Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

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Sinistra: se l’opinion leader è la 99 Posse…

crisi della sinistra

di Rosario Dello Iacovo

Ieri, l’ennesimo post critico da sinistra sull’M5S, pubblicato dalla 99 Posse sulla sua bacheca di facebook, viene condiviso da centinaia di persone e altrettante pagine ufficiali di federazioni locali, da ex parlamentari e circoli di quel che resta della sinistra radicale. Non è un caso isolato, è accaduto spesso negli ultimi tempi, in un contesto nel quale i tradizionali produttori di senso hanno progressivamente abdicato la loro funzione.

Ma se a sinistra un gruppo musicale, per quanto atipico e di spessore come la 99 Posse, diventa uno degli opinion leader più autorevoli e trasversalmente ascoltati, davvero vuol dire che qualcosa non va? Io ne sono convinto: è il segno di una crisi che costella il passaggio dal pluridecennale esercizio dell’egemonia culturale all’attuale subalternità. E non certo per mancanza di rispetto verso la 99 che, anzi, si dimostra sufficientemente scafata, colta ed esperta da ergersi a bastione contro le derive populistiche.

Perciò, ritengo che dopo le elezioni sia necessario aprire un corposissimo file sulle colpe della sinistra. Quando si sarà placata l’isteria delle urne, si dovrà discutere con lucidità e pacatezza, ma anche con grande rigore autocritico. Perché saremmo stupidi e in cattiva fede, se dicessimo che tutti quelli che voteranno l’M5S sono dei fascisti qualunquisti. Certo, c’è tanto voto di destra che convergerà sul movimento di Grillo e Casaleggio, ma è altrettanto innegabile che lo sfondamento è avvenuto anche a sinistra. Soprattutto dopo l’investitura dei NoTav.

La mia sensazione è che ci siano tantissimi giovani e meno giovani che attraverso l’esperienza col cinque stelle hanno scoperto o riscoperto la politica. Sperimentando forme di attivismo e partecipazione dal basso che, come tante parole d’ordine prodotte dalla sinistra dei movimenti, oggi sono patrimonio del programma elettorale dell’M5S.

Interroghiamoci sulle nostre innumerevoli colpe. Sull’inadeguatezza della nostra elaborazione teorica e della nostra prassi di fronte ai mutamenti repentini che stanno dando vita alla terza repubblica, in uno scenario di estrema frammentazione del quadro politico. E soprattutto, a sinistra, rimbocchiamoci le maniche, riprovando con grande umiltà a parlare alla gente, e non al ceto politico residuale aggrappato all’ennesima ciambella di salvataggio (Aka Rivoluzione Civile) che rischia seriamente di non entrare in parlamento nemmeno questa volta.

L’esplosione dell’M5S ha lasciato di stucco tanti a sinistra, producendo nella frammentazione esistente (tanto nei Movimenti che in quella istituzionale) delle risposte varie e scomposte. Nell’elettorato tradizionalmente collocato a sinistra c’è chi voterà Grillo perché seriamente convinto della bontà della sua proposta politica. Ma anche chi lo farà pensando di mettere un bastone fra le ruote al governo prossimo venturo che, salvo imprevisti, dovrebbe essere rappresentato da quell’asse Bersani-Monti che sarà improntato sul rigore, con qualche scimmiottamento di welfare residuale.

Sono davvero queste tutte le risposte che a sinistra sappiamo dare, o ci sono i margini per un percorso ricompositivo dal basso che provi a demolire il palazzo per poi ricostruire? C’è la possibilità di una Syriza italiana, con tutti i limiti della coalizione greca, oppure la storia di un secolo e mezzo dovrà per forza di cose chiudere i battenti in questo paese?

Io non lo so, ma almeno mi rendo conto di quanto sia ormai ineludibile la domanda.

“Mai più io sarò saggio” il nuovo video dei 99 Posse con le immagini del film “Diaz”

Immagini tratte da “Diaz (non pulire questo sangue)” regia di Daniele Vicari per gentile concessione della Fandango. Editing Video: Loredana Antonelli

A piazza Carlo Giuliani, ragazzo

«La morte è un destino migliore e più mite della tirannia.» Eschilo

di Rosario Dello Iacovo

1

Imbocco l’autostrada a Torino, direzione Genova. Oggi c’è il concerto che apre le manifestazioni contro il vertice dei G8. Un minuto dopo, come se fosse appollaiato alle mie spalle, mi chiama Buone, Francesco, il nostro direttore di produzione, che al solito è già lì in avantour con i tecnici.

– Rosà dove siete?
– Io sono partito proprio ora, il pulmino col gruppo da un po’.
– La solita star, sempre per ultimo. – Mi sfotte lui ridacchiando – Cerca di raggiungerli e arrivate insieme perché qui non hai idea di quello che c’è.
– Che c’è, sentiamo, il lupo mannaro? Hai paura piccolo Buone? – Gli chiedo mantenendo la conversazione sullo scherzoso andante.
– Ma niente, solo qualche migliaio di polis che all’arrivo hanno perquisito noi e il furgone due ore. Poi, aggressivi, ci hanno chiesto: “Quando arrivano i 99 Posse? Non vediamo l’ora di conoscerli.”
– Ma che cari, è bello sentirsi circondati dall’affetto delle nostre adorate forze dell’ordine. Comunque mo’ chiamo gli altri e cerco di raggiungerli. Tu tienimi informato sugli eventuali sviluppi. Ah, com’è la situazione tecnica?
– Tutto a posto. Manu Chao è già qua e stiamo pariando, l’impianto è montato, il nostro backline è sul palco. Abbiamo solo il solito problema…
– Sarebbe Buone? – Alzando gli occhi al cielo perché conosco già la risposta.
– Il problema è che non ci sono problemi – E ride sguaiato, volendo intendere che con lui al timone fila sempre tutto liscio come l’olio. Ed è vero, perché Francesco nonostante la giovane età è un drago nel suo mestiere. “Il miglior direttore di produzione della categoria junior. Poi si deve vedere quando cresci”, gli dico spesso per prenderlo in giro.

Ci salutiamo fanculizzandoci a vicenda e interrompo la conversazione. Poi chiamo Gigi, il driver.

– Oh Gigi, dove siete?
– Ciao Rosario, – Fa lui con la marcata cantilena ligure – ci stiamo fermando a mangiare. Gli chiedo il nome dell’autogrill, me lo comunica. Faccio due calcoli al volo sul tempo che ci metterò ad arrivare, quindi gli dico:
– Ok aspettatemi che ho delle novità, fra una mezz’oretta sono là.

Scalo in terza, faccio salire i giri del motore, poi quarta e quinta e vado veloce. Lungo la strada sorpasso un sacco di macchine di manifestanti. Non chiedetemi come li riconosco: se avete passato la vostra vita fra centri sociali e manifestazioni lo sapete anche voi. Una ventina di minuti dopo arrivo e li trovo tranquilli già a tavola.

– Ciao Rosy. – Mi fanno in coro.
– Cià uagliù. – Replico in un napoletano schietto che ci sta sempre bene – Fate in fretta a mangiare che a Genova ci sono controlli molto rigidi. Me l’ha detto poco fa Buone al telefono. Loro hanno avuto una perquisizione di due ore e pare che i nostri amici in divisa stiano aspettando proprio voi.
– Bella lì – Fa Marco toccandosi la punta di uno qualunque dei lunghissimi dreads. Un gesto ormai mitologico, diventato per noi motivo di sincero e compiaciuto sberleffo.
– Non vedo Luca dov’è finito?- Chiedo, notando l’assenza di Zulù.
– Già a Genova, è partito stanotte dopo il concerto con la macchina di Pippo. Dice che così si scansava la rottura di posti di blocco e perquise.
– Perquise? Cazzo stiam diventando proprio milanesi qui, eh? – Cazzeggio, imitando maldestramente la parlata di quel Sant’Ambroeus lì.

Luca è napoletano, ma da qualche mese vive a Milano. Pippo è la sua ombra. Originario di Monza, ha quell’accento brianzolo da commedia all’italiana che ogni volta che apre bocca ci fa sempre scompisciare. Questo fa sì che nel nostro purissimo idioma partenopeo si siano introdotti un bel tot di termini come siga, perquisa, raga e via di questo passo. Nel team, il driver è ligure, i sei tecnici sono veneti, il gruppo io e Buone napoletani. Un bel frullato di dialetti in agrodolce con reciproci prestiti linguistici. Perciò senti i veneti che parlano napoletano, noi che rispondiamo in milanese o in ligure, Gigi che alterna random come gli viene. Siamo un manifesto vivente della società multietnica. Ed è un bel vedere, anzi sentire.

– Qualcuno sa se Luca e Pippo hanno avuto problemi?
Alzata di spalle collettiva. Poi: – No, – dice Meg – li ho chiamati prima e avevano ancora il cellulare spento. Ma tu devi mangiare?
– No, ho fatto colazione in albergo a Torino, non ho proprio fame. Per me possiamo partire appena finite.
– Ok. – Fa lei di rimando.

Provo a chiamare Luca… “Telecom Italia Mobile…”. Subito dopo chiamo Pippo. Squilla tre volte poi una voce mi risponde dall’oltretomba.

– Pronto. – Senza rinunciare, naturalmente, a una “o” aperta come la bocca della balena che inghiottì prima Geppetto e poi Pinocchio.
– Pippo sono io, tutto a posto? Problemi?
– Uè Rosario. Sìssì tutto a posto. Non ci ha cagato nessuno, te dov’è che sei?

Il suo accento mi fa troppo ridere e anche stavolta non mi trattengo da una maldestra imitazione.

– Eh, sono qui con gli altri. Il tempo che finiscono di mangiare e partiamo. Voi invece?
– Siamo al Carlini. Luca dorme ancora. Siamo arrivati stanotte e ci siamo ammazzati di canne fino all’alba, bela sturia.
– Ah, questa sarebbe la famosa voglia di lavorare padana? – Gli chiedo sarcastico.
– Beh, dài, un cannino…
– Vabbuò. Quando Zulù si ripiglia senti Buone per il soundcheck. Se avete problemi chiamami subito. E non fare tardi come al solito!
– Sor parun dale bele braghe bianche… – La sua risposta. E ridiamo come due coglioni.

Poi, rivolto agli altri che hanno finito: – Si va? – Un coro di ok e ci rimettiamo in marcia. Arriviamo al casello di Genova e c’è uno schieramento di celere da paura. Ma passiamo lisci, nessuno ci ferma, nonostante io per errore quasi imbocchi la corsia opposta di marcia. Ci orientiamo con la cartina e poco dopo siamo sul piazzale Colombo, dove stasera si terrà il concerto.

2

– Hai visto quanta gente? – Mi chiede dal palco uno stupefatto Buone a bocca aperta.
E ha ragione, non so quantificarli ma sono tanti. Davanti a noi nel piazzale ci sono decine di migliaia di persone. Vengono da ogni parte d’Europa. Sembra che almeno cinque generazioni del popolo di sinistra si siano date appuntamento qui stasera.

Faccio una carrellata rapida con lo sguardo e li vedo tutti. I vecchi, bellissimi nei loro vestiti fuori moda e l’acciacco degli anni, ma sempre con la stessa inconfondibile fierezza. Saranno nati negli anni Venti o giù di lì. Qualcuno me lo immagino sulle montagne, che poi la storia li ha chiamati partigiani, ma allora erano solo ragazzi come tanti, anche se qualche volta uccidevano e qualche altra morivano.

Altri li vedo con le tute blu e i baffoni nei consigli di fabbrica, nei reparti-confino. Alla Fiat, alla Pirelli, all’Ansaldo. Formiche operaie in lotta ogni giorno per un aumento di stipendio, contro i ritmi massacranti, contro la nocività del lavoro. Il Partito gli aveva detto che stavano conquistando il socialismo per via parlamentare. E loro c’avevano creduto. Alla fine invece avevano perso, però sono ancora qua. Perché siamo un popolo di irriducibili e loro sono i nonnetti che non hanno mollato un passo.

Ci sono i sessantottini che non sono diventati direttori dei tg di Berlusconi. Quelli dell’autunno caldo. Quelli del ’77, che nelle giornate di marzo, a Roma e a Bologna, avevano assaltato il cielo. Certi che l’avrebbero preso. La generazione che ha vissuto gli anni dei piombo e migliaia di arresti, le torture, i carceri speciali. Poi ci siamo noi, i figli degli anni Ottanta e Novanta. Quando ci avevano detto andate a casa, è tutto finito. E invece noi avevamo pensato che la storia già finita era appena cominciata.

La generazione cresciuta nel sogno dell’Italia diventata ricca. Che tutti si compravano la tv a colori e la seconda macchina. Che pure se eri povero, dovevi far finta di essere pieno di soldi. Che se eri giovane dovevi metterti il Monclair e le Timberland, a costo di rubarli al primo malcapitato. Che dovevi essere “un gran gallo”. Che ti dovevi divertire coi film dei fratelli Vanzina.

Ma noi lo sapevamo che era tutta una truffa e abbiamo resistito. In mille modi: ascoltando altra musica, occupando centri sociali e facoltà universitarie, provando a vivere in un altro modo. Una resistenza carsica che poi era esplosa con la Pantera. Furono mesi di occupazione ruggenti. Una scarica di adrenalina che attraversò l’Italia da sud a nord e fece finire una volta per tutte gli anni Ottanta.

Mi ricordo che ogni tanto tipi e tipe insospettabili, coi bei vestini regolari, arrivavano da controccupanti e si trasformavano in un attimo negli più strenui difensori dell’occupazione. Se ne accorgevano che c’era tutto un altro mondo possibile. Questa era l’unica cosa che aveva senso, perché la nostra generazione aveva in fondo un solo obiettivo: resistere. E quella resistenza l’abbiamo portata avanti fino in fondo e almeno in questo abbiamo vinto. Infatti, butto un occhio fra il pubblico e ci sono un casino di persone fra i trenta e quaranta anni. E sono fiero di noi.

Poi guardo la marea di giovanissimi con i dreadlocks giamaicani, i capelli lunghi, le teste rasate, gli orecchini, i piercing, i capelli normali, le giacche militari, le magliette da bravo ragazzo, i tatuaggi, gli occhiali da primo della classe. Insomma ce n’è di tutti i tipi e mi scaldano il cuore. I giovani hanno sempre ragione. Perciò guardo questa massa di ragazzine e ragazzini urlanti e idealmente gli consegno il futuro.

– Oh ma ti sei addormentato? – Mi chiede Buone.
– No, no stavo pensando. hai ragione c’è veramente un bordello di gente.
– Quanti saranno?
– Boh, tanti, almeno trenta o quarantamila. – Gli rispondo.
– Ma secondo te, – Riattacca lui – quanti sono venuti per il concerto e quanti perché veramente convinti?
– Mah, forse è la stessa cosa…
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che se ti piacciono canzoni come Clandestino o Rigurgito Antifascista, se ti piace stare in questa marea di persone, se passi una canna, un panino o una birra alla persona che hai a fianco senza nemmeno conoscerla, se non crei nemmeno mezzo scazzo, pure se ti devi fare la fila per venti minuti per pisciare o comprarti da mangiare, come stanno facendo tutti quanti qua sotto, non hai bisogno di leggere libri: sei un compagno.
– Cos’è il manifesto del partito comunista del terzo millennio? – E ride, portando le braccia al petto e spostando la testa platealmente all’indietro per sottolineare il compiacimento.
– Invece di dire cazzate, a che stiamo? – Lo riprendo.
– Tutto a posto. Ma abbiamo sempre lo stesso problema…
– Che non ci sono problemi?
– Esatto – E ride di nuovo.

Poi i 99 e Manu Chao mettono a ferro e fuoco la serata: una delle più belle della mia vita.

3

“Comunisti dimmerda”, “Zecche dimmerda”, “Bastardi comunisti dimmerda”. Gli insulti arrivano feroci insieme ai manganelli. Violenti e scomposti s’infrangono sugli scudi producendo un fragore infernale. Le maxiprotezioni in plexiglass montate sulle ruote tengono. Noi le reggiamo compatti spingendo con forza i supporti di ferro nella direzione dei demoni in divisa, al riparo delle armature di gommapiuma. Non io, però.

Me ne sono liberato in fretta molto prima di via Tolemaide, sotto le sferzate del sole che infierisce impietoso sulle nostre teste. Sono vestito di nero, non aiuta. I dr martens con la calotta d’acciaio, una polo coi righini bianchi, e una felpa dello stesso colore annodata in vita. Ho il casco infilato nel braccio: il casco ti salva la vita. Lungo la strada, poi, un amico mi ha regalato una maschera antigas con la proboscide che mi ricorda un fantaccino della prima guerra mondiale. Evocando trincee, merda e sangue rappreso.

Quando arrivano i lacrimogeni non c’è più storia. Mai vista una cosa del genere. Il respiro si accorcia all’istante, come se qualcuno mi avesse colpito con forza in pieno petto. La pelle brucia quasi fossi immerso in una vasca di sostanza irritante. Perciò metto su maschera e felpa, mentre nelle primissime file del corteo spendiamo gli ultimi scampoli di resistenza. Poi è una fuga scomposta, un ognuno per sé nel quale corriamo all’indietro scontrandoci col grosso della manifestazione che intanto scende dall’alto.

La carica è violentissima, parte senza preavviso ben prima della zona rossa, dove eravamo diretti per violarla. Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto mi è apparso evidente già da qualche minuto. Un vecchio compagno che conosco da anni, pochi minuti fa continuava a ripetere a quelli intorno a sé: “Tiratemi indietro se mi prendono. Non mi perdete di vista”. E se lo dice lui, che è un militante di primo piano del Nord-Est, devo stare con gli occhi ben aperti. Intorno a me è il caos.

Vedo Militant A di Assalti Frontali, Luchino, che spinge con qualcun altro un carrello da supermercato con l’attrezzatura antilacrimogeni. Ma è roba che andrebbe bene per quelli normali, non per queste armi da guerra che si chiamano CS! Luca e gli altri 99 sono alla mia destra, appena qualche passo dietro di me. Lui indossa i pantaloni di una mimetica. Meg è ingigantita dalle protezioni. Marco e Sacha spiccano dall’alto della loro statura. E Massimo sembra un folletto, mentre si sposta freneticamente alla testa del corteo.

Poi non vedo più nessuno. E corro per salvarmi la vita. Anzi, uno lo vedo e mi resta impresso. Una figura minuta. Come me non indossa protezioni, ma una canottiera bianca e il passamontagna nero. Con un rotolo di scotch tirato su oltre il gomito che gli orna il braccio destro. Sta lì immobile qualche fila dietro di me, le gambe larghe e guarda verso la marea di divise che avanza a passo di carica alle mie spalle.

Le protezioni sono un fatto recente. Un fatto da NoGlobal. La nuova generazione di militanti venuta fuori a cavallo del 2000. Sono così bravi a far parlare di loro, che un giorno sì e l’altro pure sono sulle prime pagine dei giornali. Con una frequenza così regolare che hanno fatto venire voglia anche a me di ributtarmi nella mischia. Rispetto alla mia generazione sono più universali.

Noi eravamo, paradossalmente all’inizio dei Novanta, l’ultimo colpo di coda degli anni Settanta. Loro, invece, dicono cose che tutti possono capire. Dividono il mondo in “Noi e loro”, una cosa che non mi convince fino in fondo perché fa saltare le vecchie divisioni di classe con le quali sono cresciuto, ma gli riconosco una grossa capacità tattica e comunicativa.

E poi penso che i giovani hanno sempre ragione, perciò mi sono accodato come una brava pecorella, perché da qualche anno mi sono perso un po’ per strada e sono qui come un vero cane sciolto. Anche se conosco un sacco di compagne e compagni presenti, dopo un decennio di nomadismo al seguito dei 99 e altre band, e il quasi decennio degli Ottanta: quando giravo fra i centri sociali del circuito punk, Londra e Berlino.

Però in questo momento rimpiango quei vecchi cordoni nei quali noi giovani eravamo stati educati dai vecchi arnesi di Autonomia. Cosa darei in questo momento per avere tremila stalin schierati. Come a Catanzaro per le manifestazioni contro gli F16, anche se eravamo solo seicento contro trecento, ma capaci di resistere e marciare per due ore sostanzialmente incolumi. Come sul ponte girevole di Taranto.

Ma Stalin non ce ne sono. A farsi un giro nel corteo non si trova un solo oggetto atto a offendere. Solo protezioni, di ogni foggia e grandezza. Una cosa un po’ da pacifista, ma se non sei dentro durante la fase organizzativa non è che ti puoi permettere di arrivare e sovradeterminare le scelte di centinaia di assemblee, prima locali e poi nazionali, che hanno scelto il modo di stare in piazza. Almeno questo vago senso della disciplina mi è rimasto cucito addosso e pur dolendomi della folla inerme che vedo bastonare intorno a me, me ne faccio una ragione. Dopo la prima carica riusciamo comunque a riprendere fiato.

Poi riparte la danza e stavolta ci asserragliamo in uno dei vicoli che si aprono sulla sinistra di via Tolemaide, poco distante dal tunnel di via Canevari, ma dall’altra parte della strada. So che il Movimento si è un po’ spaccato negli ultimi giorni. Posizioni diverse e rotture che probabilmente non saranno ricomposte, anzi si acuiranno sempre di più nei prossimi anni. So come vanno queste cose fra compagni.

Però qui intorno a me vedo molte facce note di entrambi gli schieramenti. Mi sembra di fare un passo indietro lungo dieci anni e non a caso è qui che ci attestiamo e facciamo partire la resistenza. Un blindato dei Carabinieri prova a venirci addosso, ma le barricate tengono e loro restano bloccati. Poi partono le prime bocce, che qualcuno ha armato in fretta e furia, con la mano esperta di quel buon tempo antico.

Il muro di divise a questo punto esita. Si vede che gli piace picchiare di più i ragazzini indifesi. Non questi cani da presa, educati nelle giornate di marzo del Settantasette, a Voghera, a Montalto di Castro e via via nel corso di quella resistenza sotterranea degli anni Ottanta. Capiamoci: nessuno è venuto qua per fare la guerriglia. Altrimenti il corteo non avrebbe badato sostanzialmente a difendersi. Ma qua si tratta di lottare per la vita, perché di fronte non abbiamo un potere che vuole solo disperderci e allontanarci dalla zona rossa che comunque dista ancora qualche chilometro. E se vogliano le nostre vite se le devono venire a prendere.

Perché questi vogliono ammazzarci, darci una lezione davanti agli occhi del mondo. Pestarci a sangue per far capire a chi è a casa che ribellarsi è impossibile. Che un altro mondo può esistere al massimo nelle nostre teste. Almeno finché non troveranno il modo di estirparlo anche da lì. Non ho dubbi, quando vedo i pacifisti picchiati ferocemente nonostante le mani alzate. Non ho alcuna incertezza, quando i rivoli di sangue colorano l’asfalto intorno a me di un rosso brillante che scintilla sotto i raggi del sole. In un drammatico contrasto cromatico con le divise blu, verdi e nere che ci caricano senza sosta.

Poi a un certo punto arriva la notizia: “Hanno ammazzato un ragazzo”. “No, ne hanno ammazzati due: un francese e un italiano”. Sono minuti terribili, nei quali le voci si rincorrono frenetiche senza trovare conferme ufficiali. Sento montare una rabbia che mi soffoca più dei lacrimogeni, perché nonostante la tragedia non si placa la furia dei demoni in divisa. Continuano a caricare mossi da una forza che non può essere umana. Dopati, a occhio e croce, sotto le armature imponenti nel caldo soffocante. A pochi metri da me vedo picchiare con ferocia una ragazza del tutto disarmata. Le sue urla mi entrano sotto la pelle. Come quelle di un vecchietto col fazzoletto rosso al collo che viene pestato da sei, sette, carabinieri.

Poi mi sposto verso piazza Alimonda e lì lo vedo. Ho la netta percezione che mi ricorderò sempre di lui, ragazzo. Come l’ho visto pochi minuti fa prima che morisse: con il rotolo di scotch infilato nel braccio sottile, la canottiera bianca e il passamontagna. Solo che ora è riverso sull’asfalto. Carne inerte priva di vita. In lugubre contrapposizione con gli accenti e le lingue diverse di quella gioiosa armata Brancaleone, che appena poco fa continuava a scendere via Tolemaide nel sole di una torrida giornata di luglio. Pensando che poteva essere più forte dei signori della Terra.

Quando ancora nessuno sapeva che ti avrebbero ucciso. Nemmeno io lo sapevo. Nemmeno tu. E così, oggi a piazza Carlo Giuliani, ragazzo, lasciamo insieme al tuo corpo senza vita gli ultimi scampoli della nostra innocenza. Per sempre.

Anni Novanta a Napoli/1: La Pantera

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di Rosario Dello Iacovo

Fu un inverno straordinariamente mite quello a cavallo fra l’89 e il ’90. Ero a Palermo dalla mia ragazza e le facoltà erano tutte occupate. Si protestava contro la riforma Ruberti che apriva la strada alle imprese nell’istruzione pubblica e metteva a rischio l’autonomia della ricerca universitaria.

Tornato a Napoli qualche giorno dopo feci per curiosità un salto a Mezzocannone 16 dove si stava svolgendo un’affollatissima assemblea, ma non riuscii nemmeno a entrare nell’aula che una folla di studenti ne uscì al grido di: occupazione! Mi diressi speranzoso a Lettere che era la mia facoltà, in realtà ci avevo messo piede solo per i due esami all’anno  necessari al rinvio militare.

Per il resto ero raramente a Napoli. Avevo vissuto due anni a Londra, fra Earls Court, Elephant & Castle, Brixton e lo Stamford Bridge, mitico stadio del Chelsea dove mi rifugiavo per mitigare la nostalgia della maglia azzurra. Poi un lungo girovagare per le città del nord Italia che in quegli anni offrivano certamente di più rispetto all’asfittica realtà napoletana.

Per questo quando misi piede a Lettere e ci trovai oltre 500 studenti in assemblea mi sembrò di essere stato catapultato indietro nel tempo. Feci un intervento a favore dell’occupazione, passò invece la proposta di assemblea permanente con la possibilità di dormire in facoltà. Un escamotage che il giorno dopo divenne superfluo con l’occupazione.

Lettere fu la realtà più attiva, l’allora FGCI aveva all’inizio una certa egemonia, ma in pochi giorni creammo i “Gruppi d’agitazione”. In teoria era una commissione incaricata di produrre eventi spettacolari all’interno della facoltà, ma in realtà un gruppo di persone estranee alla politica tradizionale, con un approccio creativo e insieme più radicale. Per esempio c’inventammo radio facoltà, delle casse poste all’esterno dell’aula magna con una consolle in presidenza.

Fu lì che i giovani napoletani cominciarono a sentire rap e raggamuffin e a comprendere lo stesso concetto di sound system. Ricordo quando dopo 4 quattro mesi l’assemblea votò la disoccupazione della facoltà e Luca, che sarebbe poi diventato Zulù dei 99 Posse, mise un fustino di detersivo sul tavolo della presidenza esclamando: “questo è il presidente che vi meritate” alludendo al pericolo incombente della privatizzazione dell’università.

La Pantera fu un’esperienza straordinaria che favorì un grande rimescolamento fra i giovani. All’interno delle facoltà s’incontrarono i ragazzi del centro storico senza istruzione, gli studenti incazzati delle periferie, i radical chic della Napoli bene. Fu una miscela esplosiva che riversò in città la forza dirompente del nostro desiderio.

Il gruppo di Lettere si avvicinò all’area di Autonomia e insieme occupammo la “Sala d’armi” a Mezzocannone 8. Dopo circa un mese decidemmo che quell’esperienza era finita, volevamo uno spazio occupato. Dopo due tentativi infruttuosi in centro, individuammo a Gianturco l’edificio in disuso della fondazione Falco e l’occupammo il 1 maggio 1990. Tre giorni dopo ci rendemmo conto che i preti proprietari della struttura non avrebbero mollato facilmente la presa e così ci spostammo in una bassa palazzina adiacente.

L’anniversario di Officina viene festeggiato il 1 maggio, ma in realtà pochi sanno che l’attuale struttura del centro sociale fu occupata il 4. Al nucleo di studenti, si aggiunsero rapidamente precari, disoccupati organizzati, occupanti case, sindacalisti di base. Un’esperienza che presto finì nel mirino della repressione con sgomberi e arresti ai quali si seppe dare sempre un’efficace risposta politica.

C’era moltissima gente alle serate di officina, era la realtà sociale, politica e culturale più avanzata a Napoli all’inizio di quel decennio.  E tra noi un mucchio di future celebrità: Luca, Marco e Massimo dei 99 Posse, Rino poi Raiss di Almamegretta, Francesco dei 24 Grana.

Il regista Gabriele Salvatores, fresco di premio oscar per “Mediterraneo”, si ritrovò a discutere con gli occupanti la trama di “Sud” prima che uscisse. Mario Martone, Mario Santella, Pappi Corsicato misero in piedi diverse iniziative nel centro sociale. Peppe Lanzetta fece uscire il romanzo “Messico napoletano” che in copertina ritraeva la facciata di Officina 99 oltre che ambientarvi parte della storia.

Fu un’esperienza che da un lato coagulò intorno a se ampi spezzoni del Movimento e dall’altro dimostrò che anche qui si potevano costruire ambiti di autogestione. Fu quella la scintilla grazie alla quale furono poi occupati Il TNT, lo Ska, un ex convento al Corso Vittorio Emanuele, il D.A.M. a Montesanto.

La rete fra queste occupazioni e le realtà sociali diede vita a una stagione di lotte molto intense. Durante il primo governo Berlusconi un corteo di studenti medi fu caricato senza preavviso e senza alcun motivo. Una volante lanciata a folle velocità investì Salvatore Franco fratturandogli la gamba in più punti. La mobilitazione in seguito a questa vicenda fu enorme, così come la solidarietà di ampi settori democratici della politica napoletana.

La prima metà degli anni Novanta vide Napoli assumere un ruolo di primo piano nella scena politica e culturale nazionale. Partecipammo alle più importanti iniziative del tempo: la mobilitazione contro la prima guerra del Golfo, i campeggi antimilitaristi a Taranto, a Capo Rizzuto, a La Maddalena.

La rinascita del Movimento si intrecciò anche con gli anni della prima giunta Bassolino, il cosiddetto “Rinascimento napoletano”, verso il quale fummo quasi sempre critici, soprattutto sulle modalità con cui era stata realizzata la riqualificazione del centro storico. Era qui che ci riunivamo quando non eravamo impegnati ad Officina. E qui costruivamo legami, cultura, socializzazione. Famoso il 1 maggio antagonista a P.zza San Domenico che festeggiava contemporaneamente il compleanno di Officina.

Il centro storico in quegli anni era frequentatissimo, c’era molta gente che veniva da fuori attirata dal mito della movida napoletana. Napoli produceva musica e cultura contemporaneamente alle altre capitali europee. Il centro era teatro di moltissime nostre iniziative, ma qualche volta anche di scontri. Ricordo in particolare una grossa rissa a Piazza San Domenico con i fascisti di “Area” che attacchinavano un manifesto per Bobby Sands. Forse credevano che la comune simpatia per la causa irlandese gli garantisse la nostra tacita approvazione. In verità non facemmo nemmeno in tempo a intervenire per la rapidità e la determinazione dei ragazzi del centro storico che si schierarono dalla nostra parte mettendo in fuga i fasci.

Era il segno della nostra capacità di costruire legami nel territorio, non eravamo visti come gli studenti in cerca di facili emozioni, ma come persone che davano una risposta concreta al bisogno di spazi, reddito, casa e servizi sociali. 

Testimonianza di Vladimir Esposito