, poi avevano dovuto inevitabilmente scendere a patti coi clan locali versando un “pizzo”. Prima dell’accordo c’era stato il macabro ritrovamento nel fiume Volturno di alcuni corpi di spacciatori neri segati letteralmente in due. Secondo le indagini della DDA di Napoli per il processo “Spartacus”, quegli omicidi sono riconducibili al superboss Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, ostile alla penetrazione delle bande nigeriane nell’attività di spaccio in provincia di Caserta. Successivamente, i contrasti sorti nel 1999, nell’ambito del cartello dei “Casalesi”, fra “Sandokan” e il clan Bidognetti, hanno creato le condizioni per un rapporto più organico fra quest’ultimi e i nigeriani, che nel frattempo dalla struttura originaria a bande criminali sono passati a un’organizzazione simile a quella dei clan albanesi, con ruoli e gerarchie ben definite della quale si sa pochissimo. Solo le indagini del Pm Raffaele Marino stanno aprendo un piccolo varco.

Ultimate le operazioni il nostro pusher ci consegna le due palline chiedendoci 60 euro per l’off-white e 40 per il crack, ci avverte, però, che per due persone la coca da fumare non basterà. C’è chi arriva a fumarne anche più di 10 grammi al giorno, gli effetti sociali per ora non si notano, ma quanto tempo passerà prima che cadaveri ambulanti percorreranno le nostre con una bottiglietta in tasca a caccia di una dose da fumare? Anche il mercato cittadino si sta adeguando, pare che con soli 20 euro si compri una pallina di crack anche alla “vela gialla” di Scampìa, alle case popolari di Melito o alla via terza alveo artificiale a San Giovanni a teduccio.

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Camorra, un’istantanea dei clan a Napoli

di Rosario Dello Iacovo

La guerra che oppone Paolo Di Lauro agli “scissionisti” ha fatto puntare i riflettori su Napoli nord, ma la presenza della camorra si estende capillarmente in tutta la città e mentre a Secondigliano e Scampìa si spara, altrove i clan continuano con discrezione a portare avanti le proprie attività criminali, agevolati dal fatto che l’azione di contrasto delle forze dell’ordine si dispiega soprattutto nei quartieri della periferia settentrionale. L’emergenza in realtà è ovunque, anche quando sembra regnare uno stato di apparente quiete.

A Napoli est lo spaccio non è capillare, ma l’eroina viene venduta regolarmente da anni nel Rione De Gasperi, vera roccaforte del clan Sarno, che esercita un’egemonia incontrastata nella zona di Ponticelli, dopo aver rintuzzato il tentativo “scissionista” di Antonio De Luca Bossa, noto col soprannome di Tonino ‘o sicco. L’autobomba e la conseguente strage di via Argine segnò il punto più alto e cruento dello scontro.

San Giovanni a teduccio è il regno dei Mazzarella, clan potentissimo, che secondo le dichiarazioni del pentito Salvatore Giugliano, detto ‘o muntone, l’ultimo dei fratelli maschi della famiglia malavitosa di Forcella, insieme ai clan Misso, e Licciardi è ai vertici della camorra e ha esteso il suo potere fino al centro storico, insediandosi da qualche anno a Forcella, dopo il declino e il pentimento dei vertici del clan Giuliano. Qui recentemente è stato ammazzato il 28enne Eduardo Bove, reggente per conto dei Mazzarella, che stava tentando di rendere autonomo il suo potere.

A San Giovanni lo spaccio è un’attività florida e storica e soddisfa la domanda, oltre che della zona orientale di Napoli, dei comuni di San Giorgio a Cremano, Portici e San Sebastiano al Vesuvio. Eroina, cocaina e hashish le sostanze vendute, il rione Villa, il rione Pazzigno, le palazzine del cosiddetto Bronx a via Taverna del ferro le “basi” storiche. A Barra sono attivi il clan Aprea e Cuccaro, qui lo spaccio di eroina e cocaina viene esercitato prevalentemente nelle palazzine bipiani a circa 500 metri della stazione della Circumvesuviana. Fra le attività prevalenti dei clan dell’area orientale c’è senza dubbio l’estorsione ai danni delle industrie e degli esercizi commerciali della zona, che assume aspetti feroci e vessatori anche rispetto ai normali standard della camorra.

Il controllo della prostituzione nel perimetro compreso fra via Argine, via Galileo Ferraris, via Ferrante Imparato e via De Roberto è un’altra importante voce di bilancio. Qui ogni sera lungo i marciapiedi prendono posto centinaia di prostitute africane, polacche, russe, ucraine, un vero e proprio nel supermarket del sesso. Le più economiche sono le africane, che offrono prestazioni sessuali a soli 10 euro, è necessario il doppio, invece, per una ragazza dell’Europa orientale. Le africane, prevalentemente nigeriane, ma anche del Ghana e della Costa d’Avorio, d’età compresa fra i 18 e i 25 anni, vivono una condizione di vera e propria schiavitù: vendute in patria ai mercanti di carne umana, vengono fatte entrare in Italia clandestinamente o con documenti di immigrate regolari e qui sono affidate al controllo di una Madame, un’immigrata anziana, spesso anche lei un’ex prostituta. Il loro grado di ricattabilità è elevatissimo, perchè l’organizzazione, in caso di fuga o ribellioni, attua ritorsioni nei confronti dei familiari nei paesi di provenienza.

Lo spaccio è molto attivo anche al centro antico per la presenza di locali e luoghi di ritrovo di giovani provenienti dai diversi quartieri della città. Soprattutto cocaina, hashish e erba superskunk, che viene prodotta in microserre illuminate da speciali lampade 24 ore su 24 e con una percentuale di thc ben più elevata della marijuana coltivata con metodi tradizionali, Lungo i decumani l’attività è a ciclo continuo, in modo discreto durante le ore diurne e in maniera più evidente a partire dalle 22. Basta percorrere gli stretti vicoli con un minimo di attenzione e salta subito all’occhio la presenza di gruppetti di ragazzi intorno ai 20 anni che gestiscono un viavai continuo di clienti. Le dosi sono sostanzialmente di due tipi: il “pezzo” da 25 e quello da 50 euro, corrispondenti rispettivamente a 0.3 e 0.6 grammi della sostanza. Lungo ogni decumano ci sono molte “basi”, distanziate spesso poche centinaia di metri l’una dall’altra e tutte hanno un giro d’affari molto elevato, soprattutto grazie al boom della cocaina verificatosi da qualche anno.

Situazione analoga, anche se di dimensioni più ridotte, ai Quartieri Spagnoli, altra zona tradizionale di spaccio al centro storico, dove si starebbe riorganizzando la famiglia dei “Faiano”, dopo la recente scarcerazione di Mario Di Biase, accreditato come il vero boss del quartiere.

Il Manifesto 16 febbraio 2005