Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

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Se vuoi sentirti giovane devi frequentare i vecchi

di Rosario Dello Iacovo

Stamattina qualcosa mi riconcilia con Napoli. Non so cosa sia, ma apro le tapparelle, guardo Capri da una prospettiva periferica e decido che devo uscire. C’è pure il sole e miei sette affezionati lettori sanno che io col sole non ci vado tanto d’accordo. Però quest’anno mi sta succedendo un fatto strano. Sarà il tempo che passo a Milano. Saranno i chili in meno che rendono il caldo meno gravoso. Sarà che sono un tipo contraddittorio, lo ammetto, ma quest’anno mi sta venendo la fregola del mare e dell’estate. Io, Vladimir Esposito, quest’anno andrò al mare. Forse, più semplicemente, sono stufo di atmosfere crepuscolari, di pioggia e nebbia. Freddo che sono ormai così abituato a provare sulla pelle che nemmeno me ne accorgo. Forse perché mi è entrato dentro e mi impedisce di provare emozioni. Oppure è la reazione a un 2012 che mi sta regalando dolori a raffica. Amici che se ne vanno. Così all’improvviso, a un ritmo che non faccio nemmeno in tempo a contarli. Rancori che restano sospesi fra le cose non dette e le troppe che avrei fatto meglio a tacere. A volte me la dovrei tagliare questa lingua di merda, invece di partire sparato a offendere le persone, perché sarebbero state loro, insensibili, a ferirmi. Multe dall’importo catastrofico, una dietro l’altra. Un disastro, insomma. Mi hanno pure inculato lo scooter a gennaio. Come se un’entità soprannaturale avesse voluto avvertirmi fin dall’inizio che sarebbe stato un anno di dura resistenza. Il 2012 è un anno del cazzo, diciamocelo. E i Maya l’avevano detto. Omettendo però che sarebbe stata la fine del mio mondo, più che quella di questa palla chiatta sulla quale poggiano i piedi sei miliardi di disperati e continua a girare su se stessa e intorno al sole come la sorella della fessa. La sorella dell’organo genitale femminile. Oppure, per contrastare ogni tendenza al pessimismo, potrei dire che il 2012 sarà un anno bellissimo, che mi regalerà gioie e soddisfazioni. Seppur iniziato veramente una merda.

Stamattina però qualcosa mi infonde un’irragionevole speranza. Lo sapete, io sono un tipo che spera sempre.

Perciò mi alzo e scrivo su facebook che vado a fare una passeggiata. Mi arriva poco dopo su WhatsApp un messaggio di Battista. Il mio inseparabile amico di scarpinate napoletane, perché quelle milanesi sono esclusivamente solitarie, scrive: Passeggiata? Vienimi a prendere. Quasi fosse a rota di gambe pesanti e scarpe consumate. Battista è un tipo strambo. Del resto, se non lo fosse, non sarebbe mio fratello. Lo chiamo, perché odio scrivere i fottuti sms, e gli dico che lo avverto appena sono pronto. Cazzeggio ancora un po’ sul network più asociale che ci sia, dopo twitter (che proprio non lo capisco). Infine imbocco la via della doccia e tac, sono fresco come una rosa che ha deciso prematuramente di sbocciare ad aprile. Un tempo, all’espressione “fresco come una rosa”, qualcuno avrebbe aggiunto ‘e plastica, volendo alludere in maniera nemmeno troppo velata a un certo stile di vita non esattamente sobrio e salutare. Nel quale la freschezza può essere per forza di cose solo artificiale. Indotta. Ma un tempo era un tempo, ora è ora. Per cui, vaffanculo le giornate sprecate nel letto a cercare da qualche parte la voglia di vivere. O almeno di farmela passare definitivamente. L’una o l’altra è pur sempre meglio che non scegliere.

Apro la portiera della macchina e mi investe un’ondata di calore. Un’onda termica, cazzo. “Che bello”, mi dico, “arriva l’estate”, sforzandomi di restare fedele alle regole dell’uomo nuovo che sono diventato. Entro, apro tutti i finestrini che posso, toglierei anche il parabrezza se potessi, ma rinuncio addirittura ad accendere l’aria condizionata. Ingrano la prima e parto senza sgommare. La polvere prodotta dall’attrito fra gli pneumatici e l’asfalto produrrebbe inquinamento. Poi impugno l’iPhone, che pure inquina. Ma non avendo a portata di mano un cazzo di piccione viaggiatore, non ho scelta. E poi gli animalisti mi cacherebbero il cazzo se ne usassi uno. Sicuro come il down dopo una pippata. Anzi, qualcuno troverà da dire anche del fatto che l’ho chiamato un cazzo di piccione, offendendo la sua dignità di animale. Per settimane sarei stato bersagliato sulla mia bacheca e a colpi di tag con video raccapriccianti sullo sfruttamento dei piccioni viaggiatori. Avrebbero creato gruppi e a furia di clic e di mi piace, mi avrebbero inevitabilmente smerdato. Se qualcuno ne dubita, non conosce i comunisti come li conosco io.

– Pronto. – E’ Battista che risponde alla mia chiamata.
Battì, sto dal benzinaio in mezzo al Corallo.
– Cos’è il Corallo. – Risponde disorientato. Lui vive da qualche anno dalle parti di casa mia, ma è originario di altre zone di Napoli. Poi una serie di vicissitudini personali l’ha portato qui. Ciò nonostante non ha perso la sua aria distinta e il vocabolario forbito. Non può sapere che il Corallo era un cinema e da allora dà il nome a questa piazzetta quadrangolare dove sto facendo benzina, anche se non esiste più da anni. Perciò preciso:
– Piazza Giambattista Vico, fra’.
– E perché hai svoltato a destra?
– Ho svoltato a destra? Ma se sono fermo al benzinaio. – E stavolta sono io a essere disorientato.
Tre secondi dopo, si apre la portiera della macchina e lui entra. Sorride, si accomoda. Poi:
– Ho avuto un flash, pensavo che eri in una macchina che ha girato a destra. Come stai ‘o Milanè? – Mi chiede con il suo napoletano zoppicante, alludendo al fatto che passo più tempo a Milano che a Napoli, ultimamente. Lui parla sempre in italiano.
Ttàppost obbè. Tutto a posto, il bello. – Rispondo io, che non parlo mai in italiano, in napulegno contratto. Special edition 2012.

Intanto il benzinaio è lì che assiste alla scena. Fa rimbalzare il mazzo di chiavi nel palmo della mano come per palesare una certa insofferenza, come per dirci che stiamo cacando il cazzo. Quello dietro nella fila poi si mette a suonare direttamente il clacson, in modo che il messaggio sia ancora più preciso. Perciò afferro il concetto, pago e imbocchiamo in discesa via Bernardo Tanucci. Alla fine della strada svolto a destra, passo piazza Carlo III e parcheggiamo in via Michele Tenore. Per gli autoctoni è la salita di Santa Maria degli Angeli, dall’omonima chiesa che si staglia in cima. Una delle poche strade della zona in cui i vigilini, come li chiamano a Firenze, o gli ausiliari, come li chiamiamo a Napoli, non ti fanno la multa. La longa manetta di Giggino arriva anche qui. Deve essere il programma per le periferie che ho letto in campagna elettorale. Una cosa che suona tipo: Più multe per tutti. In modo che nessuno possa protestare per l’insopportabile privilegio dei residenti al Vomero o a Chiaia di essere più multati degli altri. Un po’ come la Fornero sull’articolo 18. “Cittadella di pochi”, l’ha definito e invece di estendere i suoi benefici a chi non ne godeva, lo ha cancellato anche a quei lavoratori che ne beneficiavano. Meno diritti per tutti è la regola dei nostri tempi.

Usciamo dalla macchina e ci incamminiamo su via Foria.

– Che ne pensi di questa cosa del nuovo soggetto politico? – Mi chiede. Parliamo sempre di cose strambe.
– Beh, male che vada è un modo per fare il pieno di voti a sinistra del PD. Bene che vada potrebbe essere un esperimento interessante. Ma sai che non ho più fiducia in niente, soprattutto in questi qua.
– Già. – Dice lui – Dietro ci sarà il solito gruppo di potere che monopolizzerà la faccenda. – Poi mi molla e attraversa, dirigendosi verso l’edicola di fronte. Io resto lì a riflettere sulle sue parole. Fra me e lui la fiducia nella sinistra è ai minimi storici. Non gli daremmo in mano duecento lire. Anche se sono fuori corso, troverebbero il modo di farsele cambiare e spartirsele, secondo il vecchio metodo mai dimenticato della Democrazia Cristiana. La destra non siamo in grado di pagarla, troppo onerosa. Questo la esclude automaticamente dal novero delle nostre scelte.
– Conosci Robert Michels? – Mi chiede, una volta che l’ho raggiunto, mentre ripone nello zainetto Repubblica, Corriere, Il Sole 24 Ore, Il Mattino e Il Manifesto. Li compra ogni giorno e li legge pure. Roba da non crederci, in un paese dove i lettori sono rari come la neve a Castel Volturno il 15 agosto. E quando dico neve intendo quella vera. Perché l’altra, alla quale starà pensando qualcuno fra i più maliziosi dei miei sette lettori, la trovi in un qualsiasi giorno dell’anno.
– Un’ottima ala destra, oltre che un ragazzo davvero simpatico. – Rispondo sorridendo, visto che ignoro del tutto chi sia il figlio di puttana.
– Beh, Michels era uno studioso tedesco, allievo prediletto di Weber. Presentandosi alle elezioni col partito Socialista perse la cattedra e si trasferì in Italia…
– Bene, quindi? – Faccio incuriosito.
– Quindi, secondo lui i partiti necessariamente degenerano in oligarchie che poi si mettono d’accordo in parlamento per continuare a esistere in quanto tali. Per questo sono antidemocratici. E per lo stesso motivo apprezza la figura del leader carismatico che salta la mediazione dell’apparato burocratico ed esprime meglio i bisogni e la volontà della base. Ammiratore di Mussolini, aderì poi al fascismo.
– Ah. – Esclamo. L’interesse che le parole avevano destato all’inizio si spegne rapidamente quando sento nominare Don Benito. Sarò pure un uomo nuovo ma resto comunque un sincero antifascista. E che cazzo.

Però il tipo ha ragione. Per quel poco che sono stato in un partito, era esattamente così. Una volta mi iscrissi a parlare a un attivo provinciale al quale, udite udite, eravamo autorizzati a partecipare addirittura noi comuni militanti. Bene, ero nei primi dieci della lista. Ci tenevo a intervenire e mi ero anche segnato dei punti. Anche se poi, quando parlo in pubblico, non li caco proprio e vado a braccio. Spacco come un rapper e chi mi ha visto in azione non potrà che confermarvelo. L’attivo era partecipatissimo e fu riconvocato per quattro giorni di fila. Prima di me parlarono gli assessori regionali, poi quelli provinciali, poi quelli comunali e quelli di municipalità. Dopo di che, presero la parola i consiglieri, sempre secondo la rigida gerarchia elencata. Poi venne il turno dei segretari di circolo, dei dirigenti e dei capicorrente. Infine la minoranza, naturalmente a sua volta divisa in una decina di posizioni diverse. Al quarto giorno, davanti a una platea ridotta a qualche decina di allucinati oltranzisti, fui finalmente chiamato a intervenire. Mi alzai e pronunciai le immortali parole: “Grazie, rinuncio”. Dopo di che uscii, mi feci una canna usando una parte della tessera per fare il filtro e buttai nella munnezza il resto. E dire che quel partito si definiva pure comunista.

Intanto, siamo arrivati all’altezza di via Cirillo. Svolto a sinistra senza preavviso. Stavolta è il buon Battista che è costretto a mordere la polvere e inseguirmi. Via Cirillo dopo un po’ diventa via Carbonara. Siamo dentro le mura della città antica. E’ una strada che termina a Porta Capuana. Ci passo spesso, anche perché la Ztl costringe al giro largo per approcciare il centro storico. La percorriamo tutta e ogni tanto dirigo lo sguardo verso l’alto. Sopra di noi l’azzurro del cielo e forse un Dio, che però non palesa la sua presenza. Se ne fotte, lui, di far accadere un miracolo quando ti serve. Si limita a far piangere madonnine e comparire ogni tanto le stimmate sulle mani dei PadrePii. Cioè, praticamente inutile, oltre che – immagino – infinitamente doloroso. Fanno male le fottute stimmate. Io non le vorrei.

Da lì a via Tribunali il passo è breve. Costeggiamo la mole massiccia di Castel Capuano, costruito dai normanni, ed entriamo nei decumani. In realtà, e lo dice pure Wikipedia, dovrebbero chiamarsi plateiai, perché Napoli è greca, cazzo. Però, si sa, la lingua è dei vincitori, perciò decumani ha sostituito la denominazione originaria. In giro c’è un sacco di gente. Tanti turisti, stranieri, ma anche padani. Oddio, farei meglio a chiamarli italiani del nord, perché padano è sinonimo di leghista, a meno che non parli del grana o della pianura. Per cui, dubito che una camicia verde venga a visitare Napoli. Ma non sa cosa si perde il coglionazzo, perché Napoli è bellissima e oggi la trovo incantevole. Sempre per la storia che stamattina mi sono svegliato bene, la speranza di cui sopra, et cetera, et cetera.

La via che percorriamo è il decumano superiore, parallela a Spaccanapoli, chiamata così perché affetta il centro antico come un’anguria matura da venti chili. Si spinge poi fino alla sommità dei Quartieri Spagnoli, dove erano acquartierate le truppe spagnole nel XVI secolo, che sono invece il centro storico. Ditemi voi quale città ha la necessità di dividere in due la parte vecchia da quella più vecchia e vi pago una pizza da Sorbillo. Solo che Sorbillo è “Chiuso per lavori”. In realtà, un paio di giorni fa gli hanno dato fuoco, provocando danni significativi. Ero a Milano e ho accolto la notizia scuotendo la testa, disgustato. Sorbillo non sarà Michele al Trianon, il re della pizza, l’imperatore della Marinara e della Margherita, ma è pur sempre un vanto della mia Partenope. La camorra invece è una merda. Una montagna di merda, avrebbe detto il compagno Peppino Impastato, se non lo avessero ammazzato proprio perché aveva detto la stessa cosa a proposito della mafia. Peggio della camorra, c’è solo l’anticamorra. Una specie di mestiere di nicchia che scrittorucoli inopinatamente balzati agli onori della cronaca, qualche gruppo musicale e un paio di giornalisti, hanno trasformato in una professione remunerativa. E poi c’hanno pure la scorta per andare a prendere le tipe che prima abbordavano su myspace e adesso abbordano su facebook. Che cazzo si può volere di più dalla vita? In mezzo ci siamo noi, i napoletani che schifano la camorra, ma non ci pensano proprio a considerarla manicheisticamente il male, contrapposta a un presunto bene che sarebbe lo Stato. E’ un discorso lungo che ora non mi va di fare, perché mi rovinerei la giornata. Per cui mi giro e chiedo a Battista:

– La vuoi una spremuta?
– No, grazie, magari dopo. Col suo accento geograficamente indefinibile e molto signorile.
La vecchietta nella banca dell’acqua, come a Napoli chiamiamo i chioschetti che vendono bibite, avrà più di ottant’anni. Sembra scappata dalla vicina San Gregorio Armeno, che è la strada dove si fanno e si vendono i presepi e i pastori. Uguale, cazzo.
‘A No’, m’ha date ‘na spremuta d’arance, cu mmiezu limone? – Però dico rat’, anche se si scrive con la D, perché la D in napoletano rotacizza, cioè diventa R. La vocale finale invece la scrivo con la E, ma insieme a quelle atone diventa sempre una Schwa, ovvero una vocale centrale indistinta. Come quella che in inglese c’è fra la P e la L di Police, che gli italiani pronunciano, sbagliando, come se fosse una O. In pratica, in italiano ci sono sette vocali, considerando i due gradi di apertura della E e della O. In napoletano invece ce n’è una in più. Solo che non abbiamo un segno per renderla graficamente e quindi, quando scriviamo Napule, l’italiota medio lo pronuncia come si scrive, invece di Nap’l’, come effettivamente si pronuncia. Ignora, il ribaldo, che quella U atona e quella E finale sono entrambe delle fottute Schwa.
E sord ‘e ttien, bellu uaglione? – Risponde intanto la vegliarda in perfetto napoletano, anche se di toniche e atone non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Ci aggiunge la sfacciataggine tipica delle classi popolari napoletane.
E ccert, ‘e sord so a primma cosa, ‘a No’. – Replico, stando al gioco e allargando il volto in un sincero sorriso.

Sembro il turista milanese a caccia di folclore della vecchia Napoli. Solo che sono di Terzigliano. Ma dopo un po’ a Milano, mi calo così bene nella parte che mi viene voglia di dire lì su due piedi: L’è bela Napule, ma Milan l’è semper un gran Milan. Poi recupero un minimo di decenza e taccio. Mi metto a osservare i movimenti lenti e sapienti della nonna, perché questo vuol dire ‘a No’. Lo dico a beneficio di qualcuno di quegli ormai famosi sette lettori, non napoletano. A Napoli i vecchi li chiamiamo, secondo l’età, zio o nonno. Lei è proprio una nonna. Anche se io ormai ho quarantasei anni e qualche moccioso già da un paio mi dà del voi; o del lei, se è del Vomero. Come li odio, li vorrei pestare a sangue ogni volta che lo dicono. Come quelle rughe maledette che nonostante creme, sieri e maschere del cazzo, ricompaiono poco dopo come se ti sfottessero. E’ come quando passi il grasso sui Dr. Martens vecchi. Sembrano nuovi, ma poi dopo un po’ comunque li devi buttare perché ormai inutilizzabili. Non c’è grasso che tenga all’infamia del tempo, penso, mentre la nonna taglia le arance, prende il mezzo limone che ha già lì sul bancone, e li infila uno per volta in una vecchia premiagrumi meccanica. Mi procura una sensazione allo stomaco come accadeva quando la mia bisnonna,‘a nonna vicchiarella, mi pettinava i capelli da bambino. La chiamavamo così per distinguerla dalla nonna. Era nata nel 1887, il Sud lo chiamava ‘E ddoje Sicilie, ma anche ‘O Regno. Infatti, quando a Natale giocavamo a tombola (io piangevo sempre perché non vincevo mai) ed era lei a estrarre, era l’unica che diceva ‘O Regno quando usciva l’uno. Tutti quanti gli altri invece associavano il numero all’Italia. A lei doveva suscitare un moto di indicibile disgusto, anche se non me l’ha mai detto, perché odiava Garibaldi. Le facevano paura i garibaldini. Francischiello era invece il re buono delle favole, spodestato ingiustamente dal Savoia, che era come il cattivo delle sceneggiate. La nonna vecchierella non sapeva un cazzo di diritto internazionale, ma nella sua saggezza popolare aveva ben chiaro che prima eravamo una nazione sovrana. Quindi nessuno aveva il diritto di invaderci, permettendosi anche di chiamarci fratelli, mentre ci portava via il passato e il futuro. Del resto era nata appena sedici anni dopo l’annessione, per questo non la chiamava unità d’Italia. Lo sapeva che era una truffa. Morì nel 1980, io avevo quattordici anni e piansi, ricordandomi che chiamava l’ascensore, ‘o tramm ‘nfacce ‘o muro, e il cinema ‘o ‘mbruoglie ‘int e lenzole, prima di piegarsi al neologismo di ‘o cinematografo.

– Pago io. – Fa Battista, col suo abituale aplomb e aristocratico disprezzo del denaro.
– Ma no. – Ribatto – Non hai nemmeno bevuto.
Nun v’appiccecat, belli uagliun. Pe mme, putite pavà pur tutt e dduje e nisciun se piglia collera. Dice la nonna e ride.

La imitiamo entrambi, piacevolmente colpiti dalla prontezza della battuta. Anche Battista che di solito non ama le manifestazioni esplicite della cosiddetta napoletanità. Le do i due euro e riprendiamo a camminare. Anche a Napoli una spremuta costa due euro come a Milano, ma almeno qui lo spettacolo è gratuito. Dopo qualche decina di metri svoltiamo a sinistra per piazza San Domenico. Siamo a Spaccanapoli, in alto vediamo via Pasquale Scura, che delimita i Quartieri. Più sopra ancora si impennano la Certosa di San Martino e il Castello di Belforte, una delle quattro rocche storiche di Napoli. Su via Benedetto Croce ci sono molti musicisti di strada e anche qui un sacco di turisti. Sento parlare inglese, francese, galloitalico, oltre che un numero imprecisato di lingue che non riesco a individuare. Più che altro, perché nel casino non sento nitidamente i suoni. Di solito so distinguere almeno a grandi linee gli idiomi. Ero una promessa della linguistica, prima che mandassi tutto a puttane a un esame dalla laurea nel 1992.

Arriviamo a piazza del Gesù, lasciandoci trasportare dallo sciame umano che ronza per le vie del centro antico. Partenope si offre ai loro occhi in tutta la sua bellezza greca. Stamattina sembra sorgere, come la foscoliana Zacinto, dalle acque del Mare Egeo. Ecco, laggiù vedo Enea, e Miseno che qualche chilometro a nord ci lascerà le penne, diventando allo stesso tempo immortale. Capo Miseno, infatti, chiude il Golfo di Napoli, insieme a Punta Campanella che si guarda negli occhi con Capri dall’altra parte della baia. Arrivati al Gesù, che con San Domenico è una delle piazze dove nacque dal basso la leggenda del Rinascimento Napoletano, scendiamo per Calata Trinità Maggiore. Passiamo davanti allo Ska Occupato da quasi venti anni, ma è chiuso. Quindi risaliamo la strada che porta alla Pastrengo, la caserma dei caramba, e siamo a piazza Carità. Davanti a noi si apre via Toledo, che ogni tanto cambia nome in via Roma. Sempre per quella questione ben chiara alla mia bisnonna, del rapporto irrisolto che centocinquantuno anni dopo Napoli ha ancora con il resto del paese. Io la chiamo via Toledo da sempre. E’ una delle strade dello shopping napoletano. Io mi infilo da H&M, sotto gli occhi schifati di Battista e mi compro due polo a 9,90. Una blu e una gialla. La seconda è per tener fede ai miei intenti di spensieratezza e allegria per la parte restante di questo funereo 2012. Un inno all’estate e ai moscerini che, sicuro, mi avvolgeranno nel loro caloroso abbraccio appena avrò la faccia tosta di mettermela davvero. Quello che conta è che sono taglia M. Soddisfazioni di quattordici chili persi in due mesi. E nessuno mi cachi il cazzo, dicendomi che sono sceso troppo velocemente e, quindi, li riprenderò in fretta. Piuttosto mi iscrivo al partito Radicale e inizio a digiunare con Pannella. Magari fra qualche anno mi ritrovo pure come Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, o come si chiamerà allora.

– Hai fatto bene a comprare quelle polo, con questa che hai addosso, non si apprezza bene il dimagrimento. – Commenta, sorprendendomi, Battista.
– Eh, è L. Come tutte le cose che ho, adesso mi sta larga. – Rispondo, non dissimulando una certa, tronfia, soddisfazione.

La passeggiata lungo via Toledo procede lenta e rilassata. Parliamo di politica, amore e massimi sistemi. Di donne che secondo Battista dovrei apprezzare e altre che dovrei lasciar perdere. Io replico, la discussione un po’ si anima, fin quando arriviamo a piazza Plebiscito. Largo di Palazzo la chiamano i borbonici, perché il termine plebiscito, come si può immaginare, non riscuote grandi simpatie. E perché quello è il suo vero nome, poiché è giusto davanti a Palazzo Reale, con le statue dei Re di Napoli, fra le quali si è infilato, abusivo, anche il maledetto Savoia.

Da qui lo spettacolo del mare mozza il fiato. Il sole disegna in controluce la superficie delle onde di scaglie che abbagliano la vista. Si vede la parte a sud del Golfo di Napoli, col Vesuvio che svetta e apre la strada alla catena dei Monti Lattari. Io non sono mai stato un grande amante del mare, però lo devo vedere. Cioè, quando vivo in una città che non ha il mare, dopo un po’ ne sento la mancanza, anche se magari capita che per due, tre anni di fila, al mare nemmeno ci vado. 2012 escluso, naturalmente. Sarà un anno bellissimo e io così abbronzato che a fine settembre mi chiederanno il permesso di soggiorno i vigili del generale Sementa. Non potrò più andare a via Bologna, cazzo. Troverò la squadracce speciali del Comune di Napoli che mi infileranno in un aereo diretto in Africa. Senza badare al mio accento napulegno, considerato nient’altro che un miserabile trucco per sfuggire alla longa manetta della legittima repressione.

Scendiamo dall’altro lato di piazza Plebiscito, costeggiando i giardinetti che guardano dall’alto il Circolo Canottieri. Non so se hanno ancora la squadra di pallanuoto. Io tifavo per loro nel derby cittadino perché Posillipo mi sta sul cazzo a priori. Proprio a livello concettuale. A Terzigliano non abbiamo mai avuto una squadra di pallanuoto. E nemmeno una piscina, a dirla tutta.

Arrivati in basso, ci incamminiamo di nuovo verso il centro. L’ipotesi Mergellina e ritorno in metro contrasta con la stanchezza delle gambe che comincia ad affiorare, sotto i colpi impietosi del sole che scotta. Ci fermiamo a un chiosco. Io, oltre alla spremuta, ho già bevuto una bottiglietta d’acqua, ma ho ancora sete. E poi bere acqua smaltisce la panza.

Battì, ne vuoi una?
– Sì. Risponde stavolta. E per sfregio sono tentato di non comprarla. Ma siamo nel 2012 e io ora sono buono.
La signora del chiosco avrà un sessantacinque anni. Chiatta come una tipica napoletana proletaria della sua età.
Che ve pigliate, belli uagliun?
A questo punto afferro il principio: se vuoi sentirti giovane, devi frequentare i vecchi.
Ddoje buttegliell r’acqua, ‘a Zi. – A sessantacinque anni, chiamarla nonna sarebbe irrispettoso. Il suo è un tipico status da zia.
Nient’at? – Replica lei.
No, nient. Grazie. Quant v’aggia dà?
So dduje eur, bellu giovane. – A questo punto il teorema di cui sopra trova la sua conferma ufficiale.

Costeggiamo i giardinetti del Molosiglio. Poi all’altezza della salita che porta al Maschio Angioino, il più celebre castello napoletano. Vabbè, diciamo che se la gioca col Castel dell’Ovo che sorge sull’isolotto di Megaride, sul quale, secondo la leggenda, sarebbe stata sepolta la sirena Partenope. Qui si insediarono fra il IX e l’VIII secolo avanti cristo, i primi coloni greci e poi, giusto di fronte, sul Monte Echia. Pizzofalcone. Imbocchiamo la salita e passiamo da piazza Municipio. Qui c’è Palazzo San Giacomo, dove ha sede il Comune. Per fortuna la mia abbronzatura è ancora soltanto un’intenzione. Comunque, per sicurezza, mi nascondo dietro un folto gruppo di stranieri del nord Europa. Questi non li fermerà nessuno. Nemmeno la squadra speciale del caudillo Sementa. Saranno considerati troppo bianchi e ariani per commettere reati. Battista nota il mio comportamento strano, ma porto il dito al naso e gli faccio segno di tacere. Lui la prende come una bizzarria intellettuale e sorride. Gli piacciono queste cose. E’ un tipo strambo, è mio fratello.

Così, passiamo incolumi il pericoloso slargo.

Da lì procediamo dritto per via Medina, poi Monteoliveto e di nuovo piazza del Gesù. In via Benedetto Croce compriamo altre due bottigliette d’acqua, stavolta in una gastronomia dove ci sono anche dei tavoli. La commessa è giovane e parla italiano. Sarà per questo, che ricambia generosamente lo sguardo di Battista. Il vecchio satiro per prolungare il momento magico tira fuori il portafogli e finge di cercare monete, mentre i loro occhi ora si avvinghiano e sono lì in mezzo alla folla a urlare desiderio come se intorno non ci fosse nessuno. Fanno acrobazie e numeri da kamasutra con quegli sguardi. Poi però paga e tutto finisce.

– Perché non le hai chiesto il numero? – Gli chiedo.
– Sarebbe stato poco delicato, c’era gente.

Riservatezza è la sua parola d’ordine. Si vede che gli dà fastidio anche parlarne. Però si concede uno sguardo all’indietro e i loro occhi tornano a raccontarsi storie inenarrabili. Bidone le avrebbe scritto su un foglietto il numero della sua seconda scheda e poi le avrebbe detto: “Chiamami quando stacchi”. Facile che l’avrebbe pure chiamato, la tipa. E’ successo un sacco di volte. Piace alle donne il ragazzo. Certo, non come il sottoscritto Vladimir Esposito, la promessa mancata di Terzigliano, ma comunque piace. Per quanto oggi, io e lui, avremmo mangiato la polvere, arrancando dietro l’aristocratico Battista. Sicuro. La tipa è addirittura uscita dal negozio e sembra dirgli con gli occhi di tornare indietro. Ma lui, per una qualche ragione a me ignota, si incupisce e così tiriamo dritto. Meno male che Bidone di mattina non c’è mai. Non l’avrebbe smessa più di cacare il cazzo. Anche perché con Battista si annusano e non si piacciono. Questione di odori e di pelle.

Camminiamo qualche centinaio di metri fino a San Domenico, l’unica piazza al mondo sulla quale si affaccia non la facciata di una chiesa, ma il suo abside. Qui ci sono degli studenti capelloni che cantano vecchie canzoni accompagnandole con bonghi e chitarre. Saranno lucani, molisani, abruzzesi. Insomma, di provincia.

– Ecco. – Fa un Battista, improvvisamente rinfrancato. – Questi andrebbero presi a cinghiate al grido di Viva i Vopos, Viva i minatori di Ceausescu.

Io rido. I tipi se ne accorgono, ma non battono ciglio. “Coglioni fascisti”, ci diranno alle spalle. Ma chissenefotte. La giornata è troppo bella per sporcarla con la violenza. Non esiste proprio. Stiamo solo cazzeggiando. Poi, ci viene il dubbio che i minatori non fossero di Ceausescu, ma del suo successore. Ma ci scoccia cercare su google mobile e, in ogni caso, non torneremmo certo indietro per dirlo ai fricchettoni. Così continuiamo su Spaccanapoli, arriviamo a San Gregorio Armeno e la risaliamo. Qui ci sono tre inglesi massicci che camminano davanti a noi. Il resto della strada, fino a via Michele Tenore dove abbiamo parcheggiato, è tutto un: “Erano Leeds, cazzo!”; “Macché, erano geordies!”; “Li dovevamo caricare!”. Ma col cazzo che li avremmo caricati. Erano tre fucking minatori di qualche buco di culo dell’Inghilterra del nord con le mani di quindici fottuti pollici. Oggi è una giornata troppo bella per sporcarla con la violenza. Figuriamoci per farci rompere il culo da tre northerners già ubriachi alle tre di pomeriggio. Senza nemmeno la presenza di Bidone. Un suicidio. A Londra ci avrebbero pariato addosso nei secoli a venire e per molto tempo ancora. E pure Bidone. Sicuro come il down dopo una pippata.