Hamsik, Dagospia e il vomito dell’Italia Spa

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di Rosario Dello Iacovo

“Napoli città da vomito”. Twitta così Dagospia, dopo la rapina subita da Hamsik nei pressi del San Paolo. Lo fa perché quando si parla di Napoli anche la società civile si sente in diritto di sfondare il muro della civiltà e sfociare nell’insulto sprezzante e generalizzato. A far vomitare è Napoli, ognuno di quelli nati o cresciuti qua, che hanno il nostro stesso accento, non i tre in sella allo scooter che hanno portato via il rolex allo slovacco, dileguandosi poi in direzione del Rione Traiano.

Torino non è una città di merda quando rapinano Vucinic. Non lo è Milano quando a essere rapinato è Muntari. E nemmeno Parigi quando svuotano la casa a Lavezzi. Ma si sa, a Napoli un reato è più reato che altrove, e dopo gli insulti l’occasionale commentatore solitamente parte con la ramanzina savianoide alla città che deve reagire. Nulla di tutto questo succede ai milanesi, ai torinesi o ai parigini, perché lì il reato è considerato una semplice questione criminale che riguarda il singolo individuo che lo commette. Qui, invece, si parte sempre dal presupposto che in fondo siamo conniventi, perché – diciamolo – tutti almeno mezzi camorristi.

Io sono napoletano. Mio padre è napoletano. Anche mio nonno e suo padre lo erano, rispettivamente dei Ponti Rossi e del Parco Margherita. Pare che il nonno di mio nonno venisse da Montesarchio, in provincia di Benevento, dove vive più o meno la metà del centinaio di famiglie Dello Iacovo d’Italia. Sono sufficientemente napoletano, quindi, per essere un mezzo camorrista anche io. Eppure, io la camorra la schifo.

Schifo la camorra perché la considero l’altra faccia della medaglia di una politica coloniale che viene esercitata contro la mia terra e contro la mia gente da 152 anni. Si chiama sottosviluppo imposto, mancanze di infrastrutture, emigrazione, povertà, disagio sociale, disoccupazione. Una politica coloniale della quale la camorra e la borghesia locale sono storicamente gendarmi, complici e garanti. Del resto, fu lo Stato italiano unitario a entrare a braccetto con Tore ‘e Criscienzo a Napoli, elevando i guappi a forza di polizia. Mica io. E nemmeno mio padre, mio nonno e il padre di mio nonno.

Noi la camorra la schifiamo, anche se i camorristi e i Liborio Romano di oggi parlano col nostro stesso accento. Ma allo stesso modo io schifo pure questa cosiddetta società civile alla Dagospia, che non si indigna quando un bambino è costretto a crescere senza speranze, senza prospettive e senza futuro. Come accade a tanti in questa città, nei quartieri più popolari. Perché la questione è tutta lì: raccogli quello che hai seminato a suo tempo.

Perciò, non venite a chiederci di ribellarci, a noi che ogni giorno già ci ribelliamo alla loro vessazione e a quella di uno Stato patrigno per il quale siamo italiani di seconda categoria. Non dovete chiedercelo, perché quella mano che impugna la pistola e minaccia Hamsik è roba vostra. Roba di Italia Spa, con noi napoletani non c’entra proprio un cazzo.

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Tutta colpa di Steve e del pallone, mai degli italiani. Anche per la cosiddetta controinformazione

di Rosario Dello Iacovo

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. La risposta, inequivocabile, sarà: perché fanno le file per l’iPhone 5. Io ho un’iPhone 4s, avevo un 3gs, e non escludo di comprare il nuovo modello quando ne avrò la possibilità. Certo: se mi aveste cercato nelle code davanti agli Apple store, non mi avreste trovato. Non la considero una priorità, e nemmeno mi assale l’ansia se per qualche mese avrò solo il penultimo modello. Ma, allo stesso tempo, non demonizzo la tecnologia. Anche perché, presumo, che ognuno dei Savonarola de’ noantri del web abbia una connessione internet e un dispositivo tecnologico dal quale, comodamente seduto con le chiappe sulla sedia, esprime la sua indignazione.

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. Un’altra risposta inequivocabile sarà: perché sono troppo impegnati a seguire il campionato di calcio. Io seguo il football da sempre, quando bambino piangevo e strepitavo finché mio padre, mosso a pietà, o più semplicemente coi coglioni frantumati, non mi diceva sì e io felice gli afferravo la mano per non perdermi nella folla di quelle gradinate che, seppur oggettivamente grandi, all’epoca mi apparivano immense. Mio padre, che andava a vedere il Napoli fin dai tempi del Collana, ha partecipato a centinaia di manifestazioni, ha militato nei gruppi maoisti nei primi anni settanta e poi è stato a lungo un rappresentante di fabbrica della Fiom. Eppure gli piacevano Pesaola, Canè, Sivori e Altafini.

Quindi: in Spagna, Grecia e Portogallo scendono in piazza; in Italia no. E l’italiota medio da web s’indigna, sempre seduto comodamente sulla sedia, prendendosela a colpi di link furiosi, mi piace e condivisioni, con Steve Jobs e il pallone. Io mi fermo un attimo a pensare, ogni tanto pure serve, anche nella confusione totale dei nostri tempi, e mi chiedo: ma dei milioni di iPhone venduti in pochi giorni nel mondo, quanti sono stati venduti in Italia? E ancora: le immagini delle code in tutto l’occidente, sono fotomontaggi? E, in un eccesso di spirito critico, mi interrogo ancora: hanno fermato il campionato di calcio in Grecia, Portogallo e – soprattutto – Spagna? Esisteranno ancora i club più famosi del Pianeta, Real Madrid e Barcellona? Messi, sarà ora in fila, non per l’iPhone, ma per iscriversi al collocamento?

Sono domande che mi conducono dritte a uno dei vizi nazionali, forse quello più grande, sintetizzabile così: la colpa è sempre degli altri.

Ma poi: sarà vero che gli italiani non scendono in piazza? A me non risulta. Mi ricordo il 14 dicembre del 2010 a Roma e la straordinaria resistenza di una generazione senza futuro. Mi ricordo il 15 ottobre del 2011 e, pur nelle laceranti divisioni del Movimento, una piazza che ritrova compattezza e si oppone. Il problema è che ricordo pure i commenti sul web degli indignados in salsa tricolore. Mi ricordo i “Va bene protestare, ma no alla violenza”, i “Chiunque usa la violenza è fascista”, i “Non si risolve niente rompendo le vetrine”. Al popolo bue webitaliota sfugge sempre il particolare essenziale della violenza vera che subisce ogni giorno questo paese.

Ogni volta che un pensionato non arriva a fine mese, sta subendo una violenza. Ogni volta che un lavoratore viene licenziato, sta subendo una violenza. Ogni volta che un laureato fa lo stagista a gratis, o il precario coi contratti part-time di due mesi, sta subendo una violenza. Ogni volta che un meridionale (1.350.000 in dieci anni) è costretto a emigrare, sta subendo una violenza. Ogni volta che un migrante senza permesso di soggiorno è messo nelle condizioni di farsi sfruttare dal padroncino italiano, sta subendo una violenza. Che abbiano o meno uno smartphone in tasca, che gli piacciano Cavani, Pato, Zeman, o meno, questi soggetti subiscono una violenza ogni singolo giorno della loro esistenza. E il webitaliota pensa alle vetrine di un supermercato per ricchi nel centro di Roma, dove il pane costa sei euro al chilo. O alla Mercedes SL 500 data alle fiamme lì davanti.

Ma poi, sto cazzo di iPhone 5 sarà un indicatore di ricchezza vero, o è solo un simbolo contro il quale scagliare la propria incapacità di fare autocritica? Il modello più economico costa 750 euro, una discreta cifretta. A ben guardare, però, è già scattata la gara degli operatori telefonici, che con poche decine di euro al mese vi danno minuti (in un caso anche illimitati) e l’aggeggio più o meno gratis. Certo: un Nokia da 20 euro costa molto meno. Ma poi come fate, se vi trovate lontani dal vostro pc e dalla vostra postazione e vi viene un attacco di indignazione che non riuscite a reprimere? Non potete nemmeno fare una foto e postarla.

Mentre scrivo questo post, sulla pagina di Facebook di Informare per resistere, che pur leggo spesso e trovo molto interessante, c’è questa foto che miete consensi, mi piace, commenti e condivisioni. Contrappone la folla nelle piazze greche, portoghesi e spagnole, all’immagine di un italiano che mostra orgoglioso il suo nuovo iPhone. La trovo una caduta di stile qualunquista che non condivido affatto, perché la stessa foto delle code davanti agli Apple store esiste in molteplici versioni, pure quella madrilena. Da un bel sito e da una bella pagina come quella mi aspetto link che denuncino le condizioni dei lavoratori della Foxconn, capaci di farmi venire il dubbio ogni volta che sto per acquistare Apple. Non cadute di stile che alimentano il “greggismo” webitaliota, così simile a quella passività alla quale crede, illusoriamente, di contrapporsi. Sono due facce di quello stesso paese che deve ritrovare la forza di alzarsi in piedi, non la rassegnazione per farsi trasportare dal flusso del populismo, in direzione dell’ennesimo demagogo.

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.

Frega un cazzo, socio

di Rosario Dello Iacovo

Butto l’occhio alla partita e vedo che la Repubblica Ceca ha accorciato le distanze. Io qua tifo Russia, non se ne parla proprio. Ma più in generale ai mondiali e agli europei tifo Inghilterra. E che ti sento subito dopo se non due inglesi che commentano il goal? Hanno l’accento del nord. Me ne accorgo sempre, ma a meno che non siano di Liverpool o di Sheffield è difficile che sappia individuare la città con precisione. English, mates, innit? Gli chiedo. Mancs è la risposta. Gli dico che ci sono stato un paio di volte. Loro mi chiedono se mi piace. Io faccio sì sì con la capoccia, mentre ordino una coca zero. Che fine dimmerda. Poi gli sparo un sorrisone dichiarando il mio amore per Liverpool. E naturalmente mi fanno la faccia schifata, mandando a fare in culo me e loro. Ma è tutto un gioco di ruoli.

Che so, parli con un fiorentino e gli dici che preferisci Pisa. Con un catanese e fai Bella Palermo. Con un laziale e mentre stai per dire che preferisci la Roma la voce ti si strozza in gola perché una puttanata così non ce la fai proprio a dirla. Sempre romani sono, e che cazzo. Poi quando di mezzo c’è il footbal, il fitba, come lo chiamano i jocks, gli scozzesi, o il fottuto pallone, queste manfrine campaniliste assumono sempre quello zic in più che fa pariare. Non so a voi, ma a me fa pariare.

Cazzo ci fate a Napoli, soci? Gli chiedo nel mio inglese partenopeo della regina di sto cazzo beato. Holiday, rispondono Carl e Steve. Sorrento and Napoli. Questo mi piace degli inglesi, che fanno sempre le stesse cose, regalandoti quelle certezze delle quali pur hai bisogno nella vita. Piacere Rosario, Ross, Roy, call me as you want, mates. Consapevole che a mettergli troppe R gli mando in culo la pronuncia. Nice to meet you. Ci diciamo mentre facciamo le presentazioni ufficiali come i bravi ometti che siamo. Hanno più o meno la mia età e sono vestiti bene. Polo Lacoste Carl, camicia Armani Steve. Entrambi bermuda e sneakers bianche. Insomma, c’hanno tutto quell’armamentarietto da vecchio ragazzo del football e questo, chiaramente, depone a loro favore.

Quando gioca l’Inghilterra? Frega un cazzo dell’Inghilterra, socio. Mi dicono loro. Sta cosa stupirebbe più di un italiano, perché l’italiota campa di luoghi comuni e quindi secondo lui gli inglesi sono tutti union jack sulle spalle, pinta in mano e pedalare. Che poi la vecchia union non se la incula più nessuno. Croce di San Giorgio, amico, anche se poi a finale è bandiera di Genova che gli inglesi si comprarono per acquisire i privilegi della repubblica marinara.

A me mi piace l’Inghilterra. Dico ai due Mancs qua, che la birra in mano ce l’hanno. Anzi, sul tavolo. Due Nastro, che non so perché a loro gli piace sempre tanto. A me la birra mi fa cacare. Io ai tempi in cui bevevo andavo di scotch liscio. Preciso. Ma mo’ mi bevo la coca zero come un coglione qualunque che sta per scendere sotto i settanta chili di peso addentrandosi nella terra di nessuno dei sessanta. Che succede quando pesi, che so, sessantotto chili? Lo sa il cazzo. A me è successo così tanto tempo fa che non ho nemmeno un paio di jeans che se lo ricordano. Figuratevi io. A pro di che, poi? Tanto mi arrivano sempre gli stessi messaggi. Lugubri come un canto di morte che appena esce quella lenzetella di sole ti avvertono inesorabili che era proprio l’ultima che ti potessi godere. E che ti credevi cos’era? Se non fosse che a me la pioggia mi piace pure, è il sole che mi fa cacare. Ma non è questo il punto. E che cazzo!

Naaah, fa Carl, l’Inghilterra è roba da southerners finocchi, wankers di sta minchia. Cioè, spiega, al nord la nazionale è meno seguita. Col cazzo, rispondo io, e gli Oldham? E i City? La seguono, altro che se non la seguono. Anche se lo so che comunque il sentimento patriottico è più un fatto di cockneys e contadini del Kent e del Surray. Wankers, segaioli, appunto, ribadisce Carl che se la ride. E l’Italia? Mi fa Steve. Frega un cazzo dell’Italia, socio. Mo’ tocca a loro fare la faccia dei bambini stupiti. Gli mostro il tatuaggio sul braccio con le Due Sicilie e gli spiego tutta la tarantella della colonizzazione, dell’unità di sto cazzo, dei centocinquantanni, che intanto sono diventati centocinquantuno e quest’anno che è passato a me mi è andato in culo dritto come il palo di un mandingo.

Mi fa cacare l’Italia, bambini. Ah, siete come l’Irlanda allora, fa uno scafato e storico Steve che annuisce all’unisono con il socio perché i Mancs come gli Scousers sono tutti mezzi irlandesi. Sanno di cosa sto parlando. A finale, non avendo una nazionale mi scelgo quella che mi piace di più. E sarà pure da sudisti Uk e wankers, ma a me l’Inghilterra mi piace. Ten german bombers, e il socialismo di guerra, e la classe operaia. Ste cose da vecchio nostalgico, per capirci. Anche se per le Due Sicilie fu proprio il palo inglese a prendersi cura amorevolmente cura delle sue regali chiappe borboniche, che pensavano di vivere ancora nel passato. Seh, credeteci.

Intanto la Russia segna e poi segna ancora, mentre noi discutiamo come tre gentlemen degli hooligans dell’Europa dell’est. Oggi i Lodz si sono fatti un pub di inglesi. Gli dico. Frega un cazzo. Dice Steve. Aspetta. Dice Carl. E spiega che la firm inglese se l’è sempre cavata bene all’est. E questo lo so pure io, dai tempi di Icky in Ungheria, fino alle sculacciate ai russi a Mosca qualche anno fa. Ma comunque dietro l’ex cortina di ferro sono cazzi da cacare per tutti. Pure i rumeni sono da prendere con le pinze. Chiedetelo a quattro amici miei che fuori lo stadio della Steaua ci stavano lasciando le penne, arrivando poi in curva carichi di dolcezze e attenzioni.

Era andata così. Li avevo avvisati già dalla sera prima che tirava una brutta aria, ma che vi credete che gli stronzi si siano degnati di cacarmi? Io ero con due soci in un pub, sbevazzavamo cercando di mantenerci mimetici. Ma sta cosa di mantenersi mimetici a Bucarest non è che ti viene così bene. Soprattutto se io, marcio di whisky da fare schifo, inizio come mi accadeva sempre a parlare solo inglese. Così passa uno, con tutto il corredino da uligano e butta l’occhio. Poi passano in due. Poi si aggiunge un terzo stronzo. Fin quando sono almeno dieci i coglioni là fuori e noi iniziamo a essere un pelino preoccupati. O meglio, i miei amici lo sono, perché io reso del tutto incosciente dai fumi del buon Bacco, mi sfilo la cinta, esco sulla soglia e mi esibisco nel vecchio numero del Let’s do then, you cunts. Così arriva la polis rumena che tutta a Ceausescu, poco democraticamente, ma in maniera efficace e tempestiva, ci blinda il culetto e ci riporta in albergo.

Non è andata così di lusso agli stronzi dei miei amici. Il giorno dopo, quello della partita, eravamo fuori un altro bar dopo esserci fatti una mangiata di carne come si deve al Caru cu Bere. Un posto veramente coi controcazzi che sta proprio di fronte alla chiesa di Stavropoleos, e quando entri ti aspetti solo che Dracula tiri fuori i dentini da una qualsiasi della arcate gotiche della struttura. Ma i dentini li tirano fuori gli ultras dello Steaua poco dopo in centro, con la polis di qua che inforca manganello e telecamera e si mette in mezzo. Noi rifacciamo i mimetici, colori non ne abbiamo mai portati e sgusciamo in una stradina. Quando però arriviamo a un incrocio, di stronzi rumeni coi caschi e con le mazze ce ne sono un centinaio. Il dietro front è così rapido e silenzioso che non sentiamo nemmeno il rumore dei nostri passi.

Perciò, capito l’andazzo, torniamo in albergo e ci organizziamo con altri napoletani che sono lì. Ci muoviamo presto incolonnati in cinque taxi verso lo stadio che è in culo ai lupi e ci mettiamo un sacco di tempo per arrivare. Prima però mando l’ennesimo sms agli stronzi dei miei amici. Zero. Muti. Non abbiamo problemi perché spiego al tipo che se non ci lascia fuori al settore ospiti non gli diamo un Lei. Lui dice ok, tanto più che tifa Dinamo e lo schifa lo Steaua.

Solo che per arrivare al settore ospiti non è che giri intorno allo stadio. In pratica c’è solo una strada davanti e alla fottuta fine c’è il varco per il settore ospiti dove ci aspetta la polis rumena con certi blindati che sembrano i T-34 russi del 1944. Come se fossimo dei nazi del cazzo! Noi sfiliamo tranquilli, ricevendo solo insulti e qualche bottiglia che si schianta al suolo spargendo intorno una nuvola di vetro. Chissà i nostri amici che fine hanno fatto, mi chiedo una volta che sono fuori il settore e mi metto a parlare con uno dei capi dei bulgari del Loko che tifano Napoli e sono amici miei.

Poi, li circondano, li impacchettano e senza troppi complimenti li rimandano a Plovdiv. Poco dopo arrivano i baldi amici temerari e muti dei quali non ho avuto notizia fino a quel momento. Il dolcissimo G. sembra una piantagione di bozzi ed escoriazioni, così poetica e struggente che gli faccio un servizio fotografico mentre me la rido alla grande. Anche gli altri sono malconci, solo A. è fresco come una rosa di plastica, ma comunque sta cacato sotto.

In pratica il loro taxi è stato assaltato sullo stradone lì davanti. Il tassista invece di ingranare la marcia, è scappato e li ha lasciati in balia di trenta Steaua che li bersagliano con tutto quello che si trovano a portata di mano e provano a tirare fuori il dolcissimo G. che se ne prende per una decina di trasferte in una volta sola. Solo la prontezza di riflessi di A. gli salva il culo. Perché si butta al posto di guida, mette in moto e sgomma, coi rumeni avvinghiati al buon G. che all’inizio non mollano la presa, ma poi sono costretti a recedere dai loro merdosi intenti. Tecnicamente un furto di taxi a Bucarest. In pratica un salvataggio alla Mission Impossible. Poi, dentro, già che ci siamo i rumeni ci tirano di tutto, noi rispondiamo, entra la Polis e ci rompe il culo.

È pesa all’est, dico a Carl e Steve, che intanto sbevazzano un’altra Nastro e mi dicono che a loro l’Italia sta simpatica. Frega il cazzo dell’Italia, soci. E pure di quegli stronzi degli Ultras Italia con i nomi delle città al centro dell’odiato tricolore. Ribadisco ordinando un’altra coca zero. Stasera sto proprio scialando, e bevo per dimenticare.

Il derby di Partenope (Prologo)

di Rosario Dello Iacovo

La sveglia, dalle forme affilate e regolari, regalo insignificante di una fidanzata qualunque, mi guarda dal comodino con aria minacciosa. Vuole suonare, la troia. Sta per farlo. Lo sento. La consapevolezza che sta accadendo davvero mi fa precipitare addosso tutta la stanchezza di un sabato notte da cani. Una qualsiasi, scelta a caso nel mazzo di una vita balorda. La mia. Tic-tac-tic-tac-tic-tac, la zoccola, pregustando il momento nel quale il suo canto di morte mi dirà implacabile che non c’è più tempo. Se non fosse che è un modello a cristalli liquidi. Perciò, fa il suo sporco lavoro subdola e silenziosa, ma non per questo in maniera meno efficace. Sta per suonare, cazzo! Tiro su il piumone, come ad alzare una cortina di ferro fra me e l’orrore. Non ci sono Vopos, però, a difendere questa frontiera. Anzi, non c’è nessuna frontiera del cazzo. Nemmeno un utero materno nel quale tornare a rifugiarsi, rifutandosi di nascere. Solo un coglione che non si sa controllare, e che ora vorrebbe dormire dieci giorni di fila. Provo a stendere i piedi: mi fanno male, malissimo. Quasi crampi. La coca ce l’ho ancora tutta in circolo. Da un paio d’ore non faccio altro che sollevare gli alluci, scaricando meccanicamente la tensione che mi attraversa elettrica, a scosse, il sistema nervoso.

E dire che ero partito per non darci troppo dentro, ieri sera. Avevo iniziato bene al Muy Loco. Un locale del cazzo che siccome è la nostra tana, non gli basta essere loco, pazzo, e basta. Deve esserlo anche molto. E così: un paio di birre, due Aniversario e una teffata, giusto per accompagnare l’alcol, in modo che le accelerazioni della roba fossero bilanciate dalla quiete ovattata che in quelle situazioni garantisce l’ottimo Bacco. Poi, la situazione è degenerata. Ma proprio clamorosamente. Si presenta Martello, un vecchio socio di Terzigliano che lavora sulle piattaforme petrolifere giù in Sicilia. Con lui c’erano due colleghi peruviani ai quali ha fatto più di un favore, come mi ha accennato un paio di volte. Non ho mai indagato sulla loro natura. Non sono domande che si fanno. E che siamo, sbirri o confidenti di questura? Di certe storie, è sempre meglio saperne il meno possibile. Io per esempio non ne so proprio niente.

Mi vede seduto al tavolo con un paio di amici e si avvicina. Non ci beccavamo da tre mesi, ma da come mi abbraccia sembra siano passati trent’anni. Un trionfo di pacche sulla spalla, baci e abbracci. Strette gioiose, ma comunque virili. Di: “Come stai obbè?”; “Bene, fra’. E tu? Che si dice?”; e “Questi sono Paco e Miguel”; “Piacere, hermanitos ¿Cómo estás?”; “Lui è Polvere”; “Mucho gusto hombre”. Cose così, insomma. Educazione e rispetto. Poi, gli occhi che gli ridono sotto il cappellino della Stone Island mi avvertono che vuole dirmi qualcosa e fa fatica a trattenersi. Al mio sguardo interrogativo, risponde con aria da complotto: “Vieni nel cesso”. La cosa era una pietra da dieci grammi di rosè. “Purissima e rarissima Mariposa”, ha commentato sollevandola col riguardo dovuto. Come un piazzista che fa il suo numero al centro del paese, fra massaie, vecchi e bambini che lo guardano stupiti e attenti. Venghino Siori e Siore. Ma non stava vendendo niente. Conosco Martello da sempre ed è un ragazzo dalla generosità straordinaria. Non come questi merdilli dei nostri tempi che ti offrono mezza pippata per farti salire la rota e poi venderti il pezzo. Come se quella che abbiamo addosso non bastasse da sola. In ogni caso, lui non fa il pusher, e certo non lo stava facendo con me. Eravamo, come dire, nel territorio del dono disinteressato.

Di rosè ne fanno poca, in Perù e in Bolivia. Pare che il colore dipenda dal gasolio con il quale viene estratta. Altri dicono che è per nasconderla meglio. Anche se mi pare proprio una cazzata. Ti fermano gli sbirri e gli dici: “Borotalco rosa.”? Certo, e loro: “Prego, vada pure”. Sicuro che poi ti lasciano andare a casa. Metteteci la speranza. Quando si parla di queste cose non si sa mai qual è la verità. Sono voci che si inseguono e si rincorrono, si accavallano, fanno piroette e spesso tornano al punto di partenza senza concludere un cazzo, sospese fra la realtà e l’alone della mitologia popolare. Quel che conta, è che le due, tre volte che l’ho provata era buonissima. Sempre che siate amanti del genere, s’intende. Poi Martello ha tirato fuori una piccola grattuggia e si è messo al lavoro con pazienza certosina sul coperchio dello sciacquone. A ogni movimento delle mani sapienti, il mucchietto cresceva e cresceva e cresceva. Come la mia voglia di affondarci dentro le narici e spararmi a calci in culo dritto verso il cielo. Non mi chiamerebbero Polvere, altrimenti, non credete? In quel momento, quello che volevo era una sana autoscalciata Millwall, oltre la legge di gravità e l’atmosfera. Per poi bruciare nel buio siderale, come una supernova che ha terminato la sua corsa, trasformandosi in un buco nero del cazzo. O giù, nel buco del culo dell’inferno. Se fra i due buchi preferite il secondo. Cacato dai demoni, dopo un lungo viaggio negli intestini infetti del mondo.

Fatta la prima, non avevo più scampo. Lo sapevo, ero perduto. Siamo tornati in sala e ci siamo fiondati al bancone, senza nemmeno dircelo. Piccioni viaggiatori che ritrovano la via di casa senza pensarci. Volano e basta; fra nuvole grasse e nere, perturbazioni, folate di vento e pioggia, nebbia e sole che arrostisce piume e pensieri. Qualunque cosa accada, volano quei figli di una troiarottainculo, e ritrovano la strada. Come noi quella del bancone, senza che ci serva un navigatore, la bussola o saperci orientare con le fottute stelle. Che poi dall’interno del locale non si vedrebbero nemmeno. Così, l’Aniversario sono diventati due, poi tre, poi quattro. Poi ho perso il conto. Non sono mai stato bravo in matematica. Nemmeno in condizioni normali, figuriamoci Out of space come ieri sera. La seconda ce la siamo fatta mezz’ora dopo. Le altre a intervalli sempre più brevi. Fino alle sei di mattina, quando il rimorso ha preso il sopravvento. Ho detto ciao a Martello, cingendolo in un ultimo abbraccio con il corpo che tremava per la troppa sostanza. Lui, mosso a pietà per un vecchio socio, ha tirato fuori dalla tasca quella restante, un tre, quattro grammi, avvolta nella busta di plastica, ha bruciacchiato l’estremità con l’accendino e me l’ha data, dopo averla sigillata. Al mio: “E tu?”, ha risposto: “No està problema, hermano.”, indicando con lo sguardo i suoi compadres.

Poi mi ha baciato sulla testa perduta in mille, e a quel punto, inutili paranoie, dandomi scettico la buonanotte. Perciò, Hasta luego ai peruviani, che non hanno smesso di sorridere un solo istante, con le serafiche facce andine, bruciate dal sole dell’alta montagna. Immuni, cazzo, da secoli di masticazione e decenni di pippate. Bye bye alle troie, ai “Dàiii, reeestaaa”, agli strusciamenti scomposti e bramosi di sesso alimentati dalla bamba. Un quarto d’ora dopo ero a casa. Mi sono messo a letto provando a dormire. Mi sarei accontentato anche di svenire. Ma col cazzo, avrei potuto. Né l’una, né l’altra. Ero fattissimo. Lo sono ancora, e fra pochi minuti la sveglia mi dirà che non c’è tempo. E non ce n’è davvero, perché oggi si gioca Real Napoli – Dinamo Partenope, decisiva per lo scudetto. Le loro brigate si stanno organizzando, e io sono inchiodato a letto come il fratello strunz ro cazz. Un parente di primissimo grado. Il gemello.

Bidone mi farà il culo a fettine sottili sottili. Già me lo vedo, cattivo con le carocchie e le scozzette che aggiungeranno fiele alla mia confusione. Ma ha ragione: sono un uomo di merda. E dopo, sale e limone a rendere più atroci i tormenti delle ferite. Dita a premerci sopra. Sangue, pus e orgoglio giù per il tubo del cesso. Spugna con l’aceto, croce in spalla e ali di folla ad additarmi al pubblico ludibrio. Eccolo, è lui: l’uomo di merda! Eppure ce l’aveva detto: “Non vi sfasciate stasera. Domani è il grande giorno e dobbiamo essere al top. Chi sgarra paga.”. Questa la sintesi del suo aulico discorso alla riunione dei fedelissimi. E non che abbia usato molte più parole. Non è un tipo loquace in certe circostanze. E noi tutti lì a fare sìsì con la testa come i cani appiccicati dietro il lunotto delle macchine. Che banda di coglioni. Noi e loro.

Vladimir, poi, non ci voglio nemmeno pensare. Con la sua aria da piccolo Lord di Terzigliano, mi guarderà letteralmente disgustato. Come quando sollevi la suola dei Dr. Martens e la scopri farcita di merda calda e fumante appena cacata. Solo un attimo, naturalmente, prima di distogliere lo sguardo e incrociarlo con quello di Bidone, in un unanime e severo giudizio di inappellabile condanna. Facile che proverà pure a farmi fuori dalla brigata, lo stronzo. Un tempo Vladimir era uno dei peggiori: macchinoni, centinaia di storie, bamba a fottere e whisky mandati giù in un colpo solo, sulla passarella sotto la quale si estende schiumeggiante l’oceano del coma etilico. “Scotch, non bourbon.”, avrebbe precisato con una spocchia degna del Real. Quanto lo odio, con quell’aria da SoTuttoIoVoiNonSapeteUnCazzo che si porta cucita addosso, mentre cammina impettito con l’aria da duro che poi non è. Bidone invece fa paura, è micidiale e violento. Solo che sono praticamente fratelli. Il braccio e la mente. Ed essendoci di mezzo Bidone, non c’è bisogno di specificare chi sia il braccio violento e implacabile della nostra legge.

Ora invece Vladimir va in giro con una city car tedesca mezza scassata. Dice che non gliene fotte proprio della macchina, basta che cammina. Anzi, di solito gira proprio a piedi. Beve acqua e tisane. Si allena. Fà le saune, addirittura, l’insopportabile, boriosissimo, presuntuoso, testa di cazzo. Si è messo addirittura a scrivere, anche se pare che lo abbia sempre fatto. Lui così dice, ma io non ho mai letto niente. Secondo me si atteggia e basta. Ha avuto una specie di crisi mistica. Per modo di dire, visto che è comunista e i preti li impalerebbe, se potesse. Vabbè, quello un po’ tutti noi che siamo della Dinamo, glorioso club di origini socialiste dei quartieri operai di Napoli Capitale. Mica come quei rotti in culo del Real, sempre pronti a baciare anello e cazzo al Papa e al Re, con la P e la R rigorosamente maiuscole. Come se fossero i figli prediletti di quel tizio con la barba lunga e bianca, che loro chiamano Dio. Adesso si staranno radunando per darci il benvenuto nel loro maniero di Capodimonte, col Parco e la Reggia che li fanno sentire gli Eletti. “La prima squadra della Capitale e del paese, oltre che la più titolata”. Ripetono come pappagalli e vecchi dischi rotti che nessuno ha più voglia di ascoltare, ogni cazzo di volta gli si presenta l’occasione. Anche quando, e capita spesso, nessuno gliel’ha chiesto. Il pensiero mi dovrebbe tirare fuori un minimo d’orgoglio, invece aggiunge altra nausea al serpente rancido che mi sguazza in corpo. Mi sento la merda che sono, sprofondato in questo letto come un rottame di ventisette anni. Un uomo di merda.

La trasformazione di Vladimir pare sia avvenuta quando si è mollato con una ragazza molto più giovane di lui. Una di quelle cose che ti fanno riflettere sulle cazzate che hai fatto nella vita. Alimentano il desiderio di essere un uomo migliore, all’altezza del (s)oggetto del tuo desiderio che, naturalmente, hai idealizzato oltre i suoi pur ragguardevoli meriti. Lo chiamano amore, una trappola nella quale, prima o poi, tutti infilano il piede e poi ululano dolore nelle notti di luna piena. Pure io. Lui ha sempre avuto ragazze più giovani. Tante, di ogni tipo, condizione e provenienza geografica, a essere proprio onesti. In uno sforzo raro di obiettività a denti stretti. Di quelli che ti costringono tuo malgrado ad ammettere la verità, nonostante l’odio viscerale per quello stronzo. Ma per questa ha proprio perso la testa. Bella è bella, a me piace e ce lo farei un pensierino. Se non fosse che, dopo, lui mi romperebbe il culo. O forse no. Sarebbe in contraddizione col suo nuovo corso. Con la svolta salutista ed esistenziale della sua vita. Quello in cui le decisioni degli altri vanno accettate: perché gli altri sono persone libere e possono pertanto liberamente scegliere di sottrarsi, di smettere di giocare, di alzarsi dal tavolo col malloppo in tasca, lasciandoti a piangere sulle occasioni sprecate e i debiti contratti. Su quella mano che, cocciuto, per forza sei andato a vedere, pensando di avere la situazione sotto controllo. Scontrandoti invece con la potenza di fuoco di un poker d’assi, un full di Re, una scala reale del cazzo. Uno dietro l’altro a raffica, con te che sei lì a guardarti il tuo misero tris di nove che credevi vincente.

Accetterebbe il fatto come una decisione del fato avverso. Sarebbero i suoi personali e laicissimi Dèi che lo stanno mettendo alla prova. Sicuro. S’isserebbe sulla prua di una nave lanciata oltre la terra di nessuno delle colonne di Ercole, sfidando il mare in tempesta e il vento che gli taglia il viso. Senza paura, urlando ai perigliosi flutti il dolore della condizione umana e dell’amore perduto. Poi tornerebbe e, in qualche modo, temprato dalla vita e con quella faccia di cazzo resa appena meno pallida dal sole che si riflette sull’Oceano, mi romperebbe il culo. Troverebbe il modo di farmela pagare. Anche dieci anni dopo. Senza nemmeno addentrarmi nei particolari di quello che invece mi farebbe Bidone. Ma prima, molto prima. Altro che dieci anni dopo. Verrebbe a prendermi la sera stessa sotto casa. Orrore, che non ci voglio nemmeno pensare. Nella vita però non si può mai dire, e aspetto l’occasione, pronto a calare le mie carte. Qualcuno le dovrà giocare. Lui, comunque, non ha mai smesso di girarle intorno a debita distanza. Una partita a scacchi con mosse studiate una a una, nel dettaglio, con l’occhio attento a ogni possibile evoluzione della partita. Ma anche pronto a improvvisare secondo l’istinto del momento. Questa partita, però, non la vincerà. Anzi, secondo me ha già perso. Non si può sconfiggere il tempo. Nessuno può farlo. Nemmeno se ha letto cinquemila libri e scrive nella sua testa, prima di tradurli in lettere sul monitor del Mac, i fottuti racconti. Pensandoci mentre corre a Mergellina e si ferma, solo un istante, alla Rotonda Diaz per riprendere fiato. Lo sa il cazzo, perché si ferma sempre nello stesso punto.

E se non lo sa il cazzo, chi cazzo può saperlo? In ogni caso, lui, il figlio di troia, l’arrogante numero uno di Terzigliano e di tutta Napoli Capitale d’Italia, ne sa una più del Diavolo. Anzi, Vladimir Esposito, nonostante l’apparenza dimessa del nuovo corso, è il Diavolo. Gioca sempre e solo per vincere. Se ne fotte anche solo di considerare la possibilità della sconfitta. Se ne fotte di quanti goal segni l’avversario, purché lui ne metta dentro uno in più. Calcio totale. Due neanche tanto bloccati dietro, e gli altri otto votati all’attacco, a mordere zolle d’erba, terreno e polpacci avversari. Con tenacia, con la rabbia di una bestia così feroce che non si è mai vista nemmeno nei romanzi di Edward Bunker. Nemmeno in quelli del fottuto Shakespeare, che poi romanzi non ne scriveva. Muta di cani affamati a caccia di una lepre di pezza. Col portiere volante che per non essere da meno fa il libero. Come l’Olanda degli anni Settanta. Come Zeman, il Boemo, l’allenatore della nostra Dinamo. L’uomo più odiato dal Real e dal Palazzo, che poi sono la stessa cosa. Il nostro Profeta, che Spartaco Esposito lo abbia in gloria. Invece, il suo pronipote Vladimir, no! Si fotta e bruci tra le fiamme dell’ultimo girone dell’Inferno. Nella serie C dei diavoli, senza che arrivi nessun Bidone a salvargli il culo.

Poi il cellulare squilla prima della sveglia, che a questo punto disattivo, prima di guardare il display e rispondere.

– Ohi Polvere, che cazzo stai facendo? – Il Fungo, leggiadro, mi dà il buongiorno.
– Sono morto, fra’, non ho dormito nemmeno un secondo.
– E ci credo, testa di cazzo. Ne parla tutta Terzigliano di ieri notte. – Mi dice, dissolvendo le flebilissime speranze di essere passato inosservato. Certo. Pippato, ubriaco, al centro della pista, in compagnia del vecchio Martello che ti strusci con tre tipe, mentre due peruviani ti guardano dal tavolo e sorridono, è esattamente il metodo migliore per passare inosservato. Mimetico, proprio. Mi odio, cazzo. Sono un uomo di merda, e Bidone me la farà pagare. Anche Vladimir, senza che abbia nemmeno bisogno di sapere i pensieri lerci, laidi, luridi, che faccio sulla sua amata, per la quale lui scrive invece composizioni da Dolce Stilnovo.
– Beh, un momento di defaillance. – Provo a minimizzare, schiarendo la voce che mi esce a fatica, tremula e incerta come quella di un ricchione.
– Momento il cazzo, obbè. Vedi che devi fare. Alza il culo e vieni all’appuntamento che questa è la volta buona che sei fuori da tutto. C’è il Real oggi, capisci? Il fottuto derby Real – Dinamo. Imperdibile anche se fosse un’amichevole, e che invece oggi, dopo sette anni, ci potrebbe incoronare di nuovo campioni d’Italia. Noi lo siamo già, fuori dal campo, ma sarebbe ora di tornare a esserlo anche dentro. Siamo la brigata numero uno del paese. Te escluso, naturalmente, che sei una merda. Fatti una doccia e scendi, che Bidone è già caricato a mille e Vladimir sta spiegando le tattiche di avvicinamento a Capodimonte. – E chiude la comunicazione, lasciandomi come il gemello di cui sopra a guardare il display del mio telefono, ormai muto.

Confortato dal calore delle parole e dal tono solidale della sua amicizia, schizzo dal letto e mi butto sotto la doccia. Prima gelida. Niente, sembra che sotto il getto ci sia un altro. Cioè, sembra che sto guardando un film con uno che si fà la doccia. Singolare. Il mio corpo non avverte la temperatura. Allora la metto bollente e osservo quasi divertito la mia pelle arrossarsi, senza che il fottuto calore raggiunga il mio sistema nervoso. Va avanti così per dieci minuti, fra gelo e ustioni. Alla fine i miei sforzi sono premiati, sembra quasi che uno spiraglio di vita si affacci alla porta e mi faccia ciao con la manina. Allora ne approfitto ed esco, metto una cialda nella macchinetta del caffè. Ripeto dieci volte l’operazione, rovesciando di volta in volta il contenuto in un tazzone della Dinamo che ho da quand’ero bambino. Aggiungo limone e non zucchero. Ingurgito il disgustoso beverone, mi infilo le dita in gola, corro al cesso e vomito copiosamente. Mi ributto sotto la doccia per altri cinque minuti e mi lavo i denti, sciacquandomi la bocca con mezzo litro di colluttorio. Poi scelgo fra i vestiti migliori. C’è il Real, cazzo, non posso sembrare un barbone. Perciò: Lacoste nera, Levi’s, giubbotto Stony, occhiali da sole a goccia Ray-Ban e mi catapulto verso la porta. Senza dimenticare le Adidas Stan Smith bianche. Non come quel coglione di Vladimir che si mette i Martens del buon dottore, credendo che siamo ancora negli anni Ottanta. Poi mi blocco di colpo. “La roba, cazzo, la roba”, dandomi uno schiaffo in fronte con la mano aperta che mi fa quasi male. Cioè, se non il mio sistema nervoso non fosse praticamente incapace di di trasmettere il dolore al cervello, mi farebbe male. Cerco in camera da letto i pantaloni che avevo ieri, frugo nella tasca e: Bingo! Mi faccio una pippata piccola, ma alta così, la nascondo nell’orlo della manica del giubbino, tasca segreta, seicento euro spesi bene. Il vecchio Island. Infine esco, nello splendore del primo mattino. Fresco come una rosa. Una rosa di plastica.

To be continued

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