Gomorra, la serie: warfare in Napoli!

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di Rosario Dello Iacovo

Ci sono più morti ammazzati nel trailer della serie Gomorra che negli ultimi tre anni a Napoli. Chiaramente aspetto di vederla prima di dare un giudizio, ma se il film mi era piaciuto molto per il realismo e per la descrizione minuziosa della vita miserabile dei salariati e dei capetti del Sistema, che non produce meccanismi di identificazione, comincio a provare un certo fastidio di fronte alla rappresentazione di una Napoli in guerra perenne.

A Napoli la guerra c’è, certo, ma è quella per il reddito e il lavoro, per la salute e l’ambiente, contro le discariche e gli inceneritori. E a conti fatti è una realtà non dissimile da quella di altre metropoli, soprattutto del sud del mondo e in particolare quelle collocate in territori che sono a tutti gli effetti colonie interne delle nazioni di cui fanno parte, dove le organizzazioni criminali svolgono una funzione ausiliaria di controllo del territorio.

Vi sembrerà strano, e a qualcuno di voi che non è napoletano apparirà davvero strano e singolare, o frutto di un’omissione omertosa da parte mia, in virtù di una narrazione mediatica che equipara Napoli al far west, ma io non ho mai visto sparare a nessuno, eppure sono cresciuto fra Secondigliano e il Rione Amicizia, due zone popolari della periferia nord. Certo, so che in quel bar hanno ammazzato qualcuno, che in quella piazza c’è stato un omicidio di camorra, ma qualcuno l’hanno ammazzato pure a Lupus Street a Londra, all’angolo di quella Claverton Street dove ho vissuto per alcuni mesi l’anno scorso, a poco più di un miglio da Buckingham Palace e dalla Regina, nel centralissimo quartiere di Pimlico. Nella fattispecie, un ragazzino di sedici anni stabbed to death, accoltellato a morte da una baby gang.

Io penso che ci siano due problemi nei film sulle mafie. Il primo è il registro narrativo: se si dipinge una banda di fascisti e sottoproletari come la Magliana, implicata nelle vicende più oscure della seconda Repubblica, con i tratti cool e trendy del Freddo o di Dandy, beh non ci stupiamo se poi i social network si riempiono di ragazzini o di coglioni un po’ più attempati che adottano quei soprannomi come nicknames. Ma nella realtà dei fatti, quanti ragazzini killer esistono, per esempio, oltre la finzione dei set cinematografici e televisivi? Il secondo invece è la reiterazione degli stereotipi con i quali gli italiani rappresentano nel proprio immaginario alcuni territori.

Conosco persone che non sono mai state a Napoli perché temono per la loro incolumità, eppure io ho visto scippi sulle Ramblas a Barcellona o risse e rapine a Piazza Dam ad Amsterdam, ma anche a Milano. E prima di ogni altra cosa, qualsiasi racconto sulle mafie non può prescindere da una loro lettura come fenomeno capitalistico, non solo perché profondamente intrecciato con la cosiddetta economia legale, ma perché strutturalmente basato sulla valorizzazione delle merci, sull’estrazione di plusvalore, sulla logica del profitto. Senza, ci si riduce al macchiettismo del caratterista, con una pericola inclinazione verso quei meccanismi di emulazione che legittimano il fenomeno criminale proprio per quella carica eversiva, che in realtà non possiede.

Il mafioso è l’altra faccia del capitalista, perché lo status di illegalità di una merce non la rende più sgradita o meno legittima, ma soltanto più remunerativa. E questo ce lo insegnano molto meglio di tanti saggi scrittori come Don Winslow o Massimo Carlotto, che personalmente non riuscirò mai a ringraziare abbastanza. Aspetto perciò di vedere la serie, e non mi basterà che sia un po’ meglio dell’accozzaglia trash del Clan dei camorristi, una delle peggiori nefandezze mai commesse contro Napoli e il popolo del Sud.

Hamsik, Dagospia e il vomito dell’Italia Spa

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di Rosario Dello Iacovo

“Napoli città da vomito”. Twitta così Dagospia, dopo la rapina subita da Hamsik nei pressi del San Paolo. Lo fa perché quando si parla di Napoli anche la società civile si sente in diritto di sfondare il muro della civiltà e sfociare nell’insulto sprezzante e generalizzato. A far vomitare è Napoli, ognuno di quelli nati o cresciuti qua, che hanno il nostro stesso accento, non i tre in sella allo scooter che hanno portato via il rolex allo slovacco, dileguandosi poi in direzione del Rione Traiano.

Torino non è una città di merda quando rapinano Vucinic. Non lo è Milano quando a essere rapinato è Muntari. E nemmeno Parigi quando svuotano la casa a Lavezzi. Ma si sa, a Napoli un reato è più reato che altrove, e dopo gli insulti l’occasionale commentatore solitamente parte con la ramanzina savianoide alla città che deve reagire. Nulla di tutto questo succede ai milanesi, ai torinesi o ai parigini, perché lì il reato è considerato una semplice questione criminale che riguarda il singolo individuo che lo commette. Qui, invece, si parte sempre dal presupposto che in fondo siamo conniventi, perché – diciamolo – tutti almeno mezzi camorristi.

Io sono napoletano. Mio padre è napoletano. Anche mio nonno e suo padre lo erano, rispettivamente dei Ponti Rossi e del Parco Margherita. Pare che il nonno di mio nonno venisse da Montesarchio, in provincia di Benevento, dove vive più o meno la metà del centinaio di famiglie Dello Iacovo d’Italia. Sono sufficientemente napoletano, quindi, per essere un mezzo camorrista anche io. Eppure, io la camorra la schifo.

Schifo la camorra perché la considero l’altra faccia della medaglia di una politica coloniale che viene esercitata contro la mia terra e contro la mia gente da 152 anni. Si chiama sottosviluppo imposto, mancanze di infrastrutture, emigrazione, povertà, disagio sociale, disoccupazione. Una politica coloniale della quale la camorra e la borghesia locale sono storicamente gendarmi, complici e garanti. Del resto, fu lo Stato italiano unitario a entrare a braccetto con Tore ‘e Criscienzo a Napoli, elevando i guappi a forza di polizia. Mica io. E nemmeno mio padre, mio nonno e il padre di mio nonno.

Noi la camorra la schifiamo, anche se i camorristi e i Liborio Romano di oggi parlano col nostro stesso accento. Ma allo stesso modo io schifo pure questa cosiddetta società civile alla Dagospia, che non si indigna quando un bambino è costretto a crescere senza speranze, senza prospettive e senza futuro. Come accade a tanti in questa città, nei quartieri più popolari. Perché la questione è tutta lì: raccogli quello che hai seminato a suo tempo.

Perciò, non venite a chiederci di ribellarci, a noi che ogni giorno già ci ribelliamo alla loro vessazione e a quella di uno Stato patrigno per il quale siamo italiani di seconda categoria. Non dovete chiedercelo, perché quella mano che impugna la pistola e minaccia Hamsik è roba vostra. Roba di Italia Spa, con noi napoletani non c’entra proprio un cazzo.

A perfect day nelle terre di Gomorra

di Rosario Dello Iacovo

Va così: passo l’ennesima serata a consumarmi gli occhi guardando fra il pubblico. Appurato che sto perdendo tempo, mi caco il cazzo e decido che non guarderò mai più. Tempo scaduto darling. Poi stamattina mi sveglio e dopo un po’ mi uozzappa Egidio. Fra’ ma che se fa? Che nun se fa? E decidiamo di andare a fare colazione insieme. C’è chi va a prendere il proverbiale caffè a Roma. Noi siamo quelli della colazione a Mondragone, che pure è fatto bene. Mi ricordo della promessa di un amico di prestarmi la moto e vado sadicamente a svegliarlo per chiedergli le chiavi. Mi guarda come se non ci credesse, realizza, mi tira il mazzo di chiavi come se volesse ciaccarmi, e bestemmia quasi tutti i santi del paradiso. Completa la lista quando torno per chiedergli i caschi, un istante dopo che si era riaddormentato. Mi metto in sella e comincio a tirare il collo a questa Hornet 900 nera tirata a lucido che lui tratta con cura maniacale. Arrivo a Mugnano, recupero il mio pard e ci involiamo verso le terre di Gomorra. Corro un po’. Sui duecento all’ora, lungo la strada americana. Io la chiamo così, l’ho sempre chiamata così, ma si chiama pure doppio senso. La percorrevo da bambino quando andavamo al mare a Licola coi miei genitori, o diretti in vacanza verso le esclusive località di Mondragone e Scauri, dove avevamo come vicini d’ombrellone Briatore e Richard Gere. A Licola si facevano le telline. Bastava mettere la mano sotto la sabbia per ritrovartela piena dei simpatici molluschi. Ricordo lo stupore di Richard e Flavio quando glielo mostrai. A Scauri, invece, si facevano i cannolicchi, però era più difficile: dovevi scendere sott’acqua, individuare il buco e infilare la mano più velocemente di quanto non facesse il figlio di puttana provando a salvarsi il culo rintanandosi nella sabbia. Beh, lo capisco. Per esempio, coi pesci non sono mai riuscito a vederli morire. Le rare volte che sono andato a pescare e ne beccavo uno, lo guardavo boccheggiare per una frazione di secondo e poi, avvertendo nei miei polmoni la sua stessa asfissia, lo ributtavo in mare. Lui, sorpreso dal miracolo, sculettava, mi lanciava uno sguardo colmo di gratitudine e andava a cercare un altro amo sul quale infilare il suo brutto muso. Mio padre non mi portò più a pescare. Ho sempre avuto il ragionevole dubbio che la sua decisione sia da mettere in relazione al mio vizietto umanitario. Comunque, stamattina non sono coi miei, sono passati quasi quarant’anni da allora, sono in sella a una moto, la giornata è stupenda e caldissima, il cielo di un blu che commuove, e io mi sparo con gli auricolari sotto il casco la supercompila di trecento canzoni che ho fatto anni fa con la mia ex di lunga durata. Super, perché è super. Compila, perché noi milanesi amiamo accorciare le parole. Arriviamo nel Mondragonshire in un attimo e ci dirigiamo a un bar. Ordino caffè, latte freddo a parte, e una bomba al cioccolato, inculando la mia dieta perché oggi è domenica, e la domenica la dieta non si fa. E che cazzo. Chiedo a Egidio se vuole qualcosa, ma “niente” è la laconica risposta. Mangio e bevo sul bel bancone di acciaio lucente e quando esco dal bar trovo il mio pard seduto al tavolino del caseificio. “A Mondragone la colazione se fa accussì”, mi dice con superbia e superiorità nei confronti della mia bomba al cioccolato. Ma io non raccolgo, ingurgito l’ultimo pezzo di dolciume e tuffo le mani nel piatto, abbrancando la mozzarella e mangiandola col latte che mi cola sul viso. Poi ne compro un chilo da portare a casa. Minimo. Ci rimettiamo in sella e andiamo verso il mare. Non so descrivervi la bellezza del paesaggio, di questa distesa di sabbia lunghissima che si snoda dall’asfalto ai nostri piedi fino al mare. Non c’è nessuno, solo qualche solitario pescatore, ma chiaramente non mi azzardo proprio a ributtare i pesci in acqua. In generale, da queste parti, come in vari quartieri di Napoli, la gente ti guarda sempre con sospetto. Li capisco, sono terre martoriate, ma quanta bellezza conservano ancora nonostante il sacco edilizio e la longa manus dei camorristi. Cosa poteva essere oggi questa zona se non avessero abbattuto la più grande pineta del Mediterraneo? Cosa sarebbe questo territorio se si fosse rispettata la sua naturale vocazione turistica, invece di trasformarlo nella terra dei fuochi? Eppure, la brezza viene dal mare e ne porta l’odore. I gabbiani volano sopra le nostre teste emettendo il caratteristico verso stridulo. Ed è bello camminare su questa spiaggia dimenticandosi tutto il resto. Pensando solo ai castelli di sabbia che facevo nei primissimi anni settanta, guardando il castello vero che dall’alto del monte osserva immobile da secoli. E mi sembra quasi di sentire la voce di mio padre che racconta storie, e storie, e ancora storie, a un bambino che chiedeva sempre perché. Quel bambino ero io, e anche se oggi ho un sacco di anni in più cosa importa, se posso lasciarmi cullare dal vento e da un mare sconfinato che meriterebbe ben altro rispetto? E così, finisce per prendermi male. Ma ci mettiamo a cantare a squarciagola “Ma si ven stasera” sotto la copertura di un lido che sembra proprio quello di Gomorra. Eccolo là Pisellino che balla felice quando ancora non sapeva che l’avrebbero ucciso. E c’è pure Marco col ferro in mano che si pippa una pista di bamba, e lui secondo me lo sapeva che prima o poi i casalesi gli avrebbero fatto la pelle. Diamo un ultimo sguardo alle scaglie di sole che si riflettono sul mare e partiamo. Vado veloce, così veloce che Lou Reed dagli auricolari sotto il casco mi dice che sì, è proprio un perfect day. Mi abbasso col petto sul serbatoio e vado incontro al tempo che viene.

Gomorra, lite dietro le quinte tra comparse “Sparo io che sono guappo nel film e fuori” (Repubblica)

La clip con i sottotitoli in inglese diventa materia di indagine. Il diverbio tra i due pregiudicati avviene proprio davanti al regista Garrone. “Ti faccio vedere io come si uccide un cristiano”

di Conchita Sannino

Sembrava solo una “chicca” del dietro le quinte del film Gomorra: ma ora diventa materia di indagine. E’ una clip della carrellata ufficiale “Gomorra behind the scenes”, sottotitolata in inglese, anche se in alcuni brani esigerebbe, forse, la traduzione in italiano.

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Due pregiudicati, che sul set sono attori-comparse litigano, proprio dinanzi al regista Matteo Garrone. Il più robusto dei due, in t-shirt bianca, è Giovanni Venosa, è infuriato perché lo avrebbero escluso dal ruolo di un killer, dice che deve sparare lui “a quei ragazzi, perché io sono guappo nel cinema e fuori del cinema”. L’altro, più anziano e a torso nudo, tale Zio Bernardino, cerca di calmarlo. Alla fine Giovanni, dopo una sfuriata in cui avverte “Sennò qua non si gira più”, incassa il cambio della scena che riprende un agguato di morte. Giovanni dice sorridente a Garrone, che sta per spiegargli il movimento della scena: “Ti faccio vedere io come si uccide un cristiano”.

Solo dieci mesi dopo, Giovanni Venosa, già nipote di un ergastolano del processo Spartacus, viene arrestato per estorsione aggravata dalla finalità mafiosa. E’ considerato capo di una fazione collegata ai casalesi: indagato per aver messo sotto estorsione, anche dal modenese dov’era rinchiuso in una casa lavoro, decine di imprenditori. L’altro, Bernardino Terracciano, detto nell’ambiente criminale zì Bernardino, viene anch’egli arrestato nell’ottobre 2008: deve rispondere di estorsioni, favoreggiamento, detenzione e porto d’armi e strage di stampo mafioso.
Non è escluso che il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho possa acquisire agli atti questo video, che è diventato anche materia delle domande formulate dai pm, ieri pomeriggio, al regista Garrone, sentito come teste.

Sono i magistrati Cesare Sirignano e Giovanni Conzo a indagare sulla presunta tangente di 20mila euro che, secondo il pentito dei casalesi Oreste Spagnuolo, sarebbe stata versata da Garrone durante un incontro con Alessandro Cirillo, esponente del clan dei casalesi. Il cineasta ha già smentito, durante la sua deposizione, di aver versato quel denaro. Ma ha riconosciuto di aver incontrato Cirillo, solo perché chiestogli come favore da “ziì Bernardino”.

(15 maggio 2012)

Il casco ti salva la vita. Alcune considerazioni su Saviano e la sua lettera al movimento degli studenti

di Rosario Dello Iacovo *

Siamo fra i tanti che hanno letto Gomorra. Ci sembrava una lettura delle mafie capace di cogliere il fenomeno nel suo intreccio con la globalizzazione e la struttura capitalistica della società. Il vestito prodotto dal lavoro nero in una piccola fabbrica dell’hinterland napoletano e indossato da Angelina Jolie ci sembrava l’esempio perfetto per cortocircuitare la categoria della legalità, la distanza fra un dickensiano mondo di sotto e lo sfarzo dei vip in mondovisione. Veri o falsi che fossero, a quello e altri episodi descritti nel libro abbiamo attribuito una forte capacità evocativa, una critica esplicita al sistema, lo svelamento di un dispositivo nel quale criminalità organizzata e multinazionali sono dalla stessa parte della barricata.

Per questo non ci siamo mai appassionati alle polemiche sulla novità delle rivelazioni di Saviano, sul loro carattere inedito. E nemmeno alla querelle legata all’autenticità. Quello che ci sembrava interessante era la ricontestualizzazione di fatti anche noti dentro una cornice letteraria nuova, capace di esprimere dissenso e critica. Non ci siamo fatti invischiare nelle polemiche nemmeno di fronte alle palesi omissioni di Gomorra o all’assenza di un’analisi storica del rapporto fra unità d’Italia e istituzionalizzazione delle mafie. Secondo noi in Italia non ha senso parlare di queste ultime senza evidenziare l’intreccio ora palese ora occulto con pezzi dello Stato. Noi pensiamo due cose. Innanzitutto che i vari Riina, Schiavone e gli altri presunti boss, altro non siano che i vertici di quello che è solo il livello più evidente dell’intreccio politico-affaristico-criminale. E poi, che se anche si arrestassero tutti i mafiosi e i camorristi, senza intervenire sulle cause che danno a questi fenomeni un ampio consenso in alcuni settori della società, non si sarebbe fatto nemmeno un piccolo passo avanti. Arriverebbero altri a prenderne il posto e il gioco ricomincerebbe da capo.

Nel corso del tempo abbiamo comunque continuato a tenerci a distanza dalle polemiche, anche quando abbiamo sentito un Saviano sempre più normalizzato tessere le lodi dei “Valori antimafia di Almirante”, repubblichino a Salò e fucilatore di partigiani. E lo stesso quando l’abbiamo visto allinearsi alle posizioni dei falchi filoisraeliani convinti “che libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Noi, che in Palestina ci siamo andati e abbiamo potuto toccare con mano la condizione di un popolo che vive sotto una feroce occupazione militare.
Riteniamo perciò di non poter essere inclusi fra coloro che lo criticano per principio, per partito preso. Tuttavia dopo la sua recente lettera agli studenti pensiamo sia opportuno rompere gli indugi e prendere posizione. Innanzitutto riteniamo inopportuna la sua pretesa di farsi tuttologo. Quali trascorsi di militanza politica ha Roberto Saviano per potersi ergere a giudice dell’operato degli studenti? Chi lo autorizza a parlare di “poche centinaia di idioti” che egemonizzerebbero le proteste, pretendendo di stabilire una divisione fra buoni e cattivi? Se con Gomorra gli abbiamo riconosciuto il merito di una scrittura fresca ed efficace, non possiamo non dire che quella lettera insiste invece su argomenti triti e ritriti che erano già vecchi quando noi, non ancora 99 Posse, occupavamo come semplici studenti le nostre facoltà durante la pantera nel 1990.

Quando Saviano invita a non mettersi il casco e sfilare a volto scoperto ignora, non si sa se per scarsa conoscenza o per malafede, le centinaia di manifestazioni pacifiche nelle quali su quelle stesse teste scoperte sono calati pesantemente i manganelli della repressione. Non avevano i volti coperti quelli massacrati alla Diaz e a Bolzaneto e nemmeno quelli che pochi giorni fa sono stati caricati e arrestati mentre solidarizzavano a Brescia con gli immigrati costretti a salire su una gru per rendere visibile al mondo la propria condizione insostenibile. Perciò quando vediamo dei caschi in un corteo non pensiamo a dei vigliacchi che hanno paura di mostrare il volto, ma solo a una legittima forma di autodifesa dei movimenti di fronte alla repressione. Se Saviano ha i suoi motivi per chiamare i carabinieri della sua scorta “i miei ragazzi”, non ne hanno altrettanti Carlo Giuliani o Stefano Cucchi. È una questione di percorsi di vita e talvolta di morte.

Noi invece, a differenza di Saviano, i movimenti li conosciamo bene in virtù di un paio di decenni di militanza. Eppure il 14 dicembre ci siamo sentiti vecchi, probabilmente per la prima volta nella nostra vita. Immaginavamo certo che quello che accade in Europa e la tensione che si sta accumulando da mesi in Italia, potessero essere il detonatore di scontri e incidenti, ma non che questi fossero così estesi da trasformarsi in tumulto. Siamo rimasti disorientati e ancora di più quando il giorno dopo si è scoperto che tutti gli arrestati non solo erano giovanissimi e senza precedenti, ma anche senza particolari esperienze di militanza. Altro che i vecchi militanti, i vecchi slogan e le vecchie canzoni di cui parla Saviano.
Quello che è accaduto a Roma è inedito e come tutti i fenomeni senza precedenti va analizzato con umiltà e rispetto, soprattutto quando la sua dinamica è straordinariamente simile alle rivolte di Londra e di Atene. C’è un’Europa di persone senza diritti e senza prospettive, di cui i giovani sono l’espressione più avanzata e combattiva, che sta realizzando di essere con le spalle al muro. Privata in maniera progressiva di diritti elementari. Undicimila euro all’anno per iscriversi all’università nel Regno Unito. I costi insopportabili della crisi scaricati su quelli che non hanno partecipato alla grande abbuffata degli anni scorsi in Grecia. La precarietà, le prestazioni di lavoro camuffate da stage gratuiti, gli stipendi da fame dei contratti a progetto, il tentativo di azzerare le conquiste dei lavoratori in Italia. E’ a tutto questo che i giovani europei si stanno ribellando e non ci sorprende che la loro protesta esploda in forme di insubordinazione violenta se la politica non offre più nessun tipo di rappresentazione politica dei loro desideri e dei loro bisogni.

All’Asinara, isola sarda un tempo nota per la presenza del carcere speciale, un gruppo di cassintegrati dorme da 296 giorni nelle celle della ex prigione. La loro protesta è pacifica, eppure da quasi un anno restano lì in attesa di risposte concrete che non arrivano. Ci farebbe piacere se Saviano, invece di pontificare su questioni che non conosce e sulle quali nessuno gli ha chiesto di ergersi a guru, sfruttasse il suo enorme potere mediatico per portare all’attenzione dell’Italia queste storie e, soprattutto, ci dicesse se le lotte devono porsi o meno il problema dell’efficacia. Un uovo sulla porta del parlamento non muta le cose, ci dice il Roberto nazionale. Sarebbe interessante che ci dicesse perché dovrebbero cambiarle le proteste che si fermano dove le camionette impediscono l’accesso a quello stesso parlamento nel quale, mentre gli studenti erano in piazza, si scriveva con la compravendita dei deputati una delle pagine più miserabili della storia di questo Paese.

Napoli 17/12/2010

* Scritto per il Collettivo 99 Posse e pubblicato come nota sulla loro pagina di Facebook, della quale sono amministratore.