Gomorra, la serie: warfare in Napoli!

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di Rosario Dello Iacovo

Ci sono più morti ammazzati nel trailer della serie Gomorra che negli ultimi tre anni a Napoli. Chiaramente aspetto di vederla prima di dare un giudizio, ma se il film mi era piaciuto molto per il realismo e per la descrizione minuziosa della vita miserabile dei salariati e dei capetti del Sistema, che non produce meccanismi di identificazione, comincio a provare un certo fastidio di fronte alla rappresentazione di una Napoli in guerra perenne.

A Napoli la guerra c’è, certo, ma è quella per il reddito e il lavoro, per la salute e l’ambiente, contro le discariche e gli inceneritori. E a conti fatti è una realtà non dissimile da quella di altre metropoli, soprattutto del sud del mondo e in particolare quelle collocate in territori che sono a tutti gli effetti colonie interne delle nazioni di cui fanno parte, dove le organizzazioni criminali svolgono una funzione ausiliaria di controllo del territorio.

Vi sembrerà strano, e a qualcuno di voi che non è napoletano apparirà davvero strano e singolare, o frutto di un’omissione omertosa da parte mia, in virtù di una narrazione mediatica che equipara Napoli al far west, ma io non ho mai visto sparare a nessuno, eppure sono cresciuto fra Secondigliano e il Rione Amicizia, due zone popolari della periferia nord. Certo, so che in quel bar hanno ammazzato qualcuno, che in quella piazza c’è stato un omicidio di camorra, ma qualcuno l’hanno ammazzato pure a Lupus Street a Londra, all’angolo di quella Claverton Street dove ho vissuto per alcuni mesi l’anno scorso, a poco più di un miglio da Buckingham Palace e dalla Regina, nel centralissimo quartiere di Pimlico. Nella fattispecie, un ragazzino di sedici anni stabbed to death, accoltellato a morte da una baby gang.

Io penso che ci siano due problemi nei film sulle mafie. Il primo è il registro narrativo: se si dipinge una banda di fascisti e sottoproletari come la Magliana, implicata nelle vicende più oscure della seconda Repubblica, con i tratti cool e trendy del Freddo o di Dandy, beh non ci stupiamo se poi i social network si riempiono di ragazzini o di coglioni un po’ più attempati che adottano quei soprannomi come nicknames. Ma nella realtà dei fatti, quanti ragazzini killer esistono, per esempio, oltre la finzione dei set cinematografici e televisivi? Il secondo invece è la reiterazione degli stereotipi con i quali gli italiani rappresentano nel proprio immaginario alcuni territori.

Conosco persone che non sono mai state a Napoli perché temono per la loro incolumità, eppure io ho visto scippi sulle Ramblas a Barcellona o risse e rapine a Piazza Dam ad Amsterdam, ma anche a Milano. E prima di ogni altra cosa, qualsiasi racconto sulle mafie non può prescindere da una loro lettura come fenomeno capitalistico, non solo perché profondamente intrecciato con la cosiddetta economia legale, ma perché strutturalmente basato sulla valorizzazione delle merci, sull’estrazione di plusvalore, sulla logica del profitto. Senza, ci si riduce al macchiettismo del caratterista, con una pericola inclinazione verso quei meccanismi di emulazione che legittimano il fenomeno criminale proprio per quella carica eversiva, che in realtà non possiede.

Il mafioso è l’altra faccia del capitalista, perché lo status di illegalità di una merce non la rende più sgradita o meno legittima, ma soltanto più remunerativa. E questo ce lo insegnano molto meglio di tanti saggi scrittori come Don Winslow o Massimo Carlotto, che personalmente non riuscirò mai a ringraziare abbastanza. Aspetto perciò di vedere la serie, e non mi basterà che sia un po’ meglio dell’accozzaglia trash del Clan dei camorristi, una delle peggiori nefandezze mai commesse contro Napoli e il popolo del Sud.

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Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

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di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

Napoli e i colori della pioggia

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di Rosario Dello Iacovo

Mi sveglio a casa mia al centro antico e finalmente piove. Del resto qualche volta deve pure accadere, non fosse altro che per una questione di pura statistica, perché io mi sveglio sempre sperando che piova. Pure in vacanza da bambino, con l’attesa che cresceva fino al momento liberatorio dei temporali di fine estate. E sì, al tempo che esistevano ancora le stagioni. La tv è accesa. Il libro in inglese del Millwall che sto leggendo ce l’ho giusto sul petto, un miracolo di equilibrismo che attesta un sonno inusualmente poco agitato. I resti della cena araba di ieri sera si contendono col posacenere stracolmo l’esigua superficie del tavolino Ikea basic, quello da cinque euro e qualcosa. Io invece sono disteso sul divano, non ho i calzini, sono scoperto, senza nemmeno il riparo della leggera copertina svedese che non so di cosa cazzo è fatta, ma credetemi riscalda come e più di un piumone.

Il piumone vero invece ce l’ho di sopra, sul letto a castello che imposi come condizione alla mia padrona di casa perché non me ne andassi. Ero tutto contento, quando un paio di amici misericordiosi lo montarono, mossi a pietà dalla mia proverbiale incapacità di fare il benché minimo lavoro manuale. Solo che poi ci dormii e, nonostante il soffitto fosse sufficientemente alto, avvertii una chiara e inequivocabile sensazione di disagio. Alla mia proprietaria di casa non l’ho mai detto, non sarebbe stato prudente, ma da allora io dormo sul divano senza nemmeno aprire il letto. Faccio così: mi ci stendo, leggo, lascio la tv accesa e prima o poi il sonno arriva, solitamente svariate ore dopo che metto in pratica l’intenzione di addormentarmi.

Casa mia è in uno di quei palazzi con i muri di tufo spessi mezzo metro, incredibilmente calda d’inverno e fresca d’estate. Perciò, senza la minima sensazione di freddo, mi alzo, accendo una sigaretta e la fumo. Ne accendo un’altra e la finisco, non prima di aver espletato qualche funzione fisiologica di natura liquida. Poi preparo la macchinetta del caffè da sei tazze, tiro fuori la bottiglia d’acqua dal frigo e bevo un lungo sorso che faccio durare finché non sopraggiunge la sensazione di asfissia. Lo faccio sempre, mi piace, è un modo per testare la capacità di apnea dei miei logori polmoni, messi a dura prova dalle troppe sigarette che mi fumo. Poi la caffettiera inizia a borbottare, verso una dose di circa tre tazzine in una tazzone dove ho già messo il latte, tiro fuori i biscotti ai cereali e ne mangio un paio. Subito dopo mi appiccio un’altra sigaretta e con la semplice imposizione dell’indice della mano destra riporto in vita il Mac portatile che troneggia discreto al centro del caos primordiale della mia scrivania.

Troneggia, il vecchio, ma certo non come il legittimo occupante, l’iMac che ho portato a casa di mammà quando sono partito per Londra per non lasciare mio padre senza computer, e non ho ancora riportato indietro. Non credo – a finale – che lo farò, spero di potermene comprare uno nuovo e lasciargli l’altro stabilmente. In realtà, a dirla tutta, da quando sono tornato della perfida Albione mi sono attardato un attimo pure io a casa di mammà. Prima ho detto vabbuò, dopo Natale. Poi ho rimandato a dopo la befana, e ho continuato così finché non ho ricevuto il prevedibile e meritato foglio di via. Così da lunedì sono di nuovo nel mio parallelepipedo nel cuore della città antica. Dove appunto mi sono svegliato stamattina.

Mi infilo quindi nella doccia ed esco solo quando ho prosciugato l’ultima goccia d’acqua calda dallo scaldabagno. Poi con l’accappatoio del Napoli falso addosso mi siedo davanti al computer e appiccio un’altra sigaretta, mentre controllo la posta, le notifiche su facebook e cazzivari. Scopro con fanciullesco stupore che gira ancora la truffa di quello che in Africa ha ricevuto un’eredità di tot milioni di dollari ma che – poraccio – non ha i soldi per sbloccarla, e giustamente li chiede a me in virtù della nostra antica amicizia. Credeteci, io ci credo. Un’assicurazione online mi promette una polizza vantaggiosissima, compilo tutto l’ambaradan, ma quando scelgo Napoli, il prezzo schizza a quasi duemila euro. Li fanculizzo, mentre cancello milioni di mail di spam di ogni natura, offerte irrinunciabili, grouponi e volaggratìs, prezzipazziecotillons. La voce del venditore di qualcosa che mi arriva su dal vicolo deserto, però mi ricorda che è tempo di andare, ma prima chiamo mio padre, che il gran chef della domenica, e gli chiedo:

– Terra o mare?
– Mare. – La laconica risposta.

Il mercato delle mura, quello dietro Porta Nolana, la domenica mattina mi piace un po’ di più del solito, ma mi piace proprio in generale, lo ammetto. Vado subito dall’amico Pasquale dei frutti di mare e vedo la solita ridda di clienti che mette a dura prova la sua squadraccia schierata al gran completo con i “cuppini” di plastica coi forellini che “sciacquareano” alla grande dentro le tinozze.

– Buongiorno, guagliò. – Mi saluta.
– Buongiorno ‘o zi. – La mia educata risposta.
Ch’ja piglià?
‘Nu chil ‘e lupin, dduje chil ‘e cozzeche e ‘nu chil ‘e vongole.
Okkè, te dong chisti cca ‘e sett euro, a te te ddong a sei, nun ‘e piglià ‘e lupin e cinque. – E accompagna la frase con uno smaccato occhiolino davanti a tutti, che mi fa ipotizzare che quelli da cinque li esponga solo per fare il giochetto del cliente che va trattato bene. – Cocc’ata cosa? – poi aggiunge.
– No, a posto così. – Pensando che mio padre ha già inciarmato calamarata, gamberi e ‘o purp, perché conosco i miei polli.

Poi, come va e come viene, mi faccio pesare tutto, pago e vado a prendere il pane.

– Buongiorno ‘o zi. – Faccio al vegliardone napulegnissimo che sta dietro il banchetto collocato davanti alla sua “puteca” in fondo alla strada, mentre un aiutante dell’est con gli occhi azzurri un po’ slavati mi chiede in un napoletano accettabile che pane voglio. Io scelgo un paniello di pane cafone e lo indico col dito. Poi dico al vegliardo:

‘O zi, ma è bbuon stu ppane?
‘Over faje? Chest è ‘o mmeglie pan ‘e Napule.
Mmm ‘o bbeco nu poco pecora zoppa. – Con fare dubbioso, mentre sorrido.

Lui punto nell’orgoglio, si porta un pezzo di pane quasi uguale al petto, vi poggia il bordo, poi con un coltellaccio da Jack lo squartatore e un solo movimento rapido e sapiente ne taglia una fetta e me la porge, mentre mi guarda in attesa del mio giudizio con l’aria del matusalemme pigliato collera.

– Uhm, nun cc’è mmale. – Gli faccio, ma in realtà lo prendo per il culo perché questo pane che mi crocca in bocca e rimanda a un’abilità affinità nei secoli, non è il più buono di Napoli, ma proprio il migliore del mondo. – Nun è pe mme – continuo – chella è mmammà ca è ‘mpicciosa.

Guagliò, si a mmammà toje stu ppane nun le piace, mo’ ppuort arret e te regal ‘o ppane tutt e journe pe nu mese.
– Affare fatto. – Gli do la mano, l’euro e cinquanta per un chilo di delizia cotta al forno, saluto e me ne vado.

In macchina accendo lo stereo e becco una stazione di musica napoletana. Alzo quindi tamarrescamente il volume, calando un po’ il finestrino pecché a robba bbella se fa verè e – in questo caso – anche sentire. Le note tuttavia non sortiscono l’effetto sperato sui passanti, che si muovono frenetici con la faccia di peste tipica dei napoletani quando piove. Non c’è niente da fare, è più forte di loro, i napoletani sono umorali e metereopatici, se un anno facesse 364 giorni di sole da spaccare le pietre e uno solo di pioggia, beh, in quelle ventiquattro ore sfodererebbero l’espressione più amareggiata, addolorata e contrita del loro repertorio. Mentre me la ghigno perché invece io amo la pioggia, la canzone entra nel vivo, con una tipa che su una base house commerciale canta che lei mica è scema, perciò lui non provasse a fare il furbetto perché sa come fargliela pagare. Poi è la volta di uno che sul modello di Gigi D’Alessio canta nel tipico italiano affettato dei neomelodici una canzone sul tema dell’uomo sposato che si è innamorato di un’altra e pur avendo perso tutto, casa, amici, famiglia, rifarebbe esattamente la stessa cosa, se potesse tornare indietro. Mentre fioccano le dediche che ricorrono a codici e nomignoli per evitare che coniugi troppo attenti possano sgamare, anche se magari stanno ascoltando la radio in attesa che anche a loro arrivi una dedica simile.

Sorrido perciò, mentre arrivo a Sangiuaniello, dove entro nella pasticceria di fiducia, ordino un chilo di piccola pasticceria e me ne sto sulla porta a guardare gli ambulanti che mettono da parte la merce, chiudono gli ombrelloni, con la faccia appesa del napoletano quando piove, pure se a giudicare dalla pochissima roba che ripongono gli affari non gli sono andati mica male.

Così chiudo gli occhi e respiro l’odore di una domenica mattina napoletana, mentre penso che un po’ mi manca Londra e un po’ mi manca Milano, ma che qui e ora non farei mica cambio. Credetemi, oggi come oggi non ci penso proprio, perché niente è più bello di Napoli con i colori della pioggia.

L’educazione siberiana della rivoluzione arancione e il Forum delle Culture 2013

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di Rosario Dello Iacovo

Quando è uscito l’avevo snobbato, poi ho visto il film e ho iniziato a leggere il libro e devo dire che Educazione siberiana di Nicolai Lilin mi aveva preso. Ho scoperto stanotte, con somma delusione, che trattasi di una bufala integrale. Al 100% fake. Va bene che un’opera letteraria non ha necessariamente bisogno di essere tratta da fatti reali, ma se lo spingi come una storia vera, beh, qualche problemino etico sorge. Mi aveva anche sorpreso che il romanzo fosse scritto direttamente in un ottimo italiano, ma poi leggendo un po’ di commenti on line dello stesso Nicolai, appare evidente che il suo italiano da straniero non è nemmeno lontano parente di quello del libro. Insomma, fra il lancio di Saviano, e il battage pubblicitario con l’autore, sedicente combattente in Cecenia, fotografato armato fino ai denti, il tutto si riduce a una riuscita operazione di marketing. Ce n’è abbastanza perché eviti accuratamente di comprare i suoi romanzi successivi.

Per restare dalle nostre parti, un po’ come la trasparenza di De Magistris e del Forum delle Culture 2013: a otto mesi dall’inizio dello stesso 2013, nessun bando, un sito inattivo, nessun criterio pubblico di selezione dei progetti, e col nepotismo come metodo di scelta, a chiamata diretta, dei collaboratori. A partire da quella di suo fratello Claudio. Io non lo sapevo, che aver fatto parte della cricca asso pigliatutto con la giunta regionale Bassolino fosse paradossalmente un credito da poter spendere poi con la rivoluzione arancione. Davvero, non lo immaginavo nemmeno nei miei voli di fantasia più arditi. Nemmeno quando ho pensato, votando l’attuale sindaco nella sua corsa contro Lettieri, che potesse essere il primo timido passo di un’inversione di tendenza nella gestione della cosa pubblica qui in città. Stimato professionista, così si legge di De Magistris junior, che avrebbe portato a Napoli Springsteen e Manu Chao. Ma già qui i conti non tornano, perché per quanto si sappia pubblicamente i due eventi sono stati realizzati da società private, senza alcun tipo di finanziamento pubblico. Non è che, magari, scorrendo la lista degli assegnatari di qualche progetto del Forum ci ritroviamo gli stessi personaggi o qualcuno a loro collegato? Non mi sorprenderebbe, sono gli stessi che monopolizzano da lunghi anni le risorse pubbliche destinate alle politiche culturali.

Educazione siberiana, inventando dal nulla l’identità dell’autore, le vicende storiche e i personaggi, è diventato un best seller. Quale sarà il destino del Forum che, analoga operazione di marketing a trasparenza zero, non beneficerà dei fondi previsti in partenza, ma si troverà a distribuire la pur ragguardevole cifra di 16 milioni di euro pubblici? Lo vedremo nelle prossime puntate, quando compariranno i nomi dei protagonisti. E noi saremo qui ad aspettarli. “Napoli è tua”, si chiamava così la lista con la quale l’attuale Sindaco si è presentato alle elezioni. Resta solo da stabilire chi sia il “Tu” in questione. Un dettaglio tutt’altro che trascurabile.

Abbandono l’Italia al suo destino

di Rosario Dello Iacovo

Esco di casa e li vedo. Un attimo prima che il portone si chiuda alle mie spalle come se stessero per venire giù i vetri. Vivo qui da poco e dimentico sempre di accompagnarlo con la mano. Perciò mi riprometto di adottare in futuro la procedura che un cartello posto all’ingresso descrive fin troppo minuziosamente. Li vedo e sono in quattro: tre uomini e una donna. Zingari, con la carnagione olivastra e la lingua incomprensibile. Mi guardano per un istante, a valutare se la mia presenza rappresenti un intoppo per quello che stanno facendo. Poi, resisi conto che sto semplicemente uscendo di casa, rituffano le mani nei cassonetti della spazzatura, collocati in fila in buon ordine nel vicolo parallelo al Rettifilo, e tornano a rimestare.

Li ho visti già un paio di volte dal balcone, famelici intorno ai parallelepipedi di metallo, alla ricerca di oggetti ancora utilizzabili. Mi lasciano sempre un attimo perplesso: penso che più di una volta si siano ritrovati un topo fra le mani, per esempio. Ma del resto, in tempo di guerra e di fame, qualcuno i topi se li mangia pure. La paura non è un vero deterrente, se la posta in palio è riempire lo stomaco e sopravvivere, rifletto. Io non le metterei mai le mani nella munnezza, sempre che la vita non mi costringesse proprio a farlo, però la quantità di oggetti che riescono a tirare fuori ogni volta è impressionante. Questo mi fa pensare alle cose che buttiamo per capriccio, quando magari sarebbero ancora utilizzabili a lungo.

Come quel paio di scarpe da ginnastica che compare all’improvviso fra le mani della ragazza. A prima vista, sembrano perfette seppur evidentemente usate. Chissà perché se ne sono disfatti, mi chiedo sdegnato un attimo prima di ricordarmi della ventina di paia di calzature simili, praticamente nuove, che occupano due grossi bustoni, dimenticati in un angolo a casa dei miei. Di solito faccio così: le vedo, mi piacciono, le compro, e poi non le metto mai, perché preferisco indossare sempre un paio di scarponcini Dr Martens che pago invariabilmente venti sterline ogni paio d’anni, alla prima bancarella a destra del mercato all’aperto di Camden Town a Londra. Non quello sotto i ponti a Camden Lock, un po’ più avanti, ma proprio il primo che si incontra venendo dalla stazione della metropolitana.

Hanno sempre qualche difetto perciò costano così poco. Quelli che ho adesso, per esempio, riportano il marchio sul retro della scarpa sinistra leggermente decentrato. Difetti che ne impedirebbero la vendita in negozio a prezzo pieno, ma che a me appaiono insignificanti se le posso avere per un fottuto score, come i londinesi chiamano venti pounds. A fiver è un cinque, a tenner un dieci, il bullseye è un cinquantino, e il ton è il centone. Ma li chiamano anche in tanti altri modi diversi, perché tutto si può dire, eccetto che ai cockneys manchi la fantasia. Anyway, in qualunque modo chiami il denaro necessario ad acquistarli, li indosso tutti i giorni, con qualche eccezione in estate (perché sotto i bermuda metto le scarpette) fino alla loro distruzione. Poi, di solito, li ripongo in qualche scatola che ritrovo anni dopo, osservandola con lo stupore dell’archeologo di fronte al ritrovamento di un antico reperto prezioso.

Qualche tempo fa, ho ritrovato un paio di anfibi del buon dottore, modello Highlander, dieci buchi, comprati nel 1982 a Milano, alla modica cifra di 125mila lire. All’epoca, guadagnavo diecimila lire al giorno, lavorando part time in una fabbrica di graticole per la carne, il pomeriggio dopo la scuola. Stavo quasi per metterli, in discreto stato trent’anni dopo, poi la suola più liscia della testa di un calvo con l’alopecia mi ha fatto desistere. Sul bagnato, non c’è calzatura al mondo più scivolosa di un paio di anfibi lisci. Provare per credere. E quel ritrovamento non è stato nemmeno dei più clamorosi. La palma appartiene a un paio di jeans, ancora con l’etichetta, ai quali non avevo nemmeno fatto la piega, l’orlo, lo chiamano in Italia, che ho ritrovato poco dopo, risalenti a chissà quale era geologica. Quelli però li ho riciclati, li uso abbastanza spesso. Una tipa mi ha pure chiesto dove li ho comprati. “Lo sa il cazzo”, avrei voluto risponderle. Mi sono limitato a sorridere, come l’uomo che parla poco e tiene per sé i segreti del suo guardaroba. Un uomo pieno di buon fascino e riservatezza.

Qualcuno dice che scrivo cose troppo lunghe. Ma non è colpa mia se un dettaglio, che agli occhi dei più appare del tutto trascurabile, come un paio di scarpe in mano a una ragazzina rom, scatena in me un flusso di ricordi che va avanti e indietro nel tempo, collegando in una prospettiva sincronica fatti anche distanti tra loro. In ogni caso, saluto i quattro archeologi del consumismo contemporaneo con un vago cenno del capo che loro ricambiano con la stessa indolenza, e mi incammino sul Rettifilo, che è il nome col quale noi napoletani chiamiamo il corso che congiunge la stazione centrale con piazza Borsa. L’aria è freschetta, ma non a sufficienza perché mi tenga addosso una specie di k-way verde, praticamente identico a quello indossato dai fottuti Rovers nel film Awaydays. E correva l’anno 1977. Un uomo pieno di fottuto talento vintage. Perciò, cammino a mezze maniche, suscitando gli sguardi interdetti di molti miei concittadini, che appena la temperatura scende sotto i venti gradi si vestono come Totò e Peppino in missione salvanipote a Milano.

“Fa fridd staser, eh?”, sento dire distintamente al commesso sull’uscio di un negozio, rivolto al suo collega del negozio affianco, sfregandosi le mani e poi chiudendo la cerniera del giubbotto che indossa. Accompagna il movimento con un brivido che mi fa pensare a tempeste di neve e ghiacci eterni. Come se non bastasse, in questa tiepida serata autunnale, l’altro rincara la dose con un inequivocabile: “Fridd? Fa nu cazz ‘e fridd!”. Entrambi rimpiangono l’estate come se parlassero di un amico che non vedono più da anni, quando in realtà di giorno fa ancora un caldo che io trovo poco gradevole. Odio le preferenze climatiche dei napoletani, la loro ossessione per il sole, il mare e il maledetto sudore che scorre a rivoli fetidi e gioiosi per almeno quattro, cinque mesi all’anno. Gli alzo mentalmente due dita per fanculizzarli all’inglese e tiro dritto, perdendomi nelle vetrine dei negozi di abbigliamento che attirano come al solito la mia attenzione.

C’è di tutto. Capi da dieci euro convivono di fianco ad altri da cento, ma in generale non è che all’interno ci sia questa gran ressa. Anzi, a dirla tutta, nella maggior parte dei casi potrebbero essere una valida metafora del concetto di solitudine in mezzo a una folla. Perché la folla è sui marciapiedi, guarda, passa, scruta, ripassa, ma col cazzo che varca la soglia decisa a comprare, assecondando lo sguardo speranzoso dei commessi, che ogni volta che qualcuno tira dritto si incupisce come un manifesto perfetto del tempo di crisi. Anche io faccio la stessa cosa, ma con una certa riluttanza, perché nonostante abbia vestiti per sette vite (e non sono un gatto) ne comprerei ogni singolo giorno della settimana. Spesso le cose mi appaiono bellissime, le accarezzo con lo sguardo voglioso. Entro e le provo. Mi sembra che nulla mi sia stato così bene come, che so, quel paio di jeans o quella polo che mi metto in quel momento. Poi, passa un po’ di tempo e si accumulano, disposte in più file nel monumentale armadio di casa dei miei, che rappresenta un po’ il campo base, oltre che negli armadi più o meno di fortuna in giro per l’Italia. Però non butto mai niente. Gli zingari con me non farebbero grandi affari.

Così arrivo alla stazione. Passo davanti a un ragazzo e una ragazza molto giovani, rintanati nell’angolo di una banca. Lui la rimprovera di averlo lasciato solo ed essere andata a fumare con la sua amica e “quei tipi più grandi”. Lei non risponde, punta gli occhi a terra e fa come fanno le donne quando sanno di avere torto e provano a girare la frittata, opponendo il silenzio sdegnoso. Lui la tiene per un braccio, lei si divincola, ma quando la lascia, lei resta lì senza andare via. E ricominciano da capo. Immagino la situazione. Lei è una ragazzina, la sua amica sarà la classica tipetta un po’ più sveglia che a quindici anni frequenta ragazzi di diciotto o venti, gli stessi che si sentono al di sopra della massa degli sfigati perché si fanno le canne e qualche volta si pippano un pezzo di cinquanta di coca in dieci, facendo baldoria tutta la sera, e finendo così per apparire patetici ai cocainomani professionisti, per i quali lo sballo è un momento di calma e non di euforia. Lui la ama, o almeno così crede, ma si vede che ci sta male. Lei chissà, forse è solo che non sa rinunciare a una storia che comunque le fornisce un punto di riferimento nella sua socialità adolescenziale. Poi li lascio a sbrigarsi i cazzi loro e attraverso la piazza. Ne avranno di tempo per scoprire ogni risvolto di quel sentimento così devastante che chiamiamo convenzionalmente amore. Però è bello, ammettetelo tutti, è bello l’amore.

Arrivato all’incrocio col Corso Garibaldi, dal lato che porta verso Carlo III, c’è in agguato su uno scooter un tipo con un pacco in mano. Mi guarda, sorride, e poi mi chiede:

– Fratemo, ‘o vuò fa n affar?

– Sì. – Dico io, sapendo già dove andrà a parare.

– Teng n iPhone 5 r’occasion. Ch’ja fa l’ja avè?

– Ma me faje pavà pur ‘o pacco, o chill’è omaggio? – E sorrido più di lui.

A questo punto scoppia in una grassa risata, poi si dilunga in una lunga e dettagliata descrizione delle difficoltà che anche i truffatori devono affrontare in tempo di crisi.

– Menu mal, ca ce sta ancor cocc stranier ca se l’ammocca, ‘o pacco. – Chiosa infine con aria afflitta, aspettandosi un segno di comprensione da parte mia. Io mi limito ad alzare le spalle e a pensare che molto difficilmente rivedremo a Napoli quello straniero, quando ritroverà un beato cazzo nella confezione immacolata dell’ultimo gioiello della mela morsicata.

Dietro di me il Corso Umberto, la statua dell’eroe dei due mondi e centocinquantuno anni di malaunità. Davanti, un piccolo truffatore rassegnato alla marginalità nella quale l’hanno relegato, il Corso Garibaldi e un futuro tutto da scrivere. Sempre che ne avremo la voglia, la forza e la costanza. Ci penso, mentre trotterello fino alla fine della strada e già che ci sono arrivo a casa dei miei a piedi, invece di aspettare l’autobus che passa quando c’ha voglia. Gli ultimi due chilometri sono tutti in salita. Me ne frego, come disse un tizio che voleva cambiare l’Italia e finì appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano.

Forse l’errore è proprio quello, penso: immaginare che l’Italia si possa cambiare, quando invece va semplicemente abbandonata al suo destino.