Assassini e sciacalli giù le mani dai nostri ragazzi

giù le mani dai nostri ragazzi

di Rosario Dello Iacovo

«Non c’è stata alcuna trattativa con gli ultras del Napoli. Mai pensato di non far giocare la partita», lo dice a chiare lettere il questore di Roma. Eppure in questa repubblica televisiva delle banane, l’argomento del giorno non sono i tre feriti da arma da fuoco, uno dei quali in condizioni molto critiche, ma il presunto via libera degli ultras del Napoli alla partita. Dal gomorrologo Saviano, per il quale tutto fa brodo quando si può tirare in ballo la camorra, a Tuttosport che parla di sceneggiata, passando per gli editorialisti delle più grandi testate nazionali, quello che emerge è un generale e viscido disprezzo per la città e i suoi abitanti, condannati dalla reputazione anche quando i fatti raccontano una vicenda di segno radicalmente opposto. Sì, esatto, anche quando i napoletani sono vittime del primo assalto con armi da fuoco nella storia del calcio italiano, e uno di loro è in fin di vita, l’oggetto dello scandalo diventano invece Genny e Massimo, ragazzi che conosco personalmente da anni, con i quali ho fatto tantissime trasferte, e ai quali va tutta la mia solidarietà per la gogna mediatica a cui sono sottoposti senza avere nemmeno l’ombra di una colpa. Tra l’altro Massimo è stato il primo ad aiutare il ragazzo ferito più gravemente, mentre i soccorsi ufficiali erano impegnati chissà dove, arrivando con enorme e ingiustificabile ritardo. Non so quante curve avrebbero reagito con tanta maturità in una situazione analoga, io stesso non posso giurare che sarei riuscito a tenere a freno la rabbia feroce e l’indignazione per il vile attacco subito, e nemmeno oso immaginare cosa si starebbe scrivendo se i fatti fossero accaduti a Napoli a parti invertite. Quello che so per certo è che il coro degli sciacalli di Sputtanapoli sarebbe ancora più folto e numeroso. In buona compagnia della retorica banale degli stadi per le famiglie, degli ultras che rovinano il calcio e del trascurabile dettaglio che in una partita definita ad alto rischio, e alla quale erano state dedicate un’infinità di riunioni per l’ordine pubblico, sia stato permesso invece a un potenziale assassino di arrivare armato a ridosso della nostra tifoseria. Ma di quella mano che ha sparato è bene ribadire che sono loro i complici. Tutti quelli che hanno permesso per incuria o approssimazione che i fatti potessero accadere, che hanno deriso il nostro dolore chiamandolo sceneggiata, che hanno contribuito a gettare altro fango su una città che ieri a Roma voleva solo alzare la coppa. Perciò, non ci provate nemmeno a nascondervi dietro i nostri ragazzi, sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Quello stesso che ieri abbiamo lasciato sul selciato di una strada della vostra misera Italia. Altro che la lamentela dei fischi all’inno, è bene che sappiate che per voi ormai proviamo solo sovrano disprezzo.

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Il derby di Partenope (Prologo)

di Rosario Dello Iacovo

La sveglia, dalle forme affilate e regolari, regalo insignificante di una fidanzata qualunque, mi guarda dal comodino con aria minacciosa. Vuole suonare, la troia. Sta per farlo. Lo sento. La consapevolezza che sta accadendo davvero mi fa precipitare addosso tutta la stanchezza di un sabato notte da cani. Una qualsiasi, scelta a caso nel mazzo di una vita balorda. La mia. Tic-tac-tic-tac-tic-tac, la zoccola, pregustando il momento nel quale il suo canto di morte mi dirà implacabile che non c’è più tempo. Se non fosse che è un modello a cristalli liquidi. Perciò, fa il suo sporco lavoro subdola e silenziosa, ma non per questo in maniera meno efficace. Sta per suonare, cazzo! Tiro su il piumone, come ad alzare una cortina di ferro fra me e l’orrore. Non ci sono Vopos, però, a difendere questa frontiera. Anzi, non c’è nessuna frontiera del cazzo. Nemmeno un utero materno nel quale tornare a rifugiarsi, rifutandosi di nascere. Solo un coglione che non si sa controllare, e che ora vorrebbe dormire dieci giorni di fila. Provo a stendere i piedi: mi fanno male, malissimo. Quasi crampi. La coca ce l’ho ancora tutta in circolo. Da un paio d’ore non faccio altro che sollevare gli alluci, scaricando meccanicamente la tensione che mi attraversa elettrica, a scosse, il sistema nervoso.

E dire che ero partito per non darci troppo dentro, ieri sera. Avevo iniziato bene al Muy Loco. Un locale del cazzo che siccome è la nostra tana, non gli basta essere loco, pazzo, e basta. Deve esserlo anche molto. E così: un paio di birre, due Aniversario e una teffata, giusto per accompagnare l’alcol, in modo che le accelerazioni della roba fossero bilanciate dalla quiete ovattata che in quelle situazioni garantisce l’ottimo Bacco. Poi, la situazione è degenerata. Ma proprio clamorosamente. Si presenta Martello, un vecchio socio di Terzigliano che lavora sulle piattaforme petrolifere giù in Sicilia. Con lui c’erano due colleghi peruviani ai quali ha fatto più di un favore, come mi ha accennato un paio di volte. Non ho mai indagato sulla loro natura. Non sono domande che si fanno. E che siamo, sbirri o confidenti di questura? Di certe storie, è sempre meglio saperne il meno possibile. Io per esempio non ne so proprio niente.

Mi vede seduto al tavolo con un paio di amici e si avvicina. Non ci beccavamo da tre mesi, ma da come mi abbraccia sembra siano passati trent’anni. Un trionfo di pacche sulla spalla, baci e abbracci. Strette gioiose, ma comunque virili. Di: “Come stai obbè?”; “Bene, fra’. E tu? Che si dice?”; e “Questi sono Paco e Miguel”; “Piacere, hermanitos ¿Cómo estás?”; “Lui è Polvere”; “Mucho gusto hombre”. Cose così, insomma. Educazione e rispetto. Poi, gli occhi che gli ridono sotto il cappellino della Stone Island mi avvertono che vuole dirmi qualcosa e fa fatica a trattenersi. Al mio sguardo interrogativo, risponde con aria da complotto: “Vieni nel cesso”. La cosa era una pietra da dieci grammi di rosè. “Purissima e rarissima Mariposa”, ha commentato sollevandola col riguardo dovuto. Come un piazzista che fa il suo numero al centro del paese, fra massaie, vecchi e bambini che lo guardano stupiti e attenti. Venghino Siori e Siore. Ma non stava vendendo niente. Conosco Martello da sempre ed è un ragazzo dalla generosità straordinaria. Non come questi merdilli dei nostri tempi che ti offrono mezza pippata per farti salire la rota e poi venderti il pezzo. Come se quella che abbiamo addosso non bastasse da sola. In ogni caso, lui non fa il pusher, e certo non lo stava facendo con me. Eravamo, come dire, nel territorio del dono disinteressato.

Di rosè ne fanno poca, in Perù e in Bolivia. Pare che il colore dipenda dal gasolio con il quale viene estratta. Altri dicono che è per nasconderla meglio. Anche se mi pare proprio una cazzata. Ti fermano gli sbirri e gli dici: “Borotalco rosa.”? Certo, e loro: “Prego, vada pure”. Sicuro che poi ti lasciano andare a casa. Metteteci la speranza. Quando si parla di queste cose non si sa mai qual è la verità. Sono voci che si inseguono e si rincorrono, si accavallano, fanno piroette e spesso tornano al punto di partenza senza concludere un cazzo, sospese fra la realtà e l’alone della mitologia popolare. Quel che conta, è che le due, tre volte che l’ho provata era buonissima. Sempre che siate amanti del genere, s’intende. Poi Martello ha tirato fuori una piccola grattuggia e si è messo al lavoro con pazienza certosina sul coperchio dello sciacquone. A ogni movimento delle mani sapienti, il mucchietto cresceva e cresceva e cresceva. Come la mia voglia di affondarci dentro le narici e spararmi a calci in culo dritto verso il cielo. Non mi chiamerebbero Polvere, altrimenti, non credete? In quel momento, quello che volevo era una sana autoscalciata Millwall, oltre la legge di gravità e l’atmosfera. Per poi bruciare nel buio siderale, come una supernova che ha terminato la sua corsa, trasformandosi in un buco nero del cazzo. O giù, nel buco del culo dell’inferno. Se fra i due buchi preferite il secondo. Cacato dai demoni, dopo un lungo viaggio negli intestini infetti del mondo.

Fatta la prima, non avevo più scampo. Lo sapevo, ero perduto. Siamo tornati in sala e ci siamo fiondati al bancone, senza nemmeno dircelo. Piccioni viaggiatori che ritrovano la via di casa senza pensarci. Volano e basta; fra nuvole grasse e nere, perturbazioni, folate di vento e pioggia, nebbia e sole che arrostisce piume e pensieri. Qualunque cosa accada, volano quei figli di una troiarottainculo, e ritrovano la strada. Come noi quella del bancone, senza che ci serva un navigatore, la bussola o saperci orientare con le fottute stelle. Che poi dall’interno del locale non si vedrebbero nemmeno. Così, l’Aniversario sono diventati due, poi tre, poi quattro. Poi ho perso il conto. Non sono mai stato bravo in matematica. Nemmeno in condizioni normali, figuriamoci Out of space come ieri sera. La seconda ce la siamo fatta mezz’ora dopo. Le altre a intervalli sempre più brevi. Fino alle sei di mattina, quando il rimorso ha preso il sopravvento. Ho detto ciao a Martello, cingendolo in un ultimo abbraccio con il corpo che tremava per la troppa sostanza. Lui, mosso a pietà per un vecchio socio, ha tirato fuori dalla tasca quella restante, un tre, quattro grammi, avvolta nella busta di plastica, ha bruciacchiato l’estremità con l’accendino e me l’ha data, dopo averla sigillata. Al mio: “E tu?”, ha risposto: “No està problema, hermano.”, indicando con lo sguardo i suoi compadres.

Poi mi ha baciato sulla testa perduta in mille, e a quel punto, inutili paranoie, dandomi scettico la buonanotte. Perciò, Hasta luego ai peruviani, che non hanno smesso di sorridere un solo istante, con le serafiche facce andine, bruciate dal sole dell’alta montagna. Immuni, cazzo, da secoli di masticazione e decenni di pippate. Bye bye alle troie, ai “Dàiii, reeestaaa”, agli strusciamenti scomposti e bramosi di sesso alimentati dalla bamba. Un quarto d’ora dopo ero a casa. Mi sono messo a letto provando a dormire. Mi sarei accontentato anche di svenire. Ma col cazzo, avrei potuto. Né l’una, né l’altra. Ero fattissimo. Lo sono ancora, e fra pochi minuti la sveglia mi dirà che non c’è tempo. E non ce n’è davvero, perché oggi si gioca Real Napoli – Dinamo Partenope, decisiva per lo scudetto. Le loro brigate si stanno organizzando, e io sono inchiodato a letto come il fratello strunz ro cazz. Un parente di primissimo grado. Il gemello.

Bidone mi farà il culo a fettine sottili sottili. Già me lo vedo, cattivo con le carocchie e le scozzette che aggiungeranno fiele alla mia confusione. Ma ha ragione: sono un uomo di merda. E dopo, sale e limone a rendere più atroci i tormenti delle ferite. Dita a premerci sopra. Sangue, pus e orgoglio giù per il tubo del cesso. Spugna con l’aceto, croce in spalla e ali di folla ad additarmi al pubblico ludibrio. Eccolo, è lui: l’uomo di merda! Eppure ce l’aveva detto: “Non vi sfasciate stasera. Domani è il grande giorno e dobbiamo essere al top. Chi sgarra paga.”. Questa la sintesi del suo aulico discorso alla riunione dei fedelissimi. E non che abbia usato molte più parole. Non è un tipo loquace in certe circostanze. E noi tutti lì a fare sìsì con la testa come i cani appiccicati dietro il lunotto delle macchine. Che banda di coglioni. Noi e loro.

Vladimir, poi, non ci voglio nemmeno pensare. Con la sua aria da piccolo Lord di Terzigliano, mi guarderà letteralmente disgustato. Come quando sollevi la suola dei Dr. Martens e la scopri farcita di merda calda e fumante appena cacata. Solo un attimo, naturalmente, prima di distogliere lo sguardo e incrociarlo con quello di Bidone, in un unanime e severo giudizio di inappellabile condanna. Facile che proverà pure a farmi fuori dalla brigata, lo stronzo. Un tempo Vladimir era uno dei peggiori: macchinoni, centinaia di storie, bamba a fottere e whisky mandati giù in un colpo solo, sulla passarella sotto la quale si estende schiumeggiante l’oceano del coma etilico. “Scotch, non bourbon.”, avrebbe precisato con una spocchia degna del Real. Quanto lo odio, con quell’aria da SoTuttoIoVoiNonSapeteUnCazzo che si porta cucita addosso, mentre cammina impettito con l’aria da duro che poi non è. Bidone invece fa paura, è micidiale e violento. Solo che sono praticamente fratelli. Il braccio e la mente. Ed essendoci di mezzo Bidone, non c’è bisogno di specificare chi sia il braccio violento e implacabile della nostra legge.

Ora invece Vladimir va in giro con una city car tedesca mezza scassata. Dice che non gliene fotte proprio della macchina, basta che cammina. Anzi, di solito gira proprio a piedi. Beve acqua e tisane. Si allena. Fà le saune, addirittura, l’insopportabile, boriosissimo, presuntuoso, testa di cazzo. Si è messo addirittura a scrivere, anche se pare che lo abbia sempre fatto. Lui così dice, ma io non ho mai letto niente. Secondo me si atteggia e basta. Ha avuto una specie di crisi mistica. Per modo di dire, visto che è comunista e i preti li impalerebbe, se potesse. Vabbè, quello un po’ tutti noi che siamo della Dinamo, glorioso club di origini socialiste dei quartieri operai di Napoli Capitale. Mica come quei rotti in culo del Real, sempre pronti a baciare anello e cazzo al Papa e al Re, con la P e la R rigorosamente maiuscole. Come se fossero i figli prediletti di quel tizio con la barba lunga e bianca, che loro chiamano Dio. Adesso si staranno radunando per darci il benvenuto nel loro maniero di Capodimonte, col Parco e la Reggia che li fanno sentire gli Eletti. “La prima squadra della Capitale e del paese, oltre che la più titolata”. Ripetono come pappagalli e vecchi dischi rotti che nessuno ha più voglia di ascoltare, ogni cazzo di volta gli si presenta l’occasione. Anche quando, e capita spesso, nessuno gliel’ha chiesto. Il pensiero mi dovrebbe tirare fuori un minimo d’orgoglio, invece aggiunge altra nausea al serpente rancido che mi sguazza in corpo. Mi sento la merda che sono, sprofondato in questo letto come un rottame di ventisette anni. Un uomo di merda.

La trasformazione di Vladimir pare sia avvenuta quando si è mollato con una ragazza molto più giovane di lui. Una di quelle cose che ti fanno riflettere sulle cazzate che hai fatto nella vita. Alimentano il desiderio di essere un uomo migliore, all’altezza del (s)oggetto del tuo desiderio che, naturalmente, hai idealizzato oltre i suoi pur ragguardevoli meriti. Lo chiamano amore, una trappola nella quale, prima o poi, tutti infilano il piede e poi ululano dolore nelle notti di luna piena. Pure io. Lui ha sempre avuto ragazze più giovani. Tante, di ogni tipo, condizione e provenienza geografica, a essere proprio onesti. In uno sforzo raro di obiettività a denti stretti. Di quelli che ti costringono tuo malgrado ad ammettere la verità, nonostante l’odio viscerale per quello stronzo. Ma per questa ha proprio perso la testa. Bella è bella, a me piace e ce lo farei un pensierino. Se non fosse che, dopo, lui mi romperebbe il culo. O forse no. Sarebbe in contraddizione col suo nuovo corso. Con la svolta salutista ed esistenziale della sua vita. Quello in cui le decisioni degli altri vanno accettate: perché gli altri sono persone libere e possono pertanto liberamente scegliere di sottrarsi, di smettere di giocare, di alzarsi dal tavolo col malloppo in tasca, lasciandoti a piangere sulle occasioni sprecate e i debiti contratti. Su quella mano che, cocciuto, per forza sei andato a vedere, pensando di avere la situazione sotto controllo. Scontrandoti invece con la potenza di fuoco di un poker d’assi, un full di Re, una scala reale del cazzo. Uno dietro l’altro a raffica, con te che sei lì a guardarti il tuo misero tris di nove che credevi vincente.

Accetterebbe il fatto come una decisione del fato avverso. Sarebbero i suoi personali e laicissimi Dèi che lo stanno mettendo alla prova. Sicuro. S’isserebbe sulla prua di una nave lanciata oltre la terra di nessuno delle colonne di Ercole, sfidando il mare in tempesta e il vento che gli taglia il viso. Senza paura, urlando ai perigliosi flutti il dolore della condizione umana e dell’amore perduto. Poi tornerebbe e, in qualche modo, temprato dalla vita e con quella faccia di cazzo resa appena meno pallida dal sole che si riflette sull’Oceano, mi romperebbe il culo. Troverebbe il modo di farmela pagare. Anche dieci anni dopo. Senza nemmeno addentrarmi nei particolari di quello che invece mi farebbe Bidone. Ma prima, molto prima. Altro che dieci anni dopo. Verrebbe a prendermi la sera stessa sotto casa. Orrore, che non ci voglio nemmeno pensare. Nella vita però non si può mai dire, e aspetto l’occasione, pronto a calare le mie carte. Qualcuno le dovrà giocare. Lui, comunque, non ha mai smesso di girarle intorno a debita distanza. Una partita a scacchi con mosse studiate una a una, nel dettaglio, con l’occhio attento a ogni possibile evoluzione della partita. Ma anche pronto a improvvisare secondo l’istinto del momento. Questa partita, però, non la vincerà. Anzi, secondo me ha già perso. Non si può sconfiggere il tempo. Nessuno può farlo. Nemmeno se ha letto cinquemila libri e scrive nella sua testa, prima di tradurli in lettere sul monitor del Mac, i fottuti racconti. Pensandoci mentre corre a Mergellina e si ferma, solo un istante, alla Rotonda Diaz per riprendere fiato. Lo sa il cazzo, perché si ferma sempre nello stesso punto.

E se non lo sa il cazzo, chi cazzo può saperlo? In ogni caso, lui, il figlio di troia, l’arrogante numero uno di Terzigliano e di tutta Napoli Capitale d’Italia, ne sa una più del Diavolo. Anzi, Vladimir Esposito, nonostante l’apparenza dimessa del nuovo corso, è il Diavolo. Gioca sempre e solo per vincere. Se ne fotte anche solo di considerare la possibilità della sconfitta. Se ne fotte di quanti goal segni l’avversario, purché lui ne metta dentro uno in più. Calcio totale. Due neanche tanto bloccati dietro, e gli altri otto votati all’attacco, a mordere zolle d’erba, terreno e polpacci avversari. Con tenacia, con la rabbia di una bestia così feroce che non si è mai vista nemmeno nei romanzi di Edward Bunker. Nemmeno in quelli del fottuto Shakespeare, che poi romanzi non ne scriveva. Muta di cani affamati a caccia di una lepre di pezza. Col portiere volante che per non essere da meno fa il libero. Come l’Olanda degli anni Settanta. Come Zeman, il Boemo, l’allenatore della nostra Dinamo. L’uomo più odiato dal Real e dal Palazzo, che poi sono la stessa cosa. Il nostro Profeta, che Spartaco Esposito lo abbia in gloria. Invece, il suo pronipote Vladimir, no! Si fotta e bruci tra le fiamme dell’ultimo girone dell’Inferno. Nella serie C dei diavoli, senza che arrivi nessun Bidone a salvargli il culo.

Poi il cellulare squilla prima della sveglia, che a questo punto disattivo, prima di guardare il display e rispondere.

– Ohi Polvere, che cazzo stai facendo? – Il Fungo, leggiadro, mi dà il buongiorno.
– Sono morto, fra’, non ho dormito nemmeno un secondo.
– E ci credo, testa di cazzo. Ne parla tutta Terzigliano di ieri notte. – Mi dice, dissolvendo le flebilissime speranze di essere passato inosservato. Certo. Pippato, ubriaco, al centro della pista, in compagnia del vecchio Martello che ti strusci con tre tipe, mentre due peruviani ti guardano dal tavolo e sorridono, è esattamente il metodo migliore per passare inosservato. Mimetico, proprio. Mi odio, cazzo. Sono un uomo di merda, e Bidone me la farà pagare. Anche Vladimir, senza che abbia nemmeno bisogno di sapere i pensieri lerci, laidi, luridi, che faccio sulla sua amata, per la quale lui scrive invece composizioni da Dolce Stilnovo.
– Beh, un momento di defaillance. – Provo a minimizzare, schiarendo la voce che mi esce a fatica, tremula e incerta come quella di un ricchione.
– Momento il cazzo, obbè. Vedi che devi fare. Alza il culo e vieni all’appuntamento che questa è la volta buona che sei fuori da tutto. C’è il Real oggi, capisci? Il fottuto derby Real – Dinamo. Imperdibile anche se fosse un’amichevole, e che invece oggi, dopo sette anni, ci potrebbe incoronare di nuovo campioni d’Italia. Noi lo siamo già, fuori dal campo, ma sarebbe ora di tornare a esserlo anche dentro. Siamo la brigata numero uno del paese. Te escluso, naturalmente, che sei una merda. Fatti una doccia e scendi, che Bidone è già caricato a mille e Vladimir sta spiegando le tattiche di avvicinamento a Capodimonte. – E chiude la comunicazione, lasciandomi come il gemello di cui sopra a guardare il display del mio telefono, ormai muto.

Confortato dal calore delle parole e dal tono solidale della sua amicizia, schizzo dal letto e mi butto sotto la doccia. Prima gelida. Niente, sembra che sotto il getto ci sia un altro. Cioè, sembra che sto guardando un film con uno che si fà la doccia. Singolare. Il mio corpo non avverte la temperatura. Allora la metto bollente e osservo quasi divertito la mia pelle arrossarsi, senza che il fottuto calore raggiunga il mio sistema nervoso. Va avanti così per dieci minuti, fra gelo e ustioni. Alla fine i miei sforzi sono premiati, sembra quasi che uno spiraglio di vita si affacci alla porta e mi faccia ciao con la manina. Allora ne approfitto ed esco, metto una cialda nella macchinetta del caffè. Ripeto dieci volte l’operazione, rovesciando di volta in volta il contenuto in un tazzone della Dinamo che ho da quand’ero bambino. Aggiungo limone e non zucchero. Ingurgito il disgustoso beverone, mi infilo le dita in gola, corro al cesso e vomito copiosamente. Mi ributto sotto la doccia per altri cinque minuti e mi lavo i denti, sciacquandomi la bocca con mezzo litro di colluttorio. Poi scelgo fra i vestiti migliori. C’è il Real, cazzo, non posso sembrare un barbone. Perciò: Lacoste nera, Levi’s, giubbotto Stony, occhiali da sole a goccia Ray-Ban e mi catapulto verso la porta. Senza dimenticare le Adidas Stan Smith bianche. Non come quel coglione di Vladimir che si mette i Martens del buon dottore, credendo che siamo ancora negli anni Ottanta. Poi mi blocco di colpo. “La roba, cazzo, la roba”, dandomi uno schiaffo in fronte con la mano aperta che mi fa quasi male. Cioè, se non il mio sistema nervoso non fosse praticamente incapace di di trasmettere il dolore al cervello, mi farebbe male. Cerco in camera da letto i pantaloni che avevo ieri, frugo nella tasca e: Bingo! Mi faccio una pippata piccola, ma alta così, la nascondo nell’orlo della manica del giubbino, tasca segreta, seicento euro spesi bene. Il vecchio Island. Infine esco, nello splendore del primo mattino. Fresco come una rosa. Una rosa di plastica.

To be continued

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I demoni possono attendere

di Rosario Dello Iacovo

– Zio, ma tu a Milano dove abiti? – Mi chiede Yuri dal basso dei suoi centoquaranta centimetri e dieci anni da compiere a ottobre. E’ sdraiato sul letto di fianco a me e gioca a Texas Hold’em sul mio iPhone.
– E che te lo dico a fare? Conosci Milano tu? – Gli rispondo io dall’altra piazza, mentre rileggo per la duecentesima volta “54” di Wu Ming. Bel libro, ve lo consiglio.
– No, non ci sono mai stato. Sono stato solo a Lecce, a Parigi e al Mugello, quando papà ha organizzato il festival techno all’autodromo. Ma lo sai, perché c’eri pure tu e mi hai anche fatto guidare lo scooter. Però mi puoi far vedere su Street Wiev dove abiti.
– Sì, ma questa cosa dello scooter non la dire a tua mamma che mi uccide. Resti un segreto tra uomini. E poi non è che ci abito proprio, a Milano, ci vado ogni tanto.
– Ma se stai sempre là. Vabbè ho capito, vai da una ragazza e non me lo vuoi dire. Basta che non me la fai chiamare zia come le altre che mi presenti e poi, dopo un po’, non le vedo più.

Mi fa sorridere e vorrei precisare che in realtà erano solo due, e non è che sia stato esattamente io a cacciarle via. Ma rinuncio e poggio il libro sulla sedia che uso come comodino. Lo abbraccio e gli faccio il solletico. Lui urla, ride, si dimena, provando a divincolarsi.

– Non mi far stancare che oggi pomeriggio devo giocare un’altra volta. – Poi dice, dandosi un tono.

Yuri fa il calciatore, da qualche anno è iscritto a una scuola calcio. Anzi, l’anno scorso ha cambiato perché questa è migliore. Però, siccome è un Dello Iacovo, e quindi probabilmente un nostalgico in erba, ogni tanto va a vedere ancora la sua vecchia squadra. Viene accolto sempre con la rituale domanda: – Ma quando torni qua? Lui sorride un po’ malinconico e dice: – L’anno prossimo. Secondo me ci crede pure, anche se io gli dico che i calciatori sono come gli zingari, si spostano sempre e perciò si deve abituare. Lui annuisce serio, ma sono sicuro che in cuor suo non è che sia così convinto. La scuola calcio alla quale è iscritto ora è più costosa della prima. Perciò la differenza di estrazione sociale è evidente. Da un lato figli di commercialisti, medici, commercianti; dall’altro figli di proletari. Non a caso si è già attirato l’invidia dei genitori di qualche ragazzino a cui ha un po’ rubato la scena. I ricchi non amano perdere. Per questo non vado spesso a vedere le partite: mi conosco e quando mi toccano persone a cui tengo divento una bestia. Lui è la persona a cui tengo di più al mondo. Yuri gioca in attacco e gli piacciono Lavezzi, Cavani e Insigne. In verità gli piacciono un sacco di calciatori, perché nel tempo libero quando non gioca a pallone guarda le partite. Anche quelle di trent’anni fa. Anche la serie B tedesca, se capita. Quando era più piccolo amava Calaiò, l’arciere, come io alla sua età Sergio Clerici, il gringo. Entrambi abbiamo pianto quando se ne sono andati. Ma i calciatori, si sa, sono come gli zingari e difficilmente restano a lungo nello stesso posto. In questi giorni Yuri sta facendo un torneo con la leva del 2000. Lui è l’unico del 2002 convocato e tutti dicono che ha un grande talento. Poi chissà come andrà a finire, arrivare in alto nel calcio è difficilissimo. Ci vogliono stoffa e fortuna, allenatori che sanno valorizzarti, costanza negli allenamenti quando i tuoi coetanei cominciano a provare i primi piaceri della vita. Suo padre, mio fratello minore, era fortissimo, ma il talento lo ha sprecato nel corso di un’adolescenza un po’ turbolenta. Roba da Terzigliano, per capirci. Sfondare nel pallone è quasi impossibile. Anche il più scarso dei calciatori che vediamo in serie A era il campione della sua scuola calcio. Anzi, una volta le scuole calcio non c’erano e a pallone giocavamo per strada. Anche Salvatore Aronica, il lucchetto palermitano, per quanto sia difficile da credere, è stato un idolo. Di sicuro era più bravo del 99,99% di quelli che ha incontrato nella scalata dai campetti di periferia ai grandi stadi. Per quel che conta ora, a dieci anni scarsi, Yuri segna un sacco di goal. Segna sempre. Nel corso di questa stagione ne ha messi dentro quasi ottanta. E poi esulta come vede fare ai calciatori in televisione, con i compagni che gli corrono dietro senza riuscire mai a raggiungerlo.

– Zio ma a te piace più Napoli o Milano?
– Milano. L’è un gran Milan – Mento, conoscendo in anticipo la sua risposta.
– Che schifo. – Commenta puntuale.
– Ma tifi Milan o Inter quando sei a Milano?
– Ma che Milan o Inter, tifo sempre Napoli, mica sono come te che quando eri più piccolo le tifavi.
Se se. – E’ il suo laconico commento. Che faccia tosta.

Fin da piccolissimo è stato educato al culto partenopeo, con relativa copiosa fornitura di magliette e gadgets di ogni tipo. Però quando ha iniziato ad andare a scuola ha avuto un momento di sbandamento. Noi eravamo ancora in B e lui ha iniziato a tifare, imitando alcuni compagni di classe, in ordine cronologico: Milan, Inter e Juve. Poi gli è passata. Qualche maligno potrebbe mettere in relazione la sua scelta col fatto che io, mio padre e mio fratello avevamo smesso di parlargli, ma sarebbero solo illazioni di bassa lega. Indegne di essere prese anche solo in considerazione. In realtà, buon sangue non mente. Anche mio fratello da bambino ebbe un flirt breve ma intenso col Torino campione d’Italia di Pulici e Graziani, i gemelli del goal. Mi ricordo lo striscione della Maratona, al vecchio Comunale, col quale i granata auguravano al Napoli di Krol di diventare campione d’Italia. Poi perdemmo in casa col Perugia già retrocesso. Un classico. Ricordo pure una carica, che gli siamo entrati quasi in curva. Dopo la partita, fuori ci aspettava mezza Torino, e nascondevo la faccia perché in mezzo a loro c’era un sacco di gente dei centri sociali che conoscevo. Io invece ho sempre tifato Napoli, da quando mio padre mi portava agli allenamenti e io gridavo “Totè, Totè” per Josè Altafini. Allora non sapevo che, passato alla Juve, il 6 aprile del 1975 sarebbe diventato per sempre core ‘ngrato. All’epoca andavo già allo stadio con mio padre e mio zio Giovanni. In quegli anni feci anche una specie di trasferta, perché avevano squalificato il San Paolo e Napoli – Torino si giocò all’Olimpico. Vincemmo 1 – 0 con un goal di Rosario Rampanti, l’unico calciatore che ricordi con il mio stesso nome. Ho impresso ogni singolo istante di quella giornata. Il treno, le bandiere, le sciarpe, l’emozione di trovarmi bambino in quella comunità di uomini adulti che è la gente del football. La mia gente. I romani ci accolsero con simpatia, augurandoci la vittoria perché “Napoli è sud e Torino è Nord”. Così disse il gestore del ristorante dove andammo a mangiare. E poi la curva di uno stadio nuovo. Ne avrei viste centinaia nel corso degli anni, ma allora non lo sapevo ancora. Adesso a Roma ci prendiamo a cinghiate.

Mi chiamo così perché sono figlio della grazia, anche se avrei voluto chiamarmi Vladimir. Fu un voto alla Madonna del Rosario. Forse da questo dipende il mio odio viscerale per la religione. Da questo e dalla fede comunista di mio padre. Anche lui da bambino ebbe il suo momento di sbandamento per il Milan di Gunnar Nordahl, che in Svezia faceva il pompiere e poi venne a segnare 225 goal nel campionato italiano con il vecchio Diavolo e con la Roma. Il secondo miglior marcatore di tutti i tempi dopo Silvio Piola. Io invece ho sempre tifato Napoli. Sono un perdente professionista, anche se avevo ventun anni quando vincemmo il primo scudetto e mi sono goduto l’epopea di Maradona. Poi, per qualche anno ho smesso di seguire il pallone. In realtà, per qualche anno ho smesso di seguire tutto. C’è un buco nero nella mia vita e nella mia memoria. La passione si è riaccesa quando ci hanno fatto fallire e spedito in serie C1. L’ho visto come un affronto alla città, lasciata sola quando invece per altri il Palazzo si era inventato le soluzioni più fantasiose. I due anni della C1 e quello di B li ricordo come i più belli. Non mi sono perso una trasferta e vedere la lunga e larga colonna di macchine piene di lads, che occupava le strade ovunque andassimo, mi scaldava il cuore. Sassari, due giorni in mare. Gela, ad arrostire sotto il sole. Da qualche parte sull’Adriatico, inzuppati dalla pioggia battente in una notturna infrasettimanale. Anche gli incontri casuali e ravvicinati in autostrada con romani, laziali e milanisti. Ma questo è un altro discorso. Chi c’era sa. E chi non c’era, beh, si faccia i cazzi suoi.

– Mi porti qualche volta a Milano con te? Andiamo a San Siro a vedere il derby. – Riprende Yuri alzando la testa dal tavolo virtuale sul quale continuano ad accumularsi puntate. Me ne accorgo per il rumore infernale che proviene dall’aggeggio. A me non piace giocare a carte. Non gioco nemmeno le bollette, pur amando il calcio oltre ogni ragionevole limite. Diciamo che fra i miei vizi non annovero quello del gioco. Mi piace invece che lo chiami San Siro e non Meazza. Il calcio è uno straordinario strumento di trasmissione della memoria fra le generazioni. La nostra fede è la fede dei nostri padri.
– E tu per chi tifi?
– Nessuno dei due. Io tifo solo Napoli. – Risponde netto, e abbozza: “Nella mia vita, ci sono due colori…”, che gli ho insegnato io. – Vabbuò, magari quando mi faccio più grande mi porti, però stasera mi potresti portare a vedere Napoli – Palermo. – Azzarda marpione e spalanca gli occhi da bambi che spiccano sul quel nasino lentigginoso che me lo mangerei.
– Eh, lo sai che ti porterei, ma i tuoi genitori non vogliono che andiamo in curva e io nei distinti mi scoccio. – Anche se suo padre, mio fratello, in curva ci è cresciuto. O, forse, proprio perché ci è cresciuto.
– Tu glielo dici? Io non glielo dico. Sarà un segreto tra uomini.
Io mi metto a ridere, ma comunque non mi assumerei la responsabilità, anche se in curva si divertirebbe e diventerebbe un piccolo ultras. Ne sono sicuro.
Poi, diventando improvvisamente serio, mi chiede:
– Zio, ma tu perché non hai figli?
Mi lascia un attimo imballato lì a cercare una risposta plausibile, poi cerco di sorridere e gli dico:
– Bella domanda, quando trovo la risposta, te lo faccio sapere.
– Vabbè, non me lo vuoi dire. Lo so come fai quando non vuoi rispondere a qualcosa.

Io glielo vorrei pure dire, ma sarebbe una risposta lunga, poco adatta a un bambino di dieci anni. Dovrei spiegargli dell’amore che finisce, delle notti insonni, di persone avvinghiate come se fosse l’ultimo giorno del mondo che diventano improvvisamente ostili o indifferenti. E l’altro non ci crede che stia accadendo davvero. Ripenso a tutti i miei sbagli. Vorrei una macchina del tempo per azzerarli uno a uno. Non esistono, però, macchine del tempo. Solo la dura autodisciplina per non commetterli anche oggi e domani. Ma la butto sullo scherzo e gli dico che mi organizzo per regalargli un cuginetto.

– E come lo chiami?
– Vladimir.
– Che schifo di nome. – E ride. Io lo abbraccio e sono l’uomo più felice del mondo. Oggi i demoni possono attendere.

Coppa Italia 2012, prendi i soldi e resta (a Roma)

di Rosario Dello Iacovo

«Abbiamo trovato l’accordo, si gioca all’Olimpico». Così Beretta chiude la querelle che ha tenuto banco negli ultimi giorni, col paventato spostamento della partita al Meazza di Milano. Fumata bianca, quindi. La finale di Coppa Italia si disputerà come previsto a Roma. Il presidente della Lega Calcio e Petrucci fanno pace telefonicamente e migliaia di tifosi si preparano al maxi esodo nella Capitale.

Ma a quali condizioni? Innanzitutto l’aumento del prezzo dei biglietti che mette d’accordo Napoli e Juve. A partire dalle curve che costeranno almeno 30 euro, a fronte dei 15 della finale dello scorso anno fra Inter e Palermo. Per finire alla tribuna Monte Mario che costerà oltre 150. Non male per i due club che si divideranno a metà il 90% dell’incasso, ottenendo anche una limitazione dei biglietti da vendere a prezzo ridotto.

Così spariscono, rivelandosi pretestuose, le questioni relative all’ordine pubblico e alla capienza. Con buona pace dei tifosi che in tempo di crisi saranno chiamati a versare alle società un obolo maggiorato del 100% rispetto alla finale del 2011. Chi avrà diritto ad acquistare l’agognato biglietto? Al momento non è dato saperlo. Ci sarà la prelazione per gli abbonati o la vendita sarà riservata ai possessori della dead card walking? Quella tessera del tifoso che a fine stagione dovrebbe finire in soffitta, ma che in un giorno nel solo ufficio postale di via Abate Minichini a Napoli è stata venduta in seicento esemplari.

Il compianto Valerio De Marchi, fra i più attenti studiosi del fenomeno ultras, se la starà ridendo dall’aldilà. È in questi casi che lo spauracchio delle curve e dell’ordine pubblico si rivela in tutta la sua natura di perno centrale nella ristrutturazione dell’industria calcio. La richiesta sempre quantificata come superiore alla capienza che fa lievitare i prezzi. Il pericolo di scontri fra opposte fazioni che giustifica l’inquadramento repressivo delle folle calcistiche. Sono queste le fasi attraverso le quali il dispositivo del controllo sociale trova negli stadi un laboratorio di sperimentazione in attesa di essere trasferito ad altri ambiti della società.

Così, fatto l’accordo sui soldi, i tifosi passano in secondo piano. Niente di nuovo sotto il sole. Consuetudini del calcio moderno. Ma la questione è meno semplice di quello che appare. Gli ultras delle due curve del San Paolo non hanno mai sottoscritto la tessera. Contrari per principio sin dalla sua introduzione, non hanno nessuna intenzione di piegarsi ora. «Per ogni limitazione dura contestazione, tutti a Roma» avvertiva a chiare lettere uno striscione esposto domenica in curva B durante Napoli-Catania.

E stavolta trovano inaspettatamente sponda nelle dichiarazioni di De Laurentiis. Il presidente dopo il sì a Milano, decisione che ha fatto inviperire più di un tifoso, fa rapidamente marcia indietro e veste i panni di Tiberio Gracco. «Non è giusto che poi restino fuori i tanti che non hanno la tessera del tifoso ma sono sempre venuti a sostenerci», dichiara un soddisfatto patron azzurro dopo aver incassato il raddoppio del prezzo dei biglietti.

Come finirà? Gli ingredienti per un pasticcio all’italiana ci sono tutti, anche i soldi già in cassaforte. Mentre i tifosi si chiedono se stavolta una veglia di 24 ore ai botteghini garantirà l’agognato tagliando. Senza doverlo comprare dai bagarini, da 300 euro a salire come per Chelsea-Napoli.

Le ipotesi secondo NapoliToday.it

Napoli e Juventus si contenderanno la Coppa Italia Tim 2011-2012 nella finalissima in programma allo stadio Olimpico di Roma il prossimo 20 maggio alle ore 20,45. L’impianto capitolino è dotato di una capienza di 73261 posti a sedere.

PRELAZIONE POSSESSORI TESSERA DEL TIFOSO – Lo scorso anno la finale fu disputata tra Inter e Palermo. Per quanto riguarda la distribuzione dei tagliandi, nel 2011 vi fu una prima fase di vendita, della durata di due giorni, riservata ai possessori della Tessera del Tifoso, titolari di un diritto di prelazione. Solo dopo la chiusura di questa, le vendite furono aperte a tutti gli altri sostenitori.

CIRCUITO VENDITA BIGLIETTI – Il canale di vendita dei tagliandi è LisTicket della rete Lottomatica. E’ prevista l’abilitazione di almeno un punto vendita per capoluogo di provincia su tutto il territorio italiano. L’elenco dei punti vendita è consultabile sul sito http://www.listicket.it alla sezione “punti vendita LisTicket”, voce “Biglietteria Finale Tim Cup”.

RIPARTIZIONE SETTORI STADIO – La divisione dei settori dello stadio fu così ripartita nel 2011: ai tifosi dell’Inter vennero riservate Curva Nord, Distinti Nord e Tribuna Monte Mario lato Nord, mentre ai tifosi del Palermo la Curva Sud, i Distinti Sud, Tribuna Tevere lato Sud e Tribuna Monte Mario lato Sud.

TEMPI – La finale dello scorso anno si disputò il 29 maggio 2011. La vendita dei tagliandi ebbe inizio solamente il 18 maggio.

PREZZI – Nel 2011 un tagliando di Curva o di Distinti costava 15 euro, mentre il prezzo della Tribuna Monte Mario era di 90 euro.

Napoletani, figli di un Dio minore?

di Rosario Dello Iacovo

Sono davvero così brutti, sporchi e cattivi questi tifosi del Napoli? La domanda è lecita, se per la prima volta nella storia appare sempre più probabile che la finale di Coppa Italia, da tempo fissata a Roma, venga spostata a Milano. Il caso sta montando già da qualche giorno. Troppe richieste di biglietti e problemi di ordine pubblico, con Napoli e Juve apparentemente allineati e molto possibilisti sul cambio di sede.

Il presidente del sodalizio azzurro, Aurelio De Laurentiis, in linea con il suo abituale nuovismo, vorrebbe giocarla non solo a Milano, ma addirittura a Parigi o Londra. La Gazzetta di stamattina fa rientrare il caso. Secondo il foglio rosa la finale si giocherà come previsto a Roma. Ma ora tocca a Gianni Petrucci buttare altra benzina sul fuoco. «Stiamo valutando la possibilità di non concedere lo stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia», così il presidente del Coni in una dichiarazione resa all’Ansa poche ore fa.

Ma guardiamo la questione con più attenzione. Napoli dista dalla capitale duecento chilometri. Milano ottocento. La questione si inverte se si considera la distanza di Torino dalle due sedi attualmente in ballo. Un problema di non poco conto, che potrebbe limitare il numero di napoletani presenti alla partita, quantificato nelle originarie previsioni in circa 40mila. Certo, da Napoli comunque si muoverebbero in tanti, ci sarebbero in ogni caso migliaia di tifosi partenopei emigrati al nord. Tuttavia non si capisce perché si debba concedere a bocce ferme un vantaggio così plateale alla Juve, in virtù dei soli 142 chilometri che separano Torino da Milano.

I rapporti fra la tifoseria azzurra e le romane sono certamente burrascosi. Segnati da incidenti, in certi casi anche gravi. Ma non si può dire che siano migliori quelli con i supporters delle due squadre di Milano. Inoltre, proprio da Milano viene lo zoccolo duro degli ultras bianconeri attualmente egemone in curva. Così come noti sono i legami trasversali con la tifoseria milanista post-fossa che vanno oltre il calcio in senso stretto e si articolano nella zona grigia delle relazioni interessate con le rispettive società. Sconcerta perciò l’atteggiamento conciliante di De Laurentiis.

Poco meno di diecimila biglietti in più possono giustificare un cambio di rotta tanto inedito quanto radicale? La finale si gioca tradizionalmente nella capitale, anche quando sono impegnate squadre romane e il trofeo consegnato dal presidente della Repubblica. Perciò in queste ore si rischia di scrivere un pericoloso precedente, che oggi varrebbe per Napoli – Juve, ma domani potrebbe essere utilizzato per qualsiasi sfida fra quelle definite ad alto rischio. La sensazione dei napoletani è quella di essere figli di un Dio minore. Né più né meno come l’amaro in bocca lasciato qualche anno fa dalla bufala di un treno mai devastato, che però ha privato i tifosi del Napoli per un’intera stagione della possibilità di andare in trasferta. Sarebbe opportuno che qualcuno dicesse no. Chi, se non i vertici del club?