Napoli e i colori della pioggia

natale-a-portanolana

di Rosario Dello Iacovo

Mi sveglio a casa mia al centro antico e finalmente piove. Del resto qualche volta deve pure accadere, non fosse altro che per una questione di pura statistica, perché io mi sveglio sempre sperando che piova. Pure in vacanza da bambino, con l’attesa che cresceva fino al momento liberatorio dei temporali di fine estate. E sì, al tempo che esistevano ancora le stagioni. La tv è accesa. Il libro in inglese del Millwall che sto leggendo ce l’ho giusto sul petto, un miracolo di equilibrismo che attesta un sonno inusualmente poco agitato. I resti della cena araba di ieri sera si contendono col posacenere stracolmo l’esigua superficie del tavolino Ikea basic, quello da cinque euro e qualcosa. Io invece sono disteso sul divano, non ho i calzini, sono scoperto, senza nemmeno il riparo della leggera copertina svedese che non so di cosa cazzo è fatta, ma credetemi riscalda come e più di un piumone.

Il piumone vero invece ce l’ho di sopra, sul letto a castello che imposi come condizione alla mia padrona di casa perché non me ne andassi. Ero tutto contento, quando un paio di amici misericordiosi lo montarono, mossi a pietà dalla mia proverbiale incapacità di fare il benché minimo lavoro manuale. Solo che poi ci dormii e, nonostante il soffitto fosse sufficientemente alto, avvertii una chiara e inequivocabile sensazione di disagio. Alla mia proprietaria di casa non l’ho mai detto, non sarebbe stato prudente, ma da allora io dormo sul divano senza nemmeno aprire il letto. Faccio così: mi ci stendo, leggo, lascio la tv accesa e prima o poi il sonno arriva, solitamente svariate ore dopo che metto in pratica l’intenzione di addormentarmi.

Casa mia è in uno di quei palazzi con i muri di tufo spessi mezzo metro, incredibilmente calda d’inverno e fresca d’estate. Perciò, senza la minima sensazione di freddo, mi alzo, accendo una sigaretta e la fumo. Ne accendo un’altra e la finisco, non prima di aver espletato qualche funzione fisiologica di natura liquida. Poi preparo la macchinetta del caffè da sei tazze, tiro fuori la bottiglia d’acqua dal frigo e bevo un lungo sorso che faccio durare finché non sopraggiunge la sensazione di asfissia. Lo faccio sempre, mi piace, è un modo per testare la capacità di apnea dei miei logori polmoni, messi a dura prova dalle troppe sigarette che mi fumo. Poi la caffettiera inizia a borbottare, verso una dose di circa tre tazzine in una tazzone dove ho già messo il latte, tiro fuori i biscotti ai cereali e ne mangio un paio. Subito dopo mi appiccio un’altra sigaretta e con la semplice imposizione dell’indice della mano destra riporto in vita il Mac portatile che troneggia discreto al centro del caos primordiale della mia scrivania.

Troneggia, il vecchio, ma certo non come il legittimo occupante, l’iMac che ho portato a casa di mammà quando sono partito per Londra per non lasciare mio padre senza computer, e non ho ancora riportato indietro. Non credo – a finale – che lo farò, spero di potermene comprare uno nuovo e lasciargli l’altro stabilmente. In realtà, a dirla tutta, da quando sono tornato della perfida Albione mi sono attardato un attimo pure io a casa di mammà. Prima ho detto vabbuò, dopo Natale. Poi ho rimandato a dopo la befana, e ho continuato così finché non ho ricevuto il prevedibile e meritato foglio di via. Così da lunedì sono di nuovo nel mio parallelepipedo nel cuore della città antica. Dove appunto mi sono svegliato stamattina.

Mi infilo quindi nella doccia ed esco solo quando ho prosciugato l’ultima goccia d’acqua calda dallo scaldabagno. Poi con l’accappatoio del Napoli falso addosso mi siedo davanti al computer e appiccio un’altra sigaretta, mentre controllo la posta, le notifiche su facebook e cazzivari. Scopro con fanciullesco stupore che gira ancora la truffa di quello che in Africa ha ricevuto un’eredità di tot milioni di dollari ma che – poraccio – non ha i soldi per sbloccarla, e giustamente li chiede a me in virtù della nostra antica amicizia. Credeteci, io ci credo. Un’assicurazione online mi promette una polizza vantaggiosissima, compilo tutto l’ambaradan, ma quando scelgo Napoli, il prezzo schizza a quasi duemila euro. Li fanculizzo, mentre cancello milioni di mail di spam di ogni natura, offerte irrinunciabili, grouponi e volaggratìs, prezzipazziecotillons. La voce del venditore di qualcosa che mi arriva su dal vicolo deserto, però mi ricorda che è tempo di andare, ma prima chiamo mio padre, che il gran chef della domenica, e gli chiedo:

– Terra o mare?
– Mare. – La laconica risposta.

Il mercato delle mura, quello dietro Porta Nolana, la domenica mattina mi piace un po’ di più del solito, ma mi piace proprio in generale, lo ammetto. Vado subito dall’amico Pasquale dei frutti di mare e vedo la solita ridda di clienti che mette a dura prova la sua squadraccia schierata al gran completo con i “cuppini” di plastica coi forellini che “sciacquareano” alla grande dentro le tinozze.

– Buongiorno, guagliò. – Mi saluta.
– Buongiorno ‘o zi. – La mia educata risposta.
Ch’ja piglià?
‘Nu chil ‘e lupin, dduje chil ‘e cozzeche e ‘nu chil ‘e vongole.
Okkè, te dong chisti cca ‘e sett euro, a te te ddong a sei, nun ‘e piglià ‘e lupin e cinque. – E accompagna la frase con uno smaccato occhiolino davanti a tutti, che mi fa ipotizzare che quelli da cinque li esponga solo per fare il giochetto del cliente che va trattato bene. – Cocc’ata cosa? – poi aggiunge.
– No, a posto così. – Pensando che mio padre ha già inciarmato calamarata, gamberi e ‘o purp, perché conosco i miei polli.

Poi, come va e come viene, mi faccio pesare tutto, pago e vado a prendere il pane.

– Buongiorno ‘o zi. – Faccio al vegliardone napulegnissimo che sta dietro il banchetto collocato davanti alla sua “puteca” in fondo alla strada, mentre un aiutante dell’est con gli occhi azzurri un po’ slavati mi chiede in un napoletano accettabile che pane voglio. Io scelgo un paniello di pane cafone e lo indico col dito. Poi dico al vegliardo:

‘O zi, ma è bbuon stu ppane?
‘Over faje? Chest è ‘o mmeglie pan ‘e Napule.
Mmm ‘o bbeco nu poco pecora zoppa. – Con fare dubbioso, mentre sorrido.

Lui punto nell’orgoglio, si porta un pezzo di pane quasi uguale al petto, vi poggia il bordo, poi con un coltellaccio da Jack lo squartatore e un solo movimento rapido e sapiente ne taglia una fetta e me la porge, mentre mi guarda in attesa del mio giudizio con l’aria del matusalemme pigliato collera.

– Uhm, nun cc’è mmale. – Gli faccio, ma in realtà lo prendo per il culo perché questo pane che mi crocca in bocca e rimanda a un’abilità affinità nei secoli, non è il più buono di Napoli, ma proprio il migliore del mondo. – Nun è pe mme – continuo – chella è mmammà ca è ‘mpicciosa.

Guagliò, si a mmammà toje stu ppane nun le piace, mo’ ppuort arret e te regal ‘o ppane tutt e journe pe nu mese.
– Affare fatto. – Gli do la mano, l’euro e cinquanta per un chilo di delizia cotta al forno, saluto e me ne vado.

In macchina accendo lo stereo e becco una stazione di musica napoletana. Alzo quindi tamarrescamente il volume, calando un po’ il finestrino pecché a robba bbella se fa verè e – in questo caso – anche sentire. Le note tuttavia non sortiscono l’effetto sperato sui passanti, che si muovono frenetici con la faccia di peste tipica dei napoletani quando piove. Non c’è niente da fare, è più forte di loro, i napoletani sono umorali e metereopatici, se un anno facesse 364 giorni di sole da spaccare le pietre e uno solo di pioggia, beh, in quelle ventiquattro ore sfodererebbero l’espressione più amareggiata, addolorata e contrita del loro repertorio. Mentre me la ghigno perché invece io amo la pioggia, la canzone entra nel vivo, con una tipa che su una base house commerciale canta che lei mica è scema, perciò lui non provasse a fare il furbetto perché sa come fargliela pagare. Poi è la volta di uno che sul modello di Gigi D’Alessio canta nel tipico italiano affettato dei neomelodici una canzone sul tema dell’uomo sposato che si è innamorato di un’altra e pur avendo perso tutto, casa, amici, famiglia, rifarebbe esattamente la stessa cosa, se potesse tornare indietro. Mentre fioccano le dediche che ricorrono a codici e nomignoli per evitare che coniugi troppo attenti possano sgamare, anche se magari stanno ascoltando la radio in attesa che anche a loro arrivi una dedica simile.

Sorrido perciò, mentre arrivo a Sangiuaniello, dove entro nella pasticceria di fiducia, ordino un chilo di piccola pasticceria e me ne sto sulla porta a guardare gli ambulanti che mettono da parte la merce, chiudono gli ombrelloni, con la faccia appesa del napoletano quando piove, pure se a giudicare dalla pochissima roba che ripongono gli affari non gli sono andati mica male.

Così chiudo gli occhi e respiro l’odore di una domenica mattina napoletana, mentre penso che un po’ mi manca Londra e un po’ mi manca Milano, ma che qui e ora non farei mica cambio. Credetemi, oggi come oggi non ci penso proprio, perché niente è più bello di Napoli con i colori della pioggia.

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These ships will float again

Sioux_Chiefs_on_Horseback

di Rosario Dello Iacovo

Le statistiche dicono che due persone su tre hanno un amico con la barca figa dove farsi le fotuzze per la versione estiva del proprio profilo. Per forza di cose, una percentuale decisamente più piccola ha la barca. Quindi – per una questione di pura matematica – il loro natante appare in un numero spropositatamente più grande di fotine profilo. La notizia del giorno è che dopo una serie di false partenze è arrivata la pioggia. Ha fatto le cose in grande, annunciata dal crepitio di un tuono nel silenzio ovattato e appiccicoso di stanotte, con la nitidezza di un colpo di Winchester 1876 a Little Big Horn. Io l’ho accolta col consueto rituale di fine agosto, in pantaloncini e braccia levate al cielo, offrendomi riconoscente al suo tocco finalmente benefico. Sì, perché per quanto buona parte della gente sia tutta sole, cuori di panna, amore, sudore, abbronzanti, creme solari, oli solari, creme doposole, afa, spiagge dove si sta pigiati uno sull’altro, amici con la barca figa dove farsi la foto profilo estiva, la pioggia è una cosa seria. Oltre che una cosa indispensabile, naturalmente. Le statistiche dicono che in Occidente c’è un bambino strambo ogni settecentoventimilaottocentoquattro normali che va a letto tutte le notti d’agosto, mentre è in vacanza al mare con la propria famiglia, sperando che la mattina dopo piova. Se qualcuno sollevasse delle obiezioni non prive di una certa ragionevolezza, sono pronto a smentirlo: io lo so perché c’ero. La percentuale crolla miseramente in Africa e nelle zone desertiche sparse per il pianeta, perché lì se ne sbattono il cazzo del sole, dell’afa e del sudore. E non ci sono nemmeno i cuori di panna. Figuratevi gli amici che c’hanno la piroga più figa del villaggio. Lì c’è solo un bambino strambo ogni paio di milioni normali che spera in tempeste di sole e sabbia la mattina dopo, mentre la maggior parte sogna oasi di ghiaccio dove rincorrere foche e trichechi. Ho il ragionevole dubbio che se ne strapassino per il cazzo pure di quella stessa abbronzatura che le donne e gli uomini bianchi rincorrono per diventare un po’ più simili a quelle donne e uomini neri che solitamente rinchiudono nei Cie, rimandano a casa, nei cantieri, nei campi di pomodori, a seconda della contingenza economica del momento. Anche se ultimamente vengono segnalati sempre più spesso, negli stessi campi e negli stessi cantieri, degli abbronzatissimi italiani che fanno così bene i mimetici da beccarsi i medesimi venti, trenta euro senza battere ciglio. Per poi correre ebbri e felici verso la barca figa dell’amico fighissimo che li aspetta in rada con la macchina fotografica in mano. Giusto perché a nessuno venga in mente di chiedergli il permesso di soggiorno o di scaraventarli a calci nel poco nobile deretano nei cosiddetti centri di identificazione e di espulsione, che hanno almeno avuto la decenza di non chiamare “d’accoglienza”. Perché, si sa, dimmi come tratti l’ospite e ti dirò chi sei. Intanto, idealmente lontano dalla miseria e dal declino della civiltà occidentale, io spulcio con la certosina attenzione del vecchio cacciatore di antichi manoscritti le previsioni del tempo. Poi guardo il cielo. Mi lecco il dito per valutare direzione, velocità e intensità dei venti. Strambo al punto giusto da costituire una ragguardevole eccezione nel panorama massificato del terzo millennio, ma pure del secondo e presumibilmente del quarto. A patto che ci sarà, of course. Intanto sento intorno a me aria d’autunno, io la riconosco in anticipo, e quando sento intorno a me aria d’autunno mi viene voglia di Londra. Ma se dovessi cercare un albergo, ve lo prometto, eviterò le smorfiette e le mossette e i sorrisini della tipa di Trivago. Anche perché these ships don’t sail away, they wait they wait for another day and they will float again. Si limiteranno a galleggiare. E poi strambo sì, lo ammetto, ma non ancora definitivamente coglione. Me ne starò lì come Cavallo Pazzo, fiero e incurante delle pallottole dell’uomo bianco, ma pure delle sue fotuzze e del fottuto olio solare, col quale prova vagamente ad assomigliare a quelle stesse donne e quegli stessi uomini ai quali dà la caccia. Nei secoli dei secoli e Amen.

Per lei Natale sarà solo il 25 dicembre

bancomat

di Rosario Dello Iacovo

La storia inizia così, ieri sera. Cammino per il Rettifilo e piove. I ragazzi che vendono gli ombrelli vanno su e giù coi loro passeggini e le ruote lasciano scie sui marciapiedi bagnati. Io mi incanto a guardarle, chiedendomi se portano altrove. Loro sono asiatici, tutti. Roba di Bangladesh o giù di lì a giudicare dalle facce. Il che mi fa dedurre che ci sia una divisione delle attività su base etnica. Loro vendono gli ombrelli, i nigeriani a Castel Volturno vendono la coca, i senegalesi i cappelli, i guanti e gli occhiali da sole. Ma pure i napoletani vendono la coca, gli occhiali da sole, i cappelli e i guanti, però sono gli esclusivisti dei profumi falsi a cinque euro che spopolano sulle loro bancarelle e sulla mia mensola. Hogo, Emporio Armane, Boos: Rocco Tarocco, insomma. Nomi che vengono dritti dalla mitologia della contraffazione dichiarata e connotano un liquido sostanzialmente uguale, indipendentemente dall’involucro che lo contiene, che svanisce dopo una mezz’ora anche se ti rovesci l’intero flacone addosso. Tuttavia ora non ho voglia di approfondire la questione: piove, io cammino e i venditori di ombrelli non sembrano fare grandi affari. Di solito, gli butta bene quando la pioggia è improvvisa. Cioè, quando la gente non aspettandosela esce di casa senza ombrello. Oppure con tipi come me, che lo comprano, però poi lo lasciano regolarmente a casa la stragrande maggioranza delle volte, finendo per ricomprarlo quando l’acqua viene giù dal cielo oltre i limiti di assorbimento dei simpatici piumini leggeri, che indosso con un certo gusto e indubbio portamento.

Stavolta però, il fumo gli gira storto anche con me, perché da uomo assennato e ragionevole, quale ormai sono indiscutibilmente diventato, l’ombrello me lo sono tirato dietro. Un bel modello. Se poteste vederlo, converreste. Col manico in finto legno, il bordo in finto metallo dorato, e le stecche di metallo forse vero, ma senza dubbio dozzinale. Però a guardarlo sembra uno di quegli esemplari di una volta. Il tempo precedente all’era della plastica che sembra qualsiasi cosa. È passato così poco, ma già sembra un’altra epoca. In ogni caso, l’ho comprato da loro. Of course. Perciò quando li incrocio vedo balenargli negli occhi una scintilla, una roba da etica del lavoro che in occidente non c’aveva più nemmeno la generazione di mio padre, mentre si guardano intorno alla disperata ricerca di un passante qualunque, bisognoso di una sana assistenza professionale. Io ricambio, cercando di apparire adeguatamente a mio agio, protetto dall’ampia circonferenza blu con la banda giallina, di un materiale che immagino sia tela. Anche se più probabilmente è plastica che sembra tela. È un bel rapporto, quello instauratosi tra noi, fatto di taciti ammiccamenti e impercettibili movimenti del capo a mimare un discreto ma rispettoso saluto, oltre che una reciproca gratitudine. All’ombra del libero mercato.

E così, arrivo alla mia banca. Cioè, quella dove ho il conto. Perché uscendo di casa ho trovato nella buca delle lettere la bolletta del mio gestore telefonico, arrivata dopo un solo mese di utilizzo, e non due come mi avevano assicurato. Aperta l’applicazione di home banking sullo smart phone, mi accorgo di due cose: la prima è che il rid non è ancora pervenuto e neanche a farlo apposta, incontro un amico che dirige un’agenzia Fastweb, il quale mi assicura che non accadrà prima del quindici del mese; la seconda è che non ho denaro a sufficienza sul conto, perciò devo versare. Tiro fuori il bancomat con un’occhiata circolare, più per abitudine che per reale pericolo, visti i quattro soldi che ho in tasca e l’aria torva che mi porto perennemente cucita addosso anche se sono un bravo ragazzo. Lo striscio nell’apposita fessura ed entro, perché la macchina per i versamenti si trova all’interno. Poi lo infilo nella fessura e digito il codice, con la banconota pronta nell’altra mano. Ma non succede niente. Anzi, la voce “Versamento” non c’è proprio. Vago un po’ a cazzo nel menù finché un algido messaggio mi comunica che la carta è trattenuta e devo rivolgermi alla mia filiale. Bestemmio, impreco, do uno schiaffo a mano aperta sul fottuto display ed esco. Poi faccio un po’ di altre cose e la serata vola via in fretta.

La mattina dopo la sveglia suona alle 7,30. Voglio essere lì all’apertura della banca per evitare che scatti la procedura di blocco automatico della carta, con conseguente cacamento di cazzo di emissione della nuova, spedizione, codice, e un sacco di altre fastidiosissime procedure, come se su quel conto chissà cosa ci sia. Apro il balcone. Fuori c’è un cielo così azzurro che mi ricorda quello di Londra, perciò mi commuovo e nemmeno ci faccio caso alla temperatura prossima allo zero che, in verità, mi procura una gradevole sensazione di fresco sulla pelle, tanto più che sono a mezze maniche. Dopo di che, mi infilo sotto la doccia rigorosamente bollente e faccio scendere l’acqua finché non si svuota lo scaldabagno. Poi mi vesto con una certa cura, esco e trotterello fino al luogo del delitto che dista un paio di centinaia di metri da casa mia. Una volta lì ci sono quattro, cinque persone in fila prima di me. Si tratta per lo più di vegliardi che si svegliano alle cinque e non c’hanno un cazzo da fare, perciò iniziano a girare per uffici postali, banche, mercatini, ancora prima che il sole accompagni i senegalesi, gli asiatici, i napoletani e i pusher verso una nuova giornata di onesto lavoro.

Due minuti dopo l’orario ufficiale di apertura, le porte si spalancano, non c’è il metal detector ma solo una guardia giovane alla porta col giubbotto antiproiettile e la testa rasata che non sfigurerebbe in curva. Ma mo’ c’ho altri cazzi da spicciare, quindi entro, vado allo sportello, verso e poi mi fiondo nell’ufficio del direttore che scopro essere una direttrice.

– Buongiorno. – Le faccio col tono più cortese del mio repertorio delle 8,23 del mattino.
– Buongiorno. – Ribatte lei, guardandomi con un filo di diffidenza, dietro il tailleur blu scuro da donna in carriera che la fa sembrare un po’ più vecchia dei trentacinque anni che dimostra.
– Sono un vostro correntista, presso la filiale del Corso Garibaldi. – Spiego – Ieri sera volevo versare, ma non so perché la macchina ha trattenuto il bancomat.
– Mi dia un documento. – Asettica, ma un attimo più tranquilla, dopo aver appurato che non le sto puntando addosso una pistola. Le porgo la patente a lenzuolo degli anni ottanta tutta spiegazzata, che apre tenendola con la punta delle dita come se potesse morderla. – È lei? – Poi mi chiede – guardandomi dopo aver osservato con attenzione la foto del 1984.
– No, ma non lo dica a nessuno. – Le rispondo sorridendo.
– Se li porta bene gli anni. – Mi dice con fare un po’ civettuolo.
– Lo so, vita sana, dieta vegetariana e tanto sport. – Mento, pensando ai fagioli alla messicana strapieni di salsiccia tirati col vino rosso, che ho cucinato ieri sera, così piccanti che mi brucia ancora piacevolmente un po’ lo stomaco.
– Uhm, – Fa lei, restando sulle sue, con lo sguardo che si alterna fra me e il display che ha davanti sulla scrivania. – Mi spiace, ma non posso ridarle il bancomat, deve rivolgersi alla sua filiale.
– Guardi, mi sembra una situazione un po’ paradossale. È la prima volta che sento di un bancomat ritirato per un versamento.
– Non c’erano soldi sul conto.
– Lo so, infatti stavo versando. – Calcando l’ultima parola, per sottolineare l’ovvietà del mio comportamento.
– Certo, ma magari, vista l’assenza di disponibilità, la macchina si sarà sentita minacciata…
– La macchina?
– Sì.
– Cioè, avete i bancomat emotivi?
– Può darsi… – Ribatte, rendendosi conto dell’imbuto kafkiano nel quale ci siamo infilati. Ma non gliene frega un cazzo. Lei vuole fare carriera, si vede. Ogni cosa del suo aspetto e del suo atteggiamento lo dice. Perciò, se il fottuto terminale le comunicasse che devo travestirmi da uomo ragno e andare alla mia filiale svolazzando di ragnatela in ragnatela, me lo direbbe come se fosse la cosa più normale del mondo, con l’aria professionale che ostenta mentre si tocca vezzosamente la stanghetta della montatura dorata dei suoi occhiali di marca.
– Ok, vado alla mia filiale. A dopo.
– A dopo. Buona giornata. – E senza darmi il tempo di aggiungere altro, si rituffa con la testa fra le scartoffie perché nessuno dubiti che è una donna molto impegnata. Lei.

Esco. La strada si è animata. I bancarellari allestiscono, tirando fuori la merce da bustoni mostruosamente grandi. I commessi si aggirano indolenti nei negozi appena aperti o in via di apertura. La folla di studenti e pendolari della periferia diretti al centro mi viene incontro, mentre risalgo la corrente in direzione contraria verso Piazza Garibaldi. La faccio a piedi, sono incazzato con la banca, ma questa soleggiata e fredda mattina d’inverno è troppo bella perché me la lasci rovinare dagli sciacalli che fanno soldi coi soldi. Poi, arrivato a Piazza Guglielmo Pepe, penso che è meglio se mi sbrigo se voglio evitare la procedura di blocco e le complicate stronzerie che ne seguirebbero. Passa un pullman e lo prendo al volo. Dentro è uno united colours of benetton. Intorno a me ci sono un po’ di vegliardi italiani, due ragazzi neri che discutono con un’aria vagamente cool, un cinese con un completo che imita perfettamente il taglio di uno stilista italiano e un tizio con una tuta da lavoro che mi sembra algerino. Sicuro. Sicuro il cazzo però, perché gli squilla il cellulare e il suo “Pronto?” è inequivocabilmente del casertano. Poi la conferma arriva dal badge della ditta che ha appuntato sul petto. Solo in questo momento mi accorgo che è un bus di quelli che vanno in provincia, ma comunque non mi cambia la vita, perché arriva la mia fermata e scendo.

Quattro passi ancora e sono davanti alla mia filiale. Qui il metal detector c’è, la guardia è barricata all’interno di un gabbiotto blindato e mi fa segno con lo sguardo di lasciare eventuali oggetti metallici nella cassettiera. Questa banca che si trova praticamente a Piazza Carlo III l’hanno rapinata un sacco di volte. Tanto in forme tradizionali che con modalità fantasiose passando per le fogne. Ma una volta valeva pure la pena. Ricordo che negli anni novanta andarci era una vera maledizione degli Dèi. C’era sempre una fila incredibile, soprattutto commercianti della zona che arrivavano rovesciando con molto malcelata soddisfazione rotoloni di caravaggi fruscianti, che i cassieri si affrettavano a infilare nelle macchinette contasoldi, consegnando in cambio battute e ricevute. Ma era proprio un’altra epoca, i tempi in cui se non prendevi minimo due carte di credito si offendevano. Io ne avevo un sacco, pure quella oro che in teoria era uno status symbol, ma che in realtà avevano due correntisti su tre. Il terzo era un vegliardo che c’aveva ancora il libretto di risparmio, manco il conto, c’aveva. Da qualche anno invece, credetemi, non c’è mai nessuno e col cazzo che ti danno una carta se non gli presenti una carriola di documenti, garanzie, stipendi accreditati e cazzivari. Perciò impreco visibilmente quando mi introduco per la terza volta nella cabina e la fottuta voce registrata mi dice di “Tornare indietro e depositare gli eventuali oggetti metallici nell’apposita cassettiera”. Che poi funziona solo se ci metti l’euro. Ma per fortuna P, uno che lavora in questa banca da sempre, alza lo sguardo dal suo dolce far niente e fa segno alla guardia di farmi entrare. Lui obbedisce, ma non ci pensa nemmeno a uscire dal gabbiotto. Io vorrei sapere cosa cazzo c’ha la mia faccia di così spaventoso.

Ma non è il momento di pensarci. Entro, saluto P e mi dirigo alla Consulenza attraversando un salone desolatamente vuoto, con un solo tizio che sta facendo qualche operazione allo sportello. Alla Consulenza ci sono due box dedicati, vuoti. Entrambi. Mi infilo nel primo e mi siedo.

– Buongiorno. – Mi fa una tipa mai vista dall’altra parte della scrivania.
– Buongiorno. – Faccio io.
– In cosa posso aiutarla?
– Niente… Ieri ho provato a fare un versamento col bancomat, ma la macchina mi ha ritirato la carta. Stamattina sono andato alla filiale e la direttrice mi ha detto che non poteva restituirmela, che dovevo rivolgermi a voi perché loro c’hanno il bancomat emotivo. – Spiego col ghigno finale.
– Bancomat emotivo?
– Sì.
– Vediamo un po’, – Mi dice visibilmente perplessa – qual è il suo numero di conto? – Le mostro un foglietto sul quale l’ho trascritto. – Mi dà un documento? – Tiro fuori di nuovo la patente un po’ più spiegazzata di prima e gliela porgo.
– Ah sì… Glielo ha ritirato perché è arrivato il rid di un’utenza telefonica e mancavano due euro e settantacinque per coprire la cifra.
– Cioè, voi per due euro mi ritirate il bancomat? Non basterebbe un messaggio che avvisa che non ci sono soldi a sufficienza? Tra l’altro l’applicazione di home banking non riporta il rid, quindi, in teoria, io nemmeno sapevo che ci fosse uno scoperto. E comunque ero andato lì per versare, non per prelevare.
– Cosa vuole che le dica, ha ragione, – Mi fa lei con l’aria sinceramente solidale di quella che non farà mai carriera. – ma sono le disposizioni della banca. Da un po’ c’è una politica molto rigida sulle carte e sui conti correnti.
– Bene, quindi ora che devo fare? Posso ripassare di là a prenderla?
– Purtroppo no. Deve aspettare che ce la riconsegnino e la ritira qua. Torni fra quattro, cinque giorni lavorativi.

La saluto, la ringrazio e penso a quello stronzo di Presidente del Consiglio della Repubblica italiana che vorrebbe obbligarci a usare il bancomat anche per spese di cinquanta euro. Così, giusto per far fare più soldi ai suoi compari di merenda banchieri, i veri colpevoli e i veri beneficiari della loro crisi, e complicare la vita di milioni di poveri cristi che la subiscono. Ma comunque è una giornata troppo bella, non mi voglio incazzare. C’è ‘sto cielo che sembra dipinto a mano con un azzurro veramente intenso, come quella mattina del 1985 uscendo da Victoria Station a Londra, di ritorno dal concerto dei Gbh a Birmingham, dopo dieci giorni di pioggia ininterrotta. E poi qua è zona mia e ora che non ho più fretta torno sui miei passi verso casa, godendomi la passeggiata. Mi fermo a fare colazione al bar dove andavamo quando facevamo filone a scuola e mentre prendo il solito latte freddo, un caffè a parte e la bomba a crema, penso che non è possibile che sono passati trent’anni. Ok, ho fatto un sacco di cose, visto tanti posti, vissuto altrove, percorso su e giù l’Italia e l’Europa, amato, odiato, blandito, detestato, cose che tanta gente non farà nemmeno in seicento vite, però comunque mi sembra una truffa, uno scambio ineguale del cazzo fra un mucchio di ricordi più o meno vaghi e poco meno della metà del tempo che ci è concesso mediamente di vivere.

Tuttavia riesco a non far virare l’umore verso tonalità funeste e riprendo la mia marcia. Mi fermo al mercatino che si trova dalle parti di Porta Capuana, ma non devo comprare nulla, sto solo cazzeggiando, caricandomi dell’energia del sole che batte ma è mitigato dalla tramontana, e quindi non ho caldo. Sì, perché io riesco ad avere caldo anche in inverno in talune circostanze. Ma non stavolta, perciò procedo. Passo la Porta, mi ricordo di venti passi che contai uno a uno un giorno qualunque di marzo, quando mi sentii precipitare nonostante non ci fosse nessun posto del cazzo dove potessi cadere. Però ora sorrido alla mia tenacia, alla mia gioiosa incoscienza, alla mia rabbiosa determinazione e guardo a destra, verso le strade che si inerpicano in direzione di Via Foria, il limite della città antica. Di Partenope, la greca, la filosofa, la guerriera, dalla quale nonostante tutto non sono riuscito a stare troppo a lungo lontano. E penso che ora sono qui, dentro questi vicoli dove a volte il mare ci entra. Arriva perfino in alto, a quegli ultimi piani verso i quali tante volte ho alzato la testa senza vedere nulla, ma convinto comunque che non stessi sprecando il mio tempo. Perché è questione di destino, forse, ma sicuramente di scelte di vita, di capacità di mettersi in gioco, di rischiare quando l’esito non è per nulla chiaro, ma non per questo rinunci a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Senza paura di sbagliarlo quel cazzo di rigore.

Così, coi pensieri che vanno e vengono, imbocco La Duchesca che oggi è Chinatown e ogni volta che ci passo non ci posso credere. Poi mi compro lo stesso carrellino della spesa che avevo a Milano e mi tuffo nelle viscere della terra nel mio discount di fiducia, quello a tasso di tristezza elevata, tanto oggi il mio umore è a prova di bomba. Compro un sacco di cose, poi mi metto in fila e la mia attenzione è attirata da una signora avanti con gli anni con un fortissimo accento napulegno, la variante di napoletano più popolare, impegnata in una conversazione serrata col cassiere che gli batte una monumentale spesa natalizia.

E che ddenar ca staje facenn…. – Gli dice ridendo.
Assaje, – Replica lui con lo stesso tono scherzoso – si fossen e mje però.
Nun me ricer nient, ma oggi so felice, aggie saput ca scennen a Napule tutt e figlie mje pe Natal e gghiesc pure figlieme Carmeniell, me l’ha itt stammatin l’avvocat.

Magari dovrei indignarmi perché quello che per la legge è sicuramente un pericoloso criminale sta per uscire, ma sarà che in vita mia ho conosciuto tanti carcerati e nessun giudice, non riesco a evitare di intromettermi provando un’istintiva simpatia per la signora e per suo figlio. Badate bene, non conosco suo figlio, non so cosa abbia fatto, non so se il moto d’affetto che sento per questa madre possa essere mitigato dal dolore che suo figlio ha potuto infliggere ad altre madri, ma so che una società divisa in classi è naturalmente votata alla creazione del crimine, della devianza, del carcere, del dolore. E so anche che quella stessa società è profondamente ingiusta, perché infligge pene irrisorie ai potenti che commettono grandi crimini finanziari o comunque non proporzionate a quelli di tanti signor nessuno che riempiono le galere. E poi, al pari di tante altre mamme del sud è costretta a vivere lontano dai propri figli, senza la possibilità di vedere i nipoti crescere, aspettando un Natale ogni tanto per briciole di normalità. E questo sicuramente non provoca dolore a nessun altro che a chi lo subisce. Perciò mi sporgo verso di lei e le dico:

‘A Zi, – Esordendo con la tradizionale formula di rispetto verso le persone più anziane, sempre che non siano così vecchie da chiamarle nonno o nonna. – addò stann e figlie vuost?
Uagliò, dduje a Modena, un a Germania e a cchiù piccerell a Verona. – Risponde lei dopo essersi girata e avermi messo a fuoco.
E allor ve facit nu bellu Natal allor chist’ann e po’… aggie sentut pur chell’ata nutizie. – Dico con il doveroso riserbo.
Uagliò, so tropp felice, erano tre anni ca nun passavem e fest tutt quant assiem.

Poi il cassiere le comunica la cifra, lei protesta vivacemente continuando a parlargli come se davvero i soldi andassero a lui. Alla fine, prendendolo per sfinimento, riesce a farsi fare dieci centesimi di sconto che si fa dare in due monetine da cinque, “Per l’ascensore”, precisa. Infine lo abbraccia e lo bacia sulle guance facendogli gli auguri. Fa la stessa cosa con me. Poi esce e augura un buon Natale a tutti, ed è davvero l’immagine della felicità. Io pago, infilo le mie cose nel carrello e mi dirigo verso casa. Però prima ripasso per la filiale dove mi hanno trattenuto il bancomat.

– Mi dài un occhio al carrello? – Chiedo alla guardia giurata rasata.
– Hai le armi dentro? – Mi fa lui coglionando.
– No, quelle ce l’ho addosso. Il carrello mi serve per portare via i soldi. Sono un rapinatore ecologista. – Ma nonostante glielo dica quasi ridendo, devo precisare che scherzo perché lui un po’ si preoccupa.

Mi dirigo di nuovo dalla direttrice.

– Rieccomi.
– Oh, salve.
– Alla mia filiale mi hanno detto che era per il rid di Fatsweb, che comunque avevo coperto col versamento qua stamattina.
– Sì, ma io non potevo ridarglielo comunque.
– Certo, lo so. Sono tornato solo per dirle che la sua collega mi ha riferito che la procedura prevede che gli mandiate la carta e io poi passo a ritirarla da loro.
– Se la mia collega le ha detto così, così è. Ora mi scusi, ma sono davvero molto impegnata. Buongiorno. – Si aggiusta gli occhiali e si rituffa nelle carte. Antipatica e aziendalista fino alla morte.

Sono sicuro che per lei Natale sarà solo il 25 dicembre.

I clacson suonarono come non avevano mai fatto prima. Napoli Summer Remix 2012

di Rosario Dello Iacovo

Il temporale atteso da un’ora era in ritardo. L’atmosfera restava bassa, stagnante. Poi si alzò il vento. Venne da nord, si infilò tra le nuvole gonfie di pioggia, con folate che acquisirono progressivamente più forza, rinfrescando l’aria che iniziò a caricarsi di elettricità. Dal punto di osservazione del Vesuvio, guardava i primi lampi farsi strada nel cielo e avvolgere il tappeto di luci che si estendeva in ogni direzione. Napoli brillava nella notte, ma Napoli era solo una piccola porzione della città che si adagiava ai suoi piedi.

Laggiù, verso nord, c’era Caserta, sormontata dal vecchio borgo. A est, le luci si spingevano ininterrottamente oltre i limiti della provincia, inoltrandosi in Irpinia. Mentre, a occidente, il mare rifletteva il riverbero dei lampi come un mantello di lucciole. Anche alle sue spalle, per quanto non potesse vederla, la città continuava. Come un anello, circondava il vulcano, spingendosi fino a Salerno e alla penisola sorrentina. Se fosse dipeso da lui, sarebbe stata un’unica metropoli. Come Londra, quando la guardi dall’alto della collina di Hampstead Heath e vedi raccolte in un solo spettacolo pirotecnico le decine di cittadine che un tempo erano autonome.

Pensò che l’Italia fosse un paese arretrato, governato da una razza di predoni litigiosi. Se ne avesse avuto il potere, avrebbe fatto di quella distesa di case, luci, strade, colori, una città-stato. Avrebbe eretto le mura dichiarando una secessione unilaterale, esiliando i cittadini indegni e gli amministratori. Ovvero il settantasette virgola dodici per cento della fottuta popolazione. E forse la stima era fin troppo clemente.

Fra i cittadini indegni, c’era la borghesia parassitaria. Quella che aveva fatto affari con l’intrallazzo e i soldi pubblici, rinunciando al ruolo di modernizzatrice che, altrove, la storia le aveva assegnato. Ci sarebbero stati quelli che avevano fatto della violenza e della prevaricazione una scelta di vita, oltre la costrizione oggettiva delle condizioni materiali dell’esistenza. In fondo, erano, i primi e i secondi, due facce della stessa medaglia. Due chele di un gigantesco granchio che avevano stretto la città fino a stritolarla. Poi c’erano i pavidi e gli ignavi. I vorrei ma non posso. Quelli dei se, ma, però, forse, chissà.

Invece avrebbe organizzato un piano di rientro per i napoletani eccellenti. Quelli che si erano stancati delle beghe senza costrutto ed erano andati a farsi onore nel mondo, portando in alto la bandiera della città. Perché, nell’epoca della globalizzazione, erano proprio le città che dovevano riprendere il ruolo storico di centri autonomi, liberandosi da lacci e costrizioni di Stati-nazione obsoleti. Ne era convinto. Poi avrebbe proceduto a bonifica e sventramenti. Ci sarebbe stato un lungomare unico da Punta Campanella a Castelvolturno, estremi baluardi a sud e a nord della contemporanea Partenope.

Un principato di Montecarlo senza principe, solo con una dittatura pro tempore, male necessario per il futuro benessere. Avrebbe costruito venti linee della metro, utilizzando la mappa dello scenario 2011 previsto dal piano dei trasporti del Comune di Napoli, che era rimasto solo un bel disegno sulla carta, ma sarebbe andato molto oltre. Ci sarebbe stata la Linea 9, quella dei due Musei. La 10, con il tragitto lungo via Foria, Carlo III, Capodichino, Casoria e Afragola. Al centro ci sarebbe stata un’enorme Ztl, con le automobili rese superflue dal trasporto pubblico su ferro e in superficie, garantito da navette ecologiche. Ci sarebbe stata anche una pista ciclabile vera, per i più temerari che avessero scelto di affrontare gli impervi dislivelli del territorio napoletano.

I vecchi comuni sarebbero stati accorpati in municipalità, sul modello dei boroughs londinesi, e laddove la classe politica locale si fosse ribellata, nel nome della conservazione degli antichi privilegi, sarebbe stata espulsa con ignominia e sbrigativo spirito pratico. Sul territorio, avrebbe distribuito funzioni metropolitane d’eccellenza, perché la città doveva essere policentrica. Centri culturali, piscine, palestre, biblioteche. Ci sarebbe stato un litorale domizio, con le sue spiagge di nuovo candide e un mare cristallino. Una spiaggia addirittura nel vecchio territorio comunale. E non le zoccole, i grossi ratti, che infestavano le scogliere del lungomare. E via via, scendendo a sud, il mare avrebbe ripreso a essere una risorsa e una fonte di svago a basso costo. Il rapporto con l’Italia sarebbe stato ricontrattato, e magari l’esempio di Napoli sarebbe riuscito a stimolare una reazione a catena sulle altre grandi città del paese.

Poi aprì gli occhi nella penombra della sua camera da letto. Perché era lì che si trovava, non sul Vesuvio. Sentì distintamente il rumore ossessivo dei clacson al casello del Corso Malta. Alzò le tapparelle. L’aria era rovente e così sudicia che Capri nemmeno si vedeva. Il vulcano riusciva a tirare fuori dall’ammasso di smog e afa solo una piccola porzione della propria vetta. E il mare, una massa di livido rancore che bagnava la città senza ingentilirla. Due automobilisti erano scesi dalle macchine e se le stavano dando di santa ragione. Gli altri continuavano a suonare, inviperiti per l’ulteriore ostacolo. Dalle sue spalle, dalla distesa infinita di degrado di Napoli nord proveniva un odore mefitico di spazzatura bruciata.

Da lontano, da Londra, Milano, New York, o altrove, qualche napoletano virtuoso ascoltava vecchie canzoni di Sergio Bruni o postava sui social network foto di una Napoli spettacolare. Rassegnato, in fondo, a una nostalgia iconica che escludeva il ritorno.

Lui, invece, si guardò rapidamente intorno. Poi scavalcò la ringhiera e si lanciò di sotto. Il suo corpo schiantato sull’asfalto bloccò il traffico per ore, prima che fosse rimosso. Quel giorno i clacson suonarono come non avevano mai fatto prima.