Assassini e sciacalli giù le mani dai nostri ragazzi

giù le mani dai nostri ragazzi

di Rosario Dello Iacovo

«Non c’è stata alcuna trattativa con gli ultras del Napoli. Mai pensato di non far giocare la partita», lo dice a chiare lettere il questore di Roma. Eppure in questa repubblica televisiva delle banane, l’argomento del giorno non sono i tre feriti da arma da fuoco, uno dei quali in condizioni molto critiche, ma il presunto via libera degli ultras del Napoli alla partita. Dal gomorrologo Saviano, per il quale tutto fa brodo quando si può tirare in ballo la camorra, a Tuttosport che parla di sceneggiata, passando per gli editorialisti delle più grandi testate nazionali, quello che emerge è un generale e viscido disprezzo per la città e i suoi abitanti, condannati dalla reputazione anche quando i fatti raccontano una vicenda di segno radicalmente opposto. Sì, esatto, anche quando i napoletani sono vittime del primo assalto con armi da fuoco nella storia del calcio italiano, e uno di loro è in fin di vita, l’oggetto dello scandalo diventano invece Genny e Massimo, ragazzi che conosco personalmente da anni, con i quali ho fatto tantissime trasferte, e ai quali va tutta la mia solidarietà per la gogna mediatica a cui sono sottoposti senza avere nemmeno l’ombra di una colpa. Tra l’altro Massimo è stato il primo ad aiutare il ragazzo ferito più gravemente, mentre i soccorsi ufficiali erano impegnati chissà dove, arrivando con enorme e ingiustificabile ritardo. Non so quante curve avrebbero reagito con tanta maturità in una situazione analoga, io stesso non posso giurare che sarei riuscito a tenere a freno la rabbia feroce e l’indignazione per il vile attacco subito, e nemmeno oso immaginare cosa si starebbe scrivendo se i fatti fossero accaduti a Napoli a parti invertite. Quello che so per certo è che il coro degli sciacalli di Sputtanapoli sarebbe ancora più folto e numeroso. In buona compagnia della retorica banale degli stadi per le famiglie, degli ultras che rovinano il calcio e del trascurabile dettaglio che in una partita definita ad alto rischio, e alla quale erano state dedicate un’infinità di riunioni per l’ordine pubblico, sia stato permesso invece a un potenziale assassino di arrivare armato a ridosso della nostra tifoseria. Ma di quella mano che ha sparato è bene ribadire che sono loro i complici. Tutti quelli che hanno permesso per incuria o approssimazione che i fatti potessero accadere, che hanno deriso il nostro dolore chiamandolo sceneggiata, che hanno contribuito a gettare altro fango su una città che ieri a Roma voleva solo alzare la coppa. Perciò, non ci provate nemmeno a nascondervi dietro i nostri ragazzi, sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Quello stesso che ieri abbiamo lasciato sul selciato di una strada della vostra misera Italia. Altro che la lamentela dei fischi all’inno, è bene che sappiate che per voi ormai proviamo solo sovrano disprezzo.

Tutta colpa di Steve e del pallone, mai degli italiani. Anche per la cosiddetta controinformazione

di Rosario Dello Iacovo

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. La risposta, inequivocabile, sarà: perché fanno le file per l’iPhone 5. Io ho un’iPhone 4s, avevo un 3gs, e non escludo di comprare il nuovo modello quando ne avrò la possibilità. Certo: se mi aveste cercato nelle code davanti agli Apple store, non mi avreste trovato. Non la considero una priorità, e nemmeno mi assale l’ansia se per qualche mese avrò solo il penultimo modello. Ma, allo stesso tempo, non demonizzo la tecnologia. Anche perché, presumo, che ognuno dei Savonarola de’ noantri del web abbia una connessione internet e un dispositivo tecnologico dal quale, comodamente seduto con le chiappe sulla sedia, esprime la sua indignazione.

Perché gli italiani non scendono in piazza? Provate a chiederlo sui social network. Un’altra risposta inequivocabile sarà: perché sono troppo impegnati a seguire il campionato di calcio. Io seguo il football da sempre, quando bambino piangevo e strepitavo finché mio padre, mosso a pietà, o più semplicemente coi coglioni frantumati, non mi diceva sì e io felice gli afferravo la mano per non perdermi nella folla di quelle gradinate che, seppur oggettivamente grandi, all’epoca mi apparivano immense. Mio padre, che andava a vedere il Napoli fin dai tempi del Collana, ha partecipato a centinaia di manifestazioni, ha militato nei gruppi maoisti nei primi anni settanta e poi è stato a lungo un rappresentante di fabbrica della Fiom. Eppure gli piacevano Pesaola, Canè, Sivori e Altafini.

Quindi: in Spagna, Grecia e Portogallo scendono in piazza; in Italia no. E l’italiota medio da web s’indigna, sempre seduto comodamente sulla sedia, prendendosela a colpi di link furiosi, mi piace e condivisioni, con Steve Jobs e il pallone. Io mi fermo un attimo a pensare, ogni tanto pure serve, anche nella confusione totale dei nostri tempi, e mi chiedo: ma dei milioni di iPhone venduti in pochi giorni nel mondo, quanti sono stati venduti in Italia? E ancora: le immagini delle code in tutto l’occidente, sono fotomontaggi? E, in un eccesso di spirito critico, mi interrogo ancora: hanno fermato il campionato di calcio in Grecia, Portogallo e – soprattutto – Spagna? Esisteranno ancora i club più famosi del Pianeta, Real Madrid e Barcellona? Messi, sarà ora in fila, non per l’iPhone, ma per iscriversi al collocamento?

Sono domande che mi conducono dritte a uno dei vizi nazionali, forse quello più grande, sintetizzabile così: la colpa è sempre degli altri.

Ma poi: sarà vero che gli italiani non scendono in piazza? A me non risulta. Mi ricordo il 14 dicembre del 2010 a Roma e la straordinaria resistenza di una generazione senza futuro. Mi ricordo il 15 ottobre del 2011 e, pur nelle laceranti divisioni del Movimento, una piazza che ritrova compattezza e si oppone. Il problema è che ricordo pure i commenti sul web degli indignados in salsa tricolore. Mi ricordo i “Va bene protestare, ma no alla violenza”, i “Chiunque usa la violenza è fascista”, i “Non si risolve niente rompendo le vetrine”. Al popolo bue webitaliota sfugge sempre il particolare essenziale della violenza vera che subisce ogni giorno questo paese.

Ogni volta che un pensionato non arriva a fine mese, sta subendo una violenza. Ogni volta che un lavoratore viene licenziato, sta subendo una violenza. Ogni volta che un laureato fa lo stagista a gratis, o il precario coi contratti part-time di due mesi, sta subendo una violenza. Ogni volta che un meridionale (1.350.000 in dieci anni) è costretto a emigrare, sta subendo una violenza. Ogni volta che un migrante senza permesso di soggiorno è messo nelle condizioni di farsi sfruttare dal padroncino italiano, sta subendo una violenza. Che abbiano o meno uno smartphone in tasca, che gli piacciano Cavani, Pato, Zeman, o meno, questi soggetti subiscono una violenza ogni singolo giorno della loro esistenza. E il webitaliota pensa alle vetrine di un supermercato per ricchi nel centro di Roma, dove il pane costa sei euro al chilo. O alla Mercedes SL 500 data alle fiamme lì davanti.

Ma poi, sto cazzo di iPhone 5 sarà un indicatore di ricchezza vero, o è solo un simbolo contro il quale scagliare la propria incapacità di fare autocritica? Il modello più economico costa 750 euro, una discreta cifretta. A ben guardare, però, è già scattata la gara degli operatori telefonici, che con poche decine di euro al mese vi danno minuti (in un caso anche illimitati) e l’aggeggio più o meno gratis. Certo: un Nokia da 20 euro costa molto meno. Ma poi come fate, se vi trovate lontani dal vostro pc e dalla vostra postazione e vi viene un attacco di indignazione che non riuscite a reprimere? Non potete nemmeno fare una foto e postarla.

Mentre scrivo questo post, sulla pagina di Facebook di Informare per resistere, che pur leggo spesso e trovo molto interessante, c’è questa foto che miete consensi, mi piace, commenti e condivisioni. Contrappone la folla nelle piazze greche, portoghesi e spagnole, all’immagine di un italiano che mostra orgoglioso il suo nuovo iPhone. La trovo una caduta di stile qualunquista che non condivido affatto, perché la stessa foto delle code davanti agli Apple store esiste in molteplici versioni, pure quella madrilena. Da un bel sito e da una bella pagina come quella mi aspetto link che denuncino le condizioni dei lavoratori della Foxconn, capaci di farmi venire il dubbio ogni volta che sto per acquistare Apple. Non cadute di stile che alimentano il “greggismo” webitaliota, così simile a quella passività alla quale crede, illusoriamente, di contrapporsi. Sono due facce di quello stesso paese che deve ritrovare la forza di alzarsi in piedi, non la rassegnazione per farsi trasportare dal flusso del populismo, in direzione dell’ennesimo demagogo.

Come a Genova

di Rosario Dello Iacovo

Vladimir Esposito
Torino, viale Massimo D’Azeglio, 19 maggio 2009, ore 13.36

Piovono lacrimogeni. Da ogni parte. Dalle vie laterali, dai tetti, dall’elicottero che vola basso in cerchio sulle nostre teste. Me ne accorgo subito che sono CS, quando sento la pelle bruciare e vedo la ragazza con la quale stavo parlando poco fa, piegarsi in due e vomitare. Le tengo la fronte ma inizio a stare male anch’io. Altri soffocano, qualcuno sviene, molti presi dal panico muovono le gambe come se corressero senza imboccare una direzione precisa. Restano fermi sul posto.

Anche un ragazzino davanti a me con i pantaloni larghi. Avrà diciotto anni, le braccia tatuate a colori sgargianti e una camicia hip hop che svolazza da tutte le parti come una farfalla impazzita. Mi fermo un istante a guardare le evoluzioni del cotone, sospinto dal vento e dal movimento frenetico nell’aria calda di maggio. Lui urla, si tiene la testa tra le mani e non sa dove andare. Vorrei aiutarlo. La ragazza che ho lasciato a vomitare, della quale non so nemmeno il nome, è sparita. La cerco con lo sguardo; non la vedo da nessuna parte.

Come a Genova – penso. Mentre tiro fuori dallo zaino la maschera antigas in gomma nera col muso lungo. Dopo gli scontri di ieri ho ritenuto prudente portarmela dietro. Mi guardo nel parabrezza di una macchina in sosta e sembro un cazzo di fante della prima guerra mondiale. Sotto il tiro dell’odio e dell’iprite. Sotto il fuoco nemico di una democrazia del ventunesimo secolo. Per le braccia invece non c’è rimedio, se non quello blando del k-way che tengo annodato in vita e mi affretto a indossare calandomi rapidamente il cappuccio.

Alla testa del corteo si alza una nuvola di fumo acre e denso. Non so perché mi ricorda il fungo atomico sterminatore e figlio di puttana di Jule Winnfield in Pulp Fiction. Ma non è un film, stanno caricando. Mi rendo conto in quel momento che la linea di scudi in plexiglass ha impattato pacificamente la zona rossa. Questo però non basta a evitare la reazione dei reparti antisommossa blu, verdi e neri. Sembra il Risiko. È solo l’arcobaleno della repressione, che distribuisce gas tossici e manganellate a piene mani. Copiosi. Come se il giorno dopo sparissero dai magazzini delle caserme.

Mi guardo intorno alla ricerca di una via di fuga. Devo pensare veloce, cazzo. Davanti ci sono le cariche che costringono la testa del corteo a rinculare disordinatamente ed è tutto un ruzzolare e calpestarsi. A sinistra il parco del Valentino nel quale sono riuniti in convegno quaranta rettori dei più importanti atenei del mondo.

È per loro che siamo qui, per contestare fra le altre cose l’idea che si rinchiudano in un castello lasciando gli studenti a distanza di sicurezza. Lo abbiamo ribattezzato G8 dell’università e come tutti i G8 che si rispetti ha la sua zona rossa, un territorio dove i potenti del pianeta si barricano per decidere le sorti di milioni di persone. Senza che queste possano neanche entrare per mandarli democraticamente a fare in culo. E fuori i cani da guardia dell’impero.

Li vedo uscire dal fumo alla mia destra. Sono maledettamente vicini, bardati nelle armature possenti che li fanno sembrare un fottuto esercito del male. Stavolta non provo nemmeno a pensare: scappo. Attaccano i primi che trovano a tiro, roteando i manganelli e facendoli calare pesantemente sulle loro teste. Mi fanno paura, anche perché sono solo e non ho nessuno fidato con cui organizzarmi per provare a resistere. Vado indietro. Corro verso lo spezzone del corteo che precede quello in cui mi trovo e qui la situazione sembra più tranquilla, ma altri reparti antisommossa stanno uscendo da tutte le laterali.

È una trappola, come a Genova – ripeto come un mantra, come chi dice a se stesso “lo sapevo”. E lo sapevo davvero. Da quando ho scoperto che il responsabile dell’ordine pubblico è Spartaco Mortola. Già capo della Digos di Genova durante il G8 in cui ammazzarono Carlo. Condannato in appello a tre anni e otto mesi di reclusione per l’assalto alla Diaz. Secondo l’usanza italiana del promuovere per rimuovere, ora è vicequestore a Torino. Mi viene naturale pensare che presto sarà questore. Il premio per la manovra a tenaglia con la quale sta stringendo il corteo conquistando altri scalpi da aggiungere alla sua cintura. Senza nemmeno essere un Aquila della notte del cazzo.

Ovunque guardo vedo l’identica scena. Adesso è veramente il caos. Manganelli e urla, sangue e puzza di sudore. Terrore, sul volto delle stesse persone che fino a poco fa procedevano felici per le strade di Torino in una giornata straordinariamente calda per esser maggio. Ventimila, partiti da Palazzo Nuovo e diretti al castello del Valentino. Un lungo serpentone colorato. Onde di gommapiuma nel cielo azzurrissimo di stamattina. Slogan urlati contro la crisi. Qualche uovo pieno di vernice lanciato su banche e agenzie interinali. Più che meritato. In ogni caso, niente che possa giustificare la reazione spropositata che vedo intorno a me e gonfia le vele della repressione con il vento gelido dell’odio.

Certo, qualcosa è accaduta anche ieri. Una dirigente di rifondazione si è ritrovata il braccio spezzato. Qualche carica. Lacrimogeni e petardi sono finiti immediatamente su YouTube, nella rituale controinformazione sterile dei nostri tempi. Il segretario del Prc Ferrero si è appellato, indignato come da copione, al diritto di manifestare. Come se la Costituzione in questo paese fosse mai stata altro che un mucchietto di carta straccia. Buona al massimo per pulirsi il culo.

La mattanza continua e io mi sento veramente fottuto. Però davanti a me alcuni manifestanti iniziano a raggrupparsi, lanciandosi grida di incitamento. Sento accenti familiari. Mi rendo conto che molti sono napoletani come me. Devono essere quelli dell’Onda e dei comitati antidiscarica, di cui ho visto prima le bandiere. Anche gli sbirri urlano e tanti sono campani e meridionali come noi. Ma stiamo combattendo gli uni contro gli altri nel cuore di una città sabauda. Bizzarrie della storia, o la prova che sangue e razza sono invenzioni del potere. Cazzate buone per gli stupidi e i nazionalisti, che poi sono la stessa cosa. Cerco di beccare qualche faccia amica e qualcuno lo riconosco. Sono attivisti del movimento napoletano e indossano tutti il paliacate: il fazzoletto rosso dell’EZLN. L’esercito zapatista.

Poi vedo G, col quale ho fatto un pezzo di strada insieme. Lui non era mai stato a Torino e mi ha fatto ridere quando, ammirando l’architettura della città, l’ha definita una capitale europea. Se l’era sempre immaginata grigia, fredda, a misura di Fiat. Oggi invece il sole scalda le colline. Si riflette sul corso del Po, producendo fasci di luce che rimbalzano sui suoi occhiali da sole. Ci scambiamo un sorriso e un cenno d’intesa, mentre mi unisco a loro che stanno formando dei cordoni. Reagiamo, iniziando un fitto lancio di oggetti che disorienta i celerini. Si sono spinti troppo avanti, contro le più elementari regole della prudenza. O convinti di averci in pugno. Illusi. Invece siamo noi a caricare, determinati, e loro scappano. Uno spettacolo vederli correre con la stessa espressione di terrore che pochi istanti fa avevamo in faccia noi, mentre continuano a essere bersagliati da una fitta sassaiola.

Il corteo, che i giornali di stamattina hanno diviso in buoni e cattivi, prende coraggio e inizia compatto a respingere gli attacchi su tutta la linea. Risaliamo le laterali, allentiamo la morsa e permettiamo a tanti di defluire al riparo delle cariche. Poi è tutto un fronteggiarsi a più bassa intensità. Cassonetti rovesciati a formare barricate improvvisate e un po’ velleitarie. Con i due schieramenti che vanno ritmicamente avanti e indietro, senza che nessuno riesca a prevalere sull’altro. Dura un’ora o forse meno, non lo so. In queste situazioni la percezione del tempo si altera. Si distorce in un flusso adrenalinico irregolare che poi ti precipita addosso, schiacciandoti, quando tutto è finito.

Ma non è stata un’altra Genova: solo questo conta, e sembra che nessuno sia stato fermato. Così il corteo si riforma e si muove verso Palazzo Nuovo da dove siamo partiti stamattina. Rivedo la ragazza che avevo perso nella calca e le chiedo come sta. Lei mi guarda e ancora visibilmente scossa mi dice che va tutto bene, ma trema e ha gli occhi lucidi di rabbia e lacrimogeni. Si chiama Claudia. Ora so il suo nome.

Il casco ti salva la vita. Alcune considerazioni su Saviano e la sua lettera al movimento degli studenti

di Rosario Dello Iacovo *

Siamo fra i tanti che hanno letto Gomorra. Ci sembrava una lettura delle mafie capace di cogliere il fenomeno nel suo intreccio con la globalizzazione e la struttura capitalistica della società. Il vestito prodotto dal lavoro nero in una piccola fabbrica dell’hinterland napoletano e indossato da Angelina Jolie ci sembrava l’esempio perfetto per cortocircuitare la categoria della legalità, la distanza fra un dickensiano mondo di sotto e lo sfarzo dei vip in mondovisione. Veri o falsi che fossero, a quello e altri episodi descritti nel libro abbiamo attribuito una forte capacità evocativa, una critica esplicita al sistema, lo svelamento di un dispositivo nel quale criminalità organizzata e multinazionali sono dalla stessa parte della barricata.

Per questo non ci siamo mai appassionati alle polemiche sulla novità delle rivelazioni di Saviano, sul loro carattere inedito. E nemmeno alla querelle legata all’autenticità. Quello che ci sembrava interessante era la ricontestualizzazione di fatti anche noti dentro una cornice letteraria nuova, capace di esprimere dissenso e critica. Non ci siamo fatti invischiare nelle polemiche nemmeno di fronte alle palesi omissioni di Gomorra o all’assenza di un’analisi storica del rapporto fra unità d’Italia e istituzionalizzazione delle mafie. Secondo noi in Italia non ha senso parlare di queste ultime senza evidenziare l’intreccio ora palese ora occulto con pezzi dello Stato. Noi pensiamo due cose. Innanzitutto che i vari Riina, Schiavone e gli altri presunti boss, altro non siano che i vertici di quello che è solo il livello più evidente dell’intreccio politico-affaristico-criminale. E poi, che se anche si arrestassero tutti i mafiosi e i camorristi, senza intervenire sulle cause che danno a questi fenomeni un ampio consenso in alcuni settori della società, non si sarebbe fatto nemmeno un piccolo passo avanti. Arriverebbero altri a prenderne il posto e il gioco ricomincerebbe da capo.

Nel corso del tempo abbiamo comunque continuato a tenerci a distanza dalle polemiche, anche quando abbiamo sentito un Saviano sempre più normalizzato tessere le lodi dei “Valori antimafia di Almirante”, repubblichino a Salò e fucilatore di partigiani. E lo stesso quando l’abbiamo visto allinearsi alle posizioni dei falchi filoisraeliani convinti “che libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Noi, che in Palestina ci siamo andati e abbiamo potuto toccare con mano la condizione di un popolo che vive sotto una feroce occupazione militare.
Riteniamo perciò di non poter essere inclusi fra coloro che lo criticano per principio, per partito preso. Tuttavia dopo la sua recente lettera agli studenti pensiamo sia opportuno rompere gli indugi e prendere posizione. Innanzitutto riteniamo inopportuna la sua pretesa di farsi tuttologo. Quali trascorsi di militanza politica ha Roberto Saviano per potersi ergere a giudice dell’operato degli studenti? Chi lo autorizza a parlare di “poche centinaia di idioti” che egemonizzerebbero le proteste, pretendendo di stabilire una divisione fra buoni e cattivi? Se con Gomorra gli abbiamo riconosciuto il merito di una scrittura fresca ed efficace, non possiamo non dire che quella lettera insiste invece su argomenti triti e ritriti che erano già vecchi quando noi, non ancora 99 Posse, occupavamo come semplici studenti le nostre facoltà durante la pantera nel 1990.

Quando Saviano invita a non mettersi il casco e sfilare a volto scoperto ignora, non si sa se per scarsa conoscenza o per malafede, le centinaia di manifestazioni pacifiche nelle quali su quelle stesse teste scoperte sono calati pesantemente i manganelli della repressione. Non avevano i volti coperti quelli massacrati alla Diaz e a Bolzaneto e nemmeno quelli che pochi giorni fa sono stati caricati e arrestati mentre solidarizzavano a Brescia con gli immigrati costretti a salire su una gru per rendere visibile al mondo la propria condizione insostenibile. Perciò quando vediamo dei caschi in un corteo non pensiamo a dei vigliacchi che hanno paura di mostrare il volto, ma solo a una legittima forma di autodifesa dei movimenti di fronte alla repressione. Se Saviano ha i suoi motivi per chiamare i carabinieri della sua scorta “i miei ragazzi”, non ne hanno altrettanti Carlo Giuliani o Stefano Cucchi. È una questione di percorsi di vita e talvolta di morte.

Noi invece, a differenza di Saviano, i movimenti li conosciamo bene in virtù di un paio di decenni di militanza. Eppure il 14 dicembre ci siamo sentiti vecchi, probabilmente per la prima volta nella nostra vita. Immaginavamo certo che quello che accade in Europa e la tensione che si sta accumulando da mesi in Italia, potessero essere il detonatore di scontri e incidenti, ma non che questi fossero così estesi da trasformarsi in tumulto. Siamo rimasti disorientati e ancora di più quando il giorno dopo si è scoperto che tutti gli arrestati non solo erano giovanissimi e senza precedenti, ma anche senza particolari esperienze di militanza. Altro che i vecchi militanti, i vecchi slogan e le vecchie canzoni di cui parla Saviano.
Quello che è accaduto a Roma è inedito e come tutti i fenomeni senza precedenti va analizzato con umiltà e rispetto, soprattutto quando la sua dinamica è straordinariamente simile alle rivolte di Londra e di Atene. C’è un’Europa di persone senza diritti e senza prospettive, di cui i giovani sono l’espressione più avanzata e combattiva, che sta realizzando di essere con le spalle al muro. Privata in maniera progressiva di diritti elementari. Undicimila euro all’anno per iscriversi all’università nel Regno Unito. I costi insopportabili della crisi scaricati su quelli che non hanno partecipato alla grande abbuffata degli anni scorsi in Grecia. La precarietà, le prestazioni di lavoro camuffate da stage gratuiti, gli stipendi da fame dei contratti a progetto, il tentativo di azzerare le conquiste dei lavoratori in Italia. E’ a tutto questo che i giovani europei si stanno ribellando e non ci sorprende che la loro protesta esploda in forme di insubordinazione violenta se la politica non offre più nessun tipo di rappresentazione politica dei loro desideri e dei loro bisogni.

All’Asinara, isola sarda un tempo nota per la presenza del carcere speciale, un gruppo di cassintegrati dorme da 296 giorni nelle celle della ex prigione. La loro protesta è pacifica, eppure da quasi un anno restano lì in attesa di risposte concrete che non arrivano. Ci farebbe piacere se Saviano, invece di pontificare su questioni che non conosce e sulle quali nessuno gli ha chiesto di ergersi a guru, sfruttasse il suo enorme potere mediatico per portare all’attenzione dell’Italia queste storie e, soprattutto, ci dicesse se le lotte devono porsi o meno il problema dell’efficacia. Un uovo sulla porta del parlamento non muta le cose, ci dice il Roberto nazionale. Sarebbe interessante che ci dicesse perché dovrebbero cambiarle le proteste che si fermano dove le camionette impediscono l’accesso a quello stesso parlamento nel quale, mentre gli studenti erano in piazza, si scriveva con la compravendita dei deputati una delle pagine più miserabili della storia di questo Paese.

Napoli 17/12/2010

* Scritto per il Collettivo 99 Posse e pubblicato come nota sulla loro pagina di Facebook, della quale sono amministratore.

Incidenti dopo West Ham – Napoli

Momenti di tensione alla fine della partita fra West Ham e Napoli. I tifosi partenopei sono usciti dal settore ospiti percorrendo in corteo Priory Road e King`s Road. All`incrocio con Green Street un gruppo di supporters degli Irons, che stazionava nei pressi del Queen`s  market,  ha iniziato a lanciare oggetti e pinte di birra. Immediata la reazione degli agenti di scorta che  si sono frapposti fra i due schieramenti, con il supporto di polizia a cavallo e unita` cinofile. I tifosi napoletani sono stati indirizzati verso l`adiacente a stazione della metropolitana di Upton Park. Anche qui qualche contatto fra opposte fazioni e nuovo intervento delle forze dell`ordine che hanno fermato tre tifosi napoletani, poi rilasciati, e un numero imprecisato di supporters inglesi. Prima della partita si erano registrati attimi di tensione nei pressi del Boleyn pub, storica roccaforte dei tifosi claret and blue.